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Curzio Malaparte

Curzio Malaparte, nome d'arte di Kurt Erich Suckert[1] (Prato, 9 giugno 1898Roma, 19 luglio 1957), è stato uno scrittore, giornalista, ufficiale, poeta e saggista italiano, nonché diplomatico, agente segreto, sceneggiatore, inviato speciale e regista cinematografico, una delle figure centrali dell'espressionismo letterario in Italia e del neorealismo.

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È particolarmente noto, soprattutto all'estero[2], per i suoi romanzi Kaputt e La pelle, opere a sfondo autobiografico basate sulla sua esperienza di giornalista e ufficiale durante la seconda guerra mondiale, e Maledetti toscani.

Scrittore dallo stile realistico e «immaginifico»[3], definito come «cinico e compassionevole» al tempo stesso[4] e talvolta avvicinato alle tematiche e allo stile espressionista crudo di Louis-Ferdinand Céline[5], come intellettuale fu dapprima un sostenitore del fascismo, poi una voce critica e un oppositore dello stesso. Caratteristica della sua letteratura è la mescolanza di fatti reali - lo scrittore è stato infatti avvicinato alla corrente del neorealismo -, spesso autobiografici, ad altri immaginari, talvolta esagerati in maniera voluta e consapevole, fino al farsesco, specialmente quando deve denunciare le atrocità della seconda guerra mondiale.[6][7]

Interventista e volontario nella Grande Guerra, ammiratore di Mussolini e "fascista della prima ora", partecipò alla marcia su Roma e fu attivo nelle posizioni di fascismo di sinistra intransigente, sostenendo la cosiddetta rivoluzione fascista; allontanatosi gradualmente dal regime (venne anche mandato al confino, da cui uscì grazie all'amicizia con Galeazzo Ciano, genero del Duce), dopo l'8 settembre 1943 si arruolò nell'Esercito Cobelligerante Italiano del Regno d'Italia e collaborò con gli Alleati (cui pure non risparmiò pesanti critiche) nel Counter Intelligence Corps nella lotta contro i nazisti e i fascisti della RSI, a cui non aderì. Prima anticomunista, nel secondo dopoguerra si avvicinò al Partito Comunista Italiano, grazie all'interessamento di Palmiro Togliatti che lo assunse come cronista, sebbene molti dubitassero della effettiva sua adesione, o avvicinamento, al PCI (e contemporaneamente al Partito Repubblicano Italiano, a cui già aderiva da giovanissimo, al quale si iscrisse poco prima di morire).[6][8] Morì dopo essersi convertito in punto di morte alla Chiesa cattolica, assistito dai sacerdoti padre Cappello e padre Rotondi, secondo le testimonianze di questi.[9][10][11]

Lo pseudonimo, che usò dal 1925, fu da lui ideato come umoristica paronomasia basata sul cognome "Bonaparte". Si soprannominò e venne soprannominato l'"Arcitaliano", per avere racchiuso nella sua complessa e contraddittoria personalità molti difetti e pregi degli italiani.[12][13][14]

Indice

BiografiaModifica

Kurt Erich Suckert
9 giugno 1898 – 19 luglio 1957
(59 anni)
SoprannomeCurzio Malaparte
Nato aPrato
Morto aRoma
Cause della mortecancro ai polmoni
Luogo di sepolturaMausoleo di Curzio Malaparte a Spazzavento (Prato)
Dati militari
Paese servito  Italia (1915-1945)
  Francia (1914-1915)
  Stati Uniti (1943-1945)
Forza armataLegione Straniera Francese (1914-15)
Regio Esercito (1915-1918; 1940-1943)
Esercito Cobelligerante Italiano (1943-45)
CorpoLegione Garibaldi (1914-15)
Fanteria (Brigata Alpi)Alpini (1915-1918; 1940-1943)
Corpo Italiano di Liberazione (1943-45)
Counter Intelligence Corps (1943-45)
Unità51º Fanteria Alpi 5º Reggimento alpini
Anni di servizio1914 - 1945
GradoCapitano
Feriteintossicazione da iprite
ComandantiLuigi Cadorna, Armando Diaz, Benito Mussolini, Dwight Eisenhower, Pietro Badoglio, Henry H. Cumming
GuerrePrima guerra mondiale, Seconda guerra mondiale
CampagneFronte greco-albanese, campagna di Russia, campagna d'Italia (1943-1945)
Battagliebattaglia di Caporetto, battaglie dell'Isonzo, battaglia del Bois de Courton
DecorazioniCroce di guerra al valor militare, Medaglia di bronzo e altre onorificenze
Altre carichescrittore, giornalista
Fonti nel testo
voci di militari presenti su Wikipedia

«Nel concetto dei toscani, chi non è un uomo libero è un uomo grullo. (...) Maggior fortuna sarebbe, se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani. (...) La Toscana era l'unico paese al mondo che fosse una «casa»: il resto d'Italia, e Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, erano Repubbliche, Monarchie, Imperi, non «case». (...) I toscani han l'abitudine di non salutare mai per primi nessuno, nemmeno in Paradiso. E questo, anche Dio lo sa. Vedrai che ti saluterà lui, per primo.»

(da Maledetti toscani)

Kurt Erich Suckert nacque a Prato da madre italiana (la milanese Edda Perelli) e dal tintore sassone Erwin Suckert. Terzogenito di sette fratelli, poco dopo la nascita fu affidato a balia alla famiglia dell'operaio Milziade Baldi e a sua moglie Eugenia, dove rimase alcuni anni. Ebbe sempre un rapporto poco buono con il padre tedesco.

Dopo la scuola dell'obbligo frequentò il liceo classico Cicognini di Prato[6], lo stesso frequentato da Gabriele D'Annunzio, con la cui opera letteraria e politica avrà un rapporto di odio-amore. Il giovane Suckert aveva criticato lo stile e la retorica dannunziana, e il vecchio "Vate" gli spedì una sola lettera, che fu il loro unico contatto diretto (in occasione della pubblicazione di Avventure di un capitano di sventura nel 1928), che recita bonariamente:

«So che tu mi ami; e che la tua ribellione esaspera il tuo amore. Con la tua schiettezza e con la tua prodezza, col tuo furore e col tuo scontento, quale altro uomo potresti amare, oggi, nel mondo?»

(Lettera di D'Annunzio a Malaparte[15])

La sua prima militanza politica fu, giovanissimo, come simpatizzante anarchico e poi come attivista del Partito Repubblicano Italiano.[8] Nella sua vita fece anche parte della massoneria, essendo stato regolarizzato al 3º grado (Maestro) il 28 maggio 1924 nella loggia “Nazionale”, appartenente alla Gran Loggia d'Italia, direttamente all’obbedienza del gran maestro Raoul Palermi. Ricevette in seguito i gradi dal 4º al 30º del Rito scozzese antico ed accettato, e non vi uscì nemmeno quando fu messa fuori legge dal fascismo.[16].

Volontario nella prima guerra mondialeModifica

Con lo scoppio della prima guerra mondiale (1914), decise, sedicenne, di partire volontario per il fronte, assieme al fratello Alessandro. Siccome l'Italia era neutrale, si arruolò nella Legione Garibaldina, inquadrata poi nella Legione straniera francese. Nel 1915 anche l'Italia entrò in guerra e Kurt Suckert poté arruolarsi come fante, successivamente sottotenente, del Regio Esercito; combatté sul Col di Lana e in Francia con la Brigata di fanteria "Alpi", dove venne decorato con una medaglia di bronzo al valore militare.[6] Tornato in Francia dopo la disfatta di Caporetto, nel 1918 il suo plotone subì un attacco chimico da parte dell'esercito imperiale tedesco, e i suoi polmoni furono gravemente lesionati dall'iprite. L'ospedale dove era ricoverato fu comunque bombardato, e il giovane Suckert si salvò lanciandosi da una finestra.

Letteratura di guerraModifica

Subito dopo la guerra tentò di pubblicare il suo primo libro, con il nome Curzio Erich Suckert, Viva Caporetto!, un saggio-romanzo sulla guerra, che vedeva nella Roma corrotta il principale nemico da combattere. Terminata la stesura dell'opera, nel 1919 cominciò l'attività giornalistica. La sua opera prima, dopo essere stata respinta da molti editori (tra i quali anche l'amico Giuseppe Prezzolini), venne dapprima pubblicata a spese dell'autore a Prato nel 1921 e subito sequestrata per "vilipendio delle forze armate", a causa del provocatorio titolo che inneggiava alla disfatta di Caporetto, e ripubblicata poi con il nuovo titolo La rivolta dei santi maledetti lo stesso anno.[6]

Nella rotta di Caporetto, il futuro Malaparte non vede la vigliaccheria dei soldati, ma l'incompetenza degli ufficiali superiori e la ribellione della truppa a una guerra mal condotta, che fino a quel momento era costata la vita di 350.000 italiani. Caporetto è quindi, secondo Malaparte, da considerare come l'inizio di una rivoluzione italiana, simile a quella russa, che però si spense immediatamente a causa della mancanza di capi che la sapessero dirigere. Nel libro, Malaparte sostenne che la vecchia classe dirigente andasse rimpiazzata dalle giovani generazioni della borghesia, «quei buoni ufficiali delle trincee e dei reticolati, i francescani, i "pastori del popolo"», che dopo la guerra aderiranno in gran parte al fascismo, come d'altra parte farà lo stesso Malaparte.[17]

Egli celebrò le figure degli interventisti di sinistra come gli iniziatori della nuova era:

«I precursori e gli iniziatori del fascismo sono quelli stessi, repubblicani e sindacalisti, che avevano per primi sollevato il popolo contro il socialismo deprimente e rinnegatore ed avevano voluto ed attuato, con Filippo Corridoni, gli scioperi generali del 1912 e del 1913.»

(Curzio Malaparte[18])

L'adesione al fascismoModifica

«Non si può fare il ritratto di Mussolini senza fare il ritratto del popolo italiano. Le sue qualità e i suoi difetti non gli sono propri: sono le qualità e i difetti di tutti gli italiani. Il dir male di Mussolini è legittimo: ma è un dir male del popolo italiano.(...) La sua voce è calda, grave, eppur delicata. Una voce che talvolta ha strani, profondi accenti femminili, un che di morbosamente femmineo. (...) Stringeva nella mano una rosa color carne. Mussolini ha sempre una rosa stretta con delicatezza nel pugno... Quel gesto all'Oscar Wilde, quel gesto, in un certo senso, byroniano, quel gesto decadente, mi mise a disagio. Egli non sa il valore, il senso di quel suo gesto, di quella sua rosa. Il giorno in cui egli sarà fucilato, io vorrei esser presente per mettergli una rosa nella mano rattrappita. Non per insultarlo, per mancargli di rispetto: no. Non mi piace mancar di rispetto ai morti.»

(Malaparte descrive il duce[19])

Già dal 1920 Malaparte aveva aderito al recente movimento fascista di Benito Mussolini e nell'ottobre 1922 partecipò alla Marcia su Roma. Nel 1923 avvenne il celebre duello contro Ottavio Pastore, l'anno successivo, sotto il nuovo regime, amministrò diverse case editrici tra cui quella de La Voce di Prezzolini.[6] Si inserì nella vita mondana, praticando sport (malgrado una salute non sempre buona), come scherma e ciclismo, e duelli.[6][20]

All'indomani del delitto Matteotti, Malaparte fu uno dei più accaniti sostenitori dello "squadrismo intransigente" irregimentato, tanto da intervenire come teste a discarico al processo di Chieti, con una testimonianza giudicata parte di depistaggio[21], in favore del gruppo responsabile del rapimento, guidato da Amerigo Dumini; il gruppo fu condannato per omicidio preterintenzionale in quell'occasione. Allo scrittore, nell'autunno 1924, fu affidato il compito di dire agli investigatori che il sequestro Matteotti sarebbe stato compiuto per interrogare il deputato socialista sull'omicidio di Nicola Bonservizi, responsabile dei fasci italiani in Francia ucciso dall'anarchico Ernesto Bonomini, di cui si sospettava in ambiente fascista fosse il mandante. Malaparte si presentò alla polizia, in qualità di ispettore incaricato del Partito, il 24 settembre 1924 sostenendo questa versione.[22]

Fondando a Roma nel 1924, e poi dirigendo, il quindicinale La conquista dello Stato[23], egli rappresentò questa corrente "rivoluzionaria" del regime, al pari del Selvaggio di Mino Maccari e dei futuristi di Marinetti. Malaparte fu tra coloro che sostennero Mussolini quando, col discorso del 3 gennaio 1925, annunciò la sospensione delle libertà democratiche e la promulgazioni delle "leggi fascistissime". Sempre nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile e si iscrisse al Partito Nazionale Fascista.[6]

Teorizzando poi con Leo Longanesi e Mino Maccari il movimento "Strapaese" (ma contemporaneamente, con Massimo Bontempelli, anche il suo opposto, cioè il movimento "Stracittà"), Malaparte fu uno degli "ideologi" del fascismo popolare, come Gentile lo era stato a livello filosofico, in particolare del cosiddetto "fascismo di sinistra", con velleità rivoluzionarie e a cui aderirono molti futuri nomi dell'antifascismo, come Elio Vittorini.[6][8][24]

Egli riassunse in sé gli elementi tradizionali e contadino-agrari - per l'appunto Strapaese, ovvero il fascismo più populista e atteggiamento antistraniero, che si oppose anche alle demolizioni e agli sventramenti degli antichi borghi e quartieri medievali nei centri urbani come deciso ad esempio dal duce a Roma, criticando con le sue vignette satiriche le direttive ufficiali del fascismo insieme alla sua svolta dittatoriale - e quelli legati alla modernità e all'industrializzazione (Stracittà, che voleva sprovincializzare la cultura italiana e sosteneva il rapporto tra fascismo oderno), opposti elementi che peraltro eesenti nella stessa contraddittoria personalità mussoliniana. Per Malaparte il fascismo fu sia una "controriforma" che rivoluzione, e i fascisti "giacobini in camicia nera", come lì definirà in Tecnica del colpo di Stato.[6]

«La Rivoluzione d'ottobre [ndr: rivoluzione fascista del 1922] non può e non deve ripetere gli errori del Risorgimento, finito in malo modo nel compromesso antirivoluzionario del Settanta, che preparò il ritorno al potere attraverso il liberalismo, la democrazia, il socialismo, di quegli elementi borbonici, granducali, austriacanti, papalini che avevano sempre combattuto e bestemmiato l'idea e gli eroi del Risorgimento. È necessario che il Fascismo prosegua senza esitazioni il suo fatale cammino rivoluzionario.»

(da L'Impero, 18 aprile 1923[25])
 
Squadre fasciste vicino a Roma durante la marcia del 1922, a cui Malaparte partecipò di persona come camicia nera dello squadrismo.

Piero Gobetti, pur da avversario, ne riconobbe il talento, e gli scrisse la prefazione al saggio che volle pubblicargli, Italia barbara ("Edizioni Gobetti", Torino 1925); Gobetti lo definì "la miglior penna del regime". L'autore firmò il saggio come Curzio Malaparte Suckert: prendendo difatti spunto da un libretto ottocentesco (I Malaparte e i Bonaparte nel primo centenario di un Malaparte-Bonaparte) e italianizzando il suo nome di battesimo tedesco, decise, nel dicembre 1925, di firmarsi solamente Curzio Malaparte, che da allora divenne il suo nome d'arte.[6]

Nel 1929 compì un viaggio in Unione sovietica, dove conobbe Stalin, Maksim Gor'kij e Majakovskij.[6]

Il distacco dal regimeModifica

 
Malaparte a Lipari nel 1934, a sinistra si vede uno dei suoi cani, il levriero Febo.

Dal fascismo cominciò comunque, in modo sornione, a prendere le distanze, anche perché il regime, instaurata la dittatura dopo il 3 gennaio 1925, cominciava a deludere le speranze di rivoluzione sociale che lo avevano originariamente attratto, nonostante avesse detto a Gobetti di essere "un fascista nato".[26]

Dal 1928 al 1933 fu co-direttore della "Fiera Letteraria" e nel 1929 fu nominato direttore del quotidiano "La Stampa" di Torino[6][27], chiamandovi Mino Maccari quale redattore capo.[6] Nel 1931 Malaparte pubblicò a Parigi, in lingua francese, il libro Tecnica del colpo di Stato (Technique du coup d'etat, in Italia tradotto solo nel 1948), riconosciuto come un profondo attacco nei confronti di Hitler (al governo nel 1933) e Mussolini, facendo riferimento al putsch di Monaco e velatamente alla marcia su Roma.[28]

Tecnica del colpo di Stato, un'opera dall'interpretazione machiavellicamente ambigua, venne generalmente considerato come un invito alla conquista violenta del potere attraverso il rovesciamento dello Stato, nonostante Malaparte sostenesse, al contrario, che il suo intento fosse compiere un'analisi tecnica ai fini della difesa dello Stato stesso. Essendo in epoca fascista, venne letto come un'opera sovversiva, che svelava quello che Mussolini aveva fatto dal 1922 al 1925 e che incitava implicitamente a rovesciare a sua volta lo stesso governo fascista. Mussolini in realtà apprezzò la forma del libro, ma lo proibì per non irritare la Germania.[6] Malaparte non approva il razzismo scientifico nazista contro gli ebrei, e nutre diffidenza per il nazionalsocialismo.[26]

«La tattica di Mussolini per impadronirsi dello Stato non poteva essere che quella di un marxista. [Hitler è] un austriaco paffutello, con il baffo poggiato come un nodo a farfalla sotto il naso. Il suo eroe è Giulio Cesare in costume tirolese

(Technique du coup d'etat)

A causa dell'irriverenza del libro e del carattere individualista dei suoi scritti, nonché perché sospettato di simpatia per la "fronda" vicina a Giuseppe Bottai e altri fascisti di sinistra (allora riuniti in Critica fascista), venne allontanato definitivamente, a fine gennaio 1931, dal quotidiano La Stampa.[29][30]

Al confinoModifica

Nel 1933 venne espulso dal PNF per volontà di Achille Starace, arrestato e, dopo un breve periodo al carcere di Regina Coeli, confinato per 5 anni all'isola di Lipari, con l'accusa di aver svolto attività antifasciste all'estero, in particolare - questa fu la motivazione principale - per alcuni attacchi rivolti a Italo Balbo a Parigi.

Dopo qualche mese a Lipari, venne tuttavia trasferito in Toscana in soggiorno obbligato, ma a piede libero; in questo periodo, continuò a pubblicare una serie di elzeviri sul Corriere della Sera sotto lo pseudonimo di «Candido».[6][31]

L'amicizia con CianoModifica

Passò il periodo di confino con la compagna, chiamata nei suoi libri "Flaminia", un nobildonna piemontese sposata. A Malaparte furono attribuite diverse amanti, una finita suicida.[31]

Solo grazie all'intervento di Galeazzo Ciano, suo amico e ministro degli Esteri, Malaparte poté ritornare in libertà molto prima della fine della pena, lavorando come inviato del Corriere della Sera, pur sorvegliato dall'OVRA.[31]

 
Galeazzo Ciano, amico di Malaparte, genero di Mussolini e Ministro degli Esteri, e che finirà fucilato al processo di Verona del 1944, per il "tradimento" del Gran Consiglio

Nel 1936 fece costruire a Capri, su progetto dell'architetto Adalberto Libera, la suggestiva "Villa Malaparte"; questa residenza, una vera e propria maison d'artiste, arroccata su una scogliera a strapiombo sul mare[32], divenne spesso ritrovo di artisti e intellettuali, uno dei più esclusivi salotti mondani del periodo. Frattanto fondò e diresse la rivista Prospettive (I Serie: 1937-1939; II Serie: 1939-1943).[6][33]

Dal 1935, per via della relazione amorosa con la vedova di Edoardo Agnelli, Virginia Bourbon del Monte (che morirà in un incidente stradale nel 1945), già iniziata forse prima del confino e della vedovanza della donna, si scontrò più volte col capostipite della famiglia Agnelli, il senatore Giovanni Agnelli (fondatore della FIAT), che, minacciando la nuora di toglierle per sempre la potestà sui numerosi figli, riuscì a impedire un possibile matrimonio con lo scrittore, organizzato per il 1936; Agnelli nutriva avversione nei suoi confronti soprattutto a causa della rottura di Malaparte con alcuni gerarchi del regime, che invece il senatore sosteneva tuttora senza riserve per timore di ricadute sull'azienda di famiglia, sospettando anche che lo scrittore potesse entrare a far parte dell'amministrazione.[6][34] Tra i figli di Virginia, Susanna Agnelli ricordò sempre Malaparte con affetto, mentre pare fosse detestato dal giovane Gianni.[35] Una leggenda, quasi sicuramente non corrispondente a vero, diffusa a Torino vuole invece Umberto Agnelli come figlio naturale di Malaparte.[36]

Del 1937 è l'originale Sangue:

«Ho orrore del sangue. Da ragazzo immaginavo che le statue fossero fatte come noi, e avessero le vene gonfie di sangue. Andavo a incidere con un temperino le braccia ai putti di Donatello, per farne uscire il sangue da quella pelle morbida e bianca. (...) Mi tagliai profondamente la mano, e la vista del mio sangue mi fece rimanere assorto e felice. (...) Un bordello ci vuole, in una città per bene: come ci vuole il Municipio, il Tribunale, le carceri, l'ospedale, il cimitero, e il Monte di Pietà

In disaccordo, pur non aperto (come Ciano, Gentile e Grandi ma non Bottai), con le leggi razziali fasciste del 1938, dopo la fondazione di Prospettive, assume nella redazione anche Alberto Moravia (che in seguito gli sarà comunque ostile e lo definirà un "voltagabbana fascista") e Umberto Saba, entrambi di origini ebraiche (1939).[37][33]

Viaggia in Africa per un reportage alcuni mesi nel 1939, visitando la colonia dell'Africa Orientale Italiana, specialmente l'Etiopia, conquistata nella recente guerra. Gli articoli diverranno il Viaggio in Etiopia e altri scritti africani, riuniti in volume unico di memorialistica pura e letteratura di viaggio (lui che spesso inventava corrispondenze) solo nel 2019.

La seconda guerra mondialeModifica

Dal 1940 all'8 settembreModifica

Con l'ingresso dell'Italia nella Seconda guerra mondiale, Malaparte fu mobilitato col grado di capitano e assegnato al 5º Reggimento alpini. Inviato sul fronte greco nel settembre 1940, nel 1941 iniziò a lavorare come corrispondente per il Corriere della Sera. Alla fine di marzo 1941 si recò in Jugoslavia, dove fu l'unico corrispondente di guerra straniero al seguito delle truppe tedesche, in qualità di inviato con passaporto diplomatico (probabilmente per le sue origini tedesche paterne e la conoscenza della lingua). Dopo la vittoria dell'Asse, si trasferì in Croazia, dove assistette «alla creazione e all'organizzazione del nuovo Stato di Croazia». Ai primi di giugno ricevette l'ordine di raggiungere la frontiera romeno-sovietica nell'eventualità di un conflitto con l'URSS. Dall'inizio della campagna seguì l'avanzata in Bessarabia e in Ucraina con una divisione dell'11ª Armata tedesca. Alla fine dell'anno poté tornare in Italia per trascorrere le Festività in famiglia. Per aver descritto realisticamente la campagna in URSS, venne rimandato brevemente al confino a Lipari, ma poi subito rilasciato.[2] Ripartì da Roma il 7 gennaio 1942 per il fronte orientale.[6][38]

Malaparte, nei suoi precedenti scritti, aveva già assunto un atteggiamento critico verso il regime nazista e aveva lodato l'efficienza dell'esercito sovietico, documentando le condizioni del ghetto di Varsavia. Per questo le autorità tedesche non lo fecero più avvicinare al teatro delle operazioni. Già in febbraio Malaparte lasciò il fronte orientale. Trascorse oltre un anno in Finlandia. Il 25 luglio 1943 lo raggiunse la notizia della caduta di Mussolini. Tornato in patria, si stabilì nella sua villa a Capri.[6]

L'Italia combatteva ancora a fianco dei tedeschi e Malaparte, per aver auspicato la rivolta contro di essi, venne brevemente arrestato a Roma.[2] Non si sapeva molto della vita di Curzio Malaparte negli anni tra il 1940 e l'8 settembre 1943. Alcuni documenti inediti, provenienti dagli archivi americani, hanno fatto luce sui rapporti tra lo scrittore e le forze americane stanziate in Italia[39].

Le esperienze vissute durante il conflitto fornirono il materiale per il primo romanzo, Kaputt, scritto a Capri e pubblicato nel 1944 presso l'editore-libraio Casella di Napoli, probabilmente la sua opera più nota all'estero. Questo romanzo, pur accusato spesso di autocompiacimento, rappresenta un vivido e surreale resoconto degli ambienti militari e diplomatici italiani e nazisti, nonché un forte atto di accusa verso le atrocità della guerra, tra cui le deportazioni e le stragi degli ebrei rumeni.[6][40]

Malaparte racconta, in uno stile bilingue italo-tedesco, fatti realmente vissuti dallo scrittore (come la cena con Hans Frank, il governatore generale della Polonia, poi impiccato a Norimberga per crimini contro l'umanità; Malaparte lo descrive sarcasticamente come un "re dei polacchi" con una corte rinascimentale), ma romanzati: il protagonista vaga per varie zone di operazione, formalmente in qualità di capitano dell'esercito italiano, ma concretamente svolge un ruolo di corrispondente di guerra, che lo avvicina alla figura di Ernest Hemingway. Malaparte si sofferma molto anche sulla vita alla "corte" romana dell'allora ministro degli esteri Galeazzo Ciano.[41][40] Sostiene anche di aver intervistato Adolf Hitler, su cui non cambia idea, rimanendo in fondo un anti-tedesco e anti-austriaco risorgimentale, nonostante le origini.[42][43][26]

Stando a Dominique Fernandez, tuttavia, secondo un topos di romanzo-saggio della narrativa di realtà mescolata ad abbondante finzione, tipica dello stile malapartiano anche come cronista, «molti dettagli che riporta sono stati inventati».[41]

Con gli AlleatiModifica

«L'esperienza insegna che la peggior forma di patriottismo è quella di chiudere gli occhi davanti alla realtà, e di spalancare la bocca in inni e in ipocriti elogi, che a null'altro servono se non a nascondere a sé e agli altri i mali vivi e reali. (...) Vi sono due modi di amare il proprio Paese: quello di dire apertamente la verità sui mali, le miserie, le vergogne di cui soffriamo, e quello di nascondere la realtà sotto il mantello dell'ipocrisia, negando piaghe, miserie, e vergogne […] Tra i due modi, preferisco il primo.»

(Curzio Malaparte, Il Tempo illustrato[44])

Dopo l'8 settembre 1943, si schierò, accusato di opportunismo, con il governo Badoglio, rifiutando, come ufficiale del Regio Esercito, l'adesione alla Repubblica Sociale Italiana costituita al nord da Mussolini, sostenuto dalle truppe del Terzo Reich. Nel novembre 1943 Malaparte fu nuovamente arrestato, dal Counter Intelligence Corps (CIC), il controspionaggio alleato, per le sue attività diplomatiche precedenti. Venne rilasciato pochi giorni dopo, perché ritenuto il tramite tra Galeazzo Ciano e il governo greco nelle trattative intercorse prima che l'Italia attaccasse il Paese nel 1940 e considerato perciò a conoscenza di notizie utili, oltre per il fatto che già avesse intrattenuto rapporti con gli Alleati in vista dell'armistizio.[45]

Da allora decise di collaborare ufficialmente col CIC, riferendo settimanalmente al suo responsabile, il colonnello Henry Cumming, e seguendolo negli spostamenti da Sud a Nord. La collaborazione durò fino alla liberazione.[6][43][45]

«...la schifosa pelle (...) quella è la bandiera della nostra patria, della nostra vera patria. Una bandiera di pelle umana. La nostra vera patria è la nostra pelle.»

(da La pelle)

Nel 1944 Malaparte rientrò anche nell'esercito italiano del Regno del Sud, come ufficiale di collegamento con il comando alleato del Corpo Italiano di Liberazione, e con il grado di capitano. L'arrivo delle forze di liberazione americane a Napoli e il profondo stato di prostrazione della città partenopea, liberatasi da sola dopo le quattro giornate del 1943, costituiscono il nucleo narrativo del secondo romanzo, La pelle, scritto tra il 1944 e il 1945, e pubblicato nel 1949 presso le edizioni «Aria d'Italia». Il titolo originale doveva essere La peste, ma venne cambiato per l'omonimia con il romanzo di Albert Camus, uscito nel 1947.

 
Napoli devastata dai bombardamenti angloamericani.

L'opera, animata da grande realismo e crude descrizioni della vita quotidiana e dell'umiliazione morale e fisica in particolare del popolo napoletano, talvolta sconfinanti nel grottesco, nel macabro e nel surreale (come l'invenzione della sirena-pesce cucinata dal generale), come una discesa in un vero inferno dantesco, venne messa all'Indice dei libri proibiti dalla Chiesa cattolica nel 1950, a causa principalmente di una scena della del capitolo Il vento nero (non si sa se realmente accaduta), dove Malaparte rievoca il periodo al fronte russo, e che raffigura un gruppo di ebrei crocifissi agli alberi dai nazisti in Ucraina - duro atto d'accusa al cristianesimo d'Europa - e ritenuta dalla Chiesa come blasfema e offensiva per la religione.[6][7]

«Molti eran vestiti del nero kaftano ebraico, molti erano nudi, e la loro carne splendeva castamente nel tepore freddo della Luna. Simile all'uovo turgido di vita, che nei sepolcreti etruschi di Tarquinia i morti sollevano fra due dita, simbolo di fecondità e di eternità, la luna usciva di sotterra, si librava nel cielo, bianca e fredda come un uovo: illuminando i visi barbuti, le nere occhiaie, le bocche spalancate, le membra contorte degli uomini crocifissi. Mi sollevai sulle staffe, tesi le mani verso uno di loro, tentai con le unghie di strappare i chiodi che gli trafiggevano i piedi. Ma voci di sdegno si levarono intorno, e l'uomo crocifisso urlò: "Non mi toccare, maledetto". "Non voglio farvi del male" gridai "per l'amor di Dio, lasciate che vi venga in aiuto!" Una risata orribile corse d'albero in albero, di croce in croce, e vidi le teste muoversi qua e là, le barbe agitarsi e le bocche aprirsi e chiudersi: e udii lo stridore dei denti.»

Inoltre la descrizione della dilagante prostituzione minorile, anche di bambini, nel Meridione (presente un po' in tutto il libro) e forse anche il paragone della tra la sofferenza dei cani vivisezionati alla crocifissione di Gesù (sempre presente nel capitolo più cupo del romanzo, Il vento nero, in paragone con la fine degli ebrei ucraini) sembrarono eccessivi al Sant'Uffizio (anche nel capitolo Il processo parla di un Mussolini "crocifisso" in incubo).[46][47] Riguardo ad alcuni episodi, come quello degli ebrei ucraini:

«Le cose che racconta Curzio Malaparte sono inverosimili perché sembrano false. Anche Kafka scrive cose inverosimili, anche Rabelais, anche Cervantes, ma non sembrano false.»

(Raffaele La Capria)

Prima dell'incipit de La pelle, Malaparte appose la seguente dedica ai propri commilitoni americani, in cui si legge una condanna implicita di tutte le guerre, definite inutili:

«All'affettuosa memoria del Colonnello Henry H. Cumming, dell'Università di Virginia, e di tutti i bravi, i buoni, gli onesti soldati americani, miei compagni d'arme dal 1943 al 1945, morti inutilmente per la libertà dell'Europa.»

Come epigrafe al libro, utilizzò altre due frasi: una di Eschilo: «Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno», riferimento critico al comportamento degli Alleati nei confronti della popolazione italiana e dei prigionieri tedeschi; infatti non risparmia pesanti critiche nemmeno al comportamento dei militari angloamericani e agli altri Alleati con cui pure si era ormai schierato; l'altra in francese di Paul Valéry («Quello che mi interessa non è sempre quello che m'importa»).[48]

In seguito, da inviato del giornale comunista l'Unità (grazie alla simpatia personale reciproca con Palmiro Togliatti, pur essendo in passato Malaparte stato odiato da Gramsci e altri eminenti comunisti), sotto lo pseudonimo di Strozzi, rievocò poi le vicende dei franchi tiratori fiorentini, che sparavano dalla sponda nord dell'Arno sugli americani per impedire loro di varcare il ponte Vecchio; si trattava di un gruppo di giovani militi della RSI (anche qua lo scrittore guarda oltre le contingenze del momento, lodando il coraggio dei nemici), poi fucilati dai partigiani.[6][47]

Assieme a Cumming, assiste all'esposizione del corpo di Mussolini a piazzale Loreto a Milano, e al successivo scempio fattone dalla folla, assieme a quello dei gerarchi e dell'amante Clara Petacci. Lo racconterà romanzescamente e crudamente sia ne La pelle che nel postumo Muss. Ritratto di un dittatore, dicendo anche di aver visto il corpo del duce in obitorio.

«Non m'importava nulla che avesse sbagliato, che avesse coperto l'Italia di rovine, che avesse trascinato il popolo italiano nella più atroce miseria. Mi dispiaceva per tutti gli italiani, ma non per quella sudicia folla. E se anche quella folla di vigliacchi fosse stata composta di milioni e milioni d'italiani, non mi sarebbe importato nulla. Mi avrebbe fatto quasi piacere pensare che quella sudicia folla aveva quel che s'era meritato. Era una folla non di vittime innocenti, ma di complici. Non m'importava nulla che quella sudicia folla avesse le case in rovina, le famiglia disperse, e fosse affamata, poiché una simile folla se l'era meritato. Tutti erano stati suoi complici. Fino all'ultimo. Anche quelli che lo avevano combattuto erano stati suoi complici fino al momento della disgrazia. Non m'importava nulla che fosse stata la fame, la paura, l'angoscia, a mutar quella folla d'uomini in iene vili e feroci. Qualunque fosse la ragione che aveva mutato quella folla in una sudicia turba che l'aveva spinta a sporcare di sputi e di feci il suo cadavere, non m'importava nulla. Ero in piedi sulla jeep, stretto tra quella folla bestiale. Cumming mi stringeva il braccio, era pallido come un morto, e mi stringeva il braccio. Io mi misi a vomitare. Era l'unica cosa che potessi fare. Mi misi a vomitare nella jeep, e Cumming mi stringeva il braccio, era pallido come un morto e mi stringeva il braccio. «Povero Muss» dissi a voce bassa, appoggiandomi con le due mani alla fredda tavola di marmo.»

(da Muss. Ritratto di un dittatore)

Darà di lui tre definizioni: «Il Grande Camaleonte. La Grande Bestia d’Italia. Il Grande Imbecille», quest'ultimo rientrerà come titolo dell'appendice di Muss.[26] Concludendo con «Ti voglio bene, perché io voglio bene agli uomini caduti, umiliati». A Roma, in Piazza Colonna, incontrò il presunto "assassino di Mussolini", l'ex comandante partigiano comunista Walter Audisio, divenuto deputato del PCI, e lo descrisse come «dal viso cretino e vile».[26]

Il dopoguerraModifica

«Tutti gli scrittori sono stati fascisti, nella qual cosa non vi è nulla di male. Ma perché oggi pretendono di farsi passare per antifascisti, per martiri della libertà, per vittime della tirannia? Nessuno di loro, dico nessuno, ha mai avuto un solo gesto di ribellione contro il fascismo, mai. Tutti hanno piegato la schiena, con infinita ipocrisia, leccando le scarpe a Mussolini e al fascismo. E i loro romanzi erano pure esercitazioni retoriche, senza l'ombra di coraggio e di indipendenza morale e intellettuale. Oggi (...) scrivono romanzi antifascisti come ieri scrivevano romanzi fascisti; tutti, compreso Alberto Moravia, che gli stessi comunisti (...) definivano uno scrittore borghese, e perciò fascista.»

(Curzio Malaparte[8])
 
Malaparte nel 1950

Trasferitosi a Parigi nel 1947, scrisse i drammi Du côté de chez Proust e Das Kapital. Già nel 1944 a Napoli, ma soprattutto nel dopoguerra, il suo sostanziale anarchismo (e camaleontismo) spinse Malaparte ad avvicinarsi forse al Partito Comunista Italiano - che gli avrebbe negato per molti anni l'iscrizione; Nel 1950 scrisse e diresse anche il film neorealista Il Cristo proibito, con Gino Cervi, che, pur censurato, fu presentato con scarso successo alla rassegna di Cannes, ma che vinse l'anno successivo il premio Città di Berlino al Festival di Berlino. Negli anni seguenti collaborò al settimanale «Tempo» con una rubrica assai viva ("Il Serraglio", poi passata a Giovanni Ansaldo e quindi a Pier Paolo Pasolini), in uno stile toscanissimo.[6] È stato inoltre ininterrottamente collaboratore del quotidiano Il Tempo dal 1946 al 1956, con corrispondenze sia dall'Italia sia dall'estero.[49][47][50]

 
Lapide sul Mausoleo di Malaparte

Nel 1957 intraprese un viaggio in URSS e nella Cina comunista, invitato per commemorare lo scrittore Lu Schun.[51] Non seguì gli itinerari di esplorazione del Tibet (annesso nel 1950 anche se l'invasione vera avvenne nel 1959) e della Cina segnati da Giuseppe Tucci su incarico di Mussolini e Gentile, ma si limitò a viaggiare per le città e le campagne, e osservare entusiasticamente i fermenti rivoluzionari, affascinato dallo spirito populista e patriottico: qui intervistò Mao Tse-tung, chiedendo la libertà per un gruppo di sacerdoti e di cristiani arrestati, e la ottenne. Descrisse Mao come "generoso" e giustificò, pur addolorato, l'invasione sovietica dell'Ungheria del 1956[51]:

«Ho anche sofferto leggendo le notizie di Budapest sulla stampa, ma questa sofferenza non ha mai sollevato dubbi. La grande e positiva esperienza cinese assolve qualsiasi errore, poiché dimostra innegabilmente che la somma dei fattori positivi nel bilancio di progresso è sempre superiore a quella degli errori.»

Tuttavia, si riferisce a presunte influenze cinesi su Budapest, dato che non dimostrò mai apprezzamento per Stalin o Krusciov, ma solo per i cinesi, in quanto popolo cinese da lui considerato "fratello" e adorato caratterialmente, prima che per il maoismo di cui non vide gli errori, ma solo l'opera di ricostruzione del Paese dopo i danni della guerra.[52]

I suoi articoli inviati dalla Cina a Maria Antonietta Macciocchi, pur elogiativi del socialismo, non vennero però pubblicati su "Vie Nuove" per l'opposizione di Calvino, Moravia, Ada Gobetti e altri intellettuali, i quali avevano scritto a Togliatti una petizione perché "il fascista Malaparte" non pubblicasse su una rivista comunista.[2] L'ambiente dei comunisti "recuperatori"[53] mai gli perdonò l'intransigenza del 1924 e il non aver mai pronunciato un'abiura pubblica sul passato.[54] Spesso le sue opere godranno scarsa considerazione fino agli anni '80.

Nel corso del 1957 dovette tornare in fretta e in anticipo in Italia, a causa della malattia polmonare che lo tormentava, una pleurite ormai cronicizzata al polmone sinistro; inizialmente venne curato con molta sollecitudine in Cina negli ospedali di Chungking e Pechino, poi accompagnato con un volo personale a Roma (11 marzo). Il materiale raccolto durante questo viaggio venne utilizzato per la pubblicazione postuma di Io, in Russia e in Cina nel 1958.[6] Dovette anche rinunciare così al programmato viaggio negli Stati Uniti.[54]

Tornato in Patria, il ricovero alla clinica Sanatrix di Roma lo portò «in un letto che non era nemmeno più in grado di pagare, cosa che avrebbe poi fatto per lui il direttore e proprietario de "Il Tempo", Renato Angiolillo, suo vecchio amico, che per Curtino aveva organizzato parte del rientro in patria dalla Cina e relativo ricovero nella clinica romana», ricorda Umberto Cecchi.[55]

Gli ultimi giorni e la presunta conversioneModifica

In quei mesi di malattia, dopo essere stato agnostico e anticlericale tutta la vita (pur subendo il fascino di figure religiose), si avvicinò al cattolicesimo, anche se ci sono dubbi (ad esempio da parte dei biografi Giordano Bruno Guerri[54], in parte Maurizio Serra e Luigi Martellini, che sostengono fosse di facciata o forzata, mentre a favore le testimonianze di tre religiosi, della sorella e del giornalista Aldo Borrelli riportata da Igor Man[56]) su un'effettiva e reale conversione, definita "attribuita" e "misteriosa" da Guerri (vista anche la presenza della tessera del PCI nei suoi oggetti personali, con i comunisti ufficialmente scomunicati), se non in extremis e forse in articulo mortis.[57][56] La tessera ritrovata, secondo alcuni sotto il materasso, con la lettera d'accompagnamento e ammissione firmata da Togliatti in persona fu riportata dalla sorella, e porta la data del 12 aprile 1957, mentre padre Virginio Rotondi, uno degli artefici della "conversione", affermò sempre che Malaparte in persona "stracciò la tessera" in sua presenza pochi giorni prima della morte.[54] Questo è riportato nelle ricerche storiche del biografo Giordano Bruno Guerri, a meno che la tessera non fosse un duplicato inviato con la lettera autografa per avvicinare Malaparte e convincerlo.[58][59][60] Il fatto riportato da padre Rotondi è che l'originale di quella tessera comunista fu "strappata da Malaparte" sul letto dove era ricoverato, come riferito ripetutamente dal gesuita a numerosi intervistatori, dicendo come altri che lo scrittore era circondato da "emissari del PCI" che lo sorvegliavano fuori dalla camera.[61]

 
Malaparte prende appunti sul letto dove era ricoverato alla clinica Sanatrix

Il biografo Martellini ribadisce che «ci sembra superfluo dover ricordare che in un anno come il 1944 un conto è uno come Togliatti che “offre” la tessera del P.C.I. ad uno come Malaparte e un conto è uno come Malaparte che “chiede” la tessera del P.C.I. a uno come Togliatti».[62] La tessera del PCI gli fu difatti intestata da Togliatti in punto di morte.[63][47] Venne ritrovata dopo la dipartita dell'autore tra le sue carte, e fu spacciata come richiesta di iscrizione da parte di Malaparte al P.C.I., mentre fu offerta da Togliatti e probabilmente spedita per posta - anziché consegnata dal segretario in persona - alla clinica dove lo scrittore era ricoverato morente, a causa della malattia che lo colpirà.[8]

«Il cosiddetto "avvicinamento al partito comunista" è uno dei tanti luoghi comuni, e quindi falsi, che costellano la vita dello scrittore e che ne hanno deformato il senso e la verità attraverso una delle tante etichette che gli hanno attaccato addosso, appositamente manipolate per definirlo come uno che "cambiava di fronte" secondo le convenienze ideologico-politiche del momento. In realtà la famosa tessera del Partito Comunista Italiano che fu ritrovata dopo la sua morte fu spacciata come richiesta di iscrizione da parte di Curzio Malaparte al P.C.I. mentre invece fu offerta da Togliatti e spedita per posta alla clinica dove lo scrittore era ricoverato morente. Capirà che un conto è una tessera richiesta da uno come Malaparte ad uno come Togliatti e un conto è una tessera offerta da uno come Togliatti a uno come Malaparte.»

(Luigi Martellini)

«Malaparte che pure finì comunista, era uno scrittore di destra. C'è, anche in lui, un costante prevalere degli impulsi emotivi sulla logica della ragione.»

(Geno Pampaloni)

Contemporaneamente gli venne recapitata anche la tessera del Partito Repubblicano Italiano, ritrovata anch'essa nelle sue carte, quasi come un ritorno alle origini; con la riscoperta religiosa degli ultimi anni, e certi scritti postumi, potrebbe essere stato un avvicinamento di comodo, per poter continuare a lavorare come giornalista sulle riviste di area comunista.[6][8]

Malaparte fu ricoverato in clinica per alcuni mesi, e gli venne diagnosticato ufficialmente un carcinoma polmonare inoperabile e inguaribile (pur avendo lui diffuso la voce che soffrisse invece di tubercolosi), teneva sulla finestra immagini di tutte le religioni[64] (così ricordò Enrico Falqui), da cristiane a buddhiste prese in Cina[64][42][65], e venne visitato da Togliatti (con cui si fece fotografare), dal primo ministro Amintore Fanfani, da altri come Ferdinando Tambroni, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, sacerdoti cattolici e colleghi. Sergio Zavoli ne raccolse l'ultima intervista. Secondo Arturo Tofanelli (come riporta Massimo Fini[42]), Malaparte affermò ironicamente che forse poteva guarire perché non credeva «che Dio fosse così stupido da far morire Malaparte».[6][42][65][64]

 
Primo piano di Malaparte fotografato nel letto della clinica, Roma, 1957

Curzio Malaparte morì di cancro il 19 luglio 1957 a Roma, a 59 anni, in presenza di padre Virginio Rotondi che lo assisteva negli ultimi istanti.[61] Malaparte morì dopo essere stato battezzato[66] in forma intima con un bicchiere d'acqua che lì si trovava l'8 giugno[67] (secondo l'annotazione scritta e la testimonianza dell'infermiera suor Carmelita) nella fede cattolica romana (abiurando il protestantesimo di nascita), con il nome religioso di Alessandro Francesco Antonio[68] (Alessandro detto Sandro era il fratello deceduto giovane anche lui di cancro, suo commilitone nella Grande Guerra[56]), da padre Cappello; secondo il gesuita Malaparte era lucido e cosciente («Malaparte fu lucidissimo sino all'ultimo istante. Hanno scritto che gli ho strappato la conversione profittando del suo delirio preagonico. Tutte calunnie, lo ripeto: vorrei morire io in quel modo»[69])

Il 7 luglio fu comunicato da padre Rotondi (secondo la testimonianza di Rotondi e dei fratelli Ezio e Maria Suckert); entrambi i religiosi, Rotondi e Cappello, erano due frati gesuiti: gli erano stati inviati direttamente da papa Pio XII ai primi di giugno, dopo che Malaparte e suo fratello avevano allontanato un prete poco diplomatico che gli intimava di "pentirsi ed espiare".[9][10] Secondo monsignor Fiordelli[70], vescovo di Prato, che lo visitò e ne officiò le esequie, avvenne in modo diverso da quanto descritto dalla suora e dalla sorella: Malaparte ricevette in un solo giorno battesimo, comunione e cresima da padre Cappello, in presenza di padre Rotondi. Tuttavia non esistono atti canonici alla curia di Prato o Roma che attestino le circostanze.[71]

«La sua conversione, in punto di morte, è stata forse un punto di arrivo. Curzio che continuamente si mascherava di sadismo, si nascondeva nel cinismo e si camuffava da istrione, aspettava forse una luce per uscire dalla esibizione e realmente diventare un eroe. In fondo, la vera anima di Curzio ha sempre cercato la luce eroica nelle strade romane, negli ozi di Forte dei Marmi, nella casa di Prato, nella pace di Capri [...] La sua anima ha cercato l'amore sempre, ma nessuna donna e nessun cane hanno mai saputo dargli l'amore come lui voleva.»

(Francesco Grisi)

La malattia di cui fu vittima Malaparte è stata da alcuni considerata come una conseguenza dell'intossicazione da iprite subita nel primo conflitto mondiale, degenerata anche a causa dell'assiduo fumo di tabacco, che lo afflisse sotto forma di disturbo polmonare per tutta la vita.[6]

Come ammiratore del popolo cinese da cui era rimasto folgorato nell'ultimo viaggio, l'"Arcitaliano" Curzio Malaparte lasciò alla Repubblica Popolare Cinese la proprietà di Villa Malaparte, ma gli eredi (fratelli in vita e nipoti) impugnarono il testamento vincendo la causa; oggi la villa è privata, ma vi è una fondazione che consegna anche un premio, istituito da essa, per giovani artisti cinesi, come lui avrebbe voluto.[6]

«Mosso da sentimenti di riconoscenza verso il popolo cinese e allo scopo di rafforzare i rapporti tra Oriente ed Occidente istituisco una fondazione denominata "Curzio Malaparte" al fine di creare una casa di ospitalità, di studio e di lavoro per gli artisti cinesi in Capri.»

(Testamento di Malaparte)
 
Vista del Mausoleo allo Spazzavento

Curzio Malaparte, dopo i funerali nel duomo di Prato, fu inizialmente sepolto in una cappella privata del cimitero monumentale di Prato, poi il 19 luglio 1961, a quattro anni dalla morte, tumulato solennemente in un mausoleo costruito sulla cima del Monte Le Coste (chiamato dai Pratesi "Spazzavento"), una montagna dominante Prato, secondo le sue volontà. La frase "...e vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento, per sollevare il capo ogni tanto e sputare nella fredda gora del tramontano" è riportata sulla sua tomba assieme ad un'altra che recita «Io son di Prato, m'accontento d'esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo», entrambe tratte da Maledetti toscani.
I funerali, la traslazione e la sepoltura furono documentati dalle telecamere della Rai e diverse personalità politiche e culturali resero omaggio a Malaparte.[72]

Ancora dalla sua penna furono pubblicati postumi Benedetti italiani (1961), raccolto e curato da Enrico Falqui[6], Mamma marcia (1959), impietoso affresco dell'Europa, Muss. Ritratto di un dittatore (1999), curato da Francesco Perfetti, un libro scritto tra gli anni 1933-45 sulla figura del duce, e molti altri scritti minori, spesso raccolte di articoli.

Il personaggio pubblico e la criticaModifica

«Italiano vero malgrado l'Italia. (...) Il suo pencolare tra fascismo, comunismo e democrazia è una tipicità nazionale, non ipocrisia.»

(Giordano Bruno Guerri[73])

Malaparte fu un personaggio discusso dal punto di vista letterario e pubblico.[74] I suoi cambiamenti politici, specialmente l'ultimo verso il comunismo, attirarono le critiche di larga parte della cultura italiana per la disinvoltura con cui mutava l'appartenenza ideologica e politica: molti dubitarono che fosse davvero comunista, ma attribuirono tutto al suo noto comportamento istrionico e provocatorio, ai suoi atteggiamenti da dandy, strano esteta teso sempre a stupire[75], nonché al suo celebre egocentrismo e narcisismo egotistico di cui spesso venne accusato e che fece dire a Leo Longanesi:

«Malaparte è così egocentrico che se va ad un matrimonio vorrebbe essere la sposa, a un funerale il morto.»

(Longanesi su Malaparte[76])

Non mancano aperte provocazioni, dove Malaparte immagina di impersonare il duce davanti ai soldati americani e al popolo napoletano:

«Camicie Nere! I nostri alleati americani sono finalmente sbarcati in Italia per aiutarci a combattere i nostri alleati tedeschi. La sacra fiaccola del fascismo non è spenta. È ai nostri alleati americani che io ho consegnato la sacra fiaccola del fascismo! Dalle lontane rive dell'America, essa continuerà a illuminare il mondo. Camicie Nere di tutta l'Italia, viva l'America fascista.»

(da La pelle[77])

Malaparte e gli animaliModifica

Tra le sue prese di posizione, netta fu invece quella contro la vivisezione (lo scrittore era infatti un grande amante degli animali, in particolare dei cani e dei cavalli, a tratti quasi "animalista"), come si nota dalla cruda, lunga e commossa narrazione della fine del suo cane Febo, vittima di essa ne La pelle, nel brano che costituisce una dura denuncia della pratica sperimentativa in questione[78]:

«E non un gemito usciva dalle bocche socchiuse dei cani crocifissi. (...) A un tratto, vidi Febo. Era disteso sul dorso, il ventre aperto, una sonda immersa nel fegato. Mi guardava fisso, e gli occhi aveva pieno di lacrime. Aveva nello sguardo una meravigliosa dolcezza. (...) Io vidi Cristo in lui, vidi Cristo in lui crocifisso, vidi Cristo che mi guardava con gli occhi pieni di una dolcezza meravigliosa. "Febo" dissi a voce bassa, curvandomi su di lui, accarezzandogli la fronte. Febo mi baciò la mano, e non emise un gemito. Il medico mi si avvicinò, mi toccò il braccio: "Non potrei interrompere l'esperienza", disse, "è proibito. Ma per voi... Gli farò una puntura. Non soffrirà". (...) A un tratto un grido di spavento mi ruppe il petto: "Perché questo silenzio?", gridai, "che è questo silenzio?". Era un silenzio orribile. Un silenzio immenso, gelido, morto, un silenzio di neve. Il medico mi si avvicinò con una siringa in mano: "Prima di operarli", disse, "gli tagliamo le corde vocali".»

(C. Malaparte, La pelle, capitolo "Il vento nero")

Nello stesso capitolo afferma:

«Mangerei la terra, masticherei i sassi, ingoierei lo sterco, tradirei mia madre, pur di aiutare un uomo, o un animale, a non soffrire. (...) Ero stanco di veder soffrire gli uomini, gli animali, gli alberi, il cielo, la terra, il mare, ero stanco delle loro sofferenze, delle loro stupidi e inutili sofferenze, del loro terrore, della loro interminabile agonia. Ero stanco di aver orrore, stanco di aver pietà. Ah la pietà, avevo vergogna di avere pietà, eppure tremavo di pietà e di orrore.[79]»

Lo scrittore seppellì Febo nella villa di Capri.[80] Malaparte possedette diversi cani di piccola e media taglia, a volte ritratti con lui, tra cui: il citato piccolo levriero Febo (adottato al confino di Lipari, da lui detto Febo II o Febo Malaparte), in realtà un incrocio di levriero, tre bassotti, un fox terrier a pelo ruvido[81], un barboncino chiamato anch'esso Febo (noto come Febo I) e molti altri. A volte li faceva dormire con lui, mangiare al suo tavolo o si sedeva per terra a mangiare con loro, o imitava il loro abbaiare per comunicarci.[80]

 
Malaparte a Capri, sulla terrazza della villa con uno dei cani bassotti (Pucci, Cecco o Zita).

«Li amava con un trasporto e una dedizione che non mostrò per gli uomini. E non era un attaccamento di tipo estetico e decadente come quello di D’Annunzio per i suoi celeberrimi levrieri. Malaparte amava i suoi cani perché erano, diceva “come me”. Una bestia con la quale si vive, diventa a poco a poco come l’immagine di noi stessi, un’immagine talvolta appannata, sbiadita, talvolta accentuata. Diventa come una copia di noi medesimi, uno specchio che riflette di noi un’immagine degradata, avvilita: è, in una parola, il nostro specchio interiore; specchio nel quale riconoscere la parte migliore di me, la più simile, la più pura, la più segreta.»

(Giordano Bruno Guerri[80])

«Se io non fossi un uomo, e non quell’uomo che io sono, vorrei essere un cane per assomigliare a Febo. Non ho mai voluto tanto bene a una donna, a un fratello, a un amico, quanto a Febo. Era un cane come me. Era un essere nobile, la più nobile creatura che io abbia mai incontrato nella vita. Non v’è momento nella mia vita di cui serbi un ricordo altrettanto vivo e puro quanto del mio primo incontro con Febo.»

(Curzio Malaparte[80])

La prima giovane convivente di Malaparte nel dopoguerra a Capri (per circa tre anni), l'attrice Bianca Maria Fabbri, disse che Curzio «non amava il suo prossimo, amava solo chi si occupava di lui e dei suoi cani».[80]

Polemiche su Napoli, il comunismo e accuse di omofobiaModifica

Intellettuali napoletani gli rimproverano la descrizione cruda di una Napoli prostrata e pronta a vendersi per la fame:

«Sarà perché sono napoletano e ce l'ho con lui per come ha usato Napoli, ma si sarà capito ormai che a me questo Malaparte non piace, non mi piace la sua orrificazione della realtà, soprattutto quella della Napoli del 1944 evocata ne La pelle, e non posso fare a meno di ricordare con quanta maggiore pietà e precisione, e un umanissimo sense of humour, quella stessa realtà fu descritta dall'inglese Norman Lewis (in Napoli '44, Adelphi)»

(Raffaele La Capria)

Nella raccolta di scritti Mamma Marcia, uscita postuma nel 1959, Malaparte, riprendendo temi de La pelle, ritrae con toni omofobici[82][73] e maschilistici la gioventù del secondo dopoguerra, descrivendola come effeminata e tendente all'omosessualità e al comunismo[73], stridendo con i suoi tardivi filocomunismo, iscrizione al PCI e filomaoismo (o meglio simpatia per la nuova Cina nata nel 1949).[73]

Giudizi del medesimo tenore sono rinvenibili anche nei capitoli Le rose di carne e I figli di Adamo de La pelle, dove parla di "pederastia marxista" e descrive i "femminielli" napoletani.[82] Nei capitoli di Mamma marcia "Lettera alla gioventù italiana" e "Sesso e libertà", parla di "epidemia di inversione sessuale", "corruzione omosessuale", "avversione istintiva", compagnia "sgradevolissima", "focolaio d’infezione", "ostentate tendenze comuniste nei giovani omosessuali", "aberrazione", e infine che "l'omosessuale è sempre da temersi, da diffidarne"; fa riferimenti a Ernst Röhm e anche alla cultura omosessuale di destra[73]: «quando si farà la storia del "collaborazionismo" europeo, si vedrà che la maggioranza degli omosessuali ne facevano parte»[73] (riferendosi alle figure di alcuni collaborazionisti filonazisti francesi ma che erano gay dichiarati, come Maurice Sachs, il quale era anche ebreo, o Abel Bonnard ed Abel Hermant, e alle accuse di pederastia fatte ad altri collaborazionisti francesi "intellettuali", quali Henry de Montherlant[83] e Robert Brasillach[84]).

 
Malaparte regista durante le riprese de Il Cristo proibito (1950)

Riguardo al comunismo (e al contrario di quanto dichiarato a Togliatti di essere diventato comunista nel 1944) sembra confermare non ufficialmente negli scritti postumi quanto scritto in giovinezza ne Il buonuomo Lenin (dove il rivoluzionario-simbolo è rappresentato in preda a «odio contro la Santa Russia, contro la società borghese, contro i nemici del popolo, non è feroce. La parola “distruggere” non ha per lui ciò che si potrebbe chiamare un cattivo significato. L'odio non è in lui un sentimento: non è nemmeno un calcolo. È un'idea. Il suo odio è teorico, astratto, direi anche disinteressato» e poi ne La pelle e Il ballo al Kremlino. L'Europa è un cadavere che genera figli, una "mamma marcia", a cui Malaparte imputa la diffusione di comunismo e nuovamente omosessualità maschile pederastica, degenerazioni di tirannia e totalitarismo moderno:

«Dall'America era sbarcata in Europa una folla enorme di omosessuali di ogni classe sociale (...) Così come più profonde, più segrete, son le ragioni della reazione degli omosessuali alla società moderna, alla tirannia moderna, Nazismo, Fascismo, Comunismo, all'occupazione nazista in Europa. (....) fra quei giovani, una certa aria pederastica fosse di moda, altrettanto quanto una certa tendenza al Comunismo. Io avevo avuto in animo di dedicare un numero, appunto a Pederastia e marxismo, ma poi ne fui dissuaso, con ragione, sia da Guttuso, comunista, sia da Moravia, non comunista, perché in quel tempo il Comunismo era una forza antifascista. (...) in sostanza lo Stato moderno, tirannico, totalitario, la tirannia sotto tutti i suoi aspetti, genera l’omosessualità difesa contro la tirannia (...) reazione inconscia alla mancanza di libertà. (...) "Tu credi che la Russia comunista sia già marcia?" "Certo - dicevo - è già marcia, già puzza, una società sorpassata. È nata male"»

(da Mamma marcia)

Giudizi di criticiModifica

Di Malaparte, il premio Nobel per la letteratura Eugenio Montale ebbe a dire invece che fu:

«Un parlatore squisito e un grande ascoltatore pieno di tatto ed educazione.[85]»

Indro Montanelli, anche lui toscano e suo rivale giornalistico, scrisse - in risposta ad una battuta fatta da Malaparte negli ultimi giorni di vita («L'unica cosa che mi dispiace è morire prima di Montanelli»[75]) - un epitaffio ironico e caustico: «Qui / Curzio Malaparte / ha finalmente / cessato / di piangersi / di compiangersi / e di rimpiangersi. / Imitatelo».[86]

Riguardo al testo Maledetti Toscani (1956), il filosofo e critico letterario francese Jean-François Revel disse di considerarlo un «libro particolarmente ridicolo».[87]

Nel romanzo La pelle, per alcuni, Malaparte raggiunge vertici di realismo ed espressionismo che lo avvicinano a Carlo Emilio Gadda o Louis-Ferdinand Céline, pur con una lingua più classica e meno sperimentale, ma si avvicina anche ai modelli manzoniani (i capitoli sulla peste del 1630 de I promessi sposi), con echi che vanno da Orazio a Winckelmann fino a Marcel Proust, Zola, Tucidide e Lucrezio (la descrizione della peste di Atene), e il D'Annunzio romanziere. Il romanzo fu, spesso, duramente criticato alla sua uscita; Emilio Cecchi disse che «ha tirato in ballo, ha spogliato d'ogni decenza miserie, vergogne, atrocità troppo gelose, per adoperarle a scopo letterario».[88] Al contrario, nel saggio Une rencontre (Un incontro, edito in Italia da Adelphi), Milan Kundera colloca La pelle, che definisce l'«arciromanzo», tra le opere maggiori del Novecento.[6] Kundera afferma che nella Pelle Malaparte «con le sue parole fa male a se stesso e agli altri; chi parla è un uomo che soffre. Non uno scrittore impegnato. Un poeta».[89][74]

Luigi Martellini, curatore di Malaparte per i Meridiani ha affermato (rispondendo alla domanda dell'intervistatore sul perché Malaparte è stato dimenticato fino a tempi recenti, pur essendo un grande scrittore al pari di altri):

«Per quel che posso dire, il discorso è estremamente semplice: Malaparte è stato un “fascista”, che l'Italia non riuscirà mai a smaltire questo suo periodo storico, che è esistita ed esiste ancor nel nostro Paese (altamente democratico e sempre pronto a riempirsi la bocca di democrazia) una cultura egemone (di cui tutti conoscono il colore), che ha prodotto molti danni e condizionato scelte smaccatamente ideologiche e non letterarie, che chi non apparteneva ad una parte apparteneva di conseguenza alla parte opposta e quindi nemica, che non vale la bravura o la genialità, ma l'appartenenza ad uno schieramento politico e/o partitico.»

(Luigi Martellini[8])

OpereModifica

  • Opere Complete, Vallecchi, 1961, comprendente le opere edite fino ad allora.

SaggisticaModifica

  • Viva Caporetto!, come Curzio Erich Suchert, Prato, Stabilimento Lito-Tipografico Martini, 1921; col titolo La rivolta dei santi maledetti (Aria d'Italia, 1921); col titolo Viva Caporetto. La rivolta dei santi maledetti, introduzione di Mario Isnenghi, Milano: Mondadori, 1980-1981; col titolo Viva Caporetto. La rivolta dei santi maledetti, secondo il testo della prima edizione 1921, a cura di Marino Biondi, con in appendice la prefazione alla seconda edizione romana del 1923, una storia editoriale del testo e una revisione testuale dall'edizione 1921 all'edizione 1923, Firenze, Vallecchi, 1995.
  • Le nozze degli eunuchi, Roma, La Rassegna Internazionale, 1922
  • L'Europa vivente, Firenze, La Voce, 1923; in L'Europa vivente e altri saggi politici, Firenze, Vallecchi, 1923
  • Italia barbara, Torino, Piero Gobetti, 1925; Roma, La Voce, 1927
  • Intelligenza di Lenin, Milano, Treves, 1930; Milano, Garzanti, 1942.
  • Technique du coup d'état, Paris, Bernard Grasset, 1931; trad. italiana Tecnica del colpo di Stato, Milano, Bompiani, 1948; Firenze, Vallecchi, 1973; acura di Luigi Martellini, Milano, Mondadori, 1983; a cura di Giorgio Pinotti, Milano, Adelphi, 2011.
  • I custodi del disordine, Torino, Fratelli Buratti Editori, 1931
  • Vita di Pizzo di Ferro detto: Italo Balbo (seguono le relazioni sulle gesta atlantiche), con Enrico Falqui ed Elio Vittorini, edizioni del Littorio, 1931
  • Le bonhomme Lénine, Paris, Bernard Grasset, 1932; tradotto prima come Lenin buonanima, Firenze, Vallecchi, 1962; come Il buonuomo Lenin, Milano, Adelphi, 2018.
  • Mussolini segreto (Mussolini in pantofole), Roma: Istituto Editoriale di Cultura, 1944; pubblicato con lo pseudonimo di "Candido"
  • Il sole è cieco, Firenze, Vallecchi, 1947
  • Deux chapeaux de paille d'Italie, Paris, Denoel, 1948; pubblicato in francese
  • Les deux visages d'Italie: Coppi et Bartali, 1949; pubblicato in francese e poi tradotto in italiano come Coppi e Bartali, Milano, Adelphi, 2009
  • Due anni di battibecco, 1955
  • Maledetti toscani, Aria d'Italia, 1956; Firenze, Vallecchi, 1956-1968; a cura di Luigi Martellini, Oscar Mondadori, 1982; Leonardo, 1994; Adelphi, 2017
  • Io, in Russia e in Cina, 1958; Firenze: Vallecchi
  • Mamma marcia, 1959; Firenze, Vallecchi; con Lettera alla gioventù d'Europa e Sesso e libertà, postfazione di Luigi Martellini, Milano: Leonardo, 1990, 1992
  • L'inglese in paradiso, Firenze: Vallecchi, 1960. [Contiene le operette incompiute Gesù non conosce l'arcivescovo di Canterbury e L'inglese in paradiso, assieme a una raccolta di elzeviri pubblicati tra il 1932 e il 1935 sul Corriere della Sera, alcuni dei quali sotto lo pseudonimo di Candido]
  • Benedetti italiani, 1961; Firenze, Vallecchi
  • Viaggi fra i terremoti, Firenze, Vallecchi, 1963
  • Journal d'un étranger à Paris, Paris, Editions Table Ronde, 1947; tradotto in italiano come Diario di uno straniero a Parigi, Firenze, Vallecchi, 1966
  • Battibecco. 1953-1957, Milano, Aldo Palazzi, 1967
  • Il battibecco: inni, satire, epigrammi; premessa di Piero Buscaroli, Torino, Fògola, 1982
  • Filippo Corridoni. Mito e storia dell'"Arcangelo Sindacalista", raccolta di articoli, con Alceste De Ambris, Tullio Masotti, V. Rastelli, a cura di Mario Bozzi Sentieri, edizioni Settimo Sigillo, 1988.
  • Muss. Ritratto di un dittatore, Prefazione di Francesco Perfetti, nota di Giuseppe Pardini, Bagno a Ripoli (Firenze), Passigli, 2017 [col titolo Muss. Il grande imbecille, Luni, 1999], ISBN 978-88-36-81586-9.
  • Febo cane metafisico, Passigli, 2018
  • Viaggio in Etiopia e altri scritti africani, a cura di Enzo R. Laforgia, Bagno a Ripoli, Passigli, 2019 [Vallecchi, 2006], ISBN 978-88-368-1663-7.

NarrativaModifica

  • Avventure di un capitano di sventura, Roma: La Voce, 1927, a cura di Leo Longanesi
  • Don Camaleo, Genova: rivista La Chiosa diretta da Elsa Goss 1928(poi in Don Camaleo e altri scritti satirici, Firenze: Vallecchi, 1946)
  • Sodoma e Gomorra, Milano: Treves, 1931
  • Fughe in prigione, Firenze: Vallecchi, 1936
  • Sangue, Firenze: Vallecchi, 1937
  • Donna come me, Milano: Mondadori, 1940; Firenze: Vallecchi, 2002.
  • Il sole è cieco, Milano: Il Tempo, 1941; Firenze: Vallecchi, 1947
  • Il Volga nasce in Europa, Milano: Bompiani, 1943; in Il Volga nasce in Europa e altri scritti di guerra, Firenze: Vallecchi
  • Kaputt, Napoli: Casella, 1944; Milano: Daria Guarnati, 1948; Vallecchi, Firenze 1960, 1966; Adelphi, 2009
  • La pelle, Roma-Milano: Aria d'Italia, 1949, 1951; Firenze: Vallecchi, 1959; Milano: Garzanti, 1967; Milano: Adelphi, 2010
  • Storia di domani, Roma-Milano: Aria d'Italia, 1949
  • Racconti italiani, a cura di Enrico Falqui, Firenze, Vallecchi, 1957. Passigli, Bagno a Ripoli (Firenze), (in pubblicazione)
  • Il Ballo al Kremlino, Firenze: Vallecchi, 1971; Milano: Adelphi, 2012. Romanzo incompiuto. Inizialmente, il materiale che lo compone avrebbe dovuto far parte dell'opera La Pelle, ma infine divenne un romanzo a sé, volto a chiudere la trilogia preceduta da Kaputt (1944) e La Pelle (1949). È un ritratto della "nobiltà marxista" alla fine degli anni Venti.

TeatroModifica

PoesiaModifica

  • L'Arcitaliano, Firenze e Roma: La Voce, 1928 a cura di Leo Longanesi (poi in L'Arcitaliano e tutte le altre poesie), Firenze: Vallecchi, 1963
  • Il battibecco, Roma-Milano: Aria d'Italia, 1949

CinemaModifica

 
Marcello Mastroianni interpreta Malaparte nel film La pelle

Malaparte nella cultura di massaModifica

FilmModifica

Televisione e documentariModifica

NarrativaModifica

  • Rita Monaldi, Francesco Sorti, Malaparte: morte come me, Baldini & Castoldi, 2016, romanzo giallo a sfondo semibiografico e fantastico-surreale: un immaginario Malaparte morente dialoga col defunto fratello Sandro e la morte (in sembianze di Mona Williams), per scrivere il suo "ultimo romanzo", dove dovrà ripercorrere eventi del passato risalenti al 1939, e risolvere il mistero della morte irrisolta della poetessa Pamela Reynolds, avvenuta a Capri nel 1935, e di cui la polizia fascista vuole incolparlo.

RadioModifica

  • Ad alta voce: "La pelle" di C. Malaparte, lettura integrale a puntate, Radio 3, 2015

OnorificenzeModifica

  Medaglia di bronzo al valor militare
«Sottotenente del 52º reggimento fanteria - alla testa della propria sezione lanciafiamme, scontratosi più volte con rilevanti forze avversarie, le attaccava con risolutezza, le volgeva alla fuga e infliggeva loro gravi perdite col fuoco dei suoi apparecchi, infondendo costantemente coraggio ai suoi dipendenti e dando bello esempio di fermezza e di slancio singolari.»
— Bois de Courton 16 luglio 1918
  Croce di guerra al valore militare
«Inviato del "Corriere della sera", partecipava per undici giorni alle fatiche di un battaglione coloniale in marcia, suscitando l'ammirazione degli ufficiali e coloniali tutti per l'alto spirito con cui superava disagi e fatiche e per lo sprezzo del pericolo, sereno coraggio e nobile orgoglio di razza dimostrati durante uno scontro con briganti.»
— Chembevà (Goggiam) 12 febbraio 1939 XVII

  Medaglia di benemerenza per i volontari della guerra italo-austriaca 1915-1918

  Croce al merito di guerra

  Medaglia campagna 1915-18 4 anni

  Medaglia interalleata della vittoria

  Distintivo guerra 1940-43

  Distintivo guerra 1943-45

AltroModifica

Le Poste Italiane hanno emesso un francobollo commemorativo di Malaparte nel 1998

NoteModifica

  1. ^ Battezzato cattolicamente l'8 giugno 1957 col nome Alessandro Francesco Antonio Suckert
  2. ^ a b c d Malaparte, l'Europa scopre l'Arcitaliano
  3. ^ Le guerre di Malaparte, flaneri.com, 7 giugno 2010. URL consultato il 18 febbraio 2015.
  4. ^ Curzio Malaparte a cinquant'anni dalla sua morte
  5. ^ Maria Antonietta Macciocchi, Malaparte è l'anti-Celine, Corriere della Sera, 21 marzo 1998, p. 31
  6. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af Biografia di Curzio Malaparte (a cura di Luigi Martellini)
  7. ^ a b Raffaele La Capria, Malaparte gran bugiardo. Il suo trucco c'è e si vede
  8. ^ a b c d e f g Non è con l'omertà intellettuale che riscopriremo Curzio Malaparte intervista a Luigi Martellini (curatore del Meridiano Opere scelte) di Luca Meneghel.
  9. ^ a b Maurizio Serra, Malaparte: vite e leggende, Marsilio, 2012, estratto
  10. ^ a b Senza disperazione e nella pace di Dio, Il Tempo, 20 luglio 1957.
  11. ^ Malaparte, Curzio, in Enciclopedia on line Treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  12. ^ Curzio Malaparte, l'Arcitaliano
  13. ^ Curzio Malaparte, un italiano vero (malgrado l'Italia) - Il Giornale
  14. ^ Curzio Malaparte: alcune sue vite
  15. ^ Io Curzio, tu Gabriele
  16. ^ Aldo Alessandro Mola, Storia della Massoneria in Italia dal 1717 al 2018, Bompiani/Giunti, Firenze-Milano, 2018, p.556.
  17. ^ Umberto Rossi, Il secolo di fuoco: Introduzione alla letteratura di guerra del Novecento, Bulzoni, Roma, 2008, pp. 150-72.
  18. ^ Curzio Malaparte, Opere Complete, Vallecchi, 1961, pp. 462-463:
  19. ^ Brani tratti rispettivamente da Muss. Ritratto di un dittatore, Kaputt e Diario di uno straniero a Parigi
  20. ^ Guerri 1980, p. 20 e segg.
  21. ^ Per la dettagliata ricostruzione del depistaggio in cui si inscriveva la deposizione di Suckert, v. Canali, Il delitto Matteotti, Università di Camerino, 1996, pp. 445-455.
  22. ^ CURZIO MALAPARTE: 'DEPISTATORE' NELL'INCHIESTA SU MATTEOTTI
  23. ^ Guerri 1980, p. 60 e segg.
  24. ^ Guerri 1980, p. 83 e segg.
  25. ^ Citato in Paolo Mieli, Tradimenti senza fine, Corriere della Sera, 11 gennaio 2017, pp. 34-35.
  26. ^ a b c d e Marcello Veneziani, Malaparte, il narciso degli estremi, Il Tempo, 19 luglio 2017
  27. ^ Malaparte. Opere scelte, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1997, ISBN 88-04-43436-8. p. XC (Cronologia)
  28. ^ Guerri 1980, p. 132 e segg.
  29. ^ Malaparte. Opere scelte, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1997, ISBN 88-04-43436-8. p. XCI (Cronologia)
  30. ^ Guerri 1980, p. 49 e segg.
  31. ^ a b c Guerri 1980, p. 162 e segg.
  32. ^ Casa Malaparte a Capri: architettura e natura, su econote.it, 30 novembre 2011. URL consultato il 28 luglio 2016.
  33. ^ a b Guerri 1980, p. 179 e segg.
  34. ^ Marina Ripa di Meana e Gabriella Mecucci, Virginia Agnelli. Madre e farfalla, Argelato (BO), Minerva Edizioni, 2010, ISBN 978-88-7381-307-1, pag. 143
  35. ^ Guerri 1980, p. 117 e segg.
  36. ^ Maurizio Serra, Malaparte: vite e leggende, [1]
  37. ^ Curzio Malaparte ritrovato
  38. ^ Guerri 1980, p. 188 e segg.
  39. ^ Mauro Canali, «L'agente Malaparte», Liberal, 25 aprile 2009.
  40. ^ a b Guerri 1980, p. 204 e segg.
  41. ^ a b Fabio Pierangeli: Malaparte cronista di guerra e la Francia
  42. ^ a b c d Massimo Fini, L'intervista proibita a Hitler
  43. ^ a b Guerri 1980, p. 214 e segg.
  44. ^ Consigli per il Cav: rileggere Malaparte
  45. ^ a b Guerri 1980, p. 229 e segg.
  46. ^ La pelle di Malaparte il libro che la Chiesa mise subito all'indice
  47. ^ a b c d Guerri 1980, p. e segg.236.
  48. ^ La frase di Eschilo è tratta da Agamennone; l'altra frase è di Paul Valéry e in originale è "Ce qui m'intéresse n'est pas toujours ce qui m'importe".
  49. ^ Fausto Gianfranceschi, Il senso delle radici, nel cuore di un vigile scrittore europeo, in Il Tempo, 20 luglio 1977, p. 3.
  50. ^ Guerri 1980, p. 250 e segg.
  51. ^ a b When Malaparte Met Mao
  52. ^ Italiani - Curzio Malaparte - documentario di Rai Storia
  53. ^ Coloro che sostenendo l'appello "ai fratelli in camicia nera" lanciato da Togliatti nel 1936, volevano recuperare una parte dei fascisti non compromessi con la RSI per portarli nel PCI: «Popolo Italiano! Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo: Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma» (Togliatti, Stato Operaio)
  54. ^ a b c d Guerri 1980, pp. 263-288.
  55. ^ Umberto Cecchi, Per il volontario sedicenne Kurt Sukert la Grande Guerra iniziò un anno prima, Nuova antologia: 614, 2274, 2, 2015, p. 278.
  56. ^ a b c Malaparte, Igor Man: «Fu vera conversione»
  57. ^ Malaparte, 50 anni dopo fa ancora discutere la conversione
  58. ^ Malaparte in: Illustrissimi: Galleria del Novecento Di Nello Ajello
  59. ^ Guerri 1980, pp. 258-60.
  60. ^ Guerri 1980, pp. 282-285, ecc.
  61. ^ a b Maurizio Serra, Malaparte: Vite e leggende, Marsilio Editori spa, sezione 26
  62. ^ Luigi Martellini, Malaparte e Togliatti
  63. ^ Il narciso Curzio Malaparte, camaleonte dalle mille vite
  64. ^ a b c Malaparte, il cane sciolto: fascista sgradito al regime
  65. ^ a b Malaparte, anche la vita è stata un romanzo
  66. ^ Sebbene ufficialmente non sia necessario il rito battesimale per chi è già stato battezzato in una chiesa cristiana, come Malaparte che fu battezzato nel luteranesimo del padre tedesco, ma Malaparte considerava tale battesimo invalido non avendo mai frequentato la chiesa protestante
  67. ^ Vigilia del suo 59º compleanno
  68. ^ MALAPARTE: SUORA RIVELA, BATTEZZATO CON UN BICCHIERE D'ACQUA. RITROVATA UNA LUNGA MEMORIA CHE ASSISTETTE LO SCRITTORE MALATO
  69. ^ D. Mondrone, S.I., Padre Cappello, Roma, ed. Pro Sanctitate, 1972; cfr. anche la testimonianza di Rotondi, in risposta all'accusa di avergli strappato la conversione l'ultima notta di vita:

    «L'ultima sua notte ha voluto che gli tenessi la mano per ore e ore. Volle che ripetessimo insieme la preghiera che gli avevo insegnato. (...) altro che droghe e sedativi: Malaparte fu lucidissimo sino all’ultimo istante. Hanno scritto che gli ho strappato la conversione profittando del suo delirio preagonico. Tutte calunnie, lo ripeto: vorrei morire io in quel modo.»

  70. ^ Erroneamente, in molte opere e anche in Maurizio Serra, Malaparte. Vite e leggende, è riportato "Fiorilli"
  71. ^ Nota 250 a M. Serra, Malaparte. Vite e leggende
  72. ^ Guerri 1980, pp. 288-289.
  73. ^ a b c d e f Silvia Contarini, L'italiano vero e l'omosessuale, in Nazione Indiana.com, 10 agosto 2013.
  74. ^ a b Guerri 1980, pp. 289-310.
  75. ^ a b L'ultimo ritratto di Malaparte firmato Orfeo Tamburi
  76. ^ Citato in: Mario Canton, Umorismo nero. Una antologia, estratto
  77. ^ Ed. Vallecchi, 1964, p. 258
  78. ^ Articolo su La pelle, Novecento letterario, su novecentoletterario.it. URL consultato il 15 luglio 2014 (archiviato dall'url originale il 21 giugno 2013).
  79. ^ C. Malaparte, La pelle, capitolo "Il vento nero"
  80. ^ a b c d e Ciro Sandomenico, Il levriero di Curzio. Aveva il pelo bianco e si chiamava Febo. Per lo scrittore Malaparte era un amico straordinario
  81. ^ Fotografia
  82. ^ a b Giovanni Dall'Orto, Pelle, La [1949]. Omosessuali = comunisti pedofili femmenelle, su culturagay.it, 11 febbraio 2005.
  83. ^ P. Sipriot, Propos secrets, (tome 1), Éd. Albin Michel, 1977.
  84. ^ Marco Fraquelli, Omosessuali di destra, Rubbettino editore, 2007, pag. 117-18, p. 122; p. 132
  85. ^ Biografia sul sito del Convitto Cicognini Archiviato il 15 luglio 2014 in Internet Archive.
  86. ^ Gli epitaffi perfidi di Montanelli sui nomi eccellenti
  87. ^ Jean-François Revel, Per un'altra Italia, C. M. Lerici editore, Milano, 1958 ("Saggi", 3), p. 150.
  88. ^ Curzio Malaparte (Kurt Erich Suckert) - LA PELLE: Romanzo
  89. ^ Risvolto di copertina Adelphi

BibliografiaModifica

  • Franco Vegliani, Malaparte, Milano-Venezia: Guarnati, 1957.
  • A.J. DeGrand, Curzio Malaparte: The Illusion of the Fascist Revolution, «Journal of Contemporary History», Vol. 7, No. 1/2 (Jan. - Apr., 1972), pp. 73–89
  • Luigi Martellini, Invito alla lettura di Malaparte, Milano: Mursia, 1977.
  • Giordano Bruno Guerri, L'Arcitaliano. Vita di Curzio Malaparte, 1980, Milano, Bompiani, ISBN 88-86359-97-7. Riedito nel 2015
  • Giordano Bruno Guerri, Il Malaparte illustrato, Milano: Mondadori, 1998.
  • Malaparte scrittore d'Europa. Atti del convegno (Prato 1987) e altri contributi, coordinazione di Gianni Grana, relazione e cura biografica di Vittoria Baroncelli, Milano-Prato: Marzorati-Comune di Prato, 1991.
  • Giuseppe Pardini, Curzio Malaparte. Biografia politica, Milano, Luni Editrice, 1998.
  • Lucrezia Ercoli, Philosophe malgré soi. Curzio Malaparte e il suo doppio, Roma: Edilet, 2011.
  • Maurizio Serra, Malaparte. Vite e leggende, Venezia: Marsilio, 2012.
  • Orfeo Tamburi, Malaparte come me, Le Lettere, 2012
  • Osvaldo Guerrieri, Curzio, Neri Pozza, 2015, biografia romanzata

Voci correlateModifica

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