Spedizione dei Mille
parte del Risorgimento
Partenza da Quarto.jpg
La partenza dei Mille da Quarto, Genova.
Data5 maggio – 26 ottobre 1860
LuogoSicilia e successivamente Italia meridionale
EsitoVittoria garibaldina, annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna, futura Unità d'Italia
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
  • 1.162 (alla partenza)
  • 20.000 (al momento dello sbarco sul continente)
  • 35.000 (nella fase finale[1][2])
  • 90.000 in tempo di pace
  • 140.000 in tempo di guerra, [3][4]
  • Perdite
    500 (?) tra morti e feriti[senza fonte]1 000 (?) tra morti e feriti[senza fonte]
    Voci di operazioni militari presenti su Wikipedia
    Impresa Garibaldina 1860
    Accanto alla rotta della prima Spedizione di Garibaldi è presente la rotta delle Spedizioni successive
    Camicie rosse - volontari dei Mille di Brescia colorato a mano
    Uniformi dei Volontari garibaldini

    La spedizione dei Mille fu l'episodio cruciale del Risorgimento. Avvenne nel 1860 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto, nel territorio del Regno di Sardegna alla volta della Sicilia, nel Regno delle Due Sicilie.

    Lo scopo della spedizione fu di appoggiare le rivolte scoppiate nell'isola e capovolgere il governo borbonico. I volontari sbarcarono l'11 maggio presso Marsala e, grazie al consenso di larga parte della popolazione locale, si rafforzarono con molti altri volontari meridionali e mossero verso nord, aumentando di numero anche per lo sbarco di altre spedizioni garibaldine[5], formando l'Esercito meridionale.

    Dopo una serie di battaglie vittoriose contro l'esercito borbonico, i volontari garibaldini riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie permettendone l'annessione al nascente Stato italiano.

    Indice

    PremesseModifica

     
    Massacro di Perugia compiuto dai mercenari svizzeri

    La seconda guerra di indipendenza terminò l'11 luglio 1859; i termini dell'armistizio di Villafranca, voluto da Napoleone III che riconoscevano al Regno di Sardegna la Lombardia (con l'esclusione di Mantova), ma lasciavano Venezia e tutto il Veneto in mano austriaca, crearono malcontento in gran parte dei patrioti unitari italiani.

    Già dal maggio 1859 le popolazioni del Granducato di Toscana, della Legazione delle Romagne (Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì), del Ducato di Modena e del Ducato di Parma scacciavano i propri sovrani e richiedevano l'annessione al Regno di Sardegna, mentre il governo pontificio riprendeva pieno possesso dell'Umbria e delle Marche le cui popolazioni subivano una dura repressione, culminata il 20 giugno 1859 nella sanguinosa repressione di Perugia per opera dalle truppe svizzere pontificie al servizio di Pio IX.

    Napoleone III e Cavour erano reciprocamente in debito: il primo poiché si era ritirato dal conflitto prima della prevista liberazione di Venezia, il secondo perché aveva consentito che i moti si estendessero ai territori dell'Italia centro-settentrionale, andando quindi oltre quanto convenuto con gli accordi di Plombières. Lo stallo venne risolto il 24 marzo 1860, quando Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia e ottenne in cambio il consenso dell'Imperatore all'annessione di Toscana ed Emilia-Romagna al Regno di Sardegna.

    Il precedente tentativo di Garibaldi nel 1859Modifica

     
    Garibaldi cacciatore delle Alpi nel 1859

    Una spedizione militare dalla Romagna verso le Marche papali era stata predisposta da Garibaldi nel settembre del 1859, quando era secondo in comando della Lega, nata nell’agosto del 1859 come accordo difensivo e militare tra Toscana, Modena e la Romagna ed al cui comando era l’esule modenese Fanti. La Lega era nata per prevenire un eventuale attacco delle truppe papali, che intendevano riprendere possesso delle Romagne con l’aiuto del Re di Napoli.
    In quel periodo Garibaldi ripercorreva la pineta e la palude di Ravenna dove era transitato nel 1849 con Anita in occasione della ritirata dopo il periodo della Repubblica Romana. Garibaldi aveva portato con sé dalla Valtellina, Cosenz, Medici, Bixio ed un grosso numero di volontari desiderosi di continuare sugli Appennini la guerra interrotta a metà sulle Alpi. Sul fiume Rubicone i romagnoli ed i volontari da ogni parte d’Italia premevano su Garibaldi per farsi guidare a sud della Romagna ex pontificia e liberare le Marche ancora sotto la dominazione papale.
    Contemporaneamente Mazzini raccoglieva fondi per acquistare armi e, tramite i suoi amici, inviava messaggi a Garibaldi perché procedesse ad invadere le Marche, progetto che in quel periodo incontrava l’atteggiamento favorevole del Farini e del generale Fanti, il quale il 19 ottobre scriveva a Garibaldi di passare il confine nel caso in cui qualche territorio papale fosse insorto.
    Successivamente tale atteggiamento favorevole all’invasione del territorio papale verrà ritirato a seguito delle osservazioni del Ricasoli e del Rattazzi, successore di Cavour, a causa del grave pericolo di azioni militari da parte della Francia e dell’Austria. Il 12 novembre, dopo un colloquio con Farini e Fanti, Garibaldi acconsentì a non intervenire, ma poche ore dopo lo stesso Garibaldi inviava loro il seguente telegramma:

    « La rivoluzione è scoppiata nelle Marche: devo andare ad aiutarla. »

    (Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pag. 153-154-155)

    Garibaldi si era già messo in marcia, nonostante la notizia dell’insurrezione fosse falsa, quando venne fermato da un pronto contrordine del Farini e del Fanti, lo stesso Vittorio Emanuele II convinse Garibaldi della necessità di attendere ancora, offrendogli il suo fucile ed il grado di generale nell’Esercito Piemontese, Garibaldi accettò in regalo il fucile del re cacciatore, ma rifiutò il grado di generale, quindi i volontari si ritirarono. In quel periodo Mazzini scriveva:

    « La rivoluzione che si ferma in un sol luogo è perduta. »

    (Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pag. 157 – Fam. Crauford, 181)

    In effetti Mazzini e Garibaldi erano convinti che si dovesse agire finché lo spirito rivoluzionario fosse stato vivo e ben presente in tutta la penisola e di questo era profondamente convinto anche Cavour che con il suo amico De La Rive si era espresso al riguardo con le seguenti parole:

    « Sarò accusato di essere un rivoluzionario, ma più che altro preme andare avanti, e andremo avanti. »

    (Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pag. 158 – De La Rive, 401)

    La politica britannica nel 1859Modifica

     
    Lord Palmerston si rivolge alla Camera dei Comuni britannica.

    Fino alla Seconda guerra di Indipendenza l'atteggiamento del governo britannico Derby era favorevole all'Austria, al punto che uno degli ultimi atti del Ministero conservatore era stato l'invio a Napoli dell'ambasciatore Henry Elliot, con il compito di convincere il re delle Due Sicilie a non unirsi al Piemonte nella guerra contro l'Austria e perfino lo stesso atteggiamento di neutralità inglese era in questione.

    Dopo le elezioni del maggio 1859, con il nuovo governo Palmerston, l'atteggiamento britannico cambiò indirizzo politico. In questo periodo, principalmente ad opera dei suoi politici Palmerston, Russel, Gladstone, l'Inghilterra iniziava a simpatizzare per la causa dell'unità italiana, sia per personali simpatie del suddetto "Triumvirato" britannico, come allora veniva chiamato, che per l'evidente interesse di impedire una influenza francese sulla penisola italiana, in quanto un'Italia unita ed indipendente poteva fare a meno della protezione della Francia. Il cambiamento politico filo-italiano, che sarebbe seguito alla nomina del nuovo governo Palmerston, era conosciuto ed atteso con impazienza, al punto che, dopo le dimissioni del governo Derby, quando l'11 giugno 1859 lord Hartington pronunciò il discorso alla Camera annunciando il nuovo governo, il rappresentante del Piemonte salutò l'avvenimento con grande entusiasmo così descritto:

    « ... (il rappresentante del Piemonte) ... gettò il cappello all'aria e le braccia al collo dell'attaché[6] francese Jaucourt, un atto a cui nessun ambasciatore, neanche se italiano, si era mai abbandonato in un luogo pubblico. »

    (Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pagg. 148-149)

    Anche l'ambasciatore inglese a Torino, Sir James Hudson salutò con favore il nuovo corso politico favorevole all'Italia, che si espresse subito dopo l'armistizio di Villafranca con il sostegno politico alla causa di Toscana, Modena e Romagna contro il ritorno dei vecchi governanti e con il principio della non ingerenza negli affari interni della penisola italiana. Tale principio sarà fondamentale quando impedirà l'adozione del blocco navale anglo-francese nello Stretto di Messina, richiesto da Francesco II per impedire il passaggio di Garibaldi nell'Italia continentale, decisione alla quale contribuì anche l'intervento dell'anglo-italiano Sir James Lacaita, appositamente inviato dal Cavour. Il Lacaita, benché molto malato, il 24 luglio 1860 riuscì ad ottenere un colloquio con Lord Russell, per evitare un accordo del britannico con il francese Victor de Persigny. [7],[8],[9]
    La maggior parte del ceto medio britannico simpatizzava per l'unità italiana ed in Inghilterra erano presenti da tempo associazioni di raccolta fondi per la causa dell'unità italiana, come la "Emancipation of Italy Fund Committee", il "Italian refugee fund" del 1849, la "Society of the Friends of Italy", il "Garibaldi Fund" del 1859 ed altre, la cui opera era favorita anche dalla presenza in Inghilterra di Mazzini e parecchi altri esuli italiani, che svolgevano opera di informazione e sensibilizzazione sull'opinione pubblica britannica, attivi furono Aurelio Saffi, Jessie White Mario, Alessandro Gavazzi e Felice Orsini.[10],[11]

    Il contesto storicoModifica

     
    La penisola italiana nel marzo del 1860

    Nel marzo 1860, quindi, restavano in Italia tre Stati: il Regno di Sardegna, con Piemonte (inclusa Aosta), Liguria, Sardegna e ora Lombardia (eccetto Mantova), Emilia-Romagna e Toscana; lo Stato Pontificio, con Umbria (inclusa Rieti), Marche, Lazio (con l'intoccabile Roma) e le exclave di Pontecorvo e Benevento; il Regno delle Due Sicilie, con Abruzzo (inclusa Cittaducale), Molise, Campania (incluse Gaeta e Sora), Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. A questi si può aggiungere la piccola Repubblica di San Marino, che tuttavia si mantenne sempre distante da ogni spinta unificatrice col resto della penisola.

    Bisogna aggiungere che l'Impero austriaco di Francesco Giuseppe poteva ancora essere considerato una potenza con forti interessi nella penisola italiana, poiché possedeva intere regioni come il Regno Lombardo-Veneto (ora limitato a Veneto, Friuli e Mantovano), il Trentino e la Venezia Giulia, anche se non controllava più indirettamente né la Toscana né Modena governati fino al 1859 dai rami cadetti degli Asburgo-Lorena di Toscana e degli Asburgo-Este, succeduti alle antiche casate dei Medici e degli Este.

    Senza dimenticare la Francia, ora nel doppio ruolo di potenza protettrice di Roma e principale alleato del Regno di Sardegna: ciò che permise a Napoleone III di mantenere una decisiva influenza sulle faccende italiane, sino alla fine del suo impero (battaglia di Sedan del 1870), e che sarà determinante nel 1860. Napoleone III, difatti, impediva al Regno di Sardegna tanto un'azione contro l'Austria (senza il suo sostegno), quanto un'azione contro Roma (con la sua opposizione), in base agli accordi di Plombières.

    Il Regno delle Due Sicilie era guidato da un monarca giovane e inesperto (Francesco II, succeduto al padre Ferdinando II solo il 22 maggio 1859, meno di un anno prima della spedizione); nel 1836 il reame borbonico aveva peggiorato le relazioni con il Regno Unito, a cui doveva la sopravvivenza durante il periodo napoleonico, con la Questione degli zolfi[12]. Infine, il Regno delle Due Sicilie era caduto in una sorta di isolamento diplomatico[13]: aveva rifiutato la partecipazione alla guerra di Crimea al fianco di Francia e Regno Unito, al cui fianco viceversa prese parte il Piemonte, e finì con il poter contare solamente sulle proprie forze.

    Il regno meridionale era ancora lo stato più esteso e poteva fare affidamento su un esercito (il più numeroso della penisola) di 93 000 uomini (oltre a 4 reggimenti ausiliari di mercenari) e sulla flotta più numerosa di stanza nel Mediterraneo (11 fregate, 5 corvette e 6 brigantini a vapore, oltre a vari tipi di navi a vela)[14]. Come ricordava Ferdinando II, era difeso "dall'acqua salata e dall'acqua benedetta"[14], cioè dal mare e dalla presenza dello Stato della Chiesa, che, protetto dalla Francia, avrebbe teoricamente impedito ogni invasione via terra dal nord Italia.

    Nell'autunno-inverno del 1859 Francesco II propose a Francesco Giuseppe (marito di sua cognata l'imperatrice Elisabetta) di intervenire a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, di Ferdinando IV di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per restaurare i deposti sovrani sui loro troni e territori in Italia centrale[15], spodestati dalle insurrezioni non previste negli accordi di Plombières. Tuttavia l'Austria, appena uscita militarmente sconfitta dal conflitto della seconda guerra d'indipendenza, non era più in grado di rivestire quel ruolo di restauratore che aveva svolto nei passati decenni e declinò la proposta.

    L'iniziativa si scontrava direttamente con la politica di Torino e, di conseguenza, di Parigi, dal momento che Napoleone III, per giustificare all'opinione pubblica francese la guerra condotta contro l'Austria, doveva annettere alla Francia i territori oggetto degli accordi di Plombières[16].

    Quando negli ambienti diplomatici europei, nell'autunno 1859, circolò l'idea di una conferenza riguardante la risistemazione dell'Italia a seguito dei recenti eventi, Francesco II si dimostrò indifferente, non cogliendo l'opportunità di mostrare una presenza attiva internazionalmente[17].

    La situazione nel Regno delle Due SicilieModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Stato e società meridionale nel 1861.

    Nel corso degli anni, erano state diverse le ribellioni che i Borbone avevano dovuto sedare: i moti siciliani del 1820 e del 1837, la rivoluzione calabrese del 1847[18], la rivoluzione siciliana del 1848-1849 e quella calabrese dello stesso anno[19], e il movimento costituzionale napoletano del 1848.

     
    La morte di Carlo Pisacane, massacrato dai contadini di Sanza incitati dai notabili filoborbonici

    Dal punto di vista militare, fondamentale era stata l'alleanza e il sostegno militare dell'Impero austriaco. Per due volte, infatti, i Borbone avevano riguadagnato il trono in seguito all'intervento degli eserciti austriaci: nel 1815 l'austriaco Federico Bianchi sconfisse l'esercito napoletano di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, nella battaglia di Tolentino e, ancora, nel 1821 l'austriaco Johann Maria Philipp Frimont sconfisse un secondo esercito napoletano, quello di Guglielmo Pepe, nella battaglia di Rieti-Antrodoco.

    Nel giugno 1859 si ebbe una rivolta di una parte dei reggimenti di mercenari svizzeri (il 3º Reggimento Svizzero) (in conseguenza del fatto che il governo elvetico quell'anno decise che i suoi cittadini non avrebbero più potuto prestare servizio militare in potenze straniere)[20] e parte delle truppe mercenarie al soldo dei Borboni vennero disciolte[21].

    I liberali napoletani, comunque, non avevano forza sufficiente neanche a imporre una costituzione, nemmeno dopo Solferino. Essi erano, però, presenti in buon numero nelle alte cariche dell'esercito e dell'Armata di Mare, lo storico de Cesare afferma che, fin dallo sbarco di Garibaldi in Sicilia, Francesco II non poté di fatto più contare sulla marina e solo pochi ufficiali di marina rimasero fedeli alla causa del re di Napoli.[22][23]
    Dopo la vittoria franco-piemontese nella battaglia di Magenta a Napoli si ebbero vivaci manifestazioni anti austriache dei liberali che convinsero Francesco II a nominare il generale Carlo Filangeri primo ministro e ministro della guerra, non lasciandogli tuttavia scegliere i ministri del suo governo[24]

    La popolazione delle province continentali conservava la suddivisione in due parti politiche, o "due nazioni" secondo la definizione di Vincenzo Cuoco[25]: la prima di possidenti e la seconda del popolo delle campagne e della capitale (ovvero i lazzari); quest'ultima era generalmente vicina alla dinastia borbonica, come avevano dimostrato il successo del movimento sanfedista, che nel 1799 aveva rovesciato la Repubblica Napoletana, con strage dei giacobini del regno, e la resistenza antifrancese del periodo 1806-1815, il fallimento della Spedizione di Sapri di Carlo Pisacane del 1857 e come dimostrerà anche il successivo e complesso fenomeno del brigantaggio postunitario[26], mentre la prima si era manifestata con i moti costituenti nel 1820 a Napoli, i moti del Cilento nel 1828, i moti di Penne nel 1837, i moti di Reggio Calabria del 1847 e di Sicilia e Calabria del 1848 ancora nel Cilento nel 1848 e nello stesso anno a Napoli con l'ottenimento della Costituzione revocata l'anno seguente.

    I prigionieri politiciModifica

     
    Carlo Poerio viene portato in carcere

    Le condizioni di prigionia dei detenuti politici nelle prigioni borboniche e la mancanza di libertà nel Regno delle Due Sicilie provocarono in Europa e in Gran Bretagna un'opinione molto negativa di quel governo e a quel tempo l’opinione pubblica britannica non trovava scuse per quella che era considerata una sorta di tirannia, a causa dell’elevato numero di prigionieri politici che, secondo stime attendibili, si possono quantificare in almeno 20.000 detenuti politici a vario titolo e per vari periodi nelle prigioni del Regno delle Due Sicilie alla data del 1851 e in 50.000 il numero dei cosiddetti “attendibili”, cioè sospetti sottoposti a misure cautelari limitative della libertà personale [27]. Tali misure cautelari erano particolarmente vessatorie e si venne radicando: «... la funesta convinzione che giustizia non si potesse ottenere senza pecunia, o protezione o imbroglio di "paglietta" [28], e niuma cosa fosse ingiusta o impossibile se validamente raccomandata» [29].
    Il britannico Gladstone, dopo avere visitato le prigioni borboniche Vicaria, ne aveva constatato le pessime condizioni di vita dei detenuti. Successivamente in visita presso il carcere dell'isola di Nisida e accompagnato da Paqualina Prota, famigliare di casa Pironti [30], Gladstone aveva visto Carlo Poerio, Michele Pironti e altri uomini illustri indossare la tenuta rossa di detenuti, ciascuno di loro incatenato o ad un compagno detenuto per motivi politici o ad un criminale comune, le catene non venivano mai rimosse e i detenuti si muovevano zoppicando, i prigionieri malati dovevano trascinarsi a fatica al piano di sopra, perché i medici non scendevano nelle celle scure e in cattive condizioni di abitabilità.[31]. Esistevano anche altre prigioni dove la detenzione era molto dura, come il carcere di Montefusco, soprannominato lo Spielberg dell'Irpinia, dove furono imprigionati, tra gli altri, Sigismondo Castromediano e Nicola Nisco. Nel carcere dell'Isola di Santo Stefano vennero invece imprigionati anche Luigi Settembrini e Silvio Spaventa. La stampa internazionale criticava i metodi utilizzati dalla polizia del regno, particolarmente in Sicilia, nei confronti degli arrestati per ottenere confessioni.[32]

    In una delle sue espressioni, riferendosi ai metodi adottati dal Governo borbonico, Gladstone affermò che[33]:

    « This is the negation of God erected into a system of government.[34] »

    (Questa è la negazione di Dio eretta a sistema di governo.” - Va precisato che questa frase pronunciata da Gladstone, era di origine italiana.[35])

    Il supposto complotto contro il giovane Francesco IIModifica

    Prima dell’arrivo di Garibaldi si era pensato al complotto contro il nuovo re Francesco II e la giovanissima consorte Maria Sofia di Baviera, l’ascesa al trono dei giovani sovrani avrebbe suscitato sentimenti di gelosia da parte della vedova di Ferdinando II e matrigna di Francesco II, la precedente regina Maria Teresa, che mal si rassegnava alla perdita del potere. Si pensò allora ad una congiura con l’aiuto della “camarilla[36] per sostituire Francesco II con il Conte di Trani, secondogenito della regina madre austriaca, ma le supposte prove raccolte dal Filangieri vennero gettate nelle fiamme del camino dallo stesso Francesco II, che pronunciò le parole “É la moglie di mio padre”.[37].

    I mazziniani e la SiciliaModifica

     
    Rosolino Pilo

    L'unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1859, era l'indipendentismo siciliano: a partire dall'ottobre di quell'anno si erano registrati sull'isola focolai di protesta e Salvatore Maniscalco, direttore generale della polizia sull'isola, era scampato a un tentativo di assassinio.

    I ricordi della lunga rivoluzione che aveva portato ai mesi del regno di Sicilia costituzionale erano ancora vividi, la repressione borbonica era stata particolarmente dura e nulli i tentativi del governo napoletano di giungere a un accomodamento politico. Inoltre, l'insofferenza non era limitata alle classi dirigenti, ma coinvolgeva, anche se con motivazioni e obiettivi differenti, una larga fascia della popolazione cittadina e rurale: congiuntura pressoché unica nel corso dell'intero Risorgimento. A dimostrazione di ciò, infatti, vi sono le adesioni di volontari alle schiere garibaldine da Marsala a Messina, sino al Volturno.

    Molti dei quadri dirigenti della rivoluzione del 1848 (tra cui Rosolino Pilo e Francesco Crispi) erano espatriati a Torino, avevano partecipato con entusiasmo alla seconda guerra di indipendenza e avevano maturato un atteggiamento politico decisamente liberale e unitario. Proprio i mazziniani, invero, vedevano nella Sicilia insurrezionalista, nell'intervento di Garibaldi e nella monarchia sabauda gli elementi fondanti per il successo della causa unitaria[38]. Il 2 marzo 1860, infatti, Giuseppe Mazzini scriveva una lettera ai Siciliani incitandoli alla ribellione e dichiarava: "Garibaldi è vincolato ad accorrere"[38].

    In particolare, Rosolino Pilo ebbe un preciso ruolo nel porre le basi per una nuova sollevazione in Sicilia. Sempre nel mese di marzo 1860 questi, intenzionato a salpare alla volta dell'isola, si era rivolto a Garibaldi, prima chiedendo armi e poi invitando il nizzardo a un intervento diretto al di là dello stretto[39]. Garibaldi, però, si era tirato indietro ritenendo inopportuno qualsiasi moto rivoluzionario che non avesse avuto buone probabilità di successo[39]. Il nizzardo avrebbe guidato una rivoluzione solo se a chiederglielo fosse stato il popolo e il tutto fosse avvenuto in nome di Vittorio Emanuele II[40]. Solo con il contributo delle popolazioni locali e l'appoggio del Piemonte, infatti, Garibaldi avrebbe contenuto il rischio di un fallimento, evitando risultati simili a quelli avuti in precedenza dai fratelli Bandiera o da Carlo Pisacane[39].

    Pur non avendo ottenuto l'immediato sostegno di Garibaldi, il 25 marzo Rosolino Pilo partì comunque per la Sicilia con l'intento di preparare il terreno per la futura spedizione[41]. Accompagnato da Giovanni Corrao, anch'egli mazziniano, il Pilo giunse nel messinese e prese immediatamente contatti con gli esponenti delle famiglie più importanti. In questo modo egli si assicurò l'appoggio dei latifondisti. I baroni, infatti, una volta sbarcato il corpo di spedizione, avrebbero rese disponibili le bande che erano al loro servizio, i cosiddetti picciotti[42].
    La situazione in Sicilia si faceva difficile anche per il capo della polizia Maniscalco, che nonostante i suoi duri metodi non riuscì ad impiegare le “Compagnie d’arme”, specie di vigilantes, per guidarle contro gli insorti, in quanto queste ultime rifiutarono di assolvere a tale compito e il governo non ebbe il coraggio di punirle per tale mancanza.

    I comitati patriottici in SiciliaModifica

    La Sicilia era piena di comitati segreti, che svolgevano la loro opera di informazione capillare sfuggendo ai controlli della polizia di Maniscalco, dei suoi collaboratori Pontillo, Carrega, De Simoni e dei loro informatori. A Palermo c’era un importante comitato rivoluzionario presieduto dal dottor Gaetano La Loggia e tra i membri più importanti il barone Pisani e il figlio Casimiro, Giambattista Marinuzzi, il principe Monteleone, Domenico Corteggiani, Antonino Lo Monaco-Ciaccio, il marchese Rodeni, Rocco Ricci-Grammillo, Narciso Cozzo, Giuseppe Bruno, Pietro Piediscalzi. [43]

    La rivolta della Gancia a PalermoModifica

     
    Gli arrestati dopo la rivolta della Gancia vennero richiusi nel forte Castello a Mare (Palermo), che venne in parte demolito dalla popolazione dopo l'abbandono della città da parte dei borbonici.
     Lo stesso argomento in dettaglio: Rivolta della Gancia.

    A Palermo, il 4 aprile, si accese la fiamma della rivolta con un episodio, subito represso[44], che ebbe tra i protagonisti, sul campo, Francesco Riso e, lontano dalla scena, Francesco Crispi, che coordinò l'azione dei rivoltosi da Genova[45]. Nonostante il fallimento, con la repressione borbonica che portò alla fucilazione in piazza di 13 manifestanti,[46] l'accaduto diede il via a una serie di manifestazioni e insurrezioni nel Distretto di Palermo a Bagheria, Misilmeri, Capaci e infine a Carini che divenne l'epicentro della rivolta,[44] tenute in vita dalla famosa marcia di Rosolino Pilo da Messina a Piana dei Greci, fra il 10 e il 20 aprile. A coloro che incontrava lungo il percorso il Pilo annunciava di tenersi pronti "…che verrà Garibaldi". Lì si riunirono con i rivoltosi provenienti da Palermo e dai circondari.

    La notizia della sollevazione fu confermata sul continente da un telegramma cifrato inoltrato da Malta da Nicola Fabrizi, fondatore della Legione italica, il 27 aprile. Il contenuto del messaggio, non eccessivamente incoraggiante, accrebbe le incertezze di Garibaldi tanto da indurlo a rinunciare all'idea di una spedizione. Tale fu la delusione tra i sostenitori dell'impresa, che Francesco Crispi, che aveva decodificato il telegramma, sostenendo di aver commesso un errore, ne fornì una nuova versione. Quest'ultima, molto probabilmente falsificata dal Crispi, convinse il nizzardo a intraprendere la spedizione[47].

    La preparazioneModifica

    La politica piemonteseModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Camillo Benso, conte di Cavour.
     
    Camillo Benso, conte di Cavour

    Cavour riteneva rischiosa l'idea di una spedizione che considerava dannosa per i rapporti con la Francia, essenzialmente sospettando che l'obiettivo finale di Garibaldi fosse Roma, per la quale l'imperatore dei francesi era obbligato per ragioni di politica interna a difendere il Papa. Il conte, pertanto, si sarebbe decisamente opposto alla spedizione, ma il suo prestigio era stato scosso dalle cessioni di Nizza e Savoia, per le quali aveva avuto un forte scontro alla Camera con Garibaldi stesso, e non si sentiva abbastanza forte per manifestare il proprio dissenso[48].

    Per di più, Garibaldi, nonostante fosse vicino agli ambienti repubblicani e rivoluzionari, era, in tale prospettiva, già da tempo in contatto con Vittorio Emanuele II. Il nizzardo, infatti, a dispetto delle sue idee repubblicane, ormai da 12 anni aveva accettato di collaborare con Casa Savoia convinto che l'unificazione nazionale ormai fosse possibile solamente tramite il Piemonte; d'altronde, le contingenze erano tali che lo stesso Mazzini poteva scrivere: "non si tratta più di repubblica o monarchia: si tratta dell'unità nazionale... d'essere o non essere"[49].

    Per Cavour, invece, Garibaldi, pur godendo dell'illimitata stima dell'opinione pubblica liberale italiana, era fonte di grandi preoccupazioni. Solo alla fine del 1859, infatti, questi si era recato in Romagna con l'intento di invadere le Marche e l'Umbria, rischiando di scatenare le ire di Parigi. Secondo alcuni storici il nizzardo, però, rappresentava anche una "opportunità"[50], poiché attraverso di lui avrebbe potuto avere successo la sollevazione dall'interno del Regno delle Due Sicilie e "costretto" il Regno di Sardegna a intervenire per garantire l'ordine pubblico. Il conte, pertanto, decise di assumere un atteggiamento attendista e osservare l'evolversi degli avvenimenti, in modo da poter profittare di eventuali sviluppi favorevoli al Piemonte: solo quando le probabilità di un esito positivo della spedizione appariranno considerevoli, Cavour appoggerà apertamente l'iniziativa[50].

    Inizialmente Cavour aveva pensato di affidare l’impresa di una Spedizione in Sicilia al nizzardo Ignazio Ribotti, in quanto Garibaldi era notoriamente legato agli ideali repubblicani e a Giuseppe Mazzini, successivamente la statista piemontese si convinse che Garibaldi era il più adatto a condurre una operazione nell’Isola.[51]

    In quest'ottica, il 18 aprile, in seguito ai moti anti-borbonici, Cavour inviò in Sicilia due navi da guerra: il Governolo e l'Authion. Ufficialmente i due vascelli avevano il compito di proteggere i cittadini piemontesi presenti sull'isola. L'effettivo incarico, però, consisteva nel valutare accuratamente le forze degli opposti schieramenti[52]. Nello stesso tempo, il primo ministro piemontese riuscì, attraverso Giuseppe La Farina (che sarà inviato in Sicilia dopo lo sbarco, per controllare e mantenere i contatti con Garibaldi), a seguire tutte le fasi preparatorie della spedizione[53], finché egli stesso, il 22 aprile, non si recò a Genova per rendersi conto di persona della situazione[54].

    A fine aprile si svolse a Torino un convegno dei patrioti italiani esuli in Piemonte che presenta l'insurrezione siciliana come una rivolta nazionale che avviene sotto lo stesso tricolore sventolato a Firenze e a Torino, di tale convegno ne viene data notizia anche a Napoli con un articolo sul Corriere di Napoli[55].

    Il messaggio di Vittorio Emanuele II a Francesco IIModifica

    Il 15 aprile 1860, su consiglio del Cavour, Vittorio Emanuele II scrisse una lettera al suo “caro cugino” Francesco II, che, in caso di accoglimento, avrebbe potuto permettere la nascita di due stati indipendenti da influenze straniere con una politica nazionale condivisa. Tenendo conto che poco prima, dopo il rifiuto di Ribotti, era stato concesso a Garibaldi di guidare una spedizione in Sicilia, il messaggio sembrava più un ultimatum, in quanto il Governo Sardo sapeva bene che Francesco II stava cospirando con il papato e con l’Austria per riportare la geografia politica della penisola alla situazione precedente.

    « Siamo così giunti – diceva il re del nord a quello del sud – ad un tempo in cui l’Italia può essere divisa in due stati, l’uno del Settentrione e l’altro del Mezzogiorno, i quali, adottando una stessa politica nazionale, sostengano la grande idea dei nostri tempi, l’Indipendenza Nazionale. Ma per mettere in atto questo concetto è, com’io credo, necessario che V.M. abbandoni la via che ha finora tenuta……. Il principio del dualismo, se è bene stabilito, e onestamente seguito, può essere tuttora accettato dagli italiani. Se Ella lascerà passare qualche mese senza attenersi al mio suggerimento amichevole V.M. forse dovrà sperimentare l’amarezza di quelle parole terribili: troppo tardi. »

    (Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pagg. 239-240)

    Il corpo di spedizioneModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: I Mille.
     
    Manifesto del comitato di Lodi e Crema per la sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili" per Garibaldi

    Nel frattempo l'organizzazione della forza di spedizione era in pieno svolgimento. Garibaldi, reduce dalla brillante campagna di Lombardia con i Cacciatori delle Alpi, aveva dimostrato le proprie capacità di capo militare, affrontando con un esercito leggero, costituito da volontari, un esercito regolare. Anche per questa spedizione, avrebbe fatto ricorso all'arruolamento di volontari disposti a combattere sotto la sua guida.

    Nell'ottobre 1859, a seguito di un appello di Garibaldi per l'unità d'Italia era cominciata la sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili", sostenuta dai comuni e enti nazionalisti, i quali avevano già raccolto notevoli somme: ad esempio la Camera di Commercio di Milano, facendosi voce della borghesia ambrosiana, raccolse 70.226,85 lire per l'acquisto dei fucili[56]; secondo del Boca a questa raccolta fondi sono da aggiungersi somme stanziate dal Piemonte per la spedizione, fino a un ammontare di lire 7.905.607 che saranno computate, a impresa terminata, nel bilancio del nuovo stato unitario[57], è comunque un fatto noto che il governo piemontese appoggiava la causa garibaldina e finanziava, anche indirettamente, con fondi governativi[58].
    Oltre alla cavourriana Società Nazionale ed al Fondo per il milione di fucili, sussidiato anche dal governo, che finanziarono principalmente le successive spedizioni di giugno e luglio, i finanziamenti per le spedizioni di agosto pervenivano invece dal Comitato Centrale del mazziniano Bertani e da altri partiti per un totale di 6.201.060,13 lire, provenienti per i cinque sesti rispettivamente dalla Sicilia, in gran parte dalla Zecca di Palermo, per lire 5.106.655,45 (pari a once 416.000), altri importi per lire 201.632,05 provenivano da Napoli, mentre le somme direttamente raccolte dal Comitato Bertani ammontano a lire 851.735,28. [59].
    Il corpo di spedizione, al momento della partenza da Quarto, era composto da 1.162 uomini. I Mille provenivano prevalentemente dalle regioni centro-settentrionali e, tra essi, non c'erano solo italiani, ma anche volontari stranieri. La provincia di Bergamo era quella che contava il numero maggiore di uomini rispetto alle altre e, in virtù di questo contributo, Bergamo è ancora oggi soprannominata la "città dei Mille". Nei mesi successivi sbarcarono in Sicilia molte altre spedizioni successive.
    La compagine aveva anche un cappellano, il sacerdote Alessandro Gavazzi, che, criticando radicalmente l'istituzione del Papato, arrivò a fondare la Chiesa libera evangelica italiana. Il più giovane del gruppo, imbarcatosi all'età di 10 anni, 8 mesi e undici giorni, assieme al padre Luigi, fu Giuseppe Marchetti, nato a Chioggia il 24 agosto 1849.

    Il Piemonte e il LombardoModifica

    La vendita "temporanea" del Piemonte e del Lombardo
     
    Il piroscafo Piemonte

    Secondo una ricostruzione già apparsa nel 1862-1865 in due opere (La verità sugli uomini e sulle cose del regno d'Italia rivelazioni di J. A. già agente segreto del conte di Cavour[60] e Delle recenti avventure d'Italia per il conte Ernesto Ravvitti[61]) – e poi ripresa da Giacinto de' Sivo[62] – i due piroscafi necessari all'impresa garibaldina sarebbero stati messi a disposizione tramite un accordo coperto da segreto di Stato. Il 3, o 4, maggio sera in presenza dell'avvocato Ferdinando Riccardi e del colonnello Alessandro Negri di San Front (secondo fonti moderne entrambi dei servizi segreti piemontesi, e incaricati dall'Ufficio dell'Alta Sorveglianza politica e dall'Ufficio Informazioni della Presidenza del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna[63]) l'intesa fu formalizzata con rogito del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli, nel suo studio di via Po a Torino, accordo con il quale il Regno di Sardegna acquistava "in via temporanea" e segretamente dall'armatore Rubattino (attraverso la mediazione del direttore della compagnia, Giovanni Battista Fauché) due vapori, il Piemonte e il Lombardo, facendone beneficiario Giuseppe Garibaldi (rappresentato nella circostanza da Giacomo Medici)[63], garanti del debito si costituivano il re sabaudo e il suo primo ministro.[64] Una ricerca svolta presso l'Archivio di Stato di Torino non ha trovato alcun riscontro a conferma di questa versione: dell'atto di "vendita" non c'è alcun riscontro (nonostante vi siano conservate le scritture del notaio Baldioli indicato come estensore del contratto), e lo stesso si può dire per quanto riguarda il "Registro delle Patenti di Nazionalità dei Piroscafi della Marina Sarda" in cui obbligatoriamente dovevano essere riportato i passaggi di proprietà, conservato presso la stessa istituzione; vi è poi da aggiungere che il termine "vendita temporanea" non ha giuridicamente nessun significato – al limite si sarebbe parlato di noleggio – mentre la segretezza dell'accordo avrebbe reso lo stesso nullo (la vendita delle navi è soggetta a pubblicità).[64] A tutto ciò vi è da aggiungere che non tornano i movimenti del Rubattino e non è molto credibile che per una vendita tra privati (Rubbatino e Garibaldi) dovesse intervenire come garante il Re; questi elementi portano a concludere «che non vi fu nessun contratto con Rubattino».[64]

     
    Il vessillo del piroscafo Lombardo
     
    Gerolamo Induno: La partenza del garibaldino
     
    Monumento in onore a Garibaldi e alla sua Spedizione dei Mille presso Quarto dei Mille a Genova.

    Il 9 aprile Bixio tornò a Genova con delle istruzioni per Agostino Bertani e una lettera personale di Garibaldi diretta a Giovanni Battista Fauché, dal 1858 procuratore generale e direttore della società di navigazione Rubattino, la lettera fu recapitata dal Bertani il 10 e in essa l'Eroe dei due mondi richiede, per «trasportarmi in Sicilia con alcuni compagni», uno dei due piroscafi, il San Giorgio o il Piemonte, in servizio per Cagliari e per Malta; offre per questo servizio 100.000 franchi che il Fauché rifiutò dicendo che «se li porti pure in Sicilia ove possono essergli necessari».[65][66].

    Successivamente, intorno al 24 aprile, Garibaldi aveva richiesto al Fauché la disponibilità di un secondo vapore che il direttore conferma mettendogli a disposizione anche il Lombardo; si trattava di due dei migliori vapori – sugli otto totali – della flotta Rubattino.[67].
    I dettagli furono fissati in una riunione il 30 aprile a casa di Bertani, presenti Garibaldi, Fauché e Bixio.

    Nella notte fra il 5 e 6 maggio, sotto il comando di Bixio, un gruppo di garibaldini si impadronì delle due navi – simulando, come da accordi, il furto e sorvegliata in ciò dalle autorità piemontesi[53] – e la spedizione salpò dallo scoglio di Quarto. Il Lombardo entrò successivamente a far parte della marina dittatoriale siciliana[68].
    Quando la spedizione terminò alla società di navigazione Rubattino sarà anche riconosciuta, con decreto dittatoriale di Garibaldi del 5 ottobre 1860, la somma di 1,2 milioni di lire come risarcimento per la perdita del Piemonte e del Lombardo, valutati 750 000 lire, e del piroscafo Cagliari, valutato 450 000 lire (che era stato adoperato per la fallita spedizione di Pisacane nel 1857 e poi restituito all'armatore dal governo borbonico)[69].

    Subito dopo la partenza della spedizione Fouché avvisò le autorità portuali della scomparsa delle due navi e contemporaneamente garantì che il servizio postale, in appalto alla Rubattino, non sarebbe stato interrotto. Il "furto" provocò una riunione d'urgenza dei soci e dei creditori della Rubattino che il 7 maggio indirizzarono un protesta al governo sardo ritenuto colpevole di negligente sorveglianza e quindi responsabile del danno ricevuto dalla società che finanziariamente non era in buona salute, il Fauché rifiutò, e a lui sarebbe spettato quale direttore generale, di protestare ufficialmente e di sporgere denuncia per il furto; il fatto di aver abusato della sua posizione portò poche settimane dopo al suo licenziamento[70]

    L'episodio ebbe anche uno strascico polemico in quanto il Fauché fece pubblicare sui giornali genovesi una lettera scrittagli dal Bertani[71] in cui questo si rammaricava della sua estromissione dalla Rubattino accusando, senza nominarlo, l'armatore di «non capire che per formare la grande Società della Nazione, deve sacrificarsi qualunque società privata»[72]; Raffaele Rubattino si difese scrivendo il 23 giugno a Giacomo Medici chiedendogli che difendesse presso Garibaldi e i conoscenti il suo buon nome di patriota.[73][74], la polemica tra il Rubattino e il Fauché su cui aveva il merito patriottico di aver fornito le navi ai Mille continuò negli anni a venire.

    Seguono le caratteristiche delle due navi impiegate per la prima spedizione garibaldina.

    Le navi Piemonte e Lombardo[75]
    nome nave luogo costruzione anno lungh. m. largh. m. pesca m. peso tonn. HP
    Piemonte
    Glasgow
    1851
    50
    7
    3
    180
    160
    Lombardo
    Livorno
    1841
    48
    7,40
    4,23
    238
    220
     
    Nave Piemonte
     
    Nave Lombardo


    Ad eccezione delle prime due navi, Piemonte e Lombardo, che non potevano fare scalo in Sardegna per espressa disposizione di Cavour, a partire dalla Spedizione Medici, anche tutte le altre spedizioni fecero scalo anche in Sardegna a Cagliari per rifornirsi prima di continuare il viaggio verso le coste della Sicilia.[76]

    La lettera di Garibaldi alla società "Vapori Nazionali"Modifica

    Dopo la partenza delle navi Piemonte e Lombardo e il successivo sbarco in Sicilia, il giornale L'Unità Italiana pubblicava il 14 maggio 1860 un supplemento nel quale annunciando la notizia dello sbarco in Sicilia, spiegava le motivazioni del gesto di impadronirsi delle due navi, riportando una lettera di Garibaldi nella quale venivano esposte le profonde e ideali ragioni che lo avevano indotto a tale azione, della quale si assumeva la responsabilità e alla quale intendeva porre rimedio dal punto di vista economico nei confronti della società di navigazione interessata.

    Genova 14 Maggio 1860
    Supplemento al Numero 44
    ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
    SBARCO
    SPEDIZIONE NOTIZIA IMPORTANTISSIMA

    Il G. Garibaldi colla sua prode legione, ha operato nella notte scorsa da 12 al 13 maggio, lo sbarco presso Marsala in Sicilia; vi fu resistenza dai regii allo sbarco, ma la resistenza fu vinta. Le particolarità più tardi.

    –––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

    Abbiamo comunicazione della lettera del Generale Garibaldi al Direttore dei Vapori Nazionali dei quali si impadroniva per ….. salvar la Sicilia.
    Dica pur “la Patrie”[79] che è un Pirata ! Ce ne fossero di questi Pirati della libertà.

    Genova 5 maggio 1860

    Signori Direttori dei Vapori Nazionali,
    Dovendo imprendere un’operazione in favore d’italiani militanti per la causa patria – e di cui il governo non può occuparsi per false diplomatiche considerazioni – ho dovuto impadronirmi di due vapori dell’Amministrazione da V.S. diretta, e farlo all’insaputa del governo stesso e di tutti.
    Io attuai un atto di violenza; ma comunque vadano le cose, io spero che il mio procedimento sarà giustificato dalla causa santa servita, e che il paese intiero vorrà riconoscere, come debito suo da soddisfare, i danni da me arrecati all’amministrazione.
    Quandocchè non si verificassero le mie previsioni sull’interessamento della Nazione per indennizzarli – io impegno tutto quanto esiste di denaro e materiale appartenente alla sottoscrizione per il milione di fucili, acciocché con questo si paghi qualunque danno, avaria e perdita a V.S. cagionata.
    Con tutta considerazione.

    G. GARIBALDI

    Considerazioni sulle navi delle Spedizioni garibaldineModifica

    Le modalità di acquisizione delle navi Piemonte e Lombardo, utilizzate da Quarto a Marsala per trasportare la prima spedizione garibaldina, sono state oggetto di dibattito, in particolare le modalità contrattuali allora sottoscritte (vendita, noleggio o altra tipologia), che a taluni osservatori non sarebbero risultate chiare.

    A tale riguardo si può osservare che le navi Piemonte e Lombardo, pur essendo famose perché prime a partire, furono solo due, mentre è meno noto che nel periodo dal 24 maggio 1860 al 3 settembre 1860, dai porti di Genova e Livorno, salparono altre 20 navi, che in 33 viaggi hanno trasportato in Sicilia ulteriori 21.000 garibaldini, come risulta dal seguente elenco (vedere: Gli sbarchi successivi al primo di Marsala): Utile (2 viaggi), Charles and Jane, Washington (2 viaggi), Oregon (2 viaggi), Franklin (2 viaggi), Medeah, Provence (5 viaggi), Saumon, Isére (3 viaggi), City of Aberdeen, Amazon (3 viaggi), Città di Torino (2 viaggi), Bizantine, Generale Garibaldi, R.D. Sheperd, Weasel, Sidney Hall, Febo, Veloce, San Nicola.

    Per il trasporto dei materiali bellici vennero inoltre utilizzate altre 7 navi: Queen of England[80], Independence, Ferret, Badger, Weasel[81] e le altre navi Spedizione e Colonnello Sacchi. Quindi oltre al Piemonte e al Lombardo vennero impiegate complessivamente altre 26 navi per almeno ulteriori 40 viaggi, prevalentemente di volontari garibaldini e in parte di materiale bellico, una grande quantità di mezzi e di volontari, rispetto alle sole navi Piemonte e Lombardo e ai 1.089 primi garibaldini.

    Le tre navi che salparono, due da Genova e una da Livorno, per portare in Sicilia la spedizione Medici erano state acquistate da una compagnia francese nominalmente da parte di un certo De Rohan, un cittadino statunitense sostenitore della causa italiana e successivamente ribattezzate Washington (nave del Medici), Oregon (nave di Caldesi) e Franklin (nave di Malenchini da Livorno), quindi a Genova il console degli Stati Uniti, accompagnato da Peard, “l’inglese di Garibaldi”, salì a bordo del Washington e issò la bandiera a stelle e strisce. Dopo la sosta nel porto di Cagliari, dove il Medici attese inutilmente l’arrivo delle altre due navi del gruppo Corte, il piccolo bastimento Utile e la nave Charles and Jane, catturate dalla Marina borbonica, le tre navi della Spedizione Medici si diressero verso la Sicilia, quando vennero affiancate dalla nave piemontese Gulnara, il cui capitano dichiarò di volerle scortare fino a Castellammare, come da accordi tra Cavour e Garibaldi. Su disposizione del Persano Il capitano del Gulnara si informò anche se fosse a bordo il Mazzini, che in tal caso doveva essere consegnato all’ufficiale piemontese.[82]
    Il console del Regno delle Due Sicilie Ippolito Garron, scriveva al console americano a Genova William L. Patterson per avere precisazioni sul diritto di quattro navi a mostrare la bandiera degli Stati Uniti di America e il console americano rispondeva confermando la regolarità della situazione.[83]
    Ippolito Garron a W. L. Patterson, Genova, 22 giugno 1860.[84]

    « Tre bastimenti a vapore e uno a vela che vi entrarono con nomi e bandiera diversi sortirono dal porto di Genova nella notte dal 9 al 10 corrente coi nomi di Franklin, Washington, Oregon e Charles and Jane, e coperti da' colori degli Stati Uniti d’America. Ciò supponendo necessariamente la formale autorizzazione del Consolato degli Stati Uniti in questo porto, sola autorità ch'era competente ad accordarla d'ordine del suo Governo, il sottoscritto, console Generale del Regno delle Due Sicilie, prega il suo collega degli Stati Uniti di volergli far conoscere se realmente autorizzazione fu accordata, e quale era la bandiera che allora portavano i prenominati bastimenti. È con particolare compiacenza che il sottoscritto si vale dell’opportunità per far gradire al suo collega, il console degli Stati Uniti d'America in Genova, gli attestati della sua perfetta considerazione. »

    (Rassegna storica del Risorgimento, SICILIA ; GARIBALDI GIUSEPPE ; STATI UNITI D'AMERICA, anno 1957, pagina 29)

    W. L. Patterson a Ippolito Garron, Genova, 22 giugno 1860.[84]

    « I tre vapori Washington, Franklin, Oregon, essendo divenuti proprietà di cittadini degli Stati Uniti d'America sono autorizzati a portare bandiera del loro paese e partirono da questo porto coperti da detta bandiera. La nave Charles and Jane similmente posseduta da Americani lasciò il porto di Genova sotto la stessa bandiera...[ ]  »

    (Rassegna storica del Risorgimento, SICILIA ; GARIBALDI GIUSEPPE ; STATI UNITI D'AMERICA, anno 1957, pagina 29)

    Tale fatto dimostra ancora di più la grande e determinante importanza delle organizzate spedizioni successive, delle quali il Piemonte e il Lombardo, pur importanti come prime navi a salpare, costituirono solo la testa di ponte, che una volta consolidata fu raggiunta dal gran numero di navi sopra descritte, che portarono la forza principale, essenziale per poter continuare l'impresa garibaldina contro il Regio Esercito delle Due Sicilie, che a piena mobilitazione superava largamente i 100.000 soldati.

    I finanziamenti per le Spedizioni garibaldine partite nei mesi di giugno e luglio 1860 provenivano in gran parte dai fondi della cavourriana Società Nazionale e dal Fondo per il milione di fucili, mentre le spedizioni del mese di agosto vennero finanziate dai Comitati di Bertani. In particolare il governo del re erogò segretamente centinaia di migliaia di lire per acquistare i vapori ed equipaggiare le Spedizioni di Medici e Cosenz, mentre i Comitati di Bertani inviavano molte delle loro migliori reclute, oltre ai volontari che venivano reclutati dai cavourriani. [85]

    Alla fine di agosto 1860 il Cavour interruppe le partenze, perché si apprestava ad invadere i territori papali di Marche e Umbria e a dirigersi verso sud, congiungendosi con Garibaldi e invadere il territorio borbonico.[86]

    Garibaldi e i dubbi sulla SpedizioneModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Forze armate borboniche 1860.
     
    Giuseppe Garibaldi

    Contrariamente a quello che si potrebbe pensare inizialmente Garibaldi non era a favore dello sbarco in Sicilia, in effetti Garibaldi pensava di sfruttare il favorevole momento di giovanile entusiasmo patriottico per tentare un'invasione dello Stato Pontificio con una rapida e fulminea marcia su Roma, impresa sicuramente più facile, come gli prospettavano i suoi più fidi amici, che affrontare una lunga navigazione e sfuggire al controllo delle 24 navi della Marina borbonica senza essere catturati o affondati, inoltre in Sicilia i garibaldini avrebbero dovuto affrontare un forte esercito di 25.000 [87] soldati, senza considerare altre difficoltà, come superare lo Stretto di Messina.[88]

    « È a Roma – si diceva – e non a Palermo che si deve e si può sciogliere per l’Italia, il nodo della questione unitaria. »

    (da “Francesco Crispi” di Leone Fortis – pagg. 166-167)

    I sostenitori dell’azione su Roma ritenevano che la presa di Roma avrebbe avuto un contraccolpo in Francia dando occasione ai repubblicani francesi di liberarsi dell’impero, che si diceva fosse allora il maggiore ostacolo all’unità d’Italia. Nel 1859 la convinzione che l’azione si dovesse svolgere nel territorio pontificio aveva indotto Garibaldi a prepararsi per una spedizione nelle Marche pontificie con il Medici, Bixio e un migliaio di volontari, per partecipare alle insurrezioni che lì si stavano preparando, quando il re lo richiamò convincendolo a desistere dall’intraprendere l’impresa, quanto mai inopportuna in quanto un attacco allo Stato Pontificio in quel momento avrebbe potuto provocare un intervento francese, austriaco o addirittura entrambi, come sostenevano Ricasoli e Rattazzi, che a loro volta avevano convinto anche Farini e Fanti, inizialmente anche essi favorevoli all’azione di Garibaldi per un'insurrezione nelle Marche pontificie.[89] Tutti questi dubbi erano presenti nella mente di Garibaldi e preoccupavano il Crispi il quale conosceva bene l’influenza, che i più intimi collaboratori di Garibaldi avevano su di lui, essendo anche essi in gran parte contrari ad una Spedizione in Sicilia.

    Il ruolo di Crispi nella spedizioneModifica

    Francesco Crispi fu il primo nel 1859 a pensare ad una spedizione in Sicilia per aiutare la sollevazione popolare antiborbonica nell’isola ed ebbe anche un ruolo importante nel convincere Garibaldi ad intraprendere la Spedizione e a fugare gli ultimi dubbi sorti due giorni prima della partenza, a causa dei pericoli prospettati da alcuni fedeli di Garibaldi sulla difficoltà dell’impresa, che poteva concludersi male come per Murat, Pisacane e i Fratelli Bandiera. [90] Si riporta anche che nel 1854 sia stato Mazzini a prospettare a Garibaldi, allora di ritorno dall'America con un carico di carbone, l'idea di una spedizione in Sicilia e che tale idea sia stata successivamente ripresa dai siciliani.[91]

     
    Francesco Crispi - riconosciuto come l'ideatore della Spedizione dei Mille

    Infatti il 30 aprile 1860, nonostante i preparativi in corso per l'imbarco da Quarto, le notizie negative pervenute dalla Sicilia il giorno prima avevano generato ripensamenti, al punto che Garibaldi aveva già scritto ai Direttori del Fondo per il milione di fucili:

    « A quest'ora saprete delle cose di Sicilia. Non si fa più la spedizione. »

    (Garibaldi e la formazione dell'Italia - G.M. Trevelyan - pag. 249 - nota 3: Ciampoli, 135-136. Lettera del 30 aprile)

    La decisione di Garibaldi di rinunciare all'impresa aveva prodotto una profondissima emozione e pesanti critiche, alcuni proponevano di partire anche senza Garibaldi, Nino Bixio si offriva di guidare il bastimento di Giuseppe La Masa e dei Siciliani, i partigiani di Mazzini esclamavano addirittura "Garibaldi ha paura" . L'unico che sembrava avere mantenuto la calma era Crispi, il quale si rendeva conto che, senza Garibaldi, la Spedizione sarebbe stata destinata all'insuccesso e che era necessario fornire a Garibaldi notizie positive pervenute con telegrammi e dispacci, che, secondo alcuni suoi compagni, sarebbero stati modificati o falsificati, ma non se ne ha prova certa.[92]
    Con le nuove notizie favorevoli alla partenza Crispi era assecondato appena solo da Bertani e da Bixio, quando ad un certo punto Garibaldi attraversò la stanza diagonalmente e rivolgendosi a Crispi si svolse il seguente dialogo:

    « Garibaldi – Mi rispondete voi della Sicilia ? Crispi – (non titubò e con l’accento della più sicura calma rispose) Sì generale. Garibaldi – Sulla vostra vita ? Crispi – Sulla mia vita. Garibaldi – Badate guai a chi mi inganna ! Crispi – Se vi inganno farete di me ciò che vorrete. Garibaldi – Sta bene, allora partiremo. »

    (da “Francesco Crispi” di Leone Fortis – pagg. 168)

    Poi il 5 maggio 1860 la Spedizione dei Mille salperà da Quarto. In precedenza su incarico di Garibaldi il Crispi si era recato a Milano da Enrico Besana per farsi consegnare le armi e i denari necessari all’impresa del “Fondo per il milione di fucili” istituito nel 1859 con una prima donazione dello stesso Garibaldi di 6.000 lire ricavata dalla vendita di una sua casa ereditata a Nizza. I denari furono consegnati da Giuseppe Finzi ma le carabine moderne destinate alla spedizione furono sequestrate per ordine del governatore di Milano Massimo d'Azeglio[93].

    Cavour e la partenza dei MilleModifica

    Sono interessanti le osservazioni che lo storico Trevleyan fa sul comportamento del Cavour nel periodo di preparazione della Spedizione, che in vari momenti fa affermazioni diverse, apparentemente contraddittorie, rendendo difficile allo storico comprendere quali fossero le sue vere intenzioni. Infatti da parecchi giorni il Cavour aveva incaricato La Farina di consegnare armi per una spedizione in Sicilia, quando la sera del 22 aprile scrive ad un amico a Firenze:

    « Garibaldi è tuttora qui, in forse se andrà in Sicilia o all'isola di Caprera. Dice di aspettare gli ordini del Re. La presenza di Trecchi al seguito di S. M. dà valore alle asserzioni di Garibaldi.... Certo, questo non è il modo di affrettare la partenza dei francesi da Roma. Ditelo al Re. » (Chiala, IV. pag. CXLI) »

    (Garibaldi e i Mille, appendice H, G.M. Trevelyan - pag. 443)

    Il giorno 23 aprile, dopo avere incontrato e incoraggiato il Sirtori ad effettuare una spedizione in Sicilia, la sera stessa il Cavour scriveva in francese, come spesso faceva:

    « On veut pousser le Gouvernement à secourir la Sicile, et on prépare des expéditions d'armes et de munitions. Je soupçonne le Roi de favoriser imprudemment ces projets. J'ai donne l'ordre de surveiller et d'empêcher, s'il est possible, ces tentatives désésperées. » (Chiala, Dina, 299). »

    (Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan - appendice H, pag. 442)

    « Si vorrebbe spingere il Governo a soccorrere la Sicilia e si preparano delle spedizioni di armi e munizioni. Io sospetto il re di favorire imprudentemente questi progetti. Ho dato l’ordine di sorvegliare e di impedire, se possibile, questi tentativi disperati. »

    A questo proposito lo storico Trevelyan conclude:

    « Uno statista che abbia l’abitudine così spiccata di dire una cosa ad uno e un’altra ad un altro, cancella le sue proprie piste agli occhi dello storico che vorrebbe rintracciarle per scoprire i suoi veri moventi. »

    (Garibaldi e i Mille, appendice H, G.M. Trevelyan - pag. 443)

    Da tale affermazione si potrebbe forse dedurre che il Cavour avesse chiaro il suo intento a favore della spedizione, e diplomaticamente non intendeva dichiararlo apertamente, in quanto, anche se di sera e a Quarto, oltre che a Genova e Foce, tutte le operazioni di preparazione all’imbarco si svolgevano apertamente ed erano presenti ad assistere molte persone e anche agenti di polizia, senza che vi fosse alcun intervento per impedirlo:

    « Non si può dire che la partenza della spedizione dallo scoglio di Quarto sia stata molto segreta, perché ivi stavano affollate centinaia di persone, e non mancavano gli agenti della forza pubblica che contemplavano lo spettacolo come fosse la cosa più naturale del mondo e gli stessi non fecero neanche troppe proteste quando videro alcuni uomini, col tenente Bandi, abbattere i pali del telegrafo. È evidente che la consegna era di non vedere, perché certo se Cavour avesse voluto impedire, risolutamente impedire la spedizione non gliene sarebbe mancato il mezzo; …. »

    (La spedizione dei Mille, Federico Donaver, pag. 87)

    Il 2 maggio Cavour si era recato in treno a Bologna presso il Monastero di San Michele in Bosco per parlare con Vittorio Emanuele II a proposito della spedizione in Sicilia e sempre ai primi di maggio il Ministro dell’Interno Farini, tramite il deputato Finali, inviò la comunicazione che la spedizione aveva l’approvazione dal Governo, ma che si richiedeva l’assicurazione di non attaccare gli Stati papali. [94]

    Le operazioni prima dell’imbarcoModifica

     
    Partenza da Quarto (nella realtà la partenza avvenne la sera e le navi non erano ancora presenti)

    Inizialmente la partenza della Spedizione era prevista per il giorno 28 aprile 1860, per 500 volontari imbarcati sulla nave Piemonte alla quale Giovanni Battista Fauché provvide ad aggiungere anche la nave Lombardo, ma le esitazioni di Garibaldi a causa dell'incerto andamento delle rivolte in Sicilia comunicate con telegramma da Nicola Fabrizi, provocarono il posticipo della data di partenza, favorendo l'aumento del numero di volontari garibaldini alla partenza.[95]Elia aveva ricevuto l'incarico di reclutare marinai, ma la sua richiesta di impiegare i marinai partiti da Rimini nel 1849 fu respinta da Garibaldi, con il motivo di non propagare troppo la notizia della Spedizione, vennero quindi arruolati buoni marinai già presenti a Genova, fra i quali i nostromi Lorenzo Carbonari, Demetrio Conti, Eugenio Fabi, assegnando l'incarico a Carlo Burattini, capitano marittimo di Ancona, di recarsi a Livorno per arruolarne altri. Bixio aveva invece il compito di provvedere a tutto il resto, navi comprese, aiutato da Francesco Carbone.[96]
    Il Governo aveva preso le misure necessarie per far sapere che l'imbarco stesso non doveva avere luogo nel porto di Genova e per assicurarsi la connivenza passiva delle autorità era necessario salvare le apparenze mostrando una certa segretezza di facciata. Per favorire le operazioni dei garibaldini le autorità avevano concentrato la guardia ed i controlli a Cornigliano e a San Pier d'Arena lasciando libertà di azione nella parte est dove sarebbe avvenuto l'imbarco.
    A pochi giorni dalla partenza i preparativi della spedizione si svolgevano ormai apertamente nel porto di Genova, senza che le autorità intervenissero e Nino Bixio si occupava di procurare le navi per la traversata ottenendole dal consenziente patriota e armatore Raffaele Rubattino, si trattava dei vapori Piemonte e Lombardo, separati da una vecchia nave di nome San Giuseppe, scelta come punto base per l’operazione.[97] Il piano di Bixio consisteva nello svegliare a mano armata all’alba i marinai, che fingevano di dormire, costringendoli ad eseguire le manovre e poi dirigersi verso Quarto dove si trovavano i volontari garibaldini in attesa dell’imbarco. A Villa Spinola nel quartiere di Quarto, ospite del suo vecchio compagno d’armi e garibaldino Vecchi, Garibaldi sostituì il suo abbigliamento di abiti civili scuri, con quello che è poi passato alla storia: pantaloni grigi a campana alla marinara, camicia rossa non più sciolta come nel 1849, bensì stretta, con fazzoletto di seta colorata al collo e un gran poncho sudamericano sulle spalle, abbigliamento che Garibaldi indosserà per il resto della sua vita, sia in privato che in pubblico.[98]. A Quarto era in attesa Garibaldi, circondato dai suoi più fedeli aiutanti, tra i quali il Sirtori, che pur non credendo al successo dell’impresa da intraprendere diceva: “Se ci va Garibaldi, vado anch’io”. Non erano presenti militari dell'Esercito Sardo, in quanto la condizione posta dal Governo era di non accettare militari, che dovevano quindi disertare, con l'eccezione di cinque ufficiali sardi, tra i quali il Bandi.

    Erano presenti, tra gli altri, anche i tre Fratelli Cairoli, di Pavia; gli ungheresi Türr e Tükery; il mantovano Acerbi, veterano dei 1848; Ippolito Nievo, Camoens, soldato e poeta pure di Mantova; i calabresi Domenico Mauro e Luigi Miceli; il milanese Giuseppe Missori e il bergamasco Francesco Nullo poi morto generale degli insorti polacchi; Mori, Savi, Stallo, Burlando, i genovesi Canzio e Schiaffino; Giorgio Manin, figlio di Daniele l'ex dittatore di Venezia; Francesco Montanari di Modena, superstite di combattimenti disperati che cadrà a Calatafimi; Giacinto Bruzzesi di Roma; il livornese Giuseppe Bandi, Luigi Gusmaroli e i siciliani Giuseppe La Masa, Giacinto Carini, Mario Palizzolo, Salvatore Calvino, Alessandro Giaccio, Vincenzo Fuxa e Francesco Crispi con la consorte Rosalia Montmasson. Anche il Medici avrebbe voluto partire con i Mille, ma una lettera di Garibaldi, consegnatagli a Quarto, lo pregava di restare e attendere per organizzare e spedire successivi rinforzi in Sicilia e negli Stati Papali.

    « Per tutto il percorso di tre miglia stava allineato sul loro passaggio il popolo della città a capo scoperto e in silenzio. Non un canto d'addio, non bandiere né chiassate, nessuna volgarità di baldoria o di vanteria, tutti erano troppo profondamente commossi, troppo incerti sulle sorti dell'evento. ...[ ]... Non pochi dei Mille stessi, come il poeta Nievo, dividevano intrepidi l'opinione del Sirtori che non uno solo ritornerebbe vivo. »

    (Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pagg. 262-263)
     
    Scoglio dei Mille

    I ritardi nell’imbarcoModifica

    A Quarto verso le dieci di sera Garibaldi, salito in barca per ultimo con Turr, Sirtori, alcuni ufficiali ed il Bandi, subito dopo ordina alla barca di rientrare a terra ordinando al Bandi di tagliare le linee del telegrafo non appena avvistati i due vapori, il Bandi avrebbe poi raggiunto in seguito le altre barche [99]. La barca di Garibaldi andò quindi ad unirsi alle altre che già attendevano a circa mezzo miglio dalla riva, con una flottiglia di scialuppe piene di volontari, per attendere l’arrivo dei due vapori, mentre il resto dei volontari attendeva il ritorno delle scialuppe per un nuovo imbarco, in quanto le scialuppe non erano sufficienti per contenere tutti i volontari.
    Secondo Carlo Agrati la distanza delle barche dalla costa sarebbe stata maggiore di mezzo miglio, in quanto la linea di disposizione prevista delle barche, tra la Lanterna e la punta estrema di Portofino, si trova a circa un miglio dal punto di imbarco e la flottiglia sarebbe consistita di due chiatte, secondo il Bixio oppure una decina di barche, secondo un anonimo, che scriverà un testo: "La rivoluzione Siciliana". In mezzo alla flottiglia di imbarcazioni davanti a Quarto, in attesa dei due vapori, c’era una barca con un fanale a fiamma rossa e verde, segnale di riconoscimento per il Piemonte e il Lombardo e nonostante la bonaccia, durante la lunga attesa notturna in barca il dondolio delle onde aveva provocato in molti il mal di mare, con l’attesa che si faceva sempre più penosa, perché i garibaldini erano stipati al massimo dentro le barche. Il mal di mare si farà sentire anche più tardi a bordo delle navi nel mare agitato, in quanto la gran parte dei volontari non era mai stata a bordo di una nave.[100]
    Per ritardare il più possibile l’annuncio della notizia al Governo Borbonico, Garibaldi aveva disposto di effettuare tre tagli della linea telegrafica, il primo di notte ai Giardini pubblici di Genova, il secondo a Quarto (eseguito dal gruppo di Bandi) e un terzo nelle vicinanze di Camogli. I tagli vennero eseguiti ai Giardini e a Quarto, ma inutilmente, in quanto il Governo Borbonico era già informato del progetto di Spedizione ancora prima che questa salpasse e il giorno prima della partenza le navi borboniche si preparavano ad intercettare i due piroscafi garibaldini. La sosta a Talamone e la rotta verso le coste africane servirono a nascondere meglio la navigazione alla flotta borbonica.[101]
    La sera del 5 maggio un gruppo numeroso, quasi tutto di gente di mare e anche ingegneri provetti, si era riunito alla spicciolata su una chiatta [102] di nome Giuseppe in un angolo nascosto del porto di Genova, nei pressi del faro orientale, dove nei giorni precedenti erano state imbarcate diverse casse anche di armi. Erano presenti Salvatore Castiglia, Giuseppe Guerzoni, Giuseppe Orlando, Augusto Elia, Andrea Rossi di Diano Marina, Simone Schiaffino [103] e una quarantina di uomini pratici arruolati a Genova e Livorno. [104].

    Quando Nino Bixio apparve, infilandosi in testa il suo kepì di tenente colonnello, secondo il Guerzoni, pronunciò le seguenti parole;

    « Signori, da questo momento comando io: attenti ai miei ordini. »

    (La Spedizione dei Mille, Federico Donaver, pag. 84-85)

    Il gruppo di Bixio diviso in due barche mosse quindi verso le navi Piemonte e Lombardo per prenderne il controllo svegliando gli equipaggi che dormivano, mentre dal balcone il Fauché vigilava dal suo balcone quasi di fronte allo scalo Rubattino.
    Dopo un’attesa di 4 o 5 ore, ancora le due navi Piemonte e Lombardo tardavano ad apparire, al punto che Garibaldi preoccupato chiese ai suoi barcaioli di essere portato a Genova per incontrare Bixio, che incrociò mentre navigava fuori dal porto di Genova, perché le operazioni di partenza avevano richiesto più tempo del previsto, in quanto Bixio era riuscito ad accendere le caldaie e a partire solo verso le due di notte del 6 maggio[105] pertanto Garibaldi salì a bordo della nave Piemonte a Genova.[106]. Secondo Crispi i due vapori Piemonte e Lombardo vennero presi da Bixio e altri 50 uomini alle 11,30 e il ritardo della partenza era dovuto al fatto che ci vollero tre ore per formare il vapore (propulsivo) sul Piemonte e che quest’ultimo era uscito alle 2,30 di notte dal porto di Genova trainando il Lombardo, che aveva le caldaie accese, senza ancora la formazione del vapore sufficiente a creare la pressione propulsiva.[107] La nave Lombardo aveva anche problemi meccanici e si dovette chiamare in aiuto l'ingegnere siliciano Campo per aiutare il suo collega Orlando, anche lui siciliano.
    Secondo la versione di Pietro Spangaro il gruppo di Bixio era di 100 uomini, riunitisi su un bastimento in riparazione nei pressi del Lanternino, che verso la mezzanotte salì sulle due navi deserte, metà dei marinai necessari sarebbero già stati con il gruppo di Bixio, tranne i fuochisti, che in parte arrivarono più tardi alle 1 e trenta, secondo tale versione i due vapori sarebbero partiti verso le 3 e mezza [108], [109].
    Secondo Augusto Elia, la notte precedente la partenza, Bixio aveva convocato in casa sua Andrea Rossi, già comandante di un legno armato nel 1849 a Rimini e Augusto Elia, dando incarico a Rossi e Schiaffino con metà equipaggio di impossessarsi del Piemonte, mentre Elia, Menotti e l'altra metà dell'equipaggio dovevano impossessarsi del Lombardo, Bixio arrivò successivamente con un rimorchiatore per trainare il Piemonte, che aveva al suo traino il Lombardo [110] , secondo Carlo Agrati il rimorchiatore sarebbe stato la stessa nave Piemonte, sulla quale il Bixio inizialmente salìto [111].
    All'ultimo momento il Nuvolari, che attendeva con impazienza a casa del Bertani, riuscì a salire a bordo del Piemonte con 90.000 lire a lui consegnate da Migliavacca, dopo che quest'ultimo era riuscito a cambiare in grande fretta in marenghi d'oro oltre un terzo della somma raccolta, in quanto sotto forma di titoli cartacei della Banca di Genova, che certamente non sarebbero stati utili all'interno della Sicilia, della somma 70.000 lire vennero spese nella Spedizione prima della presa di Palermo.[112], [113] Dopo la partenza dal porto di Genova vennero presi a bordo anche i garibaldini e i materiali del gruppo di scialuppe provenienti dal quartiere genovese di Foce, (vedere:Foce e la Spedizione dei Mille), nel paragrafo Quarto o Foce sono citate testimonianze sul numero dei volontari imbarcati a Foce, generalmente definito dagli storici come un piccolo gruppo.

    L'opuscolo sul presunto "punto oscuro" della partenzaModifica

    Secondo una certa narrazione [114] la notte della partenza, la ronda di mare notturna, chiamata anche "ronda del fuoco", in quanto addetta alla verifica che tutti i fuochi fossero spenti nelle navi ancorate, nel giro di ronda dalla mezzanotte alle 2, avendo notato lumi e movimento a bordo della navi Piemonte e Lombardo, salì a bordo del Lombardo per un controllo di routine. Il vice-brigadiere dei carabinieri Francesco Fraschini e il timoniere Luigi Cossa [115], dopo avere scoperto il sequestro della nave ed essere stati trattenuti a bordo per qualche tempo, vennero silenziati dal Bixio e successivamente allontanati con la raccomandazione di non avere notato nulla. Scesi a terra, gli agenti della ronda si recarono immediatamente al comando del Capitano del Porto, il quale, con un rapporto sull'accaduto, convocò il maresciallo d'alloggio dei carabinieri Carlo Becchio, che avrebbe poi convinto il Capitano a non procedere, attribuendosi così forse un pò di merito di avere contribuito alla partenza della Spedizione. Il Becchio scrisse anche un opuscolo di venti pagine al riguardo: "Un punto oscuro della Spedizione dei Mille, Tip. Sociale, Pinerolo, 1893" [116], [117], secondo il quale parte del ritardo della partenza dal porto di Genova sarebbe dipeso da quel fatto, ma Canzio ed Elia negano che il fatto sia effettivamente avvenuto [118]. Nonostante i dubbi avanzati da molti sulla veridicità della vicenda, secondo Carlo Agrati l'incidente sarebbe avvenuto realmente, ma a bordo della nave Piemonte, come confermato dal giornale di bordo, scambio di nome della nave possibile, in quanto il Becchio scrisse l'opuscolo a trentatrè anni dal fatto, ed Elia anche sarebbe nel vero, affermando che tale incidente non avvenne, in quanto lo stesso si trovava a bordo della nave Lombardo [119]. Al riguardo risulta difficile credere che le autorità non fossero state in qualche modo informate di non intervenire, come accadde lungo il tratto di costa ad est di Genova.

    La partenzaModifica

     
    Quarto. Partono i Mille, Nodari Giuseppe -
    Il dipinto riproduce la reale partenza, in quanto le navi arrivarono a Quarto dopo molte ore di attesa sulle barche a circa mezzo miglio dalla riva.

    Ai primi albori del mattino il Piemonte e il Lombardo finalmente arrivarono a Quarto dove le operazioni di imbarco si svolsero con grande concitazione e confusione, perché la lunga attesa prima dell’imbarco e l’approssimarsi del giorno creavano la necessità di affrettarsi, anche a costo di lasciarsi dietro qualcuno.[120]. A Quarto per salire sulle navi gli uomini si aggrappavano a ogni scala di corda in 4 o 8 alla volta, arrampicandosi e spintonandosi, con le scialuppe che poi ripiegavano verso la costa per imbarcare altri volontari, issati alla rinfusa con le casse dei materiali. Dopo due ore tutti i volontari si erano imbarcati sui due piroscafi, il Lombardo era comandato da Bixio con Augusto Elia come secondo, ufficiali Giuseppe Dezza, Menotti Garibaldi, Carlo Burattini e Giuseppe Orlando macchinista, mentre il Piemonte era comandato dal siciliano Salvatore Castiglia, con Schiaffino come secondo [121], ufficiali Rossi, Gastaldi e il siciliano Achille Carapo macchinista, sul Piemonte con Garibaldi erano imbarcati anche Crispi e la moglie Rosalia Montmasson, che fu quindi l'unica donna della spedizione.
    A causa del sequestro delle armi moderne ad opera di Massimo d'Azeglio i volontari partirono solo con le loro armi personali, tranne i Carabinieri genovesi e i Cacciatori di Pavia che erano dotati di ottime carabine svizzere.[122] Le vettovaglie ed alcune casse di armi erano state imbarcate, in parte al porto di Genova e in maggior numero assieme ai volontari, mentre il grosso del carico di munizioni ed armi che avrebbe dovuto essere imbarcato successivamente, non riuscì ad eseguire la consegna. (vedere: La mancata consegna delle armi).

    Una volta partiti Garibaldi domandò all’ufficiale:

    « Quanti siamo in tutto ? e l’ufficiale rispose: Co’ marinai siamo più di mille, Garibaldi rispose - Eh, eh, quanta gente. »

    All'appuntamento per l’imbarco i volontari garibaldini indossavano i loro abiti civili, qualcuno indossava la divisa piemontese, i Carabinieri genovesi avevano una loro divisa, quindi allo sbarco di Marsala erano in pochi ad indossare le camicie rosse, perché durante il viaggio ne vennero distribuite solo 50, anche se su tale numero esistono discordanze, altri come il Nievo parlano di 280, mentre il Sylva le quantifica in 500, che sarebbero state distribuite, a sorteggio per squadre di compagnia, dopo avere lasciato Porto Santo Stefano, è da ritenere che il numero del Nievo sia il più verosimile, in ogni caso solo una minoranza dei volontari sbarcò in camicia rossa [123] .
    La partenza da Quarto venne immortalata da una poesia di Giosuè Carducci, che pur nei toni e termini dell'epoca riproduce molto lo stato d'animo di chi partiva e di chi appoggiava la partenza dei volontari, condividendone gli ideali patriottici allora molto sentiti, con i versi tratti dalla poesia di

    « Giosuè Carducci: Odi barbare - Scoglio di Quarto. »

    Quarto o FoceModifica

    Targa a Foce

    OR FANNO CINQUANTA ANNI
    IN UNA NOTTE DI STELLE
    TREPIDA PER MILLE PALPITI
    DI UMILI EROI
    I BURCHIELLI DEI NOSTRI AVI ACCOGLIEVANO
    SOLDATI GARIBALDINI
    VOGANDO VERSO LE LEGGENDARIE NAVI
    SACRE NEI SECOLI.
    -----------
    5 MAGGIO 1910
    LA SOCIETA DEI PESCATORI DELLA FOCE
    MEMORE FIDENTE
    NEI DESTINI D'ITALIA
    POSE

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    Pur essendo universalmente noto che i mille si imbarcarono da Quarto, è pur vero che, dopo la partenza del Piemonte e del Lombardo, il primo imbarco fu di un gruppo di volontari su scialuppe provenienti dal quartiere genovese di Foce, i quali si erano avvicinati al porto di Genova, secondo un piano prestabilito, che prevedeva come ultima fase l’imbarco a Quarto del grosso dei volontari.[124] Per questa ragione alcuni rivendicano Foce come luogo di prima partenza dei volontari garibaldini, vedere: Foce e la Spedizione dei Mille, nel quartiere genovese di Foce è presente una targa che ricorda l’evento del gruppo garibaldino che lì si imbarcò per raggiungere le navi appena partite dal porto di Genova.
    Secondo gli appunti riportati nel diario di Bixio, nella fase preparatoria ed iniziale della Spedizione si prevedeva la partenza da Foce del cosiddetto ”grosso”, composto di 800 volontari, mentre dalla Villa (riferimento a Villa Spinola a Quarto) si prevedeva la partenza del generale e di 100 volontari. [125] Lo storico genovese Federico Donaver, che nel capitolo VI della sua opera “La Spedizione dei Mille”, riporta integralmente il suddetto diario di Nino Bixio sulla Spedizione, precisa però che spesso si tratta di dati relativi alla preparazione e che vanno interpretati come appunti ad uso personale, “…. note messe giù alla buona, per propria memoria, senza pretese”, non sempre comprensibili al lettore, ma che comunque rappresentano la documentazione di un protagonista della Spedizione. Sempre secondo la narrazione dello storico genovese Federico Donaver: «... dalla Foce in su trovarono molte barcaccie nelle quali erano i volontari, il carbone, le provviste, delle armi e delle munizioni ...» [126], affermazione che sembra contrastare con quella generalmente fornita dai testi storici, che il gruppo di barche presso Foce fosse di piccole dimensioni. Secondo la descrizione fornita da Giuseppe La Masa e Salvatore Castiglia, dopo che Garibaldi salì sul Piemonte, appena fuori dal porto: «I volontari della spedizione, il carbone, le provviste, le armi e le munizioni erano stati caricati su varie barcaccie, ed attendevano i vapori lungo la spiaggia dalla Foce a Quinto, con dei fanali accesi per segnali di riconoscimento.» [127], [128] Dalle descrizioni di Donaver, La Masa e Castiglia si dovrebbe dedurre che le barche non erano concentrate in soli due punti della costa, Foce e Quarto, bensì dislocate anche in tratti lungo la costa dalla Foce a Quarto e, secondo La Masa e Castiglia, fino a Quinto al mare o Quinto, che trovasi nella parte orientale di Quarto. Anche Pietro Spangaro cita come il gruppo di Foce fosse numeroso: "... L' altra partita, e la più numerosa, era stata invitata a raccogliersi alle 9 di sera alla cosi detta Foce, a tre quarti d'ora da Genova, sulla spiaggia del mare;..." [129]. Secondo Carlo Agrati, che cita Bixio, la gran parte dei volontari, forse 800, si sarebbe raccolta alla foce del Besagno, nota come Foce e la flottiglia sarebbe stata composta di sei chiatte e numerose imbarcazioni minori. É anche possibile ipotizzare che una parte dei volontari imbarcati a Foce sui gozzi o burchielli, le capaci e tipiche imbarcazioni locali, si sia poi diretta verso Quarto, come sosterrebbe Guido Sylva, autore di un testo scritto cinquanta anni dopo [130], [131].

    La mancata consegna delle armiModifica

     
    I Mille e il carico di armi di Bogliasco

    Una possibile spiegazione sul mancato incontro del battello con il grosso delle armi e munizioni per la Spedizione viene fornita dallo storico Federico Donaver, il quale scrive che una squadra di bravi operai di Sampierdarena era stata incaricata di andare a ritirare con le barche e portare a bordo delle navi, le armi di buona qualità e molte munizioni, che si trovavano a Bogliasco.[132] Nel 1874 i partecipanti allora incaricati raccontarono di avere ricevuto istruzioni da Bixio e da Acerbi di recarsi sul ponte di Sori, dove, tramite parola d’ordine avrebbero incontrato i capi incaricati di consegnare le armi e di portarli a bordo, senza dare ulteriori istruzioni, né sul luogo, né sul nome delle navi (Piemonte e Lombardo), per presumibili ragioni di sicurezza. Gli operai incaricati di Sampierdarena trovarono sul Ponte di Sori i capi che avrebbero dovuto guidarli e arrivati, senza essere stati preventivamente informati, trovarono già radunati dalle guide una ventina di giovani in maggior parte marchigiani e romagnoli, inviati in aiuto.

    Imbarcate le armi, uno dei due capi si era subito dileguato, mentre l’altro con una scusa si allontanò slanciandosi su un canotto a bordo del quale si allontanò rapidamente, limitandosi a dire:

    « Seguitate la luce del fanale che vado ad accendere sulla poppa. »

    (La spedizione dei Mille di Federico Donaver - pag. 63)

    Ma il fanale rimase acceso per soli venti minuti, poi la luce scomparve nel buio e malgrado tutti e quaranta gli incaricati e aggregati gridassero per chiamare la guida, questa se ne era andata senza tornare. I barcaioli, tutti di Cornigliano, li condussero al largo verso la riviera di ponente assicurando che i piroscafi dovevano prenderli a bordo presso S.Andrea di Sestri, ma poco prima del mattino si resero conto dell'inganno e obbligarono i barcaioli a puntare verso levante, quando avvistarono due navi a vapore che si allontanavano da Portofino. Ritornati a terra, gli incaricati fecero rapporto al Bertani e al Quadrio, che recuperarono le armi, le stesse partiranno successivamente il 24 maggio per la Sicilia sulla nave Utile della spedizione Agnetta[133], insieme a quel gruppo di volontari che erano rimasti tagliati fuori per il mancato appuntamento con le navi. Le barche avrebbero dovuto attendere il Piemonte e il Lombardo di fronte a Camogli e a causa della loro mancata presenza si parlò di tradimento, attribuendo la colpa al Governo, mentre fu riconosciuto nei fatti che il capo-barca Profumo, piantò in asso i volontari con le armi, perché quella notte doveva effettuare certe operazioni di contrabbando, che gli interessavano più della Spedizione.

    Secondo il Trevelyan è possibile che il ritardo con cui la Spedizione è partita, abbia indotto in errore il battello delle armi, che, non vedendo i due vapori e senza una guida esperta, invece di attendere ha remato verso ponente nella speranza di incontrarli, finendo per oltrepassarli senza vederli e una volta avvistati i vapori in direzione di Portofino non sono più riusciti a raggiungere il Piemonte e Lombardo. In effetti le guide avrebbero abbandonato il battello delle armi, per approfittare dell’allentamento della sorveglianza tra Genova e Portofino, per favorire la partenza della Spedizione, e fare affari di contrabbando, ritenendo erroneamente che senza guida il battello delle armi avrebbe comunque incontrato le navi.

    Secondo Carlo Agrati, che cita la "Relazione sulla mancata consegna delle armi di Sori" presumibilmente diretta al Bertani, il comportamento della guida denominata Celle ma anche nota come Selle, Profumo o Perfumo, sarebbe stato alquanto oscuro e non indotto dal solo interesse di dedicarsi al contrabbando di seta e tabacco, tra i vari argomenti si cita il fatto che il Celle salì poi a bordo del Lombardo, senza indicare dove rintracciare i due barconi di armi ed i loro 30 volontari dallo stesso Celle abbandonati, facendo supporre che il suo intento fosse di impedire l'incontro degli stessi con i vapori [134].

    Garibaldi, allarmato per il mancato incontro delle barche con le armi e munizioni, fermò la navigazione del Piemonte per circa mezzora, poi proseguì sperando che il Lombardo di Bixio avesse preso a bordo il carico di armi, durante una breve sosta a Camogli Garibaldi ricevette da Bixio la conferma che le armi non erano state imbarcate e a quel punto Garibaldi disse:

    « Avanti lo stesso. »

    (Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 267-268-269)

    Le finanze della Spedizione dei MilleModifica

    La Spedizione salpò da Genova con la somma di 90.000 lire, delle quali 70.000 furono spese nella campagna che precedeva la presa di Palermo.[135] La somma di 90.000 lire era stata fornita dal Fondo di Milano per il milione di fucili, delle quali 30.000 inviate il 5 maggio 1860 dal Finzi al Bertani e le restanti 60.000 recapitate a Genova dal Migliavacca con l'ultimo treno del medesimo 5 maggio. Delle ultime 60.000 lire l'importo di 36.000 era sotto forma cartacea pertanto si rese necessario procedere a cambiarle in fretta in 1.800 marenghi d'oro.
    Di queste somme erano pervenute al Fondo di Milano lire 37.000 dal Municipio e da altri contribuenti di Pavia verso la fine di aprile.
    Altre somme erano state spese prima dei preparativi per la partenza della Spedizione:
    a) - Lire 8.000 consegnate dal La Farina alla fine di aprile.
    b) - Lire 50.000 consegnate dal Fondo per il milione di fucili (che ha contribuito per un totale di 140.000 lire, sommano anche le 90.000 lire portate a bordo dal Nuvolari).
    c) - Lire 108.000 provenienti da una sottoscrizione separata proveniente da Brescia.
    d) - "Altre migliaia di lire" pervenute a Garibaldi da parte dei suoi amici in America.

    Costo complessivo della prima Spedizione del 5 maggio 1860 - Resoconto del Bertani[136]
    Dal Fondo per il milione di fucili lire 50.000
    Dal Fondo per il milione di fucili per mezzo del Migliavacca lire 60.000
    Dal Fondo per il milione di fucili per posta lire 30.000
    Dal Generale Garibaldi lire 36.592,72
    Dalla Cassa Provinciale di Brescia lire 98.000
    Dal Municipio di Brescia lire 10.000
    Da Parma per mezzo del Borelli lire 23.277,34
    Da N.M.[137] lire 3.000
    Per versamenti del Generale Garibaldi (ai signori Profumo, 10.000 e Gazzolo 1.000 conto corrente) lire 11.000
    Totale
    lire 321.870,06

    Le spese generali complessive dell'intera campagna dell'Esercito meridionale, compresi i finanziamenti degli sbarchi successivi al primo di Marsala e fino all'arrivo delle truppe piemontesi è riepilogato in Il corpo di spedizione.

    SvolgimentoModifica

    Il viaggioModifica

    La sosta a TalamoneModifica

     
    Talamone - busto di Garibaldi
    TARGA A TALAMONE [138]

    PROVENIENTE DA QUARTO
    SOSTO’ IN QUESTA CASA
    DAL 7 AL MATTINO DEL 9 MAGGIO 1860
    PER ORDINARE LA SPEDIZIONE ZAMBIANCHI
    ENTRO I DOMINI PAPALI
    E REQUISIRE ALL’IMPRESA DI SICILIA
    LE ARMI RINVENUTE A TALAMONE ED ORBETELLO
    ACCRESCENDO INTANTO LE SUE SCHIERE
    DEGLI ANIMOSI MAREMMANI
    CHE SI OFFRIVANO ANCORA AI CIMENTI.

    -------------------------------
    Lapide posta nel 1887 nell’abitazione del De Labar, che ospitò Garibaldi, a cura dei reduci di Grosseto.

    I volontari, che al momento della partenza ammontavano a 1.162, erano armati di vecchi fucili e privi di munizioni e polvere da sparo. Secondo quanto riferito da Giuseppe Cesare Abba, infatti, i due vapori piemontesi avrebbero dovuto incontrarsi nella notte con alcune scialuppe che avevano il compito di rifornirli, ma non vi riuscirono a causa di misteriose e controverse circostanze[139]. Da ciò conseguì la decisione di Garibaldi di fermarsi il 7 maggio a Talamone, dove recuperò, oltre alle munizioni, anche tre vecchi cannoni e un centinaio di buone carabine presso la guarnigione dell'Esercito del Regno di Sardegna di stanza nel forte toscano. Formalmente Garibaldi ottenne le armi poiché le aveva pretese nella sua qualità di maggiore generale del Regio Esercito, incaricando il Türr di recarsi presso il comando di Orbetello con una lettera[140]:

    « Credete a tutto ciò che vi dirà il mio aiutante Türr, aiutatemi con tutti i mezzi che avete nella impresa che intraprendiamo per la grandezza del Piemonte e per la grandezza d’Italia, Viva Vittorio Emanuele! Viva l’Italia! »

    Il comandante di Orbetello, il colonnello Giorgini si lasciò convincere e consegnò le armi, le capsule furono fornite dal capitano Pinelli e la Guardia Nazionale di Orbetello offrì a Garibaldi circa 300 fucili. Per le provviste alimentari Garibaldi fu aiutato molto dai fratelli Raveggi d'Orbetello, che gli consegnarono tutto quanto era stato possibile trovare, anche se non abbastanza per il numero dei volontari da sfamare [141].

    A Talamone verso le dieci, a terra e di fronte agli equipaggi schierati sul ponte dei due vapori, con il suo Stato Maggiore accanto, Garibaldi lesse il primo Ordine del Giorno[142],[143]:
    Lo scalo a Talamone era reso necessario anche dalla necessità di inquadrare, nominare i sottufficiali e dare le prime istruzioni militari ad un gruppo multidialettale, operazioni che a bordo delle navi erano più difficili da effettuare,[144] quindi i volontari si organizzarono formando sette compagnie, a bordo del Piemonte salirono due compagnie, Garibaldi, lo Stato Maggiore e i carabinieri Genovesi, mentre a bordo del Lombardo salirono le restanti cinque compagnie.

    ORDINE DEL GIORNO

    A bordo del Piemonte, 7 maggio.
    La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della Patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompense allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata allorché scomparve il pericolo, ma suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila ilari, volenterosi e pronti a versare il sangue loro per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino or sono dodici mesi. - Italia e Vittorio Emanuele – e questo grido, ovunque pronunziato da noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.

    ORGANIZZAZIONE DEL CORPO

    Sirtori Giuseppe - Capo di Stato Maggiore - Crispi - Manin - S.C. - Calvino - Majocchi - Griziotti - Borchetta – Bruzzesi - Turrprimo aiutante di Campo del GeneraleCenniMontanariBandi – Stagnetti -.
    Basso GiovanniSegretario del Generale.

    COMANDANTI DELLE COMPAGNIE

    Nino Bixio, comandante della 1ª Compagnia
    Orsini ................“..........“........ 2ª Compagnia
    Stocco ...............“..........“....... 3ª Compagnia
    La Masa .............“..........“....... 4ª Compagnia
    Anfossi................“..........“....... 5ª Compagnia
    Carini ..................“..........“....... 6ª Compagnia
    Cairoli..................“..........“....... 7ª Compagnia
    Intendenza, AcerbiBoviDe Maestri [145] – Rodi.
    Corpo Medico, RipariBoldrini – Giulini [146].
    L’organizzazione è la stessa dell’Esercito Italiano a cui apparteniamo ed i gradi, più che al privilegio al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.

    G. Garibaldi.

    Inoltre a comandante del drappello dei circa 40 Carabinieri genovesi fu nominato Antonio Mosto, per cui risulta corrispondere il numero di otto compagnie citato in altre opere, anche se il drappello era assegnato alla 7ª Compagnia di Cairoli [147]. Secondo altre fonti era stata formata anche l'8^ compagnia con Angelo Bassini da Pavia come comandante, la mancata trascrizione è presumibilmente dovuta al fatto che non tutte le copie erano state aggiornate. Pertanto la effettiva composizione delle compagnie formate a Talamone è la seuente, anche se poi verranno modificate nei giorni successivi:

    COMPOSIZIONE EFFETTIVA DELLE COMPAGNIE E SUBALTERNI A TALAMONE[148]
    PRIMA COMPAGNIA

    Comandante: Nino Bixio, genovese.
    Subalterni: Giuseppe Dezza da Melegnano - Domenico Piva da Rovigo - Marco Cossovic da Venezia - Francesco Buttinoni da Treviglio.
    Furiere: Ambrogio Scopini da Milano.
    Caporal Furiere: Giuseppe Zoli da Venezia.

    SECONDA COMPAGNIA

    Comandante: Vincenzo Giordano Orsini palermitano.
    Subalterni: Antonio Forni da Palermo - Nicolò Velasco da Trapani - Jacopo Sgarallino da Livorno - Francesco Ragusin da Venezia.

    TERZA COMPAGNIA

    Comandante: Francesco Stocco da Decollatura (Potenza).
    Subalterni: Francesco Sprovieri da Acri - Raffaele Piccoli da Castagna - Stanislao La Mensa da Saracena - Antonio Sant’Elmo da Padula.

    QUARTA COMPAGNIA

    Comandante: Giuseppe La Masa da Trabia.
    Subalterni: Giuseppe Guazzoni [149] - Giuseppe Rota da Carino Veronese - Innocente Carmignola da Robecco d’Oglio [150]

    QUINTA COMPAGNIA

    Comandante: Francesco Anfossi da Nizza.
    Subalterni: Giuseppe Crescionini da Bergamo - Faustino Tanara da Langhirano - Giuseppe Taschini da Brescia - Carlo Torri Tarelli da Lecco - Andrea Paris da Pinerolo - Eugenio Bonsignore da Montirone.

    SESTA COMPAGNIA

    Comandante: Giacinto Carini
    Subalterni: Alessandro Ciaccio - Giuseppe Campo - Giuseppe Bracco Amari , tutti da Palermo - Achille Cepollini da Napoli - Giulio Rovighi da Carpi.

    SETTIMA COMPAGNIA

    Comandante: Benedetto Cairoli da Pavia.
    Subalterni: Francesco Vigo Pellizzari da Vimercate - Biagio Perduca da Pavia - Nazaro Salterio da Annone di Brianza.

    OTTAVA COMPAGNIA

    Comandante: Angelo Bassini da Pavia.
    Subalterni: Vittore Tasca da Bergamo - Luigi Dall’Ovo da Bergamo.
    Capisquadra: Enrico Calderini - Daniele Piccinini - Enrico Bassani - Giacobbe Parpani, tutti da Bergamo.
    Furiere: Francesco Cucchi da Bergamo.

    Subito dopo Orsini lasciò il comando della seconda compagnia per assumere quello dell'artiglieria, formato da una ventina di ex artiglieri ai quali fu aggregata la compagnia dei circa 30 marinai dei due vapori con a capo Castiglia. L'Orsini fu sostituito al comando della seconda compagnia da Antonio Forni. Era presente anche un reparto di Guide con a capo Giuseppe Missori, formazione della quale faceva parte anche Menotti Garibaldi. Il Genio era comandato da Minutilli e i telegrafisti dal Pentasuglia, l'Intendenza da Acerbi e la Sanità da Ripari, tra i volontari comunque c'erano molti studenti di medicina e medici, che all'occasione si trasformavano in infermieri. Da sottolineare che i tre dell'Intendenza, Paolo Bovi di Bologna, Carlo Rodi da Boscomarengo e Francesco De Maestri da Spotorno erano tutti mutilati di un braccio [151].
    Dopo la formazione delle compagnie venne chiesto ai volontari, 10 per compagnia, di essere disponibili a prendere parte alla Diversione del Zambianchi, invito che fu accolto con poco entusiasmo da soli 64 volontari. [152].
    In relazione al numero dei volontari effettivamente ripartiti dopo la sosta a Talamone, occorre considerare che lo storico Mario Menghini[153] riporta il fatto che, a Talamone, Garibaldi scartò dagli effettivi un centinaio di volontari non ritenuti idonei per vari motivi, che fecero quindi ritorno a Genova via Livorno (Supplemento al Movimento del 13 maggio 1860) La Spedizione Garibaldina[154], pertanto secondo tale evento il numero dei volontari dovrebbe essere diminuito, salvo eventuali rimpiazzi sul luogo, che si potrebbero dedurre interpretando la frase riportata sulla targa a Talamone, casa del De Labar: "... ACCRESCENDO INTANTO LE SUE SCHIERE DEGLI ANIMOSI MAREMMANI CHE SI OFFRIVANO ANCORA AI CIMENTI ...", anche se la frase potrebbe interpretarsi come riferita ai 78 volontari di Sgarallino, provenienti però da Livorno, ed agli altri che si unirono allo Zambianchi.
    Sul numero dei volontari partiti il giorno 9 da Talamone, Carlo Agrati cita che il Sylva [155]li fa ammontare a 1.150, equipaggi compresi, (400 sul Piemonte e 750 sul Lombardo), mentre dall'archivio Cortes [156] risulta che sul Lombardo i volontari imbarcati quel giorno erano 627, che sommati ai 400 del Piemonte darebbero il totale di 1.027 imbarcati [157], cifra che escludendo gli equipaggi, se corretta, sembra confermare quanto affermato dallo storico Mario Menghini sull'esclusione di 100 volontari per inidoneità o altri motivi. In effetti sul numero dei volontari effettivamente partiti da Genova, Talamone e poi sbarcati esistono anche altre diverse versioni di varie fonti, anche se non riconosciute (vedere:Il numero dei “Mille” e La partenza e la stampa internazionale).
    Il giorno 8 Garibaldi aveva dato a Bixio le seguenti istruzioni:

    « Economizzare il biscotto - dividere le munizioni tra i due vapori - impegnar gente a far cartucce per 70 mila tiri - abbiamo 30 mila cartucce fatte e polvere e piombo per altre 70 mila - dividere i cannoni con rispettive munizioni - distribuire berretti, camicie, giberne, fucili, non distribuire le scarpe ma tenerle pronte - far tutta l'acqua che si può - provvedere carbone e sego per tre giorni. »

    (I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 123)

    Sul Lombardo salirono le prime 4 compagnie e i carabinieri genovesi, mentre le altre compagnie salirono sul Piemonte con lo Stato Maggiore, l'artiglieria e gli altri reparti.

    Lo scalo a Porto Santo StefanoModifica

     
    Targa in ricordo della sosta dei mille a Porto Santo Stefano il 9 maggio 1860

    Non trovando carbone ad Orbetello una seconda sosta fu effettuata il 9 maggio, nel vicino Porto Santo Stefano, per rifornimento di carbone e acqua potabile[158][159], elementi senza i quali non sarebbero mai arrivati a Marsala. Mentre il Piemonte e il Lombardo erano alla fonda nella rada di Porto Santo Stefano, Garibaldi dette forma e consistenza al suo piccolo esercito, nominò i comandanti e gli ufficiali, assegnò compiti e incombenze, distribuì armi e munizioni[160]. Durante lo scalo decine di bersaglieri, artiglieri e militi della guardia di finanza delle guarnigioni di Orbetello, dettero l’assalto alle navi per partecipare alla spedizione, ma Garibaldi, che aveva dato la sua parola sul fatto che non avrebbe accettato soldati dell’esercito italiano, fece scendere tutti, tranne qualcuno che riuscì a nascondersi nelle stive[161][162].

    « Vedevamo lontano un villaggio, una torre svelta, sottile, lanciata al cielo: Talamone, villaggio toscano, sulle coste maremmane. Paese di povera gente! Carbonai e pescatori. La nostra discesa gli ha rallegrati. “Come si chiama quel monte là in faccia?” - “Monte Argentario”. “E quelle case bianche, mezzo tuffate in mare?” - “Porto Santo Stefano”. Con una veduta come questa sempre dinanzi agli occhi, dovete fare una bella vita! “Sì se si mangiasse cogli occhi. Ma... Basta... finché si campa!” Così mi diceva un giovane carbonaio, mentre seguitava a discorrere, per farmi dire a sua volta chi siamo, e dove andiamo... »

    (Giuseppe Cesare Abba, uno dei Mille, nel suo libro Arrigo. Da Quarto al Volturno[160].)

    La diversione ZambianchiModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Diversione del Zambianchi .

    Durante la sosta sulle coste toscane Garibaldi ordinò al colonnello Callimaco Zambianchi e a 64 volontari, per unirsi altri volontari che lo attendevano, di distaccarsi dalla spedizione per tentare un'insurrezione nello Stato Pontificio evitando la guarnigione francese nel Lazio. In caso di successo il gruppo del Zambianchi avrebbe dovuto proseguire verso est e poi verso sud, facendo credere che l'attacco garibaldino veniva effettuato su più fronti e provocare un teorico spostamento di forze borboniche verso il nord del Regno delle Due Sicilie, per facilitare l'azione di Garibaldi in Sicilia. L'azione si concluse con un rapido fallimento e ritiro dai territori papali e con l'arresto di Zambianchi, che sarà successivamente liberato per partire per il Sudamerica.

    Il proseguimento della traversataModifica

    Oltre ai 64 volontari staccatisi dal gruppo, 9 mazziniani, convinti repubblicani, abbandonarono la spedizione quando compresero che si sarebbe combattuto per la monarchia sabauda, mentre i restanti 1.089 proseguirono nel viaggio, con la disposizione, incrociando altre navi, di mostrare solo l'equipaggio, nascondendo quindi alla vista i volontari imbarcati, le due navi dovevano navigare vicine di notte. [163]

    Nei giorni precedenti, tra il 7 e l'8 maggio, il comandante della marina sarda Carlo Pellion di Persano, alla guida di una divisione composta da tre pirofregate, aveva ricevuto da Cavour, tramite il governatore di Cagliari, l'ordine di arrestare la spedizione dei Mille solo se i legni di Garibaldi avessero fatto scalo in un porto della Sardegna, ma di non inseguirli se fossero stati incrociati in mare[164]. L'11 maggio, in seguito alla richiesta del Persano di ricevere conferma degli ordini ricevuti, il conte di Cavour rispose con un telegramma ribadendo le disposizioni del governo piemontese[165].

    Oltre ai legni piemontesi, altre imbarcazioni solcavano le acque del Tirreno: infatti, il contrammiraglio George Rodney Mundy, vicecomandante della Mediterranean Fleet della Royal Navy, aveva ricevuto ordine, dal suo governo, di assumere il comando del grosso delle unità navali della sua flotta e di incrociare nel Tirreno e nel canale di Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti delle Due Sicilie, oltre che a scopo intimidatorio[166] e di raccolta di informazioni, anche al fine di attenuare la capacità di reazione borbonica[167], anche se tale supposta presenza dissuasiva non ha avuto particolare effetto, in quanto i circa 1.000 del gruppo garibaldino Corte, partito da Genova nella notte tra l'8-9 giugno e in navigazione sulle navi Utile e Charles and Jane, vicini a Capo Corso erano stati intercettati e catturati dalla Marina borbonica, che li aveva condotti a Gaeta e successivamente rilasciati. I circa 1.000 del gruppo Corte si imbarcheranno di nuovo per il Sud il 15 luglio sulla nave Amazon.[168]

    Le proteste diplomaticheModifica

    La partenza aveva provocato proteste diplomatiche a Torino, il Canofari, inviato straordinario e ministro plenipotenziario del Regno delle Due Sicilie, informava minuziosamente di quanto succedeva a Genova il suo Governo di Napoli, che aveva forti sospetti per la precedente presenza davanti a Palermo delle navi piemontesi Authion e Governolo. Il borbonico Canofari protestava per la Spedizione con Farini, appoggiato dai rappresentanti di Russia e Prussia a Torino, anche il francese Talleyrand, incaricato dal suo ministro degli esteri Edouard-Antoine Thouvenel, richiamava il Cavour sulle responsabilità alle quali andava incontro il Governo sardo nei confronti del Regno delle Due Sicilie.
    Solo l'Inghilterra non si allineava al generale coro degli stati europei contro la Spedizione, alimentando la convinzione di Parigi che la Spedizione garibaldina fosse favorita dal console inglese a Genova. [169]

    Lo sventato incidente tra Piemonte e LombardoModifica

     
    Immagine caricaturale della Mancata collisione tra Piemonte e Lombardo

    La navigazione procedette senza problemi l’8 e il 9 maggio, ma nella notte tra il 9 e il 10 in avvicinamento alla Sicilia, Garibaldi decise di navigare coperto dalle due isole Marittimo e Favignana per poi sbarcare nel punto che era più adatto, quindi il Piemonte rallentò per attendere il Lombardo più arretrato e avvertire Bixio dell’operazione, ma a quel punto si presentò una situazione pericolosa, perché a nord e a ponente si vedevano i fanali rossi della flotta nemica e Garibaldi diede l’ordine di spegnere tutte le luci di bordo e di fare silenzio per evitare che il Piemonte fosse individuato.[170]

    Mentre il Lombardo di Bixio si avvicinava a Marittimo intravide la massa scura del Piemonte a luci spente e scambiandola per una nave nemica puntò verso di essa alla massima velocità, in quanto, in caso di incontro con nave nemica, Garibaldi aveva in precedenza dato ordine di gettarsi all’abbordaggio, che non avvenne, anche perché l'Elia al timone riconobbe il suono della campana del Piemonte avvisando prontamente Bixio [171] e dal Piemonte si levò la voce di allarme di Garibaldi:

    « Nino ! Oh ! Nino … (i due legni si avvicinano) … Che fai ? Vuoi colarci a fondo ?,
    Nino Bixio rispondeGenerale non vedevo più i segnali. »

    (CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, pagg. 174-175)

    Da quel momento le due navi navigarono assieme. Sulle modalità di svolgimento del mancato incidente esistono anche altre versioni [172].

    La partenza e la stampa internazionaleModifica

     
    The Illustrated London News nº 1030
    14 maggio 1860 - pag. 442

    La partenza di Garibaldi per la Sicilia era stata commentata da molti giornali internazionali e le notizie pubblicate nei giorni successivi risultano diverse da quelle che poi sono state accertate e avvalorate dagli storici più accreditati, è quindi possibile che in una prima fase le fonti dei giornali possano avere commesso errori di valutazione in eccesso, sia sul numero dei volontari, che delle armi imbarcati, oltre che sul numero delle navi, che secondo la stampa di quei giorni, risulterebbero superiori alle due conosciute.
    Il giornale settimanale britannico The Illustrated London News, nº 1030, in un articolo del 12 maggio 1860[173], riferendo sulla situazione insurrezionale in Sicilia, riporta quanto pubblicato dai giornali francesi definiti “semi-ufficiali”: Patrie e Pays, che annunciavano la partenza di Garibaldi per la Sicilia, dopo le dimissioni dall’Esercito Sardo e che il Governo Sardo aveva sequestrato le armi e munizioni destinate all’impresa e messo sotto sorveglianza il porto di Genova.
    Secondo tali fonti Garibaldi aveva però ottenuto un supplemento di armi, che non erano state sbarcate nello Stato Piemontese e che una nave, il cui nome non è indicato, era salpata dal porto di Genova due giorni prima con destinazione Malta, specificando che Garibaldi avrebbe trovato il modo di unirsi a questa nave in navigazione verso la Sicilia, anziché Malta come previsto.
    Viene quindi citato il giornale francese Opinion Nationale, il quale affermava che la spedizione di Garibaldi era composta di parecchie navi, delle quali anche in questo caso non vengono forniti i nomi, navi che si sarebbero incontrate presso l’isola di “Capraja”[174], per poi continuare verso la Sicilia. L’articolo britannico prosegue scrivendo che poco si conosceva della forza degli insorti siciliani, che Garibaldi doveva raggiungere e che poco si conosceva anche della forza che Garibaldi conduceva, nonostante fosse asserito che Garibaldi aveva con sé 1.800 uomini e 24 cannoni.
    Si cita anche che i giornali torinesi avevano pubblicato una lettera-appello di Garibaldi, con la quale si ricordava che era dovere di tutti incoraggiare e aumentare il numero di combattenti contro l’oppressione, per aiutare la Sicilia, lettera terminante con le parole: “Italia e Vittorio Emmanuele!”.
    Viene poi riportato che, secondo il giornale francese Patrie, indipendentemente dalla nave di Garibaldi, altri due vapori avevano lasciato Genova con a bordo 1.400 uomini, principalmente precedenti Cacciatori delle Alpi, romagnoli, lombardi e parecchi genovesi, mentre una quarta nave lasciava Livorno con la stessa destinazione delle altre, e tre navi erano partite da diversi punti, per riunirsi in mare e che tutte le navi avevano documenti per Malta. La spedizione viene definita ben provvista di armi, munizioni e approvvigionamenti per sostenere una campagna di diversi mesi. In questo caso potrebbe trattarsi delle navi della spedizione Medici, che però sarebbero partite circa un mese dopo, secondo i dati indicati nei documenti considerati dagli storici.
    L’articolo conclude riportando l’appello di Mazzini, anche lui sostenitore dell’unificazione italiana, per la quale sacrificava i suoi ideali repubblicani e che il compito degli incrociatori borbonici risultava così difficile, che Garibaldi probabilmente sarebbe riuscito a sbarcare.

     
    The Illustrated London News - nº 1031 - articolo del 19 maggio 1860 pag. 467

    In altro articolo del 19 maggio 1860 il giornale The Illustrated London News[175] pubblica la notizia secondo la quale sembra accertato che, oltre alle navi “Piemonte” e “Lombardo”, e alla terza nave partita da Genova, un vapore inglese che si sarebbe unito successivamente alla Spedizione, Garibaldi avrebbe sperato di prendere possesso della nave “Sardegna”, riuscendo poi nel nord della Toscana a rilevare e aggregare la nave “Giglio”, una vecchia cannoniera dell’ex marina toscana, armata di quattro cannoni e con un equipaggio previsto di trenta marinai. Nello stesso articolo del 19 maggio si afferma che dai vecchi forti in abbandono nel sud della Toscana Garibaldi avrebbe prelevato il numero di 24 vecchi cannoni senza affusto, per caricarli sulle navi, utilizzando alcuni dei cannoni per armare la sua flottiglia poco sopra la linea di galleggiamento.
    Un altro articolo pubblicato dal The New York Times del 24 maggio 1860[176] parla della partenza di tre navi, anche in questo caso senza elencarne i nomi, 2.200 volontari, 24 cannoni imbarcati e 5.000 persone che auguravano “Good speed”[177] ai partenti per la Sicilia. Rispetto all’articolo precedente del The Illustrated London News l’articolo del The New York Times concorda per la partenza di tre navi e 24 cannoni, aumentando da 1.800 a 2.200 il numero dei volontari con Garibaldi.

     
    Sbarco a Marsala. - La nave a destra è dotata di cannoni, che come nave commerciale non aveva, potrebbero essere i cannoni di cui parlano i giornali dell'epoca[178]. La presenza dei 24 cannoni descritta dai giornali non trova però riscontro nei principali testi storici.

    L’articolo sottolinea anche che l’entusiasmo per la partenza di Garibaldi aveva contagiato i soldati di guarnigione a Genova, al punto che era stato necessario confinarli nei loro alloggiamenti per impedire che disertassero per unirsi alla spedizione e che il Medici era pronto a salpare in pochi giorni con oltre 2.000 volontari, dato questo che concorda con quelli ufficiali, in quanto la spedizione Medici partirà effettivamente al termine della prima decade di giugno. La spedizione viene descritta ben fornita di armi e munizioni, indicando che presso la Banca di Genova Garibaldi aveva cambiato in oro l’importo di tre milioni di franchi in banconote e che dopo la partenza le navi di Garibaldi avevano fatto scalo a Talmonia in Toscana.
    Nell’articolo viene indicato che era previsto uno sbarco in Calabria per diversione, ma la notizia di un avvenuto sbarco a “Crezza” veniva smentita nelle ultime notizie, nelle quali si segnalava la presenza della flotta britannica che incrociava il mare tra Malta e la Sicilia, con la situazione degli insorti siciliani che mantenevano le posizioni nel loro quartier generale a quindici leghe da Palermo in località indicata come “Cefaleo”. Viene anche fornita notizia di un telegramma pervenuto a Torino in cui si annunciava lo sbarco a Trapani di insorti siciliani e calabresi e che era scoppiato un movimento insurrezionale in Calabria.
    Anche in questo articolo viene riportato l’appello di Garibaldi a combattere per la libertà in nome di Vittorio Emanuele II.
    Riguardo alle affermazioni sul discordante e maggior numero di navi, volontari e armi partiti alla data dei citati articoli del 12 e 24 maggio 1860, occorre considerare che, secondo i dati contenuti nei testi degli storici più accreditati (vedere: Gli sbarchi successivi al primo di Marsala ), la prima spedizione dopo quella di Garibaldi partirà da Genova il 24 maggio al comando di Agnetta, a bordo della piccola nave Utile con soli 60 volontari e le armi non consegnate alla partenza del Piemonte e Lombardo, mentre la successiva e più numerosa spedizione del gruppo Corte e Medici, composta di cinque navi, partirà da Genova e Livorno nel periodo 8-10 giugno 1860.
    Tenendo conto che i giornali esteri in questione avevano una certa rilevanza, sarebbe interessante conoscere in base a quali fonti avevano pubblicato le notizie sul superiore numero di navi, armi e volontari partiti con Garibaldi. Le fonti citate dagli storici relative alle partenze garibaldine, successive alla prima del 5 maggio 1860, sono principalmente ricavate dai resoconti del mazziniano Bertani per le partenze e del garibaldino Turr per gli arrivi e altre fonti generalmente estere e non istituzionali piemontesi[179], mentre non risultano menzionate fonti del Regno di Sardegna, che verosimilmente osservava, annotava e monitorava le partenze dei volontari, in quanto risulta difficile pensare che Cavour non fosse al corrente o non si preoccupasse di venire a conoscenza, tramite apposite relazioni, del quantitativo di navi, volontari e armi in partenza dai porti del Regno di Sardegna o per altre vie.
    Non va dimenticato che Cavour era così informato, da impedire le partenze delle spedizioni Medici e Pianciani nel nord dello Stato Pontificio, punto di sbarco inizialmente previsto dai mazziniani bertaniani, indirizzandole poi verso la Sicilia e successivamente bloccando poi del tutto le partenze da Genova verso la fine di agosto[180].
    Anche se si tratta di una supposizione, per le ragioni suesposte esiste la ragionevole possibilità che, oltre ai documenti citati dagli storici, ve ne siano stati altri riservati e redatti dello Stato Sardo, non venuti a conoscenza degli storici.

    Periodo sicilianoModifica

    Lo sbarco a MarsalaModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarco a Marsala.
     
    Lo sbarco dei Mille a Marsala da un disegno di un ufficiale osservatore, a bordo di una nave inglese.
     
    Garibaldi sbarca a Marsala

    I due vapori, per evitare navi borboniche, avevano seguito una rotta inconsueta[181], che li aveva portati fin quasi sotto le coste tunisine. Su tale rotta vicino alle coste tunisine è stato però osservato che il mattino dell'ultimo giorno di navigazione, alla velocità del Lombardo di 7 miglia orarie e dopo 40 ore di navigazione, i due vapori non potevano trovarsi a più di 280 miglia e quindi circa all'altezza delle Isole Egadi o ad ovest delle stesse, senza considerare i ritardi e le soste [182]. I Mille, intenzionati a volgere verso Sciacca, dopo avere escluso Porto Palo, tra Selinunte e Sciacca, per basso fondale e difficoltà di sbarco, puntarono poi a Marsala, poiché informati dagli equipaggi di un veliero inglese e di una paranza da pesca siciliana di padron Strazzeri che il porto della città non era protetto da vascelli borbonici[181]. L'assenza di borbonici convinse Garibaldi a dirigersi verso Marsala[181], dove i vapori piemontesi giunsero nelle prime ore del pomeriggio. Secondo una affermazione di Crispi, pronunciata a Palermo in occasione del 25° anniversario della spedizione, il cambiamento del punto di sbarco sarebbe dovuto al fatto che "una spia era penetrata nelle nostre file, e il Governo di Napoli n'era stato informato" [183].

    Lo sbarco dei garibaldini fu favorito da diverse circostanze, come la presenza nel porto di Marsala di due navi da guerra della Royal Navy, giunte per proteggere le imprese inglesi della zona, come i magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham[184] e che finì per condizionare l'operato della Real Marina del Regno delle Due Sicilie[185][186][187] e il ritardo con cui le navi da guerra borboniche giunsero nelle acque marsalesi[188][189], da cui conseguì un'azione difensiva tardiva e sterile[190].

    Secondo quanto affermato dallo storico inglese George Macaulay Trevelyan, nel suo libro ‘'Garibaldi e i mille'’, le due navi inglesi Argus e Intrepid non fecero nulla per aiutare Garibaldi[191][192], né avrebbero potuto perché avevano le caldaie spente ed erano ormeggiate al largo, con i loro comandanti Marryat e Winnington-Ingram a terra assieme a parte dell'equipaggio[193][194]. La neutralità della marina inglese fu confermata durante la battaglia di Palermo, quando Garibaldi, rimasto quasi privo di polvere da sparo, la richiese inutilmente ai comandanti delle flotte da guerra ormeggiate al largo della città[195].

    Inoltre, i comandanti borbonici, ignorando le segnalazioni dei servizi di informazione napoletani, appena un giorno prima dello sbarco, avevano fatto rientrare a Palermo le colonne del generale Letizia e del maggiore d'Ambrosio, per far fronte al pericolo d'insurrezione nella capitale siciliana[196]. Questo cambiamento, però, fu fatale in quanto, al momento dello sbarco, non vi erano truppe di terra né a Marsala, né nei dintorni.

    I garibaldini lasciarono Marsala e si inoltrarono rapidamente verso l'interno. A loro si unirono, già il 12 maggio, 200 volontari siciliani comandati dai fratelli Sant'Anna.

    Il 13 maggio a Rampingallo la Spedizione si organizza in due battaglioni: 1° battaglione di Bixio e 2° battaglione di Carini, passando in totale da 8 a 9 compagnie, creando la 9^ compagnia, con aggregati i carabinieri genovesi, comandata da Griziotti, mentre La Masa parte accompagnato da Buscaino e Curatolo in cerca di volontari siciliani, lasciando il comando della 4^ compagnia al trapanese Mario Palizzolo, anche il calabrese Stocco lascia il comando della 3^ compagnia allo Sprovieri, l'artiglieria era comandata da Orsini, che aveva aggregati anche la compagnia marinai del Castiglia [197].

    Proclamazione della DittaturaModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Dittatura di Garibaldi.
     
    Garibaldi fotografato a Palermo, nel luglio 1860.

    Il 14 maggio a Salemi Giuseppe Garibaldi dichiarò di assumere la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele[198]; tutta l'iniziativa garibaldina si mosse sotto il motto "Italia e Vittorio Emanuele". Il 17 Francesco Crispi viene nominato primo Segretario di Stato[199]. Il 2 giugno furono creati sei dicasteri[200]:

    Il decreto seguente, opera di Crispi, è il primo atto in cui Vittorio Emanuele II viene definito Re d’Italia.

    « ITALIA E VITTORIO EMANUELE
    Giuseppe Garibaldi, comandante in capo dell’esercito nazionale in Sicilia: dietro l’invito dei principali cittadini e quello dei comuni liberi dell’Isola; considerando che in tempo di guerra è necessario che i poteri civili e militari siano concentrati nella stessa mano: DECRETA Che egli prende, in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia la dittatura di Sicilia.
    Salemi 14 maggio 1860. Giuseppe Garibaldi »

    Lo stesso giorno Garibaldi emette un altro decreto, controfirmato da Crispi, che istituiva la nuova milizia siciliana, comprendente tutti i siciliani atti alle armi dai 17 ai 50 anni di età, decreto che però risulterà di non agevole applicazione.[201]

    Rappresentante presso il governo provvisorio da parte del Regno di Sardegna fu inviato il siciliano Giuseppe La Farina che a luglio fu costretto a dimettersi per disaccordi con Crispi e al suo posto Cavour inviò Agostino Depretis. E il 20 luglio Garibaldi nominava lo stesso Depretis "prodittattore", con l'esercizio di "tutti i poteri conferiti al Dittatore dai comuni della Sicilia". Il 14 settembre tuttavia Depretis si dimise, non avendo potuto convincere il generale all'annessione diretta della Sicilia al Regno di Sardegna e il 17 si insediò al suo posto Antonio Mordini che restò fino alla conclusione del plebiscito d'annessione[202] del 21 ottobre 1860.

    Nel settembre Cavour fece nominare prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino Trivulzio. A Salemi Garibaldi incontra Fra Pantaleo, che si unirà alla spedizione garibaldina diventando poi amico di Garibaldi e suo grande elemosiniere.

    Il primo scontro a CalatafimiModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Calatafimi ed Esercito meridionale.
     
    Per tradizione, come per lo sbarco di Marsala, i garibaldini vengono raffigurati tutti con la camicia rossa, anche se la sua adozione in massa avvenne solo dopo la presa di Palermo, inizialmente erano solo una minoranza ad indossarla.

    I Mille, affiancati da 500 "picciotti", ebbero un primo scontro nella battaglia di Calatafimi il 15 maggio 1860, contro circa 3.000[203] soldati borbonici guidati dal generale Francesco Landi. Qui, con un eroico gesto, Augusto Elia salva la vita al generale Garibaldi, riportando una grave ferita al volto. Sconfitte le truppe borboniche, ritiratesi nell'abitato di Calatafimi, ricevettero l'ordine di mettersi in marcia per raggiungere Palermo; la notizia della vittoria garibaldina si diffuse rapidamente nell'area, spesso accompagnata da mirabolanti narrazioni, fomentando la rivolta nella popolazione siciliana. Ad Alcamo, sulla via per Palermo, le truppe furono attaccate dai siciliani che sparavano dalle case e dai balconi, come rappresaglia i soldati incendiarono molte case[204], a Partinico la popolazione si ribellò al tentativo di requisizione forzata di beni e viveri da parte delle truppe in ritirata con una sanguinosa rivolta popolare.

    Dopo Calatafimi Garibaldi proseguì verso Palermo, per Alcamo e Partinico, giungendo in vista della città.

    Alla notizia della sconfitta di Calatafimi Francesco II chiese al generale Filangeri di riprendere servizio, ma costui si rifiutò; il re con una cerimonia ufficiale depose ai piedi della statua di San Gennaro lo scettro e la corona nominando il santo re di Napoli e implorando invano il miracolo della liquefazione del sangue; dietro suggerimento della consorte cominciò a considerare di concedere la costituzione, e cominciò a sondare l'opinione di padre Borelli, influente cappellano di corte, ricevendo una netta risposta negativa[205].

    Dispaccio del Generale Landi al generale in capo a Palermo, intercettato dalle forze garibaldine.[206]
    Calatafimi, 15 maggio 1860

    Eccellenza,
    Aiuto, e pronto aiuto. La banda armata che lasciò Salemi questa mattina, ha circondato tutte le colline dal sud al sud-ovest di Calatafimi. La metà della mia colonna avanzata è stata colta in tiro, ed attaccò i ribelli che comparivano a mille da ogni dove. Il fuoco fu ben sostenuto, ma le masse dei siciliani unite con le truppe italiane erano d’immenso numero. I nostri hanno ucciso il gran comandante degli italiani, e preso la loro bandiera che noi conserviamo. Disgraziatamente un pezzo delle nostre artiglierie caduto dal mulo è rimasto nelle mani dei ribelli; questa perdita mi ha trafitto il cuore. La nostra colonna fu obbligata a battere un fuoco di ritirata, e a riprendere il suo passo per Calatafimi dove mi trovo io adesso sulla difesa. Siccome i ribelli, in grandissimo numero, mostrano d’attaccarci, io dunque prego V.E. di mandare istantaneamente un forte rinforzo di fanteria, ed almeno un’altra mezza batteria, essendo le masse enormi, ed ostinatamente impegnate a pugnare. Io temo di essere assaltato nella posizione che occupo; io mi difenderò per quanto è possibile; ma se pronto soccorso non giunge, io mi protesto non sapendo come l’affare possa riuscire. La munizione dell’artiglieria è quasi finita, quella della fanteria considerevolmente diminuita, sicché la nostra posizione è molto critica, ed il bisogno di mezzi di difesa mi mette nella più grande costernazione. Io ho settantadue feriti, non posso darvi esatto conto dei morti scrivendovi immediatamente alla nostra ritirata. Con altro rapporto darò a V.E. un preciso ragguaglio. Finalmente io sottometto all’E.V. che se le circostanze mi costringono, io devo senza dubbio, per non compromettere l’intera colonna, ritirarmi, e se lo posso in alto. Io mi affretto di sottomettere tutto ciò a V.E. perché sappia di essere la mia colonna circondata di nemici, di numero infinito, i quali hanno assalito i mulini e preso le farine preparate per le truppe. V.E. non resti in dubbio sulla perdita del cannone di cui ho discorso. Io sottometto all’E.V. che il pezzo fu posto a schiena di mulo, il quale fu ucciso al momento della nostra ritirata, perciò non fu possibile ricuperarlo. Io conchiudo che da tutta la colonna si combatté con fuoco vivo dalle 10 antimeridiane alle 5 pomeridiane quando io feci la nostra ritirata.

    Il Generale comandante
    M. Landi

    I timori di MazziniModifica

     
    The Illustrated London News nº 1031 del 19 maggio 1860

    Nel maggio del 1860 Mazzini scriveva una denuncia contro la possibilità della cessione della Sardegna alla Francia per la nascita di uno stato nazionale comprendente altri territori, analogamente a quanto era avvenuto in precedenza per cessione della Savoia e Nizza,[207] (vedere: I timori di Mazzini per la cessione della Sardegna alla Francia).
    In un articolo del giornale britannico The Illustrated London News del 19 maggio 1860, intitolato “Situazione in Sicilia - Presagi”,[208] si afferma, tra l’altro, di ritenere che la sostituzione di un altro Borbone con un altro Napoleone a Napoli era tornata attuale e che sarebbe preferibile alla ulteriore cessione di territori alla Francia come compensazione per altri allargamenti di quel Regno d’Italia, che si immagina essere il sogno di il Re galantuomo e il fine ultimo della politica di Cavour.
    Nell’articolo si parla quindi della convinzione da parte francese del desiderio inglese di acquisire almeno il protettorato della Sicilia e che tale probabilità potesse essere considerata nella mente di Luigi Napoleone aggiungendo che, anche nei momenti migliori dell’alleanza franco-inglese, la politica sotterranea francese mirava a ridurre la presenza di territori sotto controllo inglese in Mediterraneo.
    Il riferimento dell’articolo alla cessione di ulteriori territori alla Francia, sembra quindi alludere alla possibilità di cedere la Sardegna alla Francia, in cambio di un allargamento ai territori che Garibaldi stava occupando in nome di re Vittorio Emanuele II, come risulta dai titoli dei decreti promulgati da Garibaldi nelle funzioni di Dittatore della Sicilia.

    La stampa internazionale e la SiciliaModifica

     
    The Morning Post - 26 maggio 1860 - articolo prima della presa di Palermo

    Le vicende militari in Sicilia venivano commentate dalla stampa internazionale in articoli con notizie riferite da fonti, che pur potendo commettere eventuali errori di valutazione, rappresentavano comunque la testimonianza diretta da parte di chi si trovava sui luoghi degli avvenimenti. Si pone l’attenzione sul numero degli insorti che, secondo l’articolo, Garibaldi avrebbe condotto prima della battaglia di Palermo, il cui numero viene indicato tra i 20.000 o 30.000.
    Secondo un articolo del giornale britannico “The Morning Post” del 26 maggio 1860[209], redatto a Napoli dal corrispondente della testata il 18 maggio 1860, si menziona che, al ricevimento dei dispacci sulla situazione militare in Sicilia, il re di Napoli aveva consultato Filangieri ed Ischitella, i quali rifiutavano di aderire alle sue richieste di impegnarsi ad essere latori di proposte di conciliazione. Il Filangieri aggiungeva che, essendo fallita la missione del generale Lanza, non rimaneva altra speranza che l’impiego della forza. C’era accordo sul fatto che Palermo dovesse essere difesa.
    L’articolo del corrispondente da Napoli evidenzia come il re fosse molto scoraggiato di trovare così pochi e volenterosi nell’ora del bisogno e che questa situazione era dovuta al fatto che, come tutti i despoti superficiali[210] non aveva permesso a persone intelligenti e oneste di avvicinarlo, in pratica il re di Napoli si era circondato di persone non valide e interessate e che le sue guide erano ancora i suoi educatori gesuiti e certi suoi amici, come la matrigna austriaca.
    Il ministro degli esteri Carafa[211] aveva spedito dispacci alle corti straniere, facendo un resoconto della situazione in Sicilia, dispacci che sarebbero stati pieni di notizie non corrispondenti alla situazione reale. Il corrispondente da Napoli afferma di non pensare che il governo di Napoli sarebbe arrivato ad un punto di rottura con il Piemonte, perché questo avrebbe avvicinato ancora di più il Governo ai sostenitori di Garibaldi, mentre ora (secondo il corrispondente) il Conte Cavour si comporta come se scoraggiasse la Spedizione in Sicilia.
    Prosegue quindi scrivendo che il marchese Villamarina aveva ricevuto istruzioni per assicurare Carafa e il suo sovrano, che il re del Piemonte assisteva con dispiacere all’insurrezione in Sicilia, mentre Elliot e Brenier sembravano spingere il re di Napoli a cambiare la sua politica e a ripristinare la Costituzione del 1848.
    Carafa si lamentava delle sottoscrizioni che si erano aperte in Inghilterra e anche in Francia per finanziare la spedizione di Garibaldi, il cosiddetto “Garibaldi Fund” e il gabinetto austriaco non avrebbe concesso aiuti materiali, ma alcuni vascelli austriaci erano stati inviati in Sicilia, senza peraltro che se ne conoscessero gli ordini.
    La Corte di Napoli era in totale confusione e, secondo il corrispondente, denaro sarebbe stato inviato recentemente verso l’Inghilterra e il re di Napoli avrebbe ordinato di tenere pronti due vapori a lui riservati, per Gaeta o altra destinazione in base alle circostanze. La flotta agli ordini dell’ammiraglio Salazaro non operava efficacemente, in quanto era pervenuta notizia di altri sbarchi di volontari in Sicilia da parte dei dispacci dei consoli stranieri.
    Segue quindi la notizia di un corpo d’armata inviato a Cosenza e Reggio Calabria, dove vi sarebbe stato un movimento, che però secondo le ultime notizie non sarebbe avvenuto, quindi i dispacci comunicavano che parte di quelle forze sarebbero state inviate in nave attorno a Palermo e che c’erano grosse masse di uomini in Calabria, ma le indicazioni pervenute erano sempre che “prendono posizione”.
    Per quanto riguarda Napoli, da dove il corrispondente scrive, si ripete che c’era poco materiale per la rivoluzione e che tutti simpatizzavano per Garibaldi, che sarebbe stato accolto con entusiasmo, ma (secondo il corrispondente) i napoletani non erano un popolo combattivo e avrebbero fatto poco per sé stessi. Prosegue quindi esponendo i timori suoi e degli altri che i cosiddetti “lazzaroni” al soldo della Corte, potessero essere lasciati liberi di agire contro i corrispondenti esteri se le cose andavano male, un vecchio trucco borbonico.
    I mezzi limitati in possesso dei giornalisti per avere notizie sulla Sicilia erano ancora più diminuiti dal fatto che molti commercianti erano partiti e comunque tutti sapevano a Napoli che Garibaldi si era aperto la strada verso Palermo e che conduceva dai 20.000 ai 30.000 uomini e nella città di Palermo c’erano state dimostrazioni senza che la polizia tentasse di impedirle, le truppe approntavano difese.
    L’unico intervistato arrivato dalla Sicilia aveva lasciato Palermo il 15, dove il porto era pieno di navi, anche navi da guerra inglesi, francesi e sarde e, si diceva, due reggimenti erano stati rimandati indietro perché ammutinati, con la città in stato di assedio, la maggior parte dei negozi chiusi e gli abitanti andati via.
    Il corrispondente afferma quindi che la sua fonte di informazione viveva a bordo di una nave, perché non era consigliabile per uno straniero trovarsi a Palermo, la fonte affermava che i borbonici avrebbero voluto tenere Palermo, ma che i vapori erano pronti a imbarcare il governatore e le truppe in caso di necessità, le autorità borboniche si erano spostate a Palermo e Messina, le uniche due città che ancora il governo di Napoli controllava, in quanto il resto della Sicilia sarebbe stato sottratto al controllo governativo.
    Secondo il parere del corrispondente il re di Napoli avrebbe accettato di perdere la Sicilia in caso di mancato aiuto straniero e che i siciliani non avrebbero accettato promesse da parte del governo borbonico. Ma il re di Napoli, volendo mantenere amiche le potenze straniere, faceva a queste offerte di riforme, pur sapendo che doveva fare assegnamento sulla “spada”, la “spia” e il “prete” e che era troppo tardi per fare quello che avrebbe dovuto fare quando era salito al trono come re.
    Il corrispondente conclude l’articolo scrivendo che il re era molto impopolare a Napoli, anche più impopolare del padre, citando il giornale “Le Due Sicilie” e i decreti pubblicati che garantivano amnistia e la promessa di un principe reale come luogotenente o viceré e la nomina del generale Lanza come “Commissario straordinario”.

    Insurrezione e conquista di PalermoModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Insurrezione di Palermo (1860).
     
    Fattori. Garibaldi a Palermo
     
    Fotografia di una strada di Palermo dopo i combattimenti: sono visibili le barricate e gli edifici distrutti dal bombardamento borbonico

    Dopo qualche scaramuccia e varie manovre diversive verso l'interno, (si accamparono sulla montagna di Gibilrossa tra Misilmeri e Belmonte Mezzagno) di lì i garibaldini, il 27 maggio, giunsero a Palermo e si apprestarono a entrare in città, ma prima dovettero attraversare il Ponte dell'Ammiraglio, presidiato dai militari borbonici. Dopo un duro scontro, le truppe reali abbandonarono il campo e rientrarono a Palermo, una colonna attraverso la Porta Termini, l'altra attraverso la Porta Sant'Antonino.[212] Nei successivi scontri tra Porta Sant'Antonino e Porta Termini cadeva l'ungherese Luigi Tüköry, mentre furono feriti, fra gli altri, Benedetto Cairoli, Stefano Canzio e Nino Bixio.

    Aiutati dall'insurrezione di Palermo, tra il 28 maggio e il 30 maggio i garibaldini e gli insorti, combattendo spesso strada per strada, conquistarono tutta la città, nonostante il bombardamento indiscriminato condotto dalle navi borboniche e dalle postazioni presenti presso il piano antistante Palazzo dei Normanni e il Castello a Mare. Il 29 maggio si ebbe un deciso contrattacco delle truppe regie che, però, veniva arginato. Il giorno 30 maggio i borbonici, asserragliati nelle fortezze lungo le mura, chiesero un armistizio. Garibaldi, ormai padrone della città, si proclamò "dittatore" nominando un governo provvisorio in cui risaltava il ruolo di Francesco Crispi. Dopo un armistizio dal 30 maggio al 3 giugno, il giorno 6 giugno le truppe che difendevano il capoluogo siciliano capitolavano in cambio del permesso di lasciare la città, chiedendo l'onore delle armi, che Garibaldi concesse in quanto anch'essi italiani e nel trattarli così, Garibaldi poteva dire di riportare un’altra vittoria [213].

    Uno dei primi atti di Garibaldi fu l'emanazione del decreto del 28 maggio[214] con il quale disponeva che le terre del demani comunali (in mancanza di queste quelle appartenenti al demanio statale) fossero divisi tra i contadini nullatenenti e i volontari che avrebbero combattuto ai suoi ordini.

    In quei giorni il porto di Palermo divenne un affollato crocevia dei più disparati personaggi, compresi molti cronisti di giornali inglesi e americani, tra cui l'ungherese naturalizzato britannico Ferdinand Nandor Eber, corrispondente del Times che entrò a far parte dei Mille con il grado di colonnello. Il 30 maggio sbarcò dal suo panfilo personale Alexandre Dumas con armi e champagne. Il 6 giugno arrivò Giuseppe La Farina, inviato da Cavour, che temeva una possibile influenza dei mazziniani. La Farina avrebbe dovuto, nel desiderio di Cavour, prendere il controllo politico della situazione a favore del Regno di Sardegna, ma non trovò al momento un'accoglienza favorevole. Lascerà nelle lettere di quei giorni severi giudizi sui garibaldini e il governo dittatoriale e continuerà a complottare per l'immediata annessione, fino alla sua espulsione dall'isola.

    Michele Amari osservatore definito imparziale, moderato e cavourriano rientrato il Sicilia il 3 luglio 1860 così descriveva la situazione a Palermo:

    « In Palermo non si sentono né i furti, né gli omicidi, né le altre violenze del 1848; questo lo posso affermare.
    Se hanno contunuato fino a pochi giorni addietro ad ammazzare qualche birro, sai bene che il caso è eccezionale dopo tante infamie.
    É male al certo, ma non prova punto l'anarchia. »

    (Garibaldi e la formazione dell'Italia - appendice D - G.M. Trevelyan - pag. 383.)

    Convenzione per la capitolazione di PalermoModifica

    Il 6 giugno il generale Letizia ed il colonnello Buonopane, di ritorno da Napoli, riferiscono al generale Lanza che il re aveva approvato il prolungamento della tregua ed a stipulare una convenzione con Garibaldi per il ritiro delle truppe regie da Palermo, a condizione che le truppe potessero spostarsi liberamente e imbarcarsi, portando con sé tutto il materiale da guerra, come pure dal forte di Castellammare. Quindi i due ufficiali si sono recati da Garibaldi per stipulare la convenzione che segue [215]:

    CONVENZIONE FATTA IL 6 DI GIUGNO 1860[216]
    FRA I SOTTOSCRITTI PER EVITARE ULTERIORE EFFUSIONE DI SANGUE

    Per vedute ragioni umanitarie la tregua è prorogata fino al compimento delle seguenti operazioni:
    Art. 1. Saranno imbarcati gli ammalati esistenti nei due ospedali o in altri depositi, con la maggiore celerità.
    Art. 2. Sarà lasciato libero l’imbarco o il movimento per terra a tutto il corpo d’esercito esistente a Palermo, con equipaggi, materiali, artiglieria, cavalli, bagagli, famiglie, e quant’altro possa appartenergli secondo che S.E. il generale Lanza stimerà, compreso il materiale che è nel forte di Castellammare.
    Art. 3. Qualora sarà preferito l’imbarco, quello di tutta la truppa sarà preceduto dall’altro del materiali di guerra, ed equipaggi, nonché di una parte degli animali.
    Art. 4. L’imbarco di tutta la truppa e materiale da guerra sarà al molo, trasferendo tutto ai Quattroventi.
    Art. 5. Il forte Castelluccio al molo, e la batteria Lanterna nonché le adiacenze saranno evacuate dal generale Garibaldi senza fuoco.
    Art. 6. Il generale Garibaldi consegnerà tutti gli ammalati e feriti che trovansi in suo potere.
    Art. 7. Saranno scambiati per totalità e non per numero tutti i prigionieri e dispersi, dall’una e dall’altra parte.
    Art. 8. La consegna dei sette nobili detenuti politici in Castellammare sarà fatta quando tutte le operazioni di spedizione e di imbarco saranno ultimate con l’uscita della guarnigione dal forte Castellammare. Essi detenuti saranno consegnati al molo ove saranno condotti alla stessa guarnigione.
    Fermati i suddetti patti vi si aggiunge per articolo addizionale che la spedizione di cui si tratta avrà luogo per via di mare al molo di Palermo.
    Firmati:
    Il colonnello CAMILLO BUONOPANE, sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito.
    Il generale GIUSEPPE LETIZIA, marchese di Mompellieri.
    Il generale GIUSEPPE GARIBALDI.
    Il colonnello dello Stato Maggiore” VINCENZO POLIZZY.

    Il decreto per vedove e orfani dei cadutiModifica

    Garibaldi firmò anche un decreto che assegnava pensioni alle vedove e assistenza di stato agli orfani dei caduti per la causa nazionale, assimilando a questi anche i tredici fucilati del 14 aprile 1860, durante la cosiddetta Rivolta della Gancia.

    Decreto di Garibaldi in Sicilia[217]
    Italia e Vittorio Emmanuele
    ––––––––––––––
    GIUSEPPE GARIBALDI, Comandante in capo le forze Nazionali in Sicilia,
    In virtù dei poteri a lui conferiti;
    DECRETA :

    Art. 1. I figli dei morti in difesa della causa nazionale sono adottati dalla patria. Saranno educati, e nutriti a spese dello Stato; se donne fino agli anni sedici, se uomini fino agli anni diciassette. Giunte le donne agli anni sedici avranno una dote conveniente alla loro origine.
    Art. 2. Le vedove de’ morti in difesa della causa nazionale avranno una pensione conveniente al loro stato. La pensione durerà finché si troveranno in vedovanza. La stessa pensione è accordata alle vedove de’ tredici individui che subirono la fucilazione nel giorno 14 aprile 1860. I loro figli vanno compresi nella disposizione dell’antecedente articolo.
    Art. 3. Tutti coloro che per causa di ferite riportate, battendosi in difesa della patria e della causa nazionale, resteranno storpi o mutilati e inabili al lavoro, cui prima erano addetti, saranno raccolti in apposito Ospizio, e mantenuti dallo Stato.
    Art. 4. Il Segretario di Stato dello Interno è incaricato per l’esecuzione del presente decreto.

    Palermo 6 giugno 1860
    Il dittatore G. GARIBALDI
    Il Segretario di Stato dell’Interno F. Crispi

    Stamperia Carini e Meli

    Insurrezione di CataniaModifica

     
    Insurrezione di Catania

    La città di Catania era duramente provata da 15 giorni di stato di assedio, che si aggiungeva ai disagi dovuti alla situazione in cui da due mesi si trovava l’Isola.[218]
    Il 31 maggio alle 5 antimeridiane gli insorti, guidati dal maggiore Giuseppe Poletti al grido “Italia e Vittorio Emanuele” attaccavano 2.000 soldati delle truppe regie asserragliate nel centro della città, dove avevano occupato anche molte case di cittadini, in quanto venuti a conoscenza che gli insorti stanziati presso Lentini minacciavano i sobborghi Misterbianco e Mascalucia.
    Le truppe regie avevano occupato il seminario, l’arcivescovado, il palazzo della città, il convento di S. Francesco, le logge del monastero femminile di S.Agata e l’Università, dove parecchi pregiati volumi finirono gravemente danneggiati, in quanto utilizzati dai militari per creare dei parapetti difensivi. Dopo otto ore di attacco gli insorti, aiutati dal popolo, erano riusciti ad avere un certo successo, strappando due cannoni ai regi, ma l’avvicinarsi di altri 2.000 soldati e la scarsità di munizioni costrinsero gli insorti a retrocedere con poche perdite, mentre i regi borbonici perdettero parecchi effettivi. Durante gli scontri si distinse la patriota Giuseppa Bolognara Calcagno nota anche come "Peppa la cannoniera[219], in quanto riuscì a sottrarre un cannone alle forze nemiche.
    I soldati regi borbonici si abbandonarono quindi a rappresaglie nei confronti della popolazione civile, effettuando eccidi senza distinzione di sesso o di età, appiccando il fuoco a diverse case dopo averle saccheggiate.[220] A questo si aggiunse anche il bombardamento della città da parte di un vapore da guerra regio ancorato nel porto, gli incendi appiccati non si propagarono a tutta la città a causa del fatto che le abitazioni in muratura offrivano poco materiale combustibile.
    Il 3 giugno le truppe regie si ritirarono via terra verso Messina, scortate da parte di mare da una nave da guerra seguita da altre navi noleggiate e caricate di munizioni e di tutto quanto avevano potuto prendere nella città da loro abbandonata. Il generale Clary aveva anche ritirato tutto il denaro depositato nella ricevitoria generale, che rimaneva quindi con le casse vuote.
    Mentre si ritiravano le forze borboniche imponevano ai paesi attraversati il pagamento della tassa di guerra, gravandoli con il pagamento di ingenti somme, ad Acireale, partite le truppe, la popolazione esasperata si abbandonò a ritorsioni nei confronti di diversi “birri”[221], che vennero uccisi, ma la situazione venne presto riportata alla calma dai cittadini più influenti.

    L'insurrezione nel resto dell'isolaModifica

     
    Dipinto di Cesare Bartolena che raffigura l'imbarco dei volontari livornesi avvenuto il 9 giugno 1860, con l'ultimo contingente di volontari toscani
     
    Lapide presso il Palazzo Pretorio di Palermo

    Durante il mese di giugno ai garibaldini si aggregarono altri volontari siciliani e quelli provenienti da altre parti d'Italia, i cui arrivi si succedevano quasi quotidianamente, inquadrandosi in quello che poi fu chiamato esercito meridionale; sempre in giugno si formò il primo nucleo della Marina dittatoriale siciliana. Il 1º giugno, proveniente da Malta, sbarcò a Pozzallo, ancora sotto controllo borbonico, Nicola Fabrizi con 20 volontari della Legione italica, che muoverà verso Catania, raggiunta il 20 giugno, formando la colonna dei Cacciatori del Faro accrescendosi di volontari durante la marcia fino a raggiungere il numero di 300 uomini[222].

    Il 2 e il 3 giugno arrivarono a Catania, che intanto era insorta, due imbarcazioni con diversi volontari e rifornimenti provenienti da Genova, dopo un lungo viaggio che aveva toccato Malta. Il 7 giugno arrivarono 1.500 fucili da Malta di produzione britannica. Sbarcò a Marsala una nave di rifornimenti (l'Utile) con 69 uomini al comando di Carmelo Agnetta, 1.000 fucili e molte munizioni, che incontrarono Cesare Abba l'11 giugno a Palermo. Secondo Abba avevano portato "... due migliaia tra schioppi e schioppacci, e molte munizioni e i loro cuori".[223],[224]

    Il 18 giugno sbarcò a Castellammare del Golfo la seconda vera e propria spedizione, proveniente da Genova e comandata dal generale Giacomo Medici, con tre navi[225], circa 2.500 volontari dei 3.500 partiti, 8.000 fucili moderni e munizioni[226], sbarcarono solo 2.500 volontari, in quanto i circa 1.000 del gruppo Corte, in navigazione sulle navi Utile e Charles and Jane erano stati intercettati e catturati dalla Marina borbonica, che li aveva condotti a Gaeta e successivamente rilasciati. I circa 1.000 del gruppo Corte si imbarcheranno di nuovo per il Sud il 15 luglio sulla nave Amazon.[227]

    Il 5 e il 7 luglio sbarcarono a Palermo oltre 2.000 volontari[228] comandati da Enrico Cosenz. Il 9 luglio su una vecchia carboniera arrivarono diverse centinaia di volontari. Il 22 luglio su due navi arrivarono a Palermo circa 1.535 volontari[229], quasi tutti lombardi, al comando di Gaetano Sacchi.

    I garibaldini furono riorganizzati e verso la fine del mese di giugno mossero da Palermo, divisi in tre colonne, verso la conquista dell'isola. La brigata di Stefano Türr (poi comandata da Eber), con circa cinquecento uomini, s'incamminò per l'interno, Bixio con circa 1.700 uomini verso Catania, passando da Agrigento, e Medici con Cosenz, al comando della colonna più importante, avanzarono lungo la costa settentrionale.

    I progetti di attentato contro GaribaldiModifica

    Mentre Garibaldi avanzava erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita[230], come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano a Giuseppe Garibaldi, nelle quali si rappresenta il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti di Garibaldi, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicarii inviati al medesimo scopo.

    LEGATION DE SARDEGNE
    All'Ill.mo Signor Marchese d'Aste[231]
    Comandante della R. pirofregata sarda "Governolo
    Palermo. 8 giugno 1860.

    « Ill.mo sig. Comandante, profitto della partenza del vapore inglese, per trasmetterle la qui annessa lettera diretta al Duca della Verdura, cui prego di farla recapitare il più prontamente possibile. Col mezzo dell'avv. Galvani già menzionato nella mia precedente, mi pervennero nuovi ragguagli intorno al caporale Valentini; è uomo di circa 30 anni, alto e magro della persona, pallido in viso, con occhi celesti. Da sorgenti diverse, e non indegne di fede, mi risulta inoltre essere stato inviato allo stesso fine un tale Giosafatte Tallarino [232],[233], già celeberrimo bandito calabrese. Egli imbarcavasi il 6 corr., alle ore 23 sul legno mercantile alla volta di Palermo. Dicesi accompagnato da 10 o 11 individui per secondarlo. La prego adunque, signor comandante, di volere con ogni maggior diligenza, trasmettere questi nuovi particolari a ciò sia provveduto prontamente e come si conviene. Colgo questa opportunità per offrire i miei anticipati ringraziamenti e rinnovarle le proteste della mia distintissima considerazione.  »

    Il Ministro
    Villamarina


    Lettera dell’ammiraglio Persano a Garibaldi.

    GABINETTO PARTICOLARE
    DEL CONTR' AMMIRAGLIO
    COMANDANTE LA SQUADRA
    Palermo. 15 giugno 1860.

    « Caro Generale, ho bisogno di sapere, se Medici è partito oggi o se partirà domani, onde mandargli incontro. Medici mi scrive oggi. Il comandante dell’"Ichnusa” , mi assicura, che hanno scritto a voi che partirà domani; avendo cambiata idea schiaritemi su cotal punto. Il Valentini, mandato per assassinarvi, è ritornato ieri sera a nuoto a bordo della fregala napoletana "Partenope”, vestito a modo dei vostri. Egli rapportò che venne da voi, che vi baciò la mano, che si disse disertore di altro corpo che non di marina, e che trovandosi che altri disertori del corpo, che nominò, erano pronti a provare, che egli non vi apparteneva, temendo di essere conosciuto, si diede a gambe per salvarsi. Ciò che preme ora è il Medici; sapere se ha lasciato Cagliari oggi, o se la lascierà domani.  »

    Con affetto vostro
    C. DI PERSANO

    La CostituzioneModifica

    Il 25 giugno Francesco II concesse la costituzione, assieme ad altre riforme; a spingerlo a ciò aveva contribuito il consiglio contenuto in una paterna lettera di Pio IX; venne cambiata anche la bandiera del regno: da bianco gigliata a tricolore conservando al centro il giglio borbonico[234].

    Atto sovrano.[235]

    Desiderando di dare ai nostri amatissimi sudditi un attestato della nostra sovrana benevolenza, ci siamo determinati di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel regno in armonia coi principii italiani e nazionali, in modo da garantire la sicurezza e prosperità in avvenire, e da stringere sempre più i legami che ci uniscono ai popoli che la Provvidenza ci ha chiamati a governare.
    A quest’oggetto siamo venuti nelle seguenti determinazioni:
    1.° Accordiamo una generale amnistia, per tutti i reati politici fino a questo giorno.
    2.° Abbiamo incaricato il commendatore D. Antonio Spinelli della formazione di un nuovo ministero, il quale compilerà nel più breve tempo possibile gli articoli dello Statuto sulla base delle istituzioni rappresentative italiane e nazionali.
    3.° Sarà stabilito con Sua Maestà il re di Sardegna un accordo per gli interessi comuni delle due corone in Italia.
    4.° La nostra bandiera sarà d’ora innanzi fregiata dei colori nazionali italiani in tre fasce verticali, conservando sempre nel mezzo le armi della nostra dinastia.
    5.° In quanto alla Sicilia, accorderemo analoghe istituzioni rappresentative che possano soddisfare i bisogni dell’Isola, ed uno dei principi della nostra real casa ne sarà il nostro viceré.
    Portici, 25 giugno 1860.

    Francesco.

    Gli sbarchi successivi al primo di MarsalaModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarchi dei rinforzi alla Spedizione dei Mille .
     
    Medici entra a Palermo

    «  21 giugno 1860 Medici è arrivato con un reggimento fatto e vestito. Entrò da Porta Nuova sotto una pioggia di fiori. Quaranta ufficiali coll’uniforme dell’Esercito Piemontese, formavano la vanguardia. Noi della spedizione dispersi nell’onda dei sopravvenienti, porteremo con noi le memorie di venticinque giorni vissuti come nella solitudine, faticando, combattendo e credendo. »

    (Da Quarto al Faro libro di Giuseppe Cesare Abba, pag. 199 [236])
     
    Sbarchi garibaldini in Sicilia nel 1860

    Così Giuseppe Cesare Abba, dopo lo sbarco di Marsala, descrive l’arrivo della prima delle altre spedizioni garibaldine costituita dal Medici con circa 2.500 garibaldini, a questa seguiranno altre spedizioni descritte con dettaglio dallo storico britannico George Macaulay Trevelyan, nella sua opera Garibaldi e la formazione dell’Italia[237]. La prima parte della Spedizione Medici, composta di due navi, l'Utile e il Charles and Jane, con a bordo circa 930 volontari venne catturata dalla marina borbonica. (vedere: La cattura del gruppo Corte).
    Le partenze delle successive spedizioni garibaldine avvennero quasi tutte dal porto di Genova e due da Livorno nel periodo dal 24 maggio 1860 fino al 20 agosto 1860, quando le partenze dal porto di Genova cessarono per poi riprendere con un’ultima spedizione dal porto di Livorno avvenuta tra il 1 al 3 settembre (spedizione Nicotera), complessivamente partirono più di venti spedizioni navali, riepilogate nell’appendice B dell’opera, per un totale di circa 21.000 volontari oltre ai primi 1.000, in calce il Trevelyan specifica che alla fine di agosto 1860 le partenze dal nord vennero sospese dal Cavour, che intendeva invadere lo Stato Pontificio e il territorio del Regno delle due Sicilie.[238] Al termine dell’appendice B[239] lo storico britannico Trevelyan descrive anche le partenze di spedizioni navali con materiali e armi destinati a rifornire l’armata garibaldina, a mezzo delle navi: Queen of England (chiamata anche Anita -[240]), Independence, Ferret, Badger, Weasel e le altre navi Spedizione e Colonnello Sacchi, mentre nell’appendice C vengono illustrate le altre organizzazioni che aiutarono, anche finanziariamente, l’impresa garibaldina, come la Società nazionale italiana, il Fondo per il milione di fucili, i Comitati organizzati da Agostino Bertani, nonché le altre fonti di finanziamento provenienti da quanto l’impresa garibaldina raccoglieva confiscando nei territori occupati i valori della zecca di Palermo.[241].
    Le fonti del prospetto delle spedizioni garibaldine sintetizzato dallo storico britannico sono ricavate principalmente dai diari e carteggi di Bertani, che annotava le partenze e Türr, che registrava anche gli arrivi nel Sud delle spedizioni[242] e altre fonti citate.

    Le rivolte contadineModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Fatti di Bronte.

    Durante l'estate del 1860, in alcuni centri della Sicilia nord-orientale, prima dell'arrivo dei garibaldini che avanzavano sulle tre direttrici verso Messina e verso Catania, scoppiarono violente rivolte contadine, non contro eventuali guarnigioni militari ma contro i rappresentanti dei ceti dominanti. I braccianti esasperati da condizioni di vita disperate e nutrendo aspettative di riscatto e giustizia sociale per la notizia dell'imminente arrivo dei garibaldini assaltarono i nobili locali, causando fatti di sangue molto brutali.

    Il 17 maggio 1860, Alcara li Fusi fu interessata da una rivolta che anticipò le altre, localizzate principalmente sui Nebrodi e dintorni. I contadini assaltarono il "casino dei nobili" trucidando con falci e coltelli numerose persone tra cui un bambino. I garibaldini della colonna Medici, sopraggiunti dopo alcune settimane di anarchia, imprigionarono alcuni dei rivoltosi che, dopo un rapido processo, furono giustiziati.[243]

    Il 2 agosto a Bronte il malcontento popolare causò la più conosciuta tra queste insurrezioni. Vennero appiccate le fiamme a decine di case e edifici pubblici e furono trucidati sedici fra nobili, ufficiali e civili, prima che la rivolta si placasse. Bixio intervenne con un reparto di garibaldini e, con un processo lampo, fece fucilare cinque rivoltosi il 10 agosto. Altre analoghe rivolte si svolsero con modalità analoghe a Caronia e Francavilla.

    In relazione ai problemi dei lavoratori e con l’intento di conciliare libertà e rivoluzione, Garibaldi emanò un decreto che stabiliva un compenso per i volontari consistente in una quota delle terre demaniali comunali dei numerosi e vasti latifondi posseduti dalle comunità e da tempo immemorabile lasciati ad uso di boschi o di pascoli, terre che spesso versavano in condizioni di abbandono e di deplorevole incuria e improduttive.
    Negli ultimi anni del regno borbonico erano stati fatti piani e progetti per dividere tra i cittadini quelle proprietà, ma sempre senza successo, anche per l'avversione del governo alle novità, oltre che per i pregiudizi popolari e le tristi condizioni dell'Isola, fatti questi ultimi che concorrevano a rendere inefficaci i progetti di riforma.
    Anche Carlo Afan de Rivera, importante funzionario dell'amministrazione borbonica, con le sue "Considerazioni su i mezzi da restituire il valore proprio ai doni che la natura ha largamente conceduto al Regno delle Due Sicilie", descrive la situazione arretrata dell'agricoltura nel Sud preunitario.[244]

    Decreto di Garibaldi[245]
    G. Garibaldi, in nome di S. M. Vittorio Emanuele, Dittatore in Sicilia.
    DECRETA:

    Art. 1. Sopra le terre dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota certa senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la patria. In caso di morte del milite, questo diritto apparterrà al suo erede.
    Art. 2. La quota di cui è parola nell'articolo precedente, sarà uguale a quella che verrà stabilita per tutti i capi di famiglia poveri non possidenti, e le cui quote saranno sorteggiate. Tuttavia, se le terre di un Comune siano tanto estese da sorpassare i bisogni della popolazione, i militi o i loro eredi otterranno una quota doppia a quella degli altri condividendi.
    Art. 3. Qualora i Comuni non abbiano demanio proprio, vi sarà supplito con le terre appartenenti al demanio dello Stato o della Corona.
    Art. 4. ll segretario di Stato sarà incaricato della esecuzione del presente decreto.

    Palermo, 2 giugno 1860.
    Il Dittatore Firm. G. GARIBALDI.

    Il segretario di Stato Firm. FRANCESCO CRISPI.

    La battaglia di Milazzo e la caduta di MessinaModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Milazzo (1860).
     
    Milazzo - scontri sul fianco sinistro

    Qui il 20 luglio le truppe borboniche vennero sconfitte nella battaglia di Milazzo, a cui partecipò lo stesso Garibaldi, giunto da Palermo con 1.200 volontari[246] a bordo del vecchio vapore a pala scozzese “City of Aberdeen”, già utilizzato per portare in Sicilia la Spedizione Strambio, partita da Genova il 10-11 luglio con 900 volontari.[247] Il vapore “City of Aberdeen” era stato noleggiato grazie alle sottoscrizioni raccolte in Scozia, dove Garibaldi era molto popolare, in quanto considerato il Wallace italiano.[248],[249]

    I garibaldini guidati da Medici giunsero a Messina il 27 luglio, quando già una parte delle truppe borboniche aveva lasciato la città.[250] Il giorno seguente, giunse Garibaldi. Con la città in mano ai Mille, il generale Tommaso Clary, comandante dei borbonici, e Medici sottoscrissero una convenzione, che prevedeva l'abbandono di Messina da parte delle milizie borboniche, a patto che non venisse arrecato alcun danno alla città e che il loro imbarco verso Napoli non fosse molestato.[250] Garibaldi aveva ottenuto così campo libero, e i soldati borbonici si reimbarcarono verso il continente. Il 28 luglio capitolarono anche le fortezze di Siracusa e Augusta, controllate dalla 2ª Brigata della 1ª Divisione garibaldina stanziata a Taormina. Così veniva completata la conquista dell'isola.

    A difesa della Real Cittadella di Messina affacciata sul porto, rimase solo una guarnigione borbonica di circa 4.000 soldati[251], ultimo baluardo siciliano del Regno borbonico che non tenterà alcun'azione bellica, ma che si arrenderà il 13 marzo 1861 con la resa delle truppe del generale Fregola al contingente piemontese del generale Cialdini.

    « Splenda nella memoria dei secoli - l'epopea del 27 maggio 1860 - preparata da cuori siciliani - scritta col miglior sangue d'Italia - dalla spada prodigiosa - di Garibaldi. - Riecheggi nella coscienza dei popoli - il tuo ruggito, o Palermo - sfida magnanima - a tutte le perfide signorie - auspicio di liberazione a tutti gli oppressi del mondo »

    (Mario Rapisardi per il monumento dei Mille a Palermo.)

    Con la conclusione della campagna di Sicilia a Messina, mentre si preparava lo sbarco in Calabria, molti volontari siciliani lasciarono le forze garibaldine facendo ritorno alle loro case, a seguire Garibaldi fino al Volturno rimasero il cosiddetto “battaglione inglese” composto di seicento volontari siciliani guidati dal colonnello Dunne, ottocento “Cacciatori dell’Etna” e la brigata siciliana guidata da La Masa, Corrao e La Porta.[252]

    Operazioni sul continenteModifica

     
    Dipinto che raffigura lo sbarco dei Mille a Palmi, il 22 agosto 1860
     Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarco a Melito, Insurrezione lucana e Battaglia di Piazza Duomo.

    Con la neutralizzazione di Messina, Garibaldi cominciò i preparativi per il passaggio sul continente, nominando Agostino Depretis prodittatore, per governare la Sicilia.

    Cavour esercitava fortissime pressioni per procedere subito ai plebisciti in Sicilia, preoccupato che la benevola neutralità di Francia e Inghilterra potesse rovesciarsi, inficiando le conquiste compiute. Più aggressivo si dimostrava, sicuramente, Vittorio Emanuele II, il quale incoraggiava il generale a passi decisi.

    Il 13 agosto Luigi di Borbone, zio di Francesco II e comandante della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, propose in una seduta del Consiglio di Stato di Napoli assieme al principe d'Ischitella, di riunire la flotta napoletana e attaccare il porto di Messina per distruggervi le navi di Garibaldi, questa proposta fu respinta violentemente in consiglio, con grandi discussioni, Luigi di Borbone abbandonò la sala e venne pesantemente accusato di personali ambizioni e ne venne chiesto l'esilio.

     
    La tentata cattura della nave Monarca

    Sospettato di volersi fare un partito e di aspirare ad un vicariato generale, sul tipo di quello di Luigi Filippo, Luigi di Borbone ricevette lo stesso giorno l'ordine di esilio scritto da Francesco II che gli nego' la possibilità di un colloquio e dovette abbandonare il regno[253]. La notte fra il 13 e 14 agosto i garibaldini, salpando da Palermo con la pirofregata Tukery tentarono la cattura del pirovascello borbonico Monarca ormeggiata nella baia di Castellammare di Stabia, l'attacco fallì grazie alla pronta risposta del comandante Guglielmo Acton che venne lievemente ferito. Tuttavia l'attacco mise in allarme le truppe borboniche e Ritucci, comandante della piazza e provincia di Napoli, ne proclamò lo stato d'assedio.

     
    Volontari calabresi di Stocco pronti a bloccare le truppe borboniche
     
    Battaglia del Volturno - combattimento di Porta Romana, verso Santa Maria Maggiore

    Sbarco sul continenteModifica

    Mentre le forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio, Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo, con lo sbarco a Melito (30 chilometri da Reggio), il 19 agosto, sulla spiaggia ionica, e il 22 agosto su quella tirrenica di Palmi. Già dai primi di Agosto i comitati insurrezionali controllavano la provincia di Cosenza, dove Garibaldi aveva inviato nelle loro terre Plutino, Stocco, Pace per preparare la via, mentre aveva inviato il Mignona in Basilicata.[254]

    In Calabria era stato commesso il grave errore di affidare il comando al Vial, che, non avendo alcuna reputazione militare, aveva fatto carriera soprattutto per la protezione del padre. Il generale Vial non seguì le indicazioni del generale Pianell e i generali Melendez e Briganti non seguirono quelle del Vial, il Briganti fu addirittura ucciso dai suoi stessi soldati. Ma questi disaccordi non erano la sola debolezza dell'esercito regio, ormai né soldati, né ufficiali sentivano più la forza del proprio dovere, l'ambiente era ostile e la forza degli avversari era spesso sopravvalutata, si riporta il seguente aneddoto:

    « Uno dei De Sauget in un gruppo d'ufficiali, alludendo al re, fu udito un giorno esclamare:
    Ma se l'Europa non lo vuole, perché dobbiamo farci ammazzare per lui ?..... »

    (La fine di un Regno - vol. II, Raffaele De Cesare, pagg. 349-350)

    Il generale Giuseppe Ghio era rimasto chiuso tra i volontari calabresi a nord e Garibaldi che avanzava da sud[255] e che disponeva ormai di circa ventimila volontari, in Calabria i borbonici non seppero offrire una dignitosa resistenza: interi reparti dell'esercito borbonico si disperdevano o passavano al nemico. Il 30 agosto, a Soveria Mannelli, il giovane Eugenio Tano e il prete Ferdinando Bianchi con un'azione diplomatica ottennero la resa senza combattere dell'intero corpo di diecimila uomini, comandato dal generale Giuseppe Ghio, all'arrivo della colonna di garibaldini guidata da Francesco Stocco[256].

    Il giorno seguente Garibaldi spedì un telegramma esaltando il successo:

    « Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella »

    (La fine di un regno, Raffaele de Cesare, cap. XVII[257])

    A Napoli il 25 agosto venne diffusa la stampa di una lettera scritta da Leopoldo di Borbone, zio di Francesco II, con la quale chiedeva al sovrano di seguire il nobile esempio della nostra regale congiunta di Parma che, all'irrompere della guerra civile, sciolse i sudditi dalla obbedienza e li fece arbitri dei proprii destini. Il 31 agosto Leopoldo si imbarcò sulla fregata sarda Costituzione, messagli a disposizione da Persano, alla volta del Piemonte[258].

    Sempre in agosto, il giorno 16 a Corleto Perticara iniziava la rivolta in Basilicata che in pochi giorni portò alla formazione di un governo proto-dittatoriale guidato da Nicola Mignona e Giacinto Albini.

    Il 2 settembre Garibaldi e i suoi uomini entrarono in Basilicata (la prima regione della parte continentale del regno a insorgere contro i Borboni),[259] precisamente a Rotonda. Il suo passaggio in terra lucana si concluse senza problemi, poiché fu instaurato il governo prodittatoriale ben prima del suo arrivo (19 agosto), grazie all'apporto di Giacinto Albini e Pietro Lacava, autori dell'insurrezione lucana in favore dell'unità nazionale. Il giorno seguente, Garibaldi attraversò in barca la costa di Maratea e presso Lagonegro raccolse gli uomini lucani che lo seguirono fino alla Battaglia del Volturno (tra questi vi fu Carmine Crocco, in seguito famoso brigante post-unitario).[260] Il medesimo giorno Pianell, ministro della Guerra di Francesco II presentò le sue dimissioni, che non ritirò nonostante il re l'invitasse a rimanere in carica. Il suo gesto fu seguito da altri ministri il giorno seguente.

    Rimasto senza governo e abbandonato dagli uomini della corte, Francesco II, con Garibaldi che proseguiva senza ostacoli la sua avanzata verso Napoli, il 5 settembre prese la decisione di rinunciare alla difesa della capitale e di rifugiarsi a Gaeta. Il 6 settembre Garibaldi incontrò Albini ad Auletta e nominò il patriota Governatore della Basilicata. La notte dello stesso giorno dormì a Eboli nella casa di Francesco La Francesca e poi partì per Napoli.

    Aspirazioni al trono di NapoliModifica

     
    Napoli - Palazzo Reale - il trono

    L'avanzata di Garibaldi e le debolezze del regno borbonico misero alla luce alcune manovre attorno al trono di quel regno.

    Il 29 giugno H. di Lazen, segretario dell'infante Giovanni di Borbone, consegnò, una lettera all'ambasciatore piemontese a Londra, in cui riportando la volontà dell'infante, deprecava l'intervento del governo spagnolo «nelle cose d'Italia» e nello specifico «trattando in singolare maniera la questione dei diritti eventuali de' Borboni di Spagna al trono delle Due Sicilie» puntualizzava che: «Anche nel caso, in cui tutti i Borboni di Napoli venissero a mancare, i diritti della corona sarebbero riversibili nella persona del principe D. Giovanni e non mai nella persona d'Isabella di Borbone– S. A. mi ordina di dirvi ch'egli non vuole punto immischiarsi nelle questioni d'Italia […] S. A. è oggi, inoltre, decisa a farne la rinuncia, se così conviene all'ordine e alla tranquillità dell'Europa. Il Principe desidera che voi abbiate la bontà di far conoscere la sua risoluzione al Governo del Re»[261].

    Un gruppo di napoletani si recò a Parigi da Luciano Murat per offrirgli la corona di Napoli, a cui rispose il 19 agosto con una lettera il cui contenuto venne diffuso, nella quale scrisse: «Quando la rivoluzione agita un popolo, la sola volontà popolare, liberamente espressa, può spegnere le discordie e le incertezze, […] Nello stato presente delle cose, giova all'Italia che venga stabilito in Napoli, più presto che si può, il Governo costituzionale, acciocchè sia assicurata la libertà e cansato il pericolo dell'anarchia o di un'invasione. […] Sacrifico adunque ogni mio privato interesse, […] ripetendo […] che l'Italia, a parer mio, ritroverà in una confederazione l'antica sua potenza e il prisco splendore.»

    Queste sue affermazioni vennero interpretate come una decisa rinuncia al trono di Napoli in un commento del Moniteur, per cui il 4 settembre con una lettera al giornale puntualizzò: «ho voluto dire, se, fuori di ogni influsso straniero, il suffragio universale si manifestasse in mio favore, il voto delle popolazioni non sarebbe senza dubbio meno rispettato per Napoli, di quel che lo fu per le altre parti d'Italia»[262].

    Le ambizioni dei murattianiModifica
     
    Luciano Murat

    La “Storia documentata della diplomazia Europea” riporta, che già dall’epoca della Guerra di Crimea erano presenti progetti segreti francesi per riportare sul trono di Napoli la dinastia dei Murat e il consiglio dato allora dall’imperatore Napoleone III era di aspettare una guerra dell’Italia contro l’Austria.[263]
    Secondo Nicola Nisco i timori di un risveglio del murattismo, che ambiva alla restaurazione di casa Murat nel sud, avevano indotto i mazziniani napoletani Giuseppe Fanelli e Nicola Dragone ad organizzare la spedizione di Pisacane, per anticipare un analogo tentativo di sbarco insurrezionale, che i murattiani stavano preparando a Marsiglia. Anche in caso di insuccesso il tentativo di Pisacane avrebbe comunque impedito o reso molto difficile l’attuazione di un secondo tentativo murattiano di prendere il potere nel sud.[264]
    Il progetto murattiano si ispirava al trattato di Aix in Savoia, alla redazione del quale presero parte Pietro Leopardi e Antonio Scialoja, con il Saliceti e il generale Talabot, questi ultimi due in rappresentanza di Luciano Murat. Il trattato di Aix prevedeva la creazione di una confederazione italiana di due regni, uno del nord e un altro del sud, mentre il papato restava indipendente, progetto che preoccupava i sostenitori dell’unità nazionale, in particolare i repubblicani.[265]
    In un articolo del giornale torinese “Il Mondo Illustrato” dell’8 settembre 1860 si afferma che le pretese sul trono di Napoli dei discendenti di casa Murat erano state ufficialmente sconfessate dal governo francese e che tale dichiarazione aveva comunque prodotto un effetto negativo sull’opinione pubblica, l’articolo scriveva che, nonostante tali dichiarazioni, il principe Murat si atteggiava a pretendente e che i suoi collaboratori erano anche più espliciti.[266]

    Il progettato colpo di stato contro Francesco IIModifica

    Secondo il de Cesare non vi sarebbero prove storiche certe di una cospirazione contro Francesco II da parte del conte dell’Aquila per divenire reggente e poi re, anche se effettivamente vennero sequestrate alcune casse di armi e di abiti confezionati con scritte e indirizzati al Conte, che facevano pensare ad una cospirazione.[267]

     
    Il conte dell'Aquila

    Secondo l’opera di Nicola Nisco, già detenuto politico ed esiliato dal Regno delle Due Sicilie, rientrato dall'esilio nel periodo dei fatti,[268] il conte dell’Aquila, durante il regno del fratello Ferdinando II aveva contribuito a rafforzare il dispotismo, ma la prospettiva di diventare reggente del nipote, da lui definito “poco capace”[269], lo aveva indirizzato in favore di cambiamenti liberali e difensore dei liberali perseguitati dall’Aiossa[270], già capo della polizia e per attuare il suo piano ispirava continuamente paura al sovrano suo nipote, pensando al tempo stesso a crearsi un nucleo di sostenitori liberali e tramite la consorte di un esiliato, la principessa della Rocca, intavolò trattative col generale Girolamo Ulloa, già difensore di Venezia, organizzatore e comandante dell’esercito toscano, nonché oppositore di Garibaldi, che, anche per torti subiti dal partito unitario, aveva deciso di schierarsi in difesa del Regno delle Due Sicilie.
    Era stato richiamato in servizio un ufficiale, che era stato amico di Manin, Guglielmo Pepe, difensore della causa italiana a Parigi ed escluso dall’amnistia, che accettava e arrivato da Firenze si metteva agli ordini del principe Luigi al quale prospettava un piano per sconfiggere Garibaldi con un corpo di 30.000 soldati. La condizione posta da Ulloa era la sostituzione del sostenitore della legalità, il ministro Spinelli, con il principe di Ischitella.
    Francesco II era indeciso sul da farsi, ma la sconfitta di Milazzo e l’imminente superamento dello Stretto di Messina da parte di Garibaldi lo avevano indotto ad affidare il comando dell’Esercito delle Calabrie all’Ulloa col grado di tenente generale, che aveva predisposto la nuova forza da impiegare, ma al suo arrivo a Napoli il colonnello Bosco, famoso per Milazzo, protestò vigorosamente per la nomina dell’Ulloa e il debole re mutò ancora di opinione nominando Vial al posto dell’Ulloa.
    La decisione di Francesco II fu male accolta sia dal generale Ulloa, che dal principe Luigi, conte dell’Aquila, che iniziarono a cospirare per preparare un vero e proprio colpo di stato, ottenendo la cooperazione del principe di Ischitella, di alcuni generali, dello stesso colonnello Bosco e di Pietro Ulloa, giureconsulto e fratello di Girolamo per costituire un nuovo ministero, che nel suo programma prevedeva la sospensione della Costituzione appena approvata, della libertà di stampa e di associazione e della Guardia Nazionale, la proclamazione dello stato di assedio, l’espulsione di tutti gli stranieri e di tutti i sostenitori dell’unità più in vista, nonché l’arresto immediato del ministro Liborio Romano, da esiliare come re Ferdinando II aveva fatto con Intonti e Del Carretto.

     
    Liborio Romano

    Il piano avrebbe dovuto essere segretissimo e per attuarlo il 12 agosto Luigi, conte dell’Aquila, si recò da Francesco II prospettandogli la assoluta necessità di farsi nominare reggente e attuare il programma repressivo per evitare pericoli e congiure, ottenendo dal giovane sovrano l’approvazione e la promessa che il giorno successivo i decreti sarebbero stati firmati.
    La macchinazione per ordire il colpo di stato non era però sfuggita all’astuto ministro Liborio Romano, il quale avvisato della sua imminente attuazione, forse dal siciliano Guarnaschelli, si recò immediatamente dal re al quale illustrò la congiura in atto nei suoi confronti, così ancora una volta Francesco II mutava di opinione e concedeva al Romano l’autorizzazione a procedere nei confronti del Conte dell’Aquila, che la notte stessa veniva arrestato dall’ammiraglio Palumbo e da una squadra fidata di polizia, che lo imbarcava su una nave diretta a Londra in esilio, salpando per Marsiglia sulla goletta “Menai", anche se ufficialmente il giornale riportava la notizia di una missione governativa.

    Gli appelli di salvezza per le vie di NapoliModifica

    Nella stessa notte della supposta cospirazione contro Francesco II veniva affisso per tutta Napoli un manifesto di:

    « Appello di salvezza del popolo napoletano al suo re Francesco II »

    « Salvate il vostro popolo; noi ve lo chiediamo in nome della religione che vi ha consacrato re, in nome delle leggi ereditarie che vi hanno dato lo scettro dei vostri antenati, in nome del diritto e della giustizia che vi fanno un dovere di vigilare continuamente alla nostra salvezza, e s'è d'uopo di morire per salvare il vostro popolo. »

    (Storia del reame di Napoli - Libro terzo di Nicola Nisco - pagg. 99-100)

    Dopo questa invocazione si passava alle accuse contro i ministri, contro gli esuli rimpatriati, contro l’intera polizia, concliudendo con le parole:

    « La vostra armata è devota al pari che prode; sguainate la spada, e salvate dai tristi la patria. »

    All'espulsione dal regno del conte dell’Aquila seguiva nello stesso giorno l'ordinanza del generale Ritucci, che metteva Napoli nello stato di assedio e Giacomo De Martino proponeva di arrestare Carlo Mezzacapo, che era maggiore generale nell’esercito piemontese, Silvio Spaventa, Mariano d'Ayala, Filippo Agresti e Nicola Nisco, esiliare la duchessa di Mignano moglie del generale Nunziante e l’immediata espulsione dal regno del generale Ribotti, di Giuseppe Finzi e di Emilio Visconti Venosta.

    Tali richieste vennero però respinte dallo Spinelli, che minacciava le dimissioni da Presidente del Consiglio in caso di ritorno al sistema repressivo precedente, acconsentendo però all’applicazione dello stato d’assedio nella misura necessaria.

    Anche il Conte di Trapani fu sospettato di un tentativo di reazione, a seguito della affissione dei manifesti di “Appello di salvezza pubblica”, affissi in alcune zone di Napoli nella notte del 29 agosto 1860 e dei quali vennero trovate circa 2.000 copie a casa di un legittimista francese di nome Saucliéres, che verrà arrestato dal prefetto Bardari, anche se non emergeranno ulteriori prove a carico del Conte.[271] Quando Liborio Romano annunciò al re la notizia dell'arresto del prete cospiratore Saucliéres, Francesco II rivolgendosi al suo ministro e prefetto di polizia gli disse: "Don Liborio, voi siete più bravo a scoprire le cospirazioni realiste che quelle liberali", prontamente Liborio Romano rispose che le cospirazioni realiste si tramavano di notte tra pochi, mentre quelle liberali avvenivano di giorno tra il popolo.[272]

    I complotti contro Francesco II sono commentati in una lettera di Hudson a Russell del 1º settembre 1860 nella quale si evidenziano anche gli stretti legami di alcuni personaggi di rilievo con la Francia.

    « 1° settembre - Elliot a Russel, da Napoli (sei giorni prima dell'entrata di Garibaldi a Napoli).
    Non posso ancora fornirle i particolari esatti di questo complotto, ma è cosa degna di nota che tanto i capi di questo[273], come di quello del Conte dell'Aquila (dell'11 agosto) sono in stretti rapporti con la Francia.
    La figura prominente di quest'ultimo è il Principe di Castropiano, e lui e il Principe d'Ischitella, che si dice vi sia immischiato anch'esso, sono come le ho già accennato, gran favoritori degli interessi francesi. Anzi le carte compromettenti sono state trovate nell'appartamento di un francese, per la cui liberazione credo che il Brenier[274] abbia già fatto dei passi.
    Da tutte le parti infatti spira un'atmosfera d'intrigo che mi sbalordisce. »

    (Garibaldi e la formazione dell'Italia, Appendice A - G.M. Trevelyan, pagg. 371-372)

    Francesco II e la CostituzioneModifica

     
    Francesco II e Maria Sofia

    « Questo giovine autocrata ha obbedito in tutta sua vita, prima a suo padre e a sua matrigna, che l’hanno educato in ritiro impenetrabile, caserma ad un tempo e convento. Poi, dal suo avvenimento, alla camarilla, che lo teneva nell’immobilità dell’ultimo regno. Più tardi, al machiavellismo a doppio viso del generale Filangieri, l’uomo che più ha tolto di considerazione, e risospinta questa monarchia già vacillante. E poi per soprassello[275] a quella camarilla, che ha posto in sua mano la polizia, e posto al potere Aiossa, Maniscalco, i due uomini fatali che han portato, l’uno a Napoli, e l’altro a Palermo, gli ultimi colpi di scure al trono abbandonato dei Borboni. Quando Garibaldi è venuto, la demolizione era già fatta. »

    (Garibaldi – Rivoluzione delle Due Sicilie – Marco Monnier, pag. 329,[276])

    La sensazione generale che il crollo della dinastia borbonica fosse ormai inevitabile, si era presto delineata dopo le sconfitte in Sicilia, già dopo la presa di Palermo, la proclamazione della Costituzione, l’adozione del tricolore e la libertà di stampa avevano fermato la repressione dei dissidenti politici e la stessa polizia, diretta dall’abile Liborio Romano era praticamente divenuta un modo per favorire il liberalismo, al punto che il Persano scriveva a Cavour, che Liborio Romano stava di fatto agevolando la causa dell’unificazione nazionale nei limiti consentiti dalla sua funzione.[277]

     
    La concessione della Costituzione a Napoli

    La concessione della Costituzione aveva portato a Francesco II solo il consenso apparente della Francia e di pochi altri sudditi, ma non seguì alcuna applicazione pratica di governo costituzionale, in quanto il precedente comportamento della dinastia borbonica faceva temere che, in caso di iscrizione a liste elettorali, si potesse poi successivamente essere perseguiti in caso di revoca o di non applicazione delle norme costituzionali concesse, come già avvenuto in passato nel 1820 e 1848.

    Mentre Garibaldi si trovava ancora in Sicilia, Cavour scriveva al Persano di non agevolare Garibaldi per il superamento dello stretto, in quanto lo stesso Cavour stava mettendo in atto tentativi per rovesciare il potere borbonico ancora presente a Napoli.

    Dopo gli inutili tentativi di rovesciare il potere del re di Napoli, Cavour si convinse che l’avanzata Garibaldina era l’unico modo per provocare la definitiva caduta della dinastia borbonica e, dopo il superamento dello Stretto di Messina da parte delle forze di Garibaldi, permesso anche dalla revoca del blocco navale da parte dell’Inghilterra[278], Cavour cambiò atteggiamento, facendo sbarcare e distribuire armi a Salerno, per agevolare la marcia di Garibaldi verso Napoli comunicando al suo ambasciatore a Napoli, il Villamarina, di agevolare Garibaldi, mantenendo il controllo delle fortezze e delle navi.

    L’ostilità nei confronti della Costituzione e dell’adozione del tricolore come nuova bandiera, avevano indotto la nobiltà reazionaria di Napoli, i contadini nel nord del regno e buona parte dell’esercito a rimanere fedeli al re, nonostante la situazione.

    Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti Venosta, Nisco, Mariano D'Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti, d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona.

    La dinastia era però ormai prossima alla fine e tale convinzione aveva indotto Liborio Romano, oltre che per prestigio, ad accettare la carica di ministro dell’interno nel mese di luglio e a non forzare per le dimissioni del re, impegnandosi per evitare che il crollo dinastico potesse coinvolgere anche la città di Napoli, dove in caso di vuoto di potere potevano verificarsi situazioni pericolose, a causa della forte presenza criminale e della camorra, che in mancanza di un ordine costituito potevano agire senza freno, con l’ulteriore possibilità di scontro tra l’Esercito Reale e la Guardia Nazionale, con conseguenze imprevedibili e nefaste.

    Gli ultimi giorni di Francesco II a NapoliModifica

    L’ultimo periodo di permanenza di Francesco II a Napoli era stato contrassegnato da un clima cospirativo nei suoi confronti, quando verso la metà di agosto suo zio il Conte dell’Aquila era stato esiliato, perché sospettato di mirare alla nomina come reggente per sostituirsi al re.

    Francesco II non aveva più fiducia nei suoi ministri, anche se all’apparenza a lui leali e neppure si fidava del già prefetto di polizia e poi ministro dell’interno dal monarca stesso nominato, il liberale Liborio Romano, del quale però non poteva però fare a meno, perché controllava efficacemente la polizia, la Guardia Nazionale e teneva a freno l’organizzazione camorristica, il 20 agosto fu infatti lo stesso Romano che suggerì al re di allontanarsi da Napoli “temporaneamente”, presentandogli un “memorandum” nel quale si evidenziava:

    « … risparmiare al paese gli orrori della Guerra civile, - visto – che ogni ritorno, ogni scambio di fiducia tra popolo e principe – era ormai – non solo difficile ma impossibile. »

    Pochi giorni dopo un altro zio del re, il Conte di Siracusa, aveva pubblicamente invitato il giovane sovrano di Napoli a lasciare il trono per il bene dell’unità d’Italia, fatto che scosse ulteriormente il prestigio di Francesco II, generando l’impressione che la dinastia fosse compromessa in modo irreversibile.
    La richiesta del re per finanziare un attacco a Garibaldi era stata rifiutata dal Direttore delle Finanze Carlo de Cesare, adducendo formali problemi di prelievo anticipato prima della disponibilità delle somme secondo le scadenze previste e dell'intangibilità dei depositi privati, il Direttore fu molto fermo e pronto a dimettersi[279].

    I militari e i ministri davano consigli contraddittori, denigrandosi gli uni con gli altri, lo spirito di corpo si era affievolito nei capi più che nella truppa, diversi ministri erano dimissionari ed era difficile sostituirli, il re non aveva quasi più fiducia di nessuno, incerto se avanzare per affrontare Garibaldi, resistere a Napoli o ritirarsi verso nord[280]. L'anziano Raffaele Carrascosa disse al re molto chiaramente e profeticamente:

    « Se vostra maestà mette il piede fuori di Napoli, non vi tornerà più. »

    (La fine di un Regno, vol. II - Raffaele de Cesare - pag. 367)

    L’altra possibilità di Francesco II era di mettersi alla testa dell’esercito borbonico e con la sua presenza di monarca infondere coraggio all’esercito demoralizzato, per fronteggiare Garibaldi avanzante da Salerno, ma tale soluzione appariva rischiosa, infatti già dalla metà di agosto gli agenti cavourriani tentavano di provocare una sollevazione a Napoli, che, se avvenuta mentre Francesco II affrontava Garibaldi a Salerno, poteva provocare una sconfitta definitiva, mentre nella zona tra le fortezze di Gaeta e Capua, con la flotta lì vicino, il dimezzato esercito borbonico poteva teoricamente resistere a lungo.

    I timori che la precaria condizione della dinastia potesse generare gravissimi disordini a Napoli, erano condivisi da molti notabili, che pregavano Liborio Romano di continuare a rimanere ufficialmente in carica come rappresentante della monarchia e mantenere l’ordine almeno fino all’instaurazione di un nuovo stabile governo.

    I messaggi di Vittorio Emanuele II e di CavourModifica

    Vittorio Emanuele II, che era in buoni rapporti con Garibaldi, scriveva a quest'ultimo il seguente messaggio dettato dal re stesso al marchese Trecchi il 5 agosto 1860, anche se poi Cavour prendeva altre decisioni per opportunità politica.

    « MESSAGGIO DEL RE PER GARIBALDI (5 agosto 1860)
    Garibaldi in Napoli. Si regolerà secondo l'opportunità: o fare occupare l'Umbria e le Marche colle sue truppe o lasciando andare i corpi dei volontari. Appena Garibaldi in Napoli proclamerà l'unione al resto d'Italia come in Sicilia. Impedire disordini che farebbero male alla nostra causa. Tenere compatto l'esercito napoletano, perché fra breve Austria dichiarerà guerra. Lasciare fuggire il re da Napoli o in caso fosse preso dal popolo difenderlo e lasciarlo fuggire. »

    (Il Risorgimento italiano, Denis Mack Smith, pag. 454[281])

    Cavour era sempre stato al corrente che il re conduceva una parallela politica privata con Garibaldi, ma si rendeva comunque conto dell'importanza dell'opera di Garibaldi nel ridare fiducia agli italiani e mostrare all'Europa come gli italiani sapessero battersi per conquistare una patria, fatto quest'ultimo riconosciuto anche da giornali come il conservatore "Débats" e il radicale "Siècle". Nella lettara a Costantino Nigra del 9 agosto 1860 Cavour esprime il suo punto di vista sull'operato di Garibaldi e sui limiti che il governo sardo doveva imporsi:

    « Lettera di Cavour a Nigra (9 agosto 1860)
    Noi possiamo entrate in lizza con Garibaldi soltanto in due ipotesi:
    1) Se volesse trascinarci in una guerra contro la Francia;:
    2) Se rinnegasse il suo programma, proclamando un sistema politico diverso dalla monarchia con Vittorio Emanuele. Finché sarà fedele alla sua bandiera bisogna marciare d'accordo con lui. »

    (Il Risorgimento italiano, Denis Mack Smith, pagg. 448 e 455[282])

    L'insurrezione nella exclave pontificia di BeneventoModifica

    All'approssimarsi di Garibaldi verso Napoli anche i territori dell'exclave pontificia di Benevento insorsero contro il potere temporale del papato instaurando un governo provvisorio. Il nunzio papale di Napoli si recava prontamente presso Liborio Romano per chiedergli di intervenire con le truppe per sedare i tumulti nella zona di Benevento e Pontecorvo, allora territori pontifici all'interno del Regno delle Due Sicilie.

     
    Liborio Romano e il nunzio papale che chiede di intervenire a Benevento in rivolta

    Il Liborio, dopo avere ascoltato le parole del nunzio papale rispose:

    « Monsignore a quest'ora i nostri soldati non vogliono più battersi per noi: io dubito quindi a regione, che non volendosi battere per noi, vogliansi poi battere per il papa.»
    - Al nunzio che proseguiva nella richiesta facendogli presenti le angustie del papa il Liborio disse quindi:
    « Sua Santità farà ciò che Francesco II è ora per fare, si rassegnerà a perdere il potere temporale, è più fortunato che il re Francesco, gli resterà il potere spirituale, cioè a dire l'eredità che gli viene in linea diretta da Gesù Cristo.»
    - Alle parole di malcontento del nunzio il Liborio aggiunse:
    « Monsignore, vi resta a benedire tre persone: il re Vittorio Emanuele II, il generale Garibaldi ed il vostro devotissimo servo Liborio Romano »

    (I Mille di Marsala: scene rivoluzionarie, Giacomo Oddo, pag. 861)

    Francesco II lascia NapoliModifica

    Il 5 settembre il re comunicò al ministro Spinelli la decisione di lasciare Napoli per trincerarsi tra Capua e Gaeta, lasciata la reggia in compagnia della regina, in Via Chiaja i reali videro una scala appoggiata sul muro della farmacia reale, si trattava di alcuni operai che staccavano dall'insegna i gigli borbonici.

    Tornato alla reggia salutò i capi battaglione della guardia Nazionale, il loro comandante Roberto de Sauget e il sindaco, ai quali disse anche:

    « il vostro ... e nostro don Peppino è alle porte »

    (La fine di un Regno - Raffaele de Cesare - pag. 368)

    pronunciando un discorso dal quale traspariva commozione e difficoltà a trovare le parole.

    Prima di lasciare Napoli Francesco II fece affiggere manifesti dove spiegava il suo comportamento, augurandosi di tornare presto, alle quattro del pomeriggio convocò e salutò i suoi ministri, che non desideravano seguirlo a Gaeta, quindi in uno stato di apparente buon umore si rivolse a Liborio Romano in tono semi-serio pronunciando la frase “Don Libò, guardat’u cuollo! ”, alla quale espressione Liborio Romano impassibile rispose che avrebbe fatto di tutto per farlo rimanere sul busto il più a lungo possibile.

     
    Francesco II lascia il palazzo reale a Napoli

    Non sentendosi più sicuro nella capitale, il 6 settembre re Francesco II lascia Napoli per recarsi con la consorte a Gaeta, dove già si trovava il resto della famiglia reale, trincerando le sue forze tra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, una zona protetta dove poteva difendersi e tentare un'azione di attacco. Tale soluzione gli era stata probabilmente suggerita dai suoi consiglieri segreti ultra-realisti, presumibilmente su consiglio dell'Austria e di Lamoricière, decisione che il re forse aveva già preso in precedenza, senza però averla rivelata ai suoi ministri nei quali la fiducia era ormai venuta meno.

    Alla partenza del sovrano si notava l’assenza di molti titolati e ufficiali, che in altri tempi affollavano la corte, quindi in compagnia del fedele capitano Criscuolo il re e la regina si imbarcarono sul Messaggero, una piccola nave, che dopo la sua partenza lanciò inutilmente il segnale per farsi seguire dalle altre navi della marina borbonica, che rimase ancorata nel porto di Napoli, ad eccezione di tre navi, i due piccoli vascelli "Delfino", "Saetta" e la fregata Partenope, che seguirono la nave con al bordo il re di Napoli, accompagnata per un breve tratto anche da alcune navi della marina spagnola. La notizia della partenza del re si era comunque già diffusa in precedenza, alla vista di molti carri carichi di bagagli, che sotto scorta si dirigevano verso Capua. Tra le motivazioni della mancata partenza della flotta per seguire il re viene menzionato anche il timore che la flotta potesse essere ceduta all’Austria.[283]

    Le successive ventiquattro ore di vuoto di potere trascorsero senza particolari difficoltà, Liborio Romano era riuscito ad evitare problemi e inviò un telegramma in risposta a Garibaldi, che chiedeva di entrare a Napoli subito dopo l’arrivo del comandante della Guardia nazionale.

    « All’invittissimo Generale Garibaldi, Dittatore delle Due Sicilie – Liborio Romano, Ministro dell’Interno e Polizia.
    Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla come il redentore d’Italia, e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato e i propri destini …. M’attendo gli ulteriori ordini suoi, e sono con illimitato rispetto, di Lei, Dittatore invittissimo.  »

    Liborio Romano

    L'ingresso a Napoli di GaribaldiModifica

     
    Liborio Romano riceve Garibaldi alla stazione di Napoli
     
    Garibaldi per le strade di Napoli
    dietro con la bandiera l'artista Salazaro

    Dopo l’abbandono di Napoli da parte di Francesco II e della sua famiglia, a bordo del vapore Messaggero, nel tentativo di riorganizzare il suo l'esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno, nonostante la presenza dei mercenari borbonico-bavaresi nel tragitto da percorrere verso Napoli e il grosso delle forze garibaldine a 48 ore di distanza, alle 9,30 del 7 settembre Garibaldi e il suo gruppo partono da Salerno, salutati con entusiasmo frenetico dalla folla.
    A Vietri Garibaldi, i suoi collaboratori e un gruppo di circa venti militi della Guardia Nazionale di Salerno salgono a bordo di un treno speciale, salutato nel suo percorso dalla folla acclamante, mentre il treno dei mercenari bavaresi veniva deviato all’altezza di Nocera Inferiore per dare la precedenza a quello con a bordo Garibaldi.[284]
    Garibaldi decise di fare il suo ingresso a Napoli accompagnato da un numero limitato di garibaldini, per non apparire un conquistatore, bensì un liberatore protetto dallo stesso popolo. Al treno si aggrapparono quante più persone era possibile e all’altezza di Torre Annunziata il treno dovette procedere lentamente, per non travolgere le ali di folla festante di decine di migliaia di abitanti locali, che cercavano di vedere e toccare Garibaldi.
    Dopo Portici il treno di Garibaldi venne fermato da un ufficiale navale, che saliva a forza a bordo della carrozza per avvertire Garibaldi, che ad attenderlo alla stazione c’erano i cannoni, Garibaldi rispose che non se ne curava, quando ad attenderlo c’era una folla così, interrogato dalla Guardia Nazionale il giovane ufficiale intendeva i cannoni del Forte Carmine, che era già stato considerato di evitare.

    Al suo arrivo, verso le ore 13,30, alla stazione di Napoli inizialmente c’era un numero modesto di cittadini ad accoglierlo, in precedenza il Conte Ricciardi girava in carrozza con il tricolore gridando per le strade di andare ad accogliere Garibaldi e presto la notizia si diffuse in tutta la capitale, prima ancora che Liborio Romano terminasse il suo discorso di benvenuto, per le strade si radunò una folla immensa e a stento Garibaldi riuscì a salire su una carrozza con Bertani, Zasio, Nullo, Gusmaroli[285], Manci e Stagnetti[286], mentre Cosenz e Missori seguivano a cavallo, dietro alla carrozza si aggrappò un artista napoletano di nome Salazaro, che teneva in alto un tricolore con il cavallo di Napoli da un lato e il leone di Venezia dall’altro, mentre Liborio Romano sospinto dalla massa dei cittadini non riusciva a salire sulla carrozza, per essere a fianco del liberatore.[287]

     
    Garibaldi parla dal Palazzo del Forestiero

    Sotto la enorme pressione del popolo napoletano, all’altezza dell’attuale Corso Garibaldi, il corteo fu deviato verso sinistra, finendo per trovarsi proprio di fronte al Forte Carmine, che erano stati avvisati di evitare e che aveva i cannoni carichi e puntati, lì Garibaldi si fermò in piedi a guardare i soldati, che non aprirono il fuoco, poi continuando la sua marcia trionfale, alla quale assisteva buona parte dei cittadini della capitale, Garibaldi si levava in piedi per salutare, visibilmente emozionato, come faceva notare Zasio, che si trovava nella stessa carrozza.

    Dopo essere passati di fronte a Castel Nuovo, dove i soldati borbonici ancora una volta si astennero dal fare fuoco, il corteo di Garibaldi giunse alla Foresteria, annessa al Palazzo per gli intrattenimenti degli ospiti di corte, che era pure presidiato da un reggimento di truppe borboniche, dalle finestre della Foresteria Garibaldi pronunciò il suo discorso alla folla, udito anche dai vicini soldati borbonici, nel quale era chiaro che pensava all’unificazione quanto alla liberazione di Napoli.

    « Voi avete il diritto di esultare in questo giorno, che è l’inizio di una nuova epoca non solo per voi, ma per tutta l’Italia, della quale Napoli forma la parte migliore, è veramente un giorno glorioso e santo, nel quale il popolo passa dal giogo della servitù al rango di una nazione libera. Vi ringrazio per il vostro benvenuto, non soltanto per me stesso, ma a nome di tutta Italia, che il vostro aiuto renderà libera e unita. »

    I festeggiamenti per GaribaldiModifica

     
    Napoli, Via Toledo 7 settembre 1860

    « Venu è Galubardo !
    Venu è lu più bel ! »

    (Canto napoletano del 1860 - Garibaldi e la formazione dell'Italia cap. VIII, G.M. Trevelyan, pag. 212)

    In relazione ai grandi festeggiamenti in onore di Garibaldi, il Trevelyan sottolinea come i più festeggiassero Garibaldi perché mossi da un sincero sentimento di gioia per la fine della tirannia, mentre gli altri si facevano contagiare dalla febbrile atmosfera unica e irripetibile e che molti di questi ultimi erano stati fino a pochi mesi prima borbonici e lo sarebbero ridiventati se il re fosse tornato.
    I festeggiamenti continuarono fino alla notte al grido di “Viva Garibardo divenuto poi anche “Gallibar”, “Gallibardo” e infine “Viva Bardo” chiedendo in Via Toledo che Garibaldi si mostrasse di nuovo, quando una camicia rossa si affacciò dal balcone di Palazzo d'Angri portando la mano alla guancia per indicare con il gesto che Garibaldi dormiva e la folla si fece silenziosa.
    Le truppe borboniche, stimate secondo varie fonti da 6.000 a 10.000 soldati ancora presenti e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza, il giorno 8 settembre il comandante di Castel Sant'Elmo comunicava che non avrebbe più potuto trattenere i suoi soldati dal fare fuoco e bombardare la città, anche se non aveva artiglieria e disponeva in pratica solo della Guardia Nazionale, Garibaldi rispose con calma che avrebbe fatto altrettanto e nei successivi tre giorni le forze borboniche lasciarono i forti della capitale per dirigersi verso Capua.

    Dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d'Italia in seguito alla Seconda Guerra d'Indipendenza e ai successivi plebisciti di annessione. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L'avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva.

    I fatti della reazione presso Ariano e IserniaModifica

     
    La reazione di Isernia - da Il mondo illustrato del 16-02-1861

    Nel nord del regno, dove la popolazione subiva maggiormente l’influenza clericale, si verificarono casi di cosiddetta “reazione”, termine allora usato per indicare chi si opponeva al cambiamento verso l’Italia unita. I “reazionari” iniziarono uno stato di guerra civile sporadica, con tutti gli orrori più crudeli che erano stati risparmiati alle province del sud del reame. Il giorno 8 settembre nel distretto di Ariano e Monte Mileto i generali borbonici Bonanno e Flores, lì arrivati con 4.000 soldati regi, avevano provocato una insurrezione anti-liberale da parte dei contadini realisti, che iniziarono a compiere ruberie, massacri, trucidando i capi del partito liberale che non erano fuggiti in tempo e rapine di ogni genere a danno della locale popolazione di sentimenti liberali.
    Per sedare i tumulti vennero celermente inviati 1.500 garibaldini comandati da Türr e nonostante la superiorità numerica i regi del generale Bonanno non opposero resistenza, in quanto i racconti dei soldati reduci dalle Calabrie avevano profondamente fiaccato il morale dei soldati al punto che il generale Bonanno non riteneva di poterli impegnare in combattimento, con conseguente sbandamento della truppa borbonica. Il Türr, coadiuvato anche dalla locale Guardia Nazionale, avanzò verso Venticane e Monte Mileto dove a seguito di un piccolo scontro furono effettuati arresti. A Grottaminarda il generale Flores era stato arrrestato dalla Guardia Nazionale di Montefusco.[288] Il Türr agì con responsabilità, ordinando la fucilazione di solamente due dei caporioni del massacro e delle violenze, senza cedere alle richieste dei liberali del luogo, che avrebbero invece voluto una punizione ben più estesa ad almeno una dozzina di responsabili. Successivamente negli Abruzzi ed in Molise le truppe del nuovo regio esercito dovettero effettuare repressioni più dure contro i reazionari che insorgevano contro il nuovo assetto politico. [289]
    Altri simili e gravi fatti si verificarono ad Isernia per alcuni giorni nel periodo della Battaglia del Volturno, quando su indicazioni del vescovo, dell'autorità di Gaeta e, guidati dai gendarmi regi, i contadini invasero la città di Isernia ed altri centri vicini compiendo per una intera settimana saccheggi, eccidi, gravi violenze e perfino mutilazioni alle loro vittime liberali.[290],[291]
    Gli episodi di reazione a danno dei liberali e dei sostenitori dell'unità proseguirono e furono spesso cruenti come riporta la stampa del tempo nel caso dell'eccidio di Lauro nell'allora beneventano, che avvenne con grande efferatezza descritta dall'articolo del giornale Il mondo illustrato del 2 novembre 1861.[292]

    L'intervento piemonteseModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna piemontese in Italia centrale, Battaglia di Castelfidardo e Assedio di Ancona (1860).

    Le dichiarate e apparenti intenzioni di Garibaldi di proseguire la sua marcia vittoriosa anche verso Roma e poi Venezia risulta da un suo decreto del 10 settembre 1860, che preoccupava Napoleone III, il quale temeva un estendersi della rivoluzione Garibaldina e non intendendo impegnarsi di nuovo militarmente, con il trattato segreto di Chambery aveva convenuto con Cavour di acconsentire ad un'occupazione delle Marche e Umbria pontificie, per salvaguardare il papato nel Lazio e fermare l’avanzata di Garibaldi.

    Decreto di Garibaldi[293]
    ITALIA E VITTORIO EMANUELE
    Il Dittatore delle Due Sicilie ai Militi volontari.

    Quando l'idea della patria in Italia era la dote di pochi, si cospirava. Ora si combatte e si vince. I patriotti sono abbastanza numerosi da formare degli eserciti e dare ai nemici battaglia. Ma la vittoria nostra non fu intera. L'Italia non è ancora libera tutta, e noi siamo ben lungi dalle Alpi, meta nostra gloriosa. Il più prezioso frutto di questi primi successi è di potere armarci e procedere. Io vi trovai pronti a seguirmi, e ora vi chiamo tutti a me, affrettatevi alla generale rassegna di quell'esercito che deve essere la Nazione armata per far libera e una l'Italia, piaccia o no ai prepotenti della terra.
    Raccoglietevi nelle piazze delle vostre città ordinandovi con quel popolare istinto di guerra che basta a farvi assalire uniti il nemico.
    I capi dei corpi così formati avvertiranno anticipatamente del loro arrivo in Napoli il Direttore del Ministero della guerra, perché appronti l'occorrente. Per quei corpi che più convenientemente potrebbero venir qui per via di mare, saranno date le opportune disposizioni.
    Italiani, il momento è supremo. Già fratelli nostri combattono lo straniero nel cuore d'Italia. Andiamo ad incontrarli in Roma per marciare di là insieme sulle Venete terre. Tutto ciò che è dover nostro e dritto, potremo fare, se forti. Armi dunque e armati. Generoso cuore, ferro e libertà.

    Napoli, 10 settembre 1860.

    Il Dittatore, firmato G. Garibaldi.

    Vittorio Emanuele II decise allora di intervenire con il proprio esercito per annettere Marche e Umbria, ancora nelle mani del papa, e unire così il nord e il sud d'Italia. Al papa, secondo i piani del re, sarebbe stato lasciato il solo Lazio, come estremo baluardo del dominio temporale.

     
    Il Monumento in ricordo della Battaglia di Castelfidardo (autore Vito Pardo).

    Nel frattempo la rapida avanzata di Garibaldi destabilizzava anche altre aree della penisola: ai primi di settembre, nelle province ancora sotto lo stato pontificio si verificarono tumulti: Urbino, Senigallia, Pesaro, Fossombrone, per la cui repressione si mosse l'esercito papalino da poco rinnovato e rinforzato da de Lamoricière. Subito il governo di Torino protestò contro questa repressione e chiese con una nota ufficiale il disarmo e lo scioglimento delle truppe mercenarie pontificie, ottenendo come risposta un diniego. A seguito di ciò l'11 settembre l'esercito piemontese al comando di Fanti attraversava il confine avanzando nelle Marche e in Umbria[294], l'intervento si era reso necessario per bloccare da nord ogni possibile avanzata di Garibaldi oltre Napoli verso Roma, che se messa in atto avrebbe rotto la neutralità o il non intervento nella vicenda di potenze europee, in primis la Francia, che dalla restaurazione si era sempre mossa militarmente a difesa del pontefice e del suo potere temporale.

    Il 18 settembre 1860 durante la Battaglia di Castelfidardo le forze sarde sconfissero quelle pontificie, composte per oltre metà di volontari che, rispondendo all'appello del papa, provenivano da diversi paesi cattolici d'Europa. Secondo i dati forniti dallo storico Trevelyan l’armata del generale Fanti, impiegata in Umbria e Marche, era composta di 33.000 soldati, comprensiva dei corpi d’armata di Cialdini e Della Rocca.

     
    Le navi dell'ammiraglio Persano assediano Ancona - cannoneggiamento del "Forte della Lanterna"

    A Castelfidardo le forze piemontesi disponevano di 16.449 soldati, ma ne vennero impiegati effettivamente 4.880, contro i soldati comandati dal generale pontificio Lamoricière che, pur disponendo di una forza da campo di 8.000 soldati, ne impiegò effettivamente 6.650.[295]. Ebbero la meglio i piemontesi che inseguirono i superstiti papalini fino alla piazzaforte di Ancona, dove avvenne l'ultimo scontro, che vide ancora una volta le truppe regie vittoriose, dopo un assedio da terra e dal mare terminato il 29 settembre 1860. Con la caduta della piazzaforte di Ancona terminerà anche di fatto il potere temporale della chiesa in Umbria e Marche. Il 3 ottobre 1860 Vittorio Emanuele II, a bordo della nave Governolo, sbarca nel porto di Ancona calorosamente accolto dalla popolazione e dai generali Cialdini e Fanti, dal commissario Valerio e dai componenti della giunta provvisoria con a capo il presidente Fazioli.[296]

    Le battaglie del Volturno e del GariglianoModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Volturno, Battaglia del Macerone e Battaglia del Garigliano (1860).
     
    Volontari trentini al comando delle truppe garibaldine dopo la Battaglia del Volturno.
    Da sinistra in piedi il luogotenente Adolfo Faconti, i capitani Camillo Zancani e Oreste Baratieri, il luogotenente Enoch Bezzi. Seduti da sinistra il sottotenente Francesco Martini, il capitano Ergisto Bezzi, il luogotenente Filippo Tranquillini e il luogotenente Giuseppe Fontana.

    Tra fine settembre e i primi giorni di ottobre avvenne la decisiva battaglia del Volturno, dove circa 50.000 soldati borbonici persero lo scontro con gli uomini di Garibaldi, i quali erano approssimativamente la metà.[297] Si ritiene che le forze effettivamente impegnate nella battaglia del 1º ottobre furono di 28.000 regi borbonici contro 20.000 garibaldini, mentre il 2 ottobre ai garibaldini si aggiunsero i volontari calabresi di Stocco, quattro compagnie piemontesi e parecchie dozzine di cannonieri piemontesi a Santa Maria e Sant'angelo.[298] La battaglia; la più aspra di tutta la spedizione, terminò il 1º ottobre (altri dicono il 2 ottobre).

    Dopo questa sconfitta, il re, la regina e i resti dell'esercito borbonico si asserragliarono a Gaeta, ultimo baluardo a difesa del Regno delle Due Sicilie, assieme alla cittadella di Messina e Civitella del Tronto.

    Il 9 ottobre ad Ancona Vittorio Emanuele II si pose a capo dell'esercito e il 15 ottobre attraversò il confine del Regno delle due Sicilie, l'esercito piemontese proseguì la sua discesa entrando in Abruzzo e convergendo quindi verso la Campania, muovendosi verso Gaeta e andando incontro alle truppe garibaldine.

    L'arrivo di Vittorio Emanuele e la caduta di GaetaModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II e Assedio di Gaeta (1860).

    Il 20 ottobre il generale Cialdini sconfisse le truppe borboniche nella battaglia del Macerone, il giorno seguente nei comuni dell'ormai ex regno delle Due Sicilie si svolsero i plebisciti con il quesito:

    « Il popolo vuole l'Italia Una e Indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti? »

     
    Incontro a Teano

    Il 26 ottobre Vittorio Emanuele II incontrò Giuseppe Garibaldi, in quello che diverrà noto come l'incontro di Teano, con questo incontro si concluse simbolicamente la Spedizione dei Mille. Garibaldi salutò Vittorio Emanuele come re d'Italia praticamente consegnandogli le terre appena conquistate.

    L'assedio di Gaeta fu iniziato dai garibaldini, sostituiti il 4 novembre 1860 dall'esercito sabaudo che concluse l'assedio il 13 febbraio 1861. Durante i primi dieci giorni di novembre 1860 circa 17.000 soldati borbonici, inseguiti dalle truppe di Vittorio Emanuele II, si rifugiarono nello Stato Pontificio a Terracina, dove furono disarmati e internati nel Colli Albani dalle autorità papali e dalla guarnigione francese di Roma.[299] Con la resa di Francesco II, gli ultimi Borbone di Napoli andarono in esilio a Roma sotto la protezione di Pio IX. La cittadella di Messina cadde il 12 marzo e la fortezza di Civitella il 20.

    Lo scioglimento dell'armata garibaldinaModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito meridionale.
     
    Napoli nov. 1860 - assegnazione di medaglie ai reduci garibaldini

    Al termine della campagna l’esercito garibaldino aveva consegnato il Regno d’Italia a Vittorio Emanuele II, che però non si recò a passare in rivista le truppe garibaldine a Caserta, né scrisse alcuna lettera giustificativa e neppure di ringraziamento per i garibaldini che avevano combattuto per lui. La firma sull'“ordine del giorno”, documento di ringraziamento per l’opera dei garibaldini, portava solo la firma del generale Della Rocca e Garibaldi se la prese con Cavour, pensando che fosse opera sua, mentre il suggerimento che il re non rendesse omaggio ai garibaldini schierati a Caserta era stato determinato dal generale Fanti o della naturale atmosfera di gelosia dell’esercito regolare nei confronti dei volontari garibaldini[300]. L’inconveniente poteva provocare una eventuale mancata presenza di Garibaldi a fianco del Re con tutti i conseguenti problemi, ma Cialdini riuscì a convincere Garibaldi a partecipare alla sfilata a fianco di Vittorio Emanuele II, così il 7 novembre Garibaldi era a fianco del re nella carrozza che sfilava per le vie di Napoli e, nonostante la pioggia torrenziale, i napoletani erano in uno stato di entusiasmo frenetico.[301]
    Il piano di Cavour di dividere l’armata garibaldina in tre gruppi non ebbe attuazione, il piano prevedeva un primo gruppo da sciogliere, un secondo gruppo per formare i Cacciatori delle Alpi e un terzo piccolo gruppo di ufficiali da inquadrare con incarichi nell'esercito regolare.
    La truppa garibaldina venne liquidata con una regalia, mentre i garibaldini ungheresi vennero impiegati nella repressione del brigantaggio negli Abruzzi e in Molise e nei successivi due anni vennero ammessi come ufficiali nell'esercito regolare solo 1.584 ex garibaldini, con grande indignazione di Garibaldi e dei suoi fedeli, in quanto Garibaldi aveva sperato che l’armata garibaldina fosse mantenuta come corpo militare per le successive guerre per proseguire l’unità italiana con la liberazione di Venezia e di Roma.[302] (vedere: Il numero dei garibaldini).

    La partenza di Garibaldi da NapoliModifica

     
    Partenza di Garibaldi da Napoli - Santa Lucia il 9 novembre 1860

    Il giorno 9 novembre 1860 alle ore 4 del mattino Garibaldi saliva su un palischermo[303] nella rada di Santa Lucia di Napoli, per imbarcarsi a bordo della nave Washington, con lui partirono anche il figlio Menotti, Basso, Stagnetti, Coltelletti, Froscianti, Gusmaroli.[304]
    Gli altri amici che non si imbarcarono con lui lo avevano accompagnato dall’Albergo d’Inghilterra dove Garibaldi alloggiava, erano trascorsi sei mesi e tre giorni dalla partenza nella notte tra il 5 e 6 maggio 1860. Tornava a Caprera dopo avere compiuto un'impresa difficile, saliva a bordo della nave Washington dopo avere salutato l’ammiraglio britannico Mundy e partiva nonostante una lettera del re gli chiedesse di restare: la risposta di Garibaldi fu che per il momento si allontanava, ma che sarebbe stato pronto a ripartire il giorno in cui la Patria e il Re avessero avuto bisogno di lui.
    Il giorno prima, dopo avere sbrigato le ultime formalità di passaggio dei poteri da dittatore al governo di Vittorio Emanuele II, il popolo napoletano si radunò sotto le finestre dell’albergo dove alloggiava per salutarlo e Garibaldi ricordò a tutti che ora avrebbero dovuto raccogliersi attorno al re, quindi Garibaldi li salutò dicendo loro che avrebbe serbato per sempre il ricordo del tempo trascorso con loro.

    Nelle “Memorie autobiografiche[305] Garibaldi descriverà, con il suo linguaggio schietto, le adulazioni esagerate di cui era stato oggetto da parte di molte persone di riguardo, che fino a poco prima erano state borboniche e che con grande rapidità si proclamavano garibaldine, oltre ad esprimere critiche nei confronti di altri protagonisti degli avvenimenti di quel periodo e successivo.[306]

    « I pochi giorni passati in Napoli dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, giustamente per le mene e sollecitazioni dei sedicenti cagnotti delle monarchie - che altro non sono in sostanza che dei sacerdoti del ventre – aspiranti immorali e ridicoli – che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello – colpevole di essere nato sul marciapiede di un trono – per sostituirlo del modo che tutti sanno. »

    (Memorie autobiografiche – Giuseppe Garibaldi–- (3° per. Cap. XIV, p. 388))

    Il vincitore di un trono, il Dittatore delle Due Sicilie, salpava per Caprera con un fondo cassa di 3 mila lire.[307]
    Garibaldi aveva scritto un proclama di congedo, i cui termini e toni sono ovviamente quelli che si usavano nella metà del XIX secolo, secondo i modelli culturali di quell’epoca:

    Ai miei compagni d’arme !

    Penultima tappa del risorgimento nostro, noi dobbiamo considerare il pericolo che sta per finire, e prepararci ad ultimare splendidamente lo stupendo concetto degli ultimi eletti di venti generazioni, il di cui compimento assegnò la provvidenza a questa generazione fortunata.
    Sì giovani, l’Italia deve a voi un’impresa che meritò il plauso del mondo. Voi vinceste – e voi vincerete – perché voi siete oramai fatti alla tattica che decide delle battaglie. Voi non siete degeneri da coloro che entravano nel fitto profondo delle falangi macedoniche e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell’Asia. A questa pagina stupenda della storia del nostro paese ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà al libero fratello un ferro arruotato che appartenne agli anelli delle sue catene. All’armi tutti ! – tutti – tutti: e gli oppressori – i prepotenti sfumeranno come la polvere. Voi, donne, rigettate lontani i codardi – e voi, figlie delle terra della bellezza, volete prole prode e generosa ! Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie. Questo popolo è padrone di sé. Egli vuol essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi colla fronte alta: non rampicarsi, mendicando la sua libertà – egli non vuol essere a rimorchio d’uomini a cuore di fango. No ! No ! No ! La provvidenza fece il dono all’Italia di Vittorio Emanuele. Ogni italiano deve rannodarsi a Lui – serrarsi intorno a Lui. Accanto al re galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi ! Anche una volta io vi ripeto il mio grido: All’armi tutti ! tutti! Se il marzo del ’61 non trova un milione d’Italiani, povera libertà, povera vita italiana … Oh ! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna come un veleno. Il marzo del ’61, e se fa bisogno il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto. Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona, di Castelfidardo, d’Isernia, e con noi ogni uomo di questa terra non codardo, non servile: tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daremo l’ultima scossa, l’ultimo colpo alla crollante tirannide ! Accogliete, giovani volontari, resto onorato, di dieci battaglie, una parola d’addio ! Io ve la mando commosso d’affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi ma per pochi giorni. L’ora della pugna mi ritroverà con voi ancora – accanto ai soldati della libertà italiana. Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati dai doveri imperiosi di famiglia, e coloro che, gloriosamente mutilati, hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno ancora nei loro focolari, col consiglio e coll’aspetto delle nobili cicatrici che decorano la loro maschia fronte di venti anni. All’infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.
    Noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme al riscatto dei nostri fratelli, schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi.
    Napoli 8 novembre 1860

    G. GARIBALDI

    (La Spedizione Garibaldina di Sicilia e Napoli – Mario Menghini – pagg. 407-408-409)

    Partendo da Napoli diede al periodico l’Indipendente le seguenti indicazioni:

    «  Avverto il pubblico che non riceverò lettere in Caprera, se non sono affrancate.  »

    (La Spedizione Garibaldina di Sicilia e Napoli – Mario Menghini – pag. 409)
    G. GARIBALDI

    I plebisciti e la proclamazione del Regno d'ItaliaModifica

     
    Plebiscito a Napoli
     Lo stesso argomento in dettaglio: Plebisciti risorgimentali e Proclamazione del Regno d'Italia.

    Sulla base dei plebisciti d'annessione dell'ottobre 1860 e in seguito alle capitolazioni delle fortezze di Gaeta e di Messina, il 17 marzo 1861, mentre la fortezza di Civitella del Tronto, nonostante l'assedio, ancora resisteva (si arrenderà tre giorni più tardi), venne proclamato il Regno d'Italia, del quale entrarono a far parte le regioni meridionali, già parte del Regno di Napoli.

    Il 6 novembre Garibaldi schierò in riga, davanti alla Reggia di Caserta, 14.000 uomini, 39 artiglierie e 300 cavalli. Essi attesero molte ore che il Re li passasse in rassegna, ma invano. Il giorno successivo, 7 novembre, il Re faceva il suo ingresso a Napoli. Garibaldi, invece, si ritirò nell'isola di Caprera. Nello stesso mese anche Marche e Umbria, con un plebiscito, scelsero l'unione al Regno d'Italia.

    Così, unificata la penisola italiana, Vittorio Emanuele II poté essere proclamato Re d'Italia dal neoeletto parlamento italiano riunito a Torino. Il sovrano sabaudo mantenne il numerale "II"[308] e il neoproclamato Regno d'Italia conservò l'apparato normativo e costituzionale del precedente Regno di Sardegna, con la costituzione definitivamente estesa a tutte le province del nuovo regno regno[309].

    "Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani": questo motto, attribuito dai più a Massimo D'Azeglio, ma da alcuni anche a Ferdinando Martini, avrebbe ispirato tutta la politica successiva alla spedizione dei Mille[310].

    Truppe e armamentiModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito meridionale e Forze armate borboniche 1860.

    Il numero dei garibaldiniModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: I Mille ed Esercito meridionale.

    Sulla base della documentazione disponibile gli storici hanno stimato il numero dei volontari partiti il 5 maggio 1860 da Genova in circa 1.150, dei quali 1.089 sarebbero dovuti sbarcare a Marsala, in quanto una sessantina erano stati destinati alla diversione del Zambianchi, alcuni avevano lasciato la spedizione per contrasti politici, lo storico Mario Menghini cita anche che a Talamone Garibaldi scartò dagli effettivi un centinaio di volontari non ritenuti idonei per vari motivi e per questioni di spazio a bordo. I volontari dismessi fecero quindi ritorno a Genova anche via Livorno (Supplemento al Movimento del 13 maggio 1860), secondo tale dato il numero dei volontari partiti da Talamone dovrebbe pertanto essere diminuito a meno di 1.000[311].
    Ai volontari ripartiti da Talamone 4 o 5 si erano aggregati a Porto S. Stefano nascondendosi nelle stive. A Porto Santo Stefano furono respinti molti militari che avrebbero voluto unirsi alla spedizione[312]. Le difficoltà di stabilire il numero dipendono anche dal fatto che non sempre i volontari si presentavano con il loro vero nome e a fine campagna molti non seppero o non vollero essere riconosciuti nell'elenco ufficiale, oltre a quelli caduti dei quali non si conosceva con esattezza l'identità [313]. Si ritiene che prima dello scioglimento dell'Esercito Meridionale il numero totale dei garibaldini avesse raggiunto il numero di 50.000. Occorre però considerare che l’Esercito garibaldino, anche se ispirato alle norme del regolare Corpo dei Cacciatori delle Alpi, era composto di volontari organizzati autonomamente in maniera spesso improvvisata, pertanto le ricostruzioni da parte degli storici, basate solo su documenti, possono incontrare limiti, in quanto la formazione dei reparti e la loro consistenza erano variabili e non sempre documentate come in un esercito regolare, anche per mancanza di tempo e di personale dedicato. Attualmente è in corso una ricerca per dare un nome a tutti i garibaldini scomparsi vedere: Alla ricerca del garibaldino scomparso.
    Erano presenti anche volontari stranieri, vedere: I garibaldini stranieri.

    Peard il sosia di GaribaldiModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: John Whitehead Peard .
     
    Roma Gianicolo - John W. Peard, garibaldino inglese "sosia" di Garibaldi

    Tra i garibaldini stranieri ha un particolare rilievo John Whitehead Peard, infatti durante la spedizione garibaldina accadeva a volte che Garibaldi fosse rappresentato da John Whitehead Peard, un avvocato e ufficiale inglese, conosciuto anche con il nome “Garibaldi’s Englishman”, sosia di Garibaldi, che creduto tale veniva acclamato dalla folla come il “Liberatore” Garibaldi in persona e Peard non smentiva tale illusione per non deludere le folle esultanti, contribuendo anche a confondere i comandi borbonici, favorendone il ritiro da Salerno. [314]
    In precedenza Peard aveva preso parte anche alla Seconda guerra d'indipendenza italiana come volontario al seguito di Garibaldi del quale era profondo estimatore.
    A John Whitehead Peard è stata dedicata una statua che si trova al Gianicolo di Roma denominata “Il garibaldino inglese”.

    Le armi degli schieramentiModifica

    L’armamento dei garibaldiniModifica

     
    Girolamo Induno - Sentinella garibaldina
     Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito_meridionale § L’armamento_dei_garibaldini .

    Il modo di combattere dei garibaldini era descritto da un amico intimo di Garibaldi, il capitano inglese C.S. Forbes, R.N., che arrivato alcuni giorni dopo la battaglia di Milazzo così scrive:

    « Generalmente parlando le forze garibaldine erano armate di (fucili) Enfield, ma pochi erano quelli che sapevano servirsi di quelle armi micidiali, parendo ad essi cosa superflua il prender la mira.
    Un moschetto o una carabina, sessanta cariche, una fiaschetta per l'acqua e per lo più una bisaccia vuota, ecco tutto il bagaglio di un garibaldino. »

    (Garibaldi e la formazione dell'Italia - Appendice E - capo V - pag. 389 - (Forbes 92) di G.M. Trevelyan)

    .

    L’armamento dei borboniciModifica

    L’esercito borbonico era molto ben equipaggiato e armato in gran parte con fucili a canna rigata o adattati con rigatura, possedeva una buona cavalleria e ottima artiglieria, anche a canna rigata che venne impiegata a Capua. La fanteria era armata con fucili a canna rigata di grosso calibro, mentre i “Cacciatori” erano dotati di un’arma dello stesso calibro, ma più corta.

    Le ipotesi di corruzione dei militari borboniciModifica

     
    Prigionieri borbonici a Sant'Anna Isernia

    In passato e in tempi recenti, secondo certe interpretazioni, alcune vittorie di Garibaldi nella Spedizione 1860-1861 sarebbero da attribuirsi non alle azioni garibaldine, bensì alla supposta corruzione di diversi alti ufficiali borbonici, che in cambio di corrispettivi economici avrebbero consentito la vittoria sul campo.
    Tali ipotesi di corruzione non risultano peraltro provate e d’altra parte, nell’ipotesi in cui fossero vere, cioè che gli alti ufficiali borbonici avessero subordinato la vittoria di Garibaldi al pagamento di somme, si dovrebbe pensare che, in caso di mancato accordo, quegli stessi generali avrebbero combattuto con coraggio e fedeltà per un re che erano pronti a tradire dietro corrispettivo e questo risulta del tutto illogico, in quanto chi è pronto a tradire per interesse economico non è altrettanto pronto a combattere fedelmente rischiando la vita per quello stesso re che era disposto a tradire, bensì in tale ottica una persona infedele per interesse punta ad evitare il combattimento, ritirandosi e cercando di correre il minor numero possibile di rischi o arrendendosi alla prima occasione, se la situazione si fa pericolosa.
    In sintesi, secondo il senso comune, chi è disposto alla corruzione per denaro non si presume disposto a combattere e morire per un re che era pronto a tradire, inoltre ci si dovrebbe anche chiedere perché non sono mai state formulate accuse di tradimento, dietro corrispettivo, nei confronti degli ufficiali garibaldini, pontifici o piemontesi.
    L'interrogativo senza risposta è come mai, pur essendo a conoscenza della spedizione garibaldina con destinazione Sicilia, il Governo e il comando borbonico non si fossero preoccupati di selezionare ed inviare contro Garibaldi i migliori generali e perché questi non si fossero proposti spontaneamente a tale compito. Il de Cesare spiega come in quella situazione storica i generali borbonici fossero divisi da rivalità e gelosie, con tendenza a schivare le responsabilità per superare, come meglio si poteva, quel difficile momento, non essendo convinti che valesse la pena di battersi a rischio della vita o della reputazione per un re che non era amato, né temuto [315], [316] . Un esempio fu quello di affidare all'anziano generale Landi il comando della colonna che, con maggiore probabilità, avrebbe incontrato la Spedizione garibaldina, in quanto l'anziano generale Landi non era in alcun modo all'altezza delle capacità militari di Garibaldi. Discutibili erano anche l'assegnazione del comando delle truppe in Sicilia all'ultrasettantenne ed in condizioni fisiche non idonee, generale Lanza oppure di affidare il comando delle truppe in Calabria al generale Vial, che non aveva alcuna esperienza militare. Anche lo storico filo-borbonico Giacinto De Sivo, nella sua opera: Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, volume III - libro decimottavo [317], descriveva in termini negativi la situazione delle forze armate del regno all'epoca dei fatti. [318] Le tesi del de Cesare tentano di spiegare l’abbandono del re, da parte della marina, adducendo vari motivi definiti: “ … patriottismo estemporaneo o volgare egoismo …”, “febbre rivoluzionaria”, “o effetto delle tradizioni antidinastiche e dei ricordi di Caracciolo e Murat” … o tutti questi motivi riuniti insieme.[319]
    Il de Cesare cita anche, confutandola, la tesi che gli ufficiali della marina borbonica fossero tutti iscritti alla massoneria, spiegando che solo pochi lo erano, né si trattava di mancanza di fedeltà al re per corruzione o di volontà di tradire, bensì dell’effetto di una “generale frenesia” che tutti pervadeva in quel periodo, con la convinzione di essere fedeli al giuramento al re, anche mutando di parte, oppure di “leggerezza ed inquietudine” … che contraddistingueva la marina, un po’ come era nella sua tradizione, come già Caracciolo aveva fatto nel 1799.
    Le parole del de Cesare indicano che la dinastia borbonica si trovava spesso in grave crisi di consenso nei livelli più alti delle classi dirigenti, nonostante gli alti ufficiali di marina fossero di diretta nomina reale come gli alti gradi dell’esercito, scelti tra i sudditi, spesso con titoli nobiliari, ritenuti più fedeli alla monarchia, se poi spesso i generali pur non essendo corrotti, si ritiravano evitando lo scontro, si può desumere che la dinastia borbonica non era considerata un valore per il quale impegnarsi e quindi che la dinastia stessa era al suo epilogo.
    Una prova della poca popolarità della monarchia borbonica è rappresentata dal viaggio di Garibaldi da Salerno a Napoli, che effettuò con una scorta minima, la numerosa popolazione festante e i militari al suo passaggio non attentarono mai alla sua vita, anche se le condizioni di scarsa scorta lo rendevano facile, ugualmente a Napoli, durante la sfilata in carrozza scoperta Garibaldi avrebbe potuto essere colpito molte volte, particolarmente quando passava di fronte ai forti: Forte Carmine e Castel Nuovo con i cannoni carichi e puntati, invece nessuno ha neppure tentato di uccidere Garibaldi e nella enorme confusione sarebbe stato agevole.
    Alcuni critici basano le loro supposizioni sui numeri degli schieramenti, sulla carta notevolmente a vantaggio delle forze borboniche, dimenticando che i garibaldini erano animati da un ideale per il quale erano disposti a sacrificare la propria vita e in un’epoca in cui le armi erano ancora tecnologicamente poco evolute, il grande idealismo ispirato da un forte sentimento patriottico svolgeva un ruolo molto importante e spesso determinante ai fini della vittoria sul campo tra opposti schieramenti.
    A tale ultimo riguardo si sottolinea che, a Roma, Porta Cavalleggeri nel 1849 Garibaldi con i suoi volontari era riuscito a sconfiggere e mettere in fuga i ben più numerosi e famosi soldati francesi del generale Oudinot e le tante altre battaglie vinte da Garibaldi, anche in Sudamerica, molto spesso in notevole inferiorità numerica.
    Per concludere si evidenzia anche che, con la nascita del Regno d'Italia (1861-1946), i generali e gli ufficiali, inquadrati nel Regio Esercito, in quanto provenienti dai territori dell’ex Regno delle Due Sicilie e quelli formatisi successivamente al 1861, hanno poi sempre mostrato fedeltà al Re d’Italia in tutte le guerre successive, già a partire dal 1866.

    Lo storico de Cesare rappresenta come segue la situazione presente nelle forze armate borboniche all'epoca dei fatti:

    « L'esercito e la marina furono rovinati, è vero, dalla Costituzione, che scompigliò ogni vincolo di gerarchia, ma anche da quello spirito d'indifferentismo, di tolleranza e di falsa pietà, radicato, anzi connaturato all'indole meridionale. Compatimento scambievole, per cui era attutito il senso del lecito e dell'illecito, potendo la pietà per le persone farne perdonare i vizii, e anche le colpe. Se poi queste persone erano in conto di fedeli, allora si chiudevano tutti e due gli occhi. Indifferentismo giustificato anche da questo: dall'opinione divenuta generale che il Regno delle Due Sicilie dovesse scomparire dalla storia, e che perciò non valesse la pena di riscaldarsi per una dinastia, la quale non aveva più difensori, né amici in Europa. »

    (La fine di un regno – Raffaele de Cesare – vol. II – pag. 326[320])

    Le conseguenzeModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Brigantaggio postunitario italiano, Carmine Crocco e Forte di Fenestrelle.
     
    1860. I reduci garibaldini bresciani dei Mille

    Agli ufficiali dei disciolti esercito delle Due Sicilie e della Real Marina del Regno delle Due Sicilie fu consentito di entrare nell'esercito e nella marina del Regno d'Italia mantenendo il medesimo grado. Per contro, coloro che rifiutarono di prestare giuramento in favore del nuovo sovrano, rimanendo fedeli a Francesco II, furono deportati nei campi di prigionia di Alessandria, San Maurizio Canavese e nel Forte di Fenestrelle ove secondo diverse fonti nell'ambito del revisionismo neoborbonico, una grande quantità trovarono la morte per fame, stenti e malattie[321][322], ricostruzioni che secondo altre ricerche sembrano però non trovare fondamento[323][324][325].

    Agli ufficiali di Garibaldi, invece, il grado fu riconosciuto in pochissimi casi[326], ma molti fra i comandanti garibaldini ebbero un ruolo non secondario nelle successive azioni belliche dell'esercito italiano: Nino Bixio, il napoletano Enrico Cosenz e Giuseppe Sirtori. Altri, come Enrico Fardella, combatterono nella guerra di secessione americana.

    Per quanto riguarda i soldati borbonici, molti si diedero alla macchia, continuando a combattere per l'indipendenza delle Due Sicilie, e anche tra coloro che si unirono a Garibaldi durante la spedizione, infine, non mancò chi, come Carmine Crocco, già soldato sotto Ferdinando II, poi fuorilegge, amareggiato, secondo taluni, per gli esiti della spedizione o deluso, secondo altri, dalla mancata amnistia, per le sue precedenti condanne, da parte del nuovo governo unitario, sposò la causa legittimista, contribuendo alla nascita e allo sviluppo del brigantaggio postunitario[327][328], evento incentivato dal governo borbonico in esilio a Roma, con l'importante sostegno della "Corte di Roma" e di altri stati europei contrari alla piena unità italiana.[329].

     
    Stampa popolare del 1860 che mostra le delusioni garibaldine: un Garibaldi pensieroso regge un foglio sui temi dell'armamento nazionale, liberazione di Roma e Venezia e i suoi decreti emessi a Napoli, a terra giacciono due fogli con i nomi di Nizza e Savoia ormai perse alla unità nazionale, tre volontari garibaldini, di cui due feriti, messi in disparte, volgono le spalle a un gruppo di notabili e reazionari codini che ballano, commentati col detto: "Il maestro di cappella è mutato, ma la musica è la stessa"
     
    Garibaldi raffigurato in un affresco sul muro di un edificio a Guardabosone, in provincia di Vercelli

    Già prima dell'unità d'Italia, negli ultimi mesi del 1860 molte delle aspettative generate dalla spedizione dei mille furono deluse, cominciarono le proteste contro il nuovo governo e nell'Italia continentale cominciò il sostegno al brigantaggio postunitario da parte dei Borbone e del clero. Nei territori appartenuti al regno delle Due Sicilie i contadini e gli strati più poveri della popolazione, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, si ritrovarono, invece, ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, con una conseguente diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia, mentre nel settentrione la leva militare obbligatoria generava meno problemi, in quanto i metodi di coltivazione erano più avanzati. Va evidenziato che nel sud continentale la leva militare esisteva già in forma limitata a sorteggio e i territori più danneggiati dalla coscrizione erano la Sicilia e lo Stato Pontificio, dove il servizio militare prima dell'unità era esclusivamente volontario e professionale e dove, comunque, non si verificarono rivolte anti-sabaude. La constatazione che il sistema fiscale piemontese fosse troppo pesante per le regioni annesse del sud è la prova del divario tra i redditi pro-capite del settentrione e quelli del meridione nel 1861, è infatti facile concludere che, in caso di parità di reddito, nel 1861 le tasse piemontesi non sarebbero state pesanti per il contribuente del sud o, comunque, non più di quanto lo erano per il contribuente del nord.

    Ne I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita, attraverso i racconti della lunga coscrizione del giovane 'Ntoni, la morte del giovane Luca nella battaglia di Lissa e le nuove tasse[330]. L'amara delusione di chi sperava che l'unità d'Italia avrebbe cambiato le sorti del Sud è ben raccontata anche nel romanzo di Anna Banti, Noi credevamo[331]. Nel meridione continentale questo malcontento popolare sfociò nel movimento di resistenza definito brigantaggio.

    Lo stesso Garibaldi nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli:

    « ... Qui, o Signora, io sento battere colla stessa veemenza il mio cuore, come nel giorno, in cui sul monte del Pianto dei Romani, i vostri eroici figli faceanmi baluardo del loro corpo prezioso contro il piombo borbonico! ... E Voi, donna di alti sensi e d'intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni. Chiedete ai cari vostri superstiti delle benedizioni, con cui quelle infelici salutavano ed accoglievano i loro liberatori! Ebbene, esse maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all'inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. ... Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell'Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l'Italia e che seminò l'odio e lo squallore la dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. »

    (Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli, 1868.[332])

    Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell'unità d'Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata; mentre il risveglio economico, garantito dalle politiche fiscali di Ferdinando II[333] e dalle floride condizioni del regno borbonico, cessò di colpo[334], non essendo l'economia del sud in grado di sostenere la concorrenza in regime di libero mercato e senza la protezione doganale. Le valutazioni sul buono stato delle condizioni dell’economia preunitaria borbonica non sono condivise da Giustino Fortunato, che evidenzia come le spese erano rivolte in grande maggioranza alla corte o alle forze armate, incaricate di proteggere la ristrettissima casta dominante del regno, lasciando pochissimo agli investimenti per opere pubbliche, sanità e istruzione.[335] Anche il marxista Antonio Gramsci attribuì il manifestarsi della Questione meridionale principalmente ai molti secoli di diversa storia dell'Italia meridionale, rispetto alla storia dell'Italia settentrionale, come chiaramente esposto nella sua opera "La questione meridionale".[336] Il patriota Luigi Settembrini, mentre era rettore all'università di Napoli, disse agli studenti: «Colpa di Ferdinando II! Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!».[337] Rimase rammaricato anche Ferdinando Petruccelli della Gattina, che nella sua opera I moribondi del Palazzo Carignano (1862), espresse la sua amarezza nei confronti della negligenza della nuova classe politica.[338] Anche il clero rimase deluso, sia per la perdita di Umbria e Marche da parte dello Stato pontificio, sia per il frequente esproprio di beni ecclesiastici, la soppressione degli Ordini Religiosi e la chiusura di numerosi istituti di utilità sociale. Non rimasero invece deluse le popolazioni ex pontificie, perché potevano vivere in uno stato laico, senza i condizionamenti e le costrizioni religiose della monarchia teocratica assoluta papale, che discriminava i cittadini in base alla religione professata e che prevedeva tribunali distinti per il clero giudicato dal Foro Ecclesiastico, mentre i cittadini erano giudicati dai tribunali ordinari. Con l'Unità il clero divenne soggetto alle leggi sul servizio militare, obbligo successivamente abolito nel 1929 a seguito dei Patti Lateranensi.

    Secondo alcuni critici i moti del 1860 ed il Risorgimento furono l'espressione dalle classi colte e dalla borghesia e non dalle masse, con la conseguenza che nel meridione la mancata mediazione del governo paternalistico borbonico provocò un rafforzamento della classe dei proprietari terrieri e della locale borghesia, anche a danno delle classi contadine.[339]

     
    Costruzione di ferrovie nel sud dopo il 1861 dove erano presenti solo 184 km nella zona di Napoli e città vicine.

    Con l'unità si evidenziò il divario infrastrutturale, infatti su una rete complessiva di circa 90.000 km di strade della penisola, lo sviluppo della rete stradale del Centro-Nord era stimata approssimativamente 75.500 km rispetto ai 14.700 km valutati per il Meridione ed isole. La siderurgia della penisola presentava una produzione annuale di 18.500 tonnellate di ferro, delle quali 17.000 prodotte nel nord e solo 1.500 nel sud. Con l'unità d'Italia venne estesa anche al Meridione la rete ferroviaria largamente presente nel Settentrione, infatti nel 1861 dei 2.520 km di ferrovie presenti nella penisola, solo 184 km si trovavano nel Meridione limitatamente alla zona attorno a Napoli, lasciando quindi Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria Sicilia e Sardegna senza ferrovie[340]. Venne avviato anche un programma di insegnamento scolastico per combattere l'analfabetismo, largamente diffuso nella penisola e che nel 1860 raggiungeva la percentuale più elevata nei territori del Regno delle Due Sicilie[341].

    La piemontesizzazione ovvero l'estensione a tutti i territori annessi delle leggi e regolamenti del Regno di Sardegna, creò polemiche con i sostenitori del federalismo come Cattaneo e di una più ampia autonomia amministrativa regionale, in particolare nei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie dove erano presenti tradizioni diverse, che creavano problemi agli amministratori settentrionali:

    «  ... a Napoli o in Sicilia; ben presto tutti urtavano contro i sistemi locali di patronato, clientelismo e nepotismo e pochi furono capaci di evitare il compromesso. »

    (Il Risorgimento Italiano, Denis Mack Smith, cap. XXXVII - La Questione Meridionale, pag. 525)

    Certamente vennero commessi errori dovuti alla difficoltà di affrontare una situazione complessa:

    «  ... non si può accusare Cavour ed i suoi successori se la rapidità degli avvenimenti impedì loro di trovare una soluzione adeguata. »

    (Il Risorgimento Italiano, Denis Mack Smith, cap. XXXVII - La Questione Meridionale, pag. 531)

    Il dibattito storiograficoModifica

    Cavour e la spedizione di GaribaldiModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Cavour e la Spedizione di Garibaldi .

    Secondo il Trevelyan la scuola interpretativa di cui Alessandro Luzio è un accreditato rappresentante, sostiene che il Cavour aiutò e favorì la spedizione garibaldina fin dall'inizio, indipendentemente dalle pressioni dell'opinione pubblica e del re e, nonostante le diverse e dibattute interpretazioni, lo storico britannico ritiene assodato che l'aiuto fornito da Cavour a Garibaldi fu comunque fondamentale per la riuscita dell'impresa garibaldina[342] e che l'unità d'Italia fu possibile anche grazie alla decisione dei ministri britannici Russell e Palmerston di non ostacolare Garibaldi nell'attraversare lo Stretto di Messina, mentre gli altri stati europei sarebbero stati favorevoli al blocco navale nello Stretto.[343] L'andamento della Spedizione garibaldina generava comunque la preoccupazione per sviluppi politico-istituzionali non prevedibili e convinse anche Napoleone III che la rivoluzione in corso nel Regno delle Due Sicilie andasse fermata. Con il trattato segreto di Chambéry[344]Napoleone III diede il via libera a Cavour per l’occupazione dell’Umbria e delle Marche pontificie per arrivare a Napoli, anche con l’evidente intento di prevenire una possibile invasione del Lazio papale da parte dell’armata garibaldina, già tentata con la cosiddetta diversione di Zambianchi per provocare un'insurrezione nello Stato Pontificio, terminata con il fallimento.
    Il Cavour aveva sempre impedito l’attuazione dei progetti mazziniani di sbarchi e attacchi garibaldini diretti anche contro lo Stato Pontificio, fatto questo che avrebbe creato complicazioni internazionali, impedendo prima alla Spedizione del Medici e poi alle Spedizioni di Pianciani e Nicotera di invadere i territori pontifici, per poi dirigersi verso sud, attuando con forze maggiori la iniziale fallita “Diversione Zambianchi”, con l’intento di dividere le forze borboniche, facilitando l’azione di Garibaldi.
    Pertanto il successivo invio delle navi francesi per proteggere Gaeta assediata può essere interpretato come un atto di politica interna francese al fine di mantenere il consenso dei clericali francesi, che erano importanti per mantenere il trono a Napoleone III.[345]

    Agiografia e problema del MeridioneModifica

     Lo stesso argomento in dettaglio: Dibattito storiografico sulla Spedizione dei Mille e Revisionismo del Risorgimento.
     
    Arruolamento di briganti a Roma piazza Farnese

    La spedizione dei Mille è un passaggio obbligato per capire la storia dello Stato unitario italiano e ha generato diverse controversie su come sia stato concepito. Diversi storici vedono nell'impresa garibaldina il punto d'origine di fenomeni complessi come il Brigantaggio postunitario, lo squilibrio nord-sud, l'emigrazione (assente nel Sud Italia prima dell'unità)[346] e la cosiddetta "Questione meridionale". Denis Mack Smith precisava però che nel Regno delle Due Sicilie le infrastrutture erano scarse, l'agricoltura e l'industria arretrate per scelta politica ed erano necessari passaporti anche per spostamenti all'interno del regno[347],[348]. Anche Antonio Gramsci evidenzia la grande diversità delle condizioni socio-economiche presenti nella penisola italiana nel 1860 tra settentrione e meridione[349],[350].

    Qualche corrente di pensiero ritiene che la spedizione dei Mille sia stata narrata in modo "agiografico" dalla storiografia tradizionale. Ciò, in particolare, a fronte al brigantaggio che fu ferocemente represso dal nuovo Regno d'Italia e a una presunta damnatio memoriae che sarebbe toccata alla dinastia borbonica. Nel decennio successivo all'unità, secondo alcune scuole storiografiche si scatenò nel meridione italiano una guerra civile[351] per combattere la quale fu necessario l'impiego di un elevato numero di militari, secondo alcuni fino a 140.000[352], la sospensione dei diritti civili (Legge Pica), nonché devastazioni e saccheggi di interi abitati (come a Pontelandolfo e Casalduni) come ritorsione alle violenze, spesso efferate, dei briganti,[353] per poter annientare le bande armate. Al riguardo si può sottolineare che il meridionalista Francesco Saverio Nitti affermò come il brigantaggio fosse un fenomeno endemico nel sud preunitario:

    «  ... ogni parte d'Europa ha avuto banditi e delinquenti, che in periodi di guerra e di sventura hanno dominato la campagna e si sono messi fuori della legge […] ma vi è stato un solo paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire da sempre […] un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odi […] un paese in cui per secoli la monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico: questo paese è l'Italia del Mezzodì »

    (Francesco Saverio Nitti, Eroi e briganti, pagg. 9-33.[354],[355])

    L'affermazione del Nitti sul brigantaggio come "agente storico nel sud" è confermata anche dal fatto che, non essendo in grado di fermare Garibaldi, il governo borbonico si rivolse al famoso bandito calabrese Giosafatte Tallarino [356],[357], il quale, con una decina di complici, avrebbe dovuto uccidere Garibaldi (vedere: I progetti di attentato contro Garibaldi).
    Il Nitti prosegue precisando come i briganti del Sud preunitario fossero un gravissimo e insolubile problema per i governi borbonici:

    « Per quanto io sappia, anche le monarchie più potenti non sono riuscite a estirpare del tutto il brigantaggio dal reame di Napoli. Tante volte distrutto, tante volte risorgeva; e risorgeva spesso più poderoso. […] Come le cause non erano distrutte, né si poteva ogni repressione era vana. Così vediamo in tempi assai vicini a noi i briganti riunirsi in bande numerose, formare dei veri eserciti, entrare nelle città, spesso trionfalmente imporre al Governo patti vergognosi: vediamo intere città distrutte dai briganti e questi spingersi non di rado fin sotto le mura della capitale[358]. »

    (Francesco Saverio Nitti, Eroi e briganti, pagg. 9-33.)

    Per la repressione del gravissimo problema del brigantaggio il Regno delle Due Sicilie aveva approvato leggi speciali come il Decreto di Re Ferdinando I n. 110 del 30 agosto 1821 ed il Decreto di Re Francesco II n. 424 del 24 ottobre 1859, leggi molto più dure della stessa legge Pica successiva all'unità.

    Il Nitti constatava quindi l'incapacità dei governi borbonici nel debellare il grave fenomeno del Brigantaggio, che formava bande grandi come eserciti e che costringeva addirittura i governi borbonici a vergognosi compromessi, mentre noi possiamo rilevare che al Regno d'Italia l'operazione di risolvere il problema del brigantaggio era invece riuscita.
    Nell'iconografia tradizionale, la figura di Garibaldi assume le sembianze dell'eroe che combatte e vince contro un esercito ben più numeroso, mentre i tanti "briganti" che in seguito combatterono contro un ben più organizzato esercito piemontese ebbero il torto di essere perdenti. A tale riguardo occorre anche precisare che il brigantaggio post-unitario era capeggiato in gran parte da briganti già condannati dagli stessi tribunali borbonici ed era finanziato dal governo borbonico in esilio a Roma, con il sostegno del clero e di alcune potenze straniere miranti a destabilizzare il nuovo stato italiano, erano infatti presenti ufficiali stranieri [359], il più noto dei quali era Borjes e che il cosiddetto "esercito piemontese" che reprimeva il brigantaggio, in realtà era il Regio Esercito Italiano e comprendeva anche molti ufficiali e soldati meridionali, con l'ausilio della Guardia Nazionale Italiana, milizia locale interamente meridionale. Lo stesso Stato Pontificio, che ospitava il governo borbonico in esilio, dovette poi istituire uno speciale corpo chiamato "Squadriglieri" per fronteggiare le gravi violenze dei briganti che sconfinavano nel Lazio meridionale per sfuggire al Regio Esercito e adottare norme anti-brigantaggio con gli "editti Pericoli"[360].
    Quindi, secondo i revisionisti del Risorgimento, il mito di Garibaldi sarebbe stato funzionale agli assetti di potere vincenti, non considerando però il diverso comportamento delle popolazioni degli altri stati preunitari anch'essi annessi al Regno di Sardegna, stati che in tale ottica sarebbero da considerare anche essi “vinti”, come il Lombardo-Veneto, i Ducati di Parma e Piacenza, Modena, il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio e che, invece, il revisionismo tende ad assimilare ai “vincitori” con evidente contraddizione.
    Un'altra contraddizione del revisionismo è la mancata considerazione del grande voto filo-sabaudo in occasione del Referendum monarchia-repubblica del 1946, mentre il settentrione votò repubblica e tale voto filo-sabaudo del sud è particolarmente significativo, perché erano trascorsi solo 85 anni dall'unità, pertanto molti votanti meridionali al referendum avevano potuto ascoltare i racconti pre-unitari dalla viva voce dei nonni e dei genitori che li avevano vissuti in gioventù. Il revisionismo non considera anche che, con la proclamazione della repubblica fu il napoletano Achille Lauro a contribuire a fondare il Partito Monarchico, che era molto votato a Napoli e nel Sud, divenuto poi Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica è esistito fino al 1972, quando si fuse con altro partito.
    Lo storico inglese Denis Mack Smith ne "I re d'Italia", con riferimento al periodo storico che comincia dall'unità d'Italia, il periodo monarchico dal 1861 fino al 1946, scrive: "La documentazione di cui disponiamo è tendenziosa e comunque inadeguata. ... gli storici hanno dovuto essere reticenti e, in alcuni casi, restare soggetti a censura o imporsi un'autocensura."[361], nella prefazione viene precisato anche che la mancanza di documentazione è dovuta soprattutto al fatto che molti archivi privati reali sono stati portati in esilio dopo l'avvento della repubblica. Lo stesso Denis Mack Smith ha però anche denunciato in altre opere il grave stato di arretratezza in cui versava il sud nel 1860[362].

    Va comunque osservato che il brigantaggio anti-sabaudo, verificatosi dopo il 1860 nel sud continentale, non si verificò negli altri territori preunitari annessi del nord-est e del centro Italia, che pure subirono espropriazioni e imposizioni di nuove norme e tasse come il sud. Tale diverso atteggiamento nei confronti del nuovo assetto istituzionale unitario farà presto rilevare quel divario, poi noto come Questione meridionale e descritto dal meridionalista lucano Giustino Fortunato come segue:

    « che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale. »

    (Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, pagg. 311,312)

    Anche il politico e patriota torinese Massimo d'Azeglio aveva espresso il suo pensiero sulla diversità dei comportamenti delle popolazioni dei diversi territori pre-unitari annessi:

    « [...] io non so nulla di suffragio, so che al di qua del Tronto[363] non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. »

    (Massimo d'Azeglio, Scritti e discorsi politici, Firenze 1939, III, pp. 399–400[364])

    La Spedizione nella tradizione popolare e nella storiaModifica

     
    Nella illustrazione i garibaldini vengono raffigurati tutti con la camicia rossa, in realtà le camicie rosse distribuite durante il viaggio in nave furono solo 50 o forse 280 (secondo Nievo) e solo dopo la presa di Palermo i garibaldini indosssarono in gran numero camice rosse.[365]

    La Spedizione dei Mille ha avuto un grande risalto a livello storico popolare, con i programmi scolastici orientati particolarmente sui primi Mille di Garibaldi sbarcati a Marsala l’11 maggio 1860 e sulla loro azione eroica, coadiuvati dai volontari meridionali che si univano gradualmente ai garibaldini nell’avanzata verso Napoli per formare l’Italia unita.

    In effetti nella tradizione popolare e nell’insegnamento scolastico sono poco o per nulla noti altri aspetti dell’impresa garibaldina, come il fatto che dopo il primo sbarco di Marsala vi furono molti altri sbarchi successivi[366], con l’arrivo di altri 21.000 volontari garibaldini partiti da Genova e in parte da Livorno nel periodo dal 24 maggio al 3 settembre 1860 a mezzo di 20 navi che effettuarono 33 viaggi, oltre ad altre 7 navi impiegate per il trasporto del materiale bellico necessario.[367]

    Ugualmente nella tradizione popolare garibaldina è poco conosciuto il fondamentale appoggio inglese, tramite le decisioni di Lord Russell e Palmerston, che permisero all’armata garibaldina di attraversare lo Stretto di Messina impedendo il blocco navale europeo, mentre l’Europa conservatrice era contraria, evento senza il quale l’unità d’Italia sarebbe diventata più problematica.[368]

    Poco nota è anche la presenza tra i garibaldini di volontari e ufficiali stranieri: ungheresi, inglesi e di altre nazionalità[369],[370] che, seppure in numero limitato, ebbero comunque un ruolo significativo, particolarmente a livello di ufficiali vicini a Garibaldi ed è ancora meno noto che a Roma il busto in marmo al Gianicolo di John Whitehead Peard, intitolato “Il garibaldino inglese” si riferisce al “sosia” di Garibaldi, che con la sua presenza e le sue azioni svolse opera di disinformazione facendo commettere ai comandi borbonici errori tattici utili all’avanzata garibaldina[371].

    Largamente poco conosciuto è anche il piano mazziniano che, tramite il Bertani, avrebbe dovuto indirizzare alcune spedizioni di volontari per uno sbarco e un'azione via terra contro Umbria e Marche, per poi puntare con manovra a tenaglia verso sud, piano questo sventato dal Cavour[372], che obbligò le spedizioni Pianciani e Nicotera a fare rotta verso l’armata garibaldina meridionale.

    Agli eventi poco noti si può aggiungere che alla fine di agosto 1860 il Cavour interruppe le partenze delle spedizioni garibaldine da Genova, perché si preparava ad invadere i territori papali di Marche e Umbria dirigendosi verso sud per raggiungere Garibaldi a seguito del trattato segreto di Chambery[373], con il quale Napoleone III dava via libera a Cavour, per invadere i territori pontifici di Marche e Umbria e fermare l’avanzata garibaldina dagli esiti politici imprevedibili.

    In conclusione la completa conoscenza degli eventi fondamentali dell’impresa garibaldina è limitata ad un ristretto gruppo, composto per lo più di storici, professori e studenti universitari di storia del Risorgimento, studiosi garibaldini e pochi altri, fatto questo facilmente riscontrabile, nonostante la bibliografia al riguardo sia estesa, largamente a disposizione del pubblico e illustri con molta chiarezza le Spedizioni Garibaldine, come ad esempio le opere di George Macaulay Trevelyan autore di "Garibaldi e i Mille"[374] e il seguito “Garibaldi e la formazione dell’Italia[375] oppure le opere di chi ha effettivamente partecipato all’impresa a fianco di Garibaldi, come Giuseppe Cesare Abba autore di “Da Quarto al Volturno[376] e le tante altre opere degli storici, compresi i resoconti del Bertani, che gestiva i fondi per il finanziamento delle spedizioni e coordinava le partenze garibaldine dal Porto di Genova, avvenimenti e spese illustrati nell’opera “Cassa Centrale - Soccorso a Garibaldi - Resoconto di Agostino Bertani - 1860[242],[377]. Importante è anche la "Cronica della campagna d'autunno del 1860" in due volumi di Giovanni delli Franci, ufficiale superiore dello stato maggiore borbonico, il quale fornisce la migliore narrazione di parte borbonica per imparzialità e completezza di notizie[378],[379].
    La bibliografia sull'argomento è vastissima e non è sempre facile distinguere la storia dalla leggenda, il testo pubblicato nel 1933 da Carlo Agrati: I Mille nella storia e nella leggenda, illustra le varie e a volte discordanti versioni su episodi diversamente raccontati da vari autori e che si prestano a diverse interpretazioni, tentando di orientare il lettore su un discorso critico.

    La Spedizione nelle illustrazioniModifica

    La Spedizione dei Mille è stata molto rappresentata per immagini, quasi sempre disegni, effettuati anche da corrispondenti dei giornali sui luoghi dove si svolgevano i fatti. Queste rappresentazioni grafiche sono importanti, anche perché erano in pratica le uniche immagini dell’epoca, importanti anche per chi allora purtroppo non sapeva leggere gli articoli o i libri sull’argomento, in quanto come è noto l’analfabetismo era largamente diffuso negli anni dell’unità e per diversi decenni successivi.
    Si tratta a volte di immagini forse un po’ retoriche o idealizzate, che comunque sono entrate nell’immaginario popolare, contribuendo a far conoscere la Spedizione dei Mille e ad alimentarne il mito.
    Parecchie immagini della campagna del 1860 provengono da giornali dell'epoca come il britannico The Illustrated London News a mezzo del corrispondente ed artista Henry Vizetelly, il francese L'Illustration[380] ed il torinese Il Mondo Illustrato.

    Nell'arteModifica

    NoteModifica

    1. ^ gli storici parlano anche di un massimo di 50.000 arruolati nel periodo finale vedere: Il numero dei garibaldini)
    2. ^ Il numero definitivo dei garibaldini è ancora in fase di determinazione da parte dell'Archivio di Stato di Torino, vedere: Il progetto "Alla ricerca dei garibaldini scomparsi
    3. ^ 130.000 secondo Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pag. 170
    4. ^ vedere: Forze armate borboniche 1860
    5. ^ Garibaldi and the making of Italy – Appendix B - pagg. 318-319 - le altre spedizioni garibaldine
    6. ^ attaché=diplomatico
    7. ^ Victor Fialin de Persigny (1808-1872) uomo di fiducia di Napoleone III, da questi nominato duca, ambasciatore e ministro - da Scritti politici di Alexis de Tocqueville
    8. ^ Garibaldi e i Mille - App. A, G.M. Trevelyan, pag. 375, dal diario di William Warren Vernon, parente di Lord Russel
    9. ^ Dizionario del Risorgimento Nazionale - Le persone vol. III - Vallardi, pagg. 312-313
    10. ^ Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 148-150
    11. ^ L’Italia degli inglesi - La Gran Bretagna filo-italiana nell’età del Risorgimento (1847-64), Elena Bacchin, [1]
    12. ^ Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano, Rusconi, 1982, pp. 15-16, ISBN 88-18-01157-X.
    13. ^ Ennio Di Nolfo, Europa e Italia nel 1855-1856, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1967, p. 412. ISBN non esistente
    14. ^ a b Arrigo Petacco, Il regno del Nord: 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2009, p. 142, ISBN 88-04-59355-5.
    15. ^ Nicomède Bianchi, Il conte Camillo di Cavour: documenti editi e inediti, Torino, Unione tipografico-editrice, 1863, p. 88. URL consultato il 22 settembre 2010. ISBN non esistente
    16. ^ Nicomède Bianchi, Op. cit., p. 82. URL consultato il 22 settembre 2010.
    17. ^ vedi pag. 230, Gianni Oliva, (2012)
    18. ^ Domenico Romeo, nel settembre del 1847, fu a capo di una la rivolta, di cui è considerato l'ideatore, il promotore e l'organizzatore. Egli ordì una trama tra Calabria, Sicilia e Basilicata che coinvolse i veterani della Carboneria e che, in accordo con i patrioti Siciliani, doveva propagarsi in tutto il Regno. Il 3 settembre, con 500 insorti, occupò Reggio, ma, non essendoci unità d'intenti tra i dissidenti, la rivolta fallì e venne repressa nel sangue. Romeo fu decapitato, mentre a Gerace vennero fucilati cinque insorti: Michele Bello, Rocco Verduci, Pierdomenico Mazzone, Gaetano Ruffo e Domenico Salvadori.
    19. ^ La rivolta fu capeggiata da Benedetto Musolino, che istituì un Governo provvisorio a Cosenza
    20. ^ R. de Cesare, La fine di un regno, Vol. II
    21. ^ vedi pag 231 Gianni Oliva, Un regno che è stato grande, Mondadori direct, 2012
    22. ^ La fine di un Regno – Parte seconda – Raffaele de Cesare – S. Lapi Editore – Città di Castello – 1900 – pag. 311
    23. ^ vedere: Le ipotesi di corruzione degli uffuciali borbonici
    24. ^ de Cesare, p. 5-6.
    25. ^ vedi pag 11 Salvatore Lupo, L'unificazione italiana, Donzelli editore, 2011
    26. ^ Il brigantaggio postunitario si configurò come un fenomeno assai complesso dove le tre classiche chiavi di lettura dello stesso (quella liberale-crociana, quella marxista-gramsciana e quella legittimista), prese singolarmente, non sono sufficienti per la comprensione di tutte le sue componenti (quella politica, quella sociale e quella delinquenziale). Angelo D'Ambra, Il brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro, Grottaminarda, Delta 3 Edizioni, 2010, p. 5, ISBN 88-6436-112-3ISBN non valido (aiuto).
    27. ^ Garibaldi e i Mille, George Macaulay Trevelyan, pagine 45-46-47-48-49-50, Garibaldi and the Thousand
    28. ^ paglietta = uomo di legge, da Opere scelte, Giovanni Battista Casti, pag. 553
    29. ^ Una famiglia di patrioti, Raffaele De Cesare, pag. LXIX, LXXI, LXXXI [2]
    30. ^ Dizionario del Risorgimento Nazionale Vallardi - Le Persone vol. III, pag. 908
    31. ^ Garibaldi e I Mille – G.M. Trevelyan - pagg. 49-50
    32. ^ The Illustrated London Nesw – N° 1035 – vol. XXXLV – Saturday, June 9, 1860 –page 549 [3]
    33. ^ L'Inghilterra e il Risorgimento italiano, Adolfo Colombo, pagg. 23-24[4]
    34. ^ Two letters to the Earl of Aberdeen on the state prosecutions of the Neapolitan Government – William Ewart Gladstone – John Murray Albemarle street – London – 1851 - pag. 6 – lett- I – April 7, 1851
    35. ^ Garibaldi e I Mille – G.M. Trevelyan – pag. 53
    36. ^ gruppo o lobby politica
    37. ^ La fine di un Regno – Vol. II – Raffaele de Cesare – pagg. 24-25 [5]
    38. ^ a b Rivista sicula di scienze, letteratura ed arti, Vol. 1, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1869, pp. 498-500. ISBN non esistente
    39. ^ a b c Alfonso Scirocco, Garibaldi: battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari, Laterza, 2001, p. 236, ISBN 88-420-6362-2.
    40. ^ Federico Gasperetti, Nicola Fano, Castrogiovanni, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2010, p. 115, ISBN 88-6073-536-X. URL consultato il 9 ottobre 2010 (archiviato dall'url originale il 12 agosto 2014).
    41. ^ Cesare Bertoletti, Il risorgimento visto dall'altra sponda, Napoli, Berisio Editore, 1967, pp. 196-197. ISBN non esistente
    42. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998, pp. 79-80-81, ISBN 88-384-3142-6.
    43. ^ Storia del Risorgimento d’italia dalla pace di Villafranca alla proclamazione del Regno d’Italia – Vol. 2 - Piero Mattigana – Legros e Marazzani Editori – Milano – 1865 pagg. 173, 176, 179 [6]
    44. ^ a b Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Brindisi, Edizioni Trabant, 2009, pp. 23-25, ISBN 978-88-96576-09-0. URL consultato il 16 ottobre 2010.
    45. ^ Salvatore Vecchio, La terra del sole: antologia di cultura siciliana, Vol. 2 - Dal Risorgimento ai nostri giorni, Caltanissetta, Terzo millennio, 2001, p. 15, ISBN 88-8436-008-0.
    46. ^ Una via al giorno: Piazza XIII Vittime - www.palermoviva.it
    47. ^ Alfonso Scirocco, Op. cit., p. 238.
    48. ^ Rosario Romeo, Vita di Cavour, Bari, Laterza, 2004, pp. 457-458, ISBN 88-420-7491-8.
    49. ^ Francesco Crispi, Repubblica e Monarchia, Torino, Tipografia Vercellino, 1865, p. 21. URL consultato il 17 ottobre 2010. ISBN non esistente
    50. ^ a b Vincenzo Botta, Sulla vita, natura e politica del conte di Cavour, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1862, p. 68. URL consultato il 18 ottobre 2010. ISBN non esistente
    51. ^ Dizionario del Risorgimento Nazionale – Vol. IV - Vallardi – 1930 – pag. 189
    52. ^ Roberto Martucci, L'invenzione dell'Italia unita: 1855-1864, Firenze, Sansoni, 1999, pp. 150-151, ISBN 88-383-1828-X.
    53. ^ a b Rosario Romeo, Op. cit., pp. 459-460.
    54. ^ Roberto Martucci, Op. cit., pp. 153.
    55. ^ DeLorenzo, p. 116.
    56. ^ Come riportato nel verbale del consiglio camerale del 28 gennaio 1860.
    57. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998, p. 264, ISBN 88-384-3142-6.
    58. ^ Garibaldi and the making of Italy - G.M. Trevelyan - appendice C pag. 320. [] ... prove that the expeditions of june and july, especially those of Medici and Cosenz, were fitted out, paid for and sent mainly by the Cavourrian National Society and by the Million Rifles Fund, financed for the purpose by the Government itself.
    59. ^ Garibaldi e la formazione dell'Italia - Appendici B e C di G.M. Trevelyan - pagg. 381-381
    60. ^ Filippo Curletti, La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d'Italia. Rivelazioni di J. A. già agente segreto di Cavour, Venezia, Tipografia Emiliana, 1862, pp. 17-8. URL consultato l'8 ottobre 2015.
    61. ^ Ernesto Ravvitti, Delle recenti avventure d'Italia, per il conte Ernesto Ravvitti, vol. 2, Venezia, Tipografia Emiliana, 1865, pp. 385-6. URL consultato l'8 ottobre 2015.
    62. ^ Nel terzo volume della sua Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, versione in seguito fatta propria dalla storiografia revisionista
    63. ^ a b Aldo Servidio, L'imbroglio nazionale, Napoli, Guida Editore, 2002, p. 39, ISBN 88-7188-489-2.
    64. ^ a b c Piccione, pp. 45-46.
    65. ^ Agrati, p. 26.
    66. ^ G. Zimolo, FAUCHÉ Giovanni Battista, in Dizionario del Risorgimento nazionale. Dalle origini a Roma capitale. (Vol. III, I personaggi)[collegamento interrotto], Milano, Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, 1931, pp. 45-46. URL consultato l'8 ottobre 2015.
    67. ^ Agrati, pp. 36-37.
    68. ^ Almanacco storico navale. Lombardo – Sottosezione Navi Trasporto a Ruote, Marina Militare italiana. URL consultato l'8 ottobre 2015.
    69. ^ Aldo Servidio, Op. cit., p. 93.
    70. ^ Agrati, p. 38.
    71. ^ Vedi articolo La compagnia Rubattino e la causa nazionale in prima pagina del giornale di Genova Il movimento, 21 giugno 1860
    72. ^ vedi pagg. 232-236 in Giuseppe Pipitone Federico, Di alcune note autobiografiche di patrioti che presero parte alle rivoluzioni siciliane del 1848 e 1860, in Rassegna Storica del Risorgimento, anno VIII, suppl. al fasc. I, XVIII Congresso sociale di Palermo 1931, pp. 228-243.
    73. ^ Agrati, p. 41.
    74. ^ Anna Maria Isastia, FAUCHÈ, Giovanni Battista, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 45, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1995. URL consultato l'8 ottobre 2015.
    75. ^ Garibaldi e i Mille – G.M. Trevelyan - pag. 269 – nota 3
    76. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – pag. 49
    77. ^ Dizionario del Risorgimento Nazionale – Vol.IV – Vallardi – 1930 – pag. 190
    78. ^ Storia dei Mille - Giuseppe Cesare Abba - Bemporad & Figlio - Firenze - 1910 - pag. 25
    79. ^ La Patrie – giornale francese conservatore del secondo impero
    80. ^ (chiamata anche Anita)
    81. ^ (utilizzata anche per i volontari)
    82. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – pagg. 48-49
    83. ^ Rassegna storica del Risorgimento, SICILIA; GARIBALDI GIUSEPPE ; STATI UNITI D'AMERICA, anno 1957, pagina 29 Risorgimento
    84. ^ a b Copia. - Archivio Ambasciata americana, Roma.
    85. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan - pag. 46 “But the steamers the arms and the money for the expeditions of june and july came almost entirely from the Cavourrian agencies.” “In June and July hundreds of thousands of lire were secretly supplied by the king’s government to purchase the steamers and equip the men for Medici and Cosenz”. “It was only in August that Bertani and his friends sent out the great expeditions which they themselves had paid for and equipped”.
    86. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – Longmans Londra 1911 – appendice B, pag. 319 - "In the latter part of August Cavour stopped further help from being sent to Garibaldi from the North, as he had determined himself to invade the Papal States and thence the Neapolitan territory".
    87. ^ 25.000 soldati secondo il Trevelyan, 36.000 secondo il testo citato di Fortis
    88. ^ “Francesco Crispi” di Leone Fortis – pagg. 166-167
    89. ^ Garibaldi e i Mille di G.M. Trevelyan – pag. 154-155
    90. ^ Francesco Crispi di Leone Fortis – Enrico Voghera Tipografo – Roma – 1895 - pagg. 167-168
    91. ^ Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 210
    92. ^ Garibaldi e la formazione dell'Italia - G.M. Trevelyan - pagg. 247-248 - nota 3 Türr, Risposa, 5-6; Bandi, 29. Un altro siciliano dei Mille, Achille Campo, soppresse delle cattive notizie e ne sparse delle nuove onde indurre Garibaldi a partire, e la famiglia di lui ricordò la sua azione come meritoria. Campo 97-98. Ma quanto alla falsificazione dei documenti non se ne ha prova certa.
    93. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 165)
    94. ^ Garibaldi e i Mille – G.M. Trevelyan - pagg. 255-256 e nota 1 – N.A. prile 1909, pagg. 503-504, Finali
    95. ^ Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 244 e 257 - Br. Parl. Papers, 12, pag. 3 e 16, pag. 1.
    96. ^ Ricordi di un garibaldino dal 1847 al 1900, Augusto Elia, pag. 7
    97. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 167-173
    98. ^ Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 263-264
    99. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 80
    100. ^ La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia - Osvaldo Perini, esule veneto – Milano – edita per cura di F. Candiani – 1861 – pagg. 81, 82
    101. ^ La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia - Osvaldo Perini, esule veneto – Milano – edita per cura di F. Candiani – 1861 – pag. 75
    102. ^ la chiatta viene definita anche "tartana" di nome San Giuseppe o Giuseppe o Joseph o San Paolo in "I Mille nella storia e nella leggenda" di Carlo Agrati, pag. 68
    103. ^ I Mille nella storia e nella leggenda. Carlo Agrati, pag. 71
    104. ^ La Spedizione dei Mille, Federico Donaver, pag. 84
    105. ^ La Spedizione dei Mille – Federico Donaver – pag. 87
    106. ^ Album della Guerra d'Italia - Gustavo Strafforello - 1864 - Ristampa anastatica per il 150° della Battaglia di Castelfidardo - pag. 9
    107. ^ I Mille – Francesco Crispi – Fratelli Treves Editori – Milano – 1911 – pag. 350
    108. ^ La Spedizione dei Mille, Federico Donaver, pag. 86, da Carteggio Amari, vol. II, pag. 80
    109. ^ Carteggio di Michele Amari - vol. II, Alessandro D'Ancona, pag. 80
    110. ^ Ricordi di un garibaldino dal 1847 al 1900 - vol. II, Augusto Elia, pag. 7
    111. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 83-84
    112. ^ Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 261-262 e nota 1
    113. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 72
    114. ^ Rivista storica del Risorgimento italiano, Roux Frassati e C., 1895, pagg. 188-189-200
    115. ^ denominato Chiossa, nel testo: I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 73
    116. ^ Pubblicazione citata in Storia Politica d'Italia, vol. 10, Vallardi, pag. 359
    117. ^ La Spedizione dei Mille, Federico Donaver, pag. 86
    118. ^ Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pag. 457
    119. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 74-75
    120. ^ Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 265-266-267
    121. ^ Schiaffino cadrà durante la Battaglia di Calatafimi
    122. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 171)
    123. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 152
    124. ^ Storia del Risorgimento Italiano – Francesco Bertolini – pag. 155
    125. ^ La Spedizione dei Mille, Federico Donaver, pag. 112
    126. ^ La spedizione dei Mille, Federico Donaver, pag. 87
    127. ^ Alcuni fatti e documenti della rivoluzione dell'Italia meridionale del 1860, Giuseppe La Masa, pag. XII
    128. ^ Memorie relative al marino Salvatore Castiglia, Salvatore Castiglia, pag. 39
    129. ^ Carteggio di Michele Amari - vol. II, Alessandro D'Ancona, pag. 81
    130. ^ Cinquant'anni dopo la prima spedizione in Sicilia: Impressioni e ricordi di un bergamasco dei mille, Guido Sylva, Editore Isnenghi, 1910
    131. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 80
    132. ^ La spedizione dei Mille - Federico Donaver - Pagg. 62-63-64
    133. ^ Gli sbarchi successivi
    134. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 576-579
    135. ^ Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - Appendice K - pagg. 444-445
    136. ^ ’’Resoconto’’ del Bertani – conti, par. 23, nota pag. 7
    137. ^ risultano indicate le sole iniziali del sottoscrittore
    138. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 119
    139. ^ Giuseppe Cesare Abba, Storia dei Mille, Bemporad, 1926 (1904)
    140. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 172)
    141. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 120-121-122
    142. ^ La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia - Osvaldo Perini, esule veneto – Milano – edita per cura di F. Candiani – 1861 – pagg. 93,94,95
    143. ^ I Mille – Francesco Crispi – Fratelli Treves Editori – Milano – 1911 – pag. 394
    144. ^ Garibaldi and the Thousand - Garibaldi e i Mille di George Macaulay Trevelyan - Longmans, Green, & Co. - London - 1912 - pag. 209-210
    145. ^ in altri testi il cognome è indicato come "Maestri" o "Maestro"
    146. ^ Il nome corretto risulta Francesco Ziliani, erroneamente trascritto dal copista dell'ordine in Giulini - I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 116
    147. ^ La spedizione dei Mille - Federico Donaver - pag. 95
    148. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 111-112
    149. ^ Nota: tra i Mille figura un solo Guazzoni Carlo
    150. ^ L’Abba non ricorda questi tre, e al loro posto cita Azzi, Semenza e Bonafini
    151. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 110-115
    152. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 110
    153. ^ Mario Menghini – Treccani [7]
    154. ^ La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli – Mario Menghini – Società Tipografico Editrice Nazionale – Torino – 1907 - pagg. 13-14 [8]
    155. ^ Guido Sylva autore di Cinquant'anni dopo la prima spedizione in Sicilia: Impressioni e ricordi di un bergamasco dei mille
    156. ^ Pietro Cortes guidò la spedizione del 6/8 agosto sulla nave Provence con 211 volontari
    157. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 118
    158. ^ La partenza dei Mille di Garibaldi/Il Tirreno, su iltirreno.gelocal.it. URL consultato il 17 gennaio 2016.
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    164. ^ Carlo Pellion di Persano, La presa di Ancona: Diario privato politico-militare (1860), Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1990, pp. 78-79, ISBN 88-7692-210-5. URL consultato il 28 ottobre 2010.
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    168. ^ Garibaldi and the making of Italy - G.M. Trevelyan - Appendice B - vedere: App. B - pag. 318
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    170. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 174-5)
    171. ^ Ricordi di un garibaldino dal 1847 al 1900, Augusto Elia, pagg. 21-22
    172. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 144-148
    173. ^ The Illustrated London News – nº 1030 – Vol. XXXVI – Pag. 442- "The insurrection in Sicily" - [9]
    174. ^ si suppone Capraia Isola
    175. ^ The Illustrated London News – Saturday, May 19, 1860 – nº 1031 - Vol. XXXVI – Pag. 467 - Garibaldi’s Expedition [10]
    176. ^ The New York Times – May 24, 1860
    177. ^ Good speed in lingua inglese è un augurio di buon viaggio
    178. ^ La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli - Mario Menghini - Società Tipografico-Editrice Nazionale - Torino - 1907 - pag. 23 [11]
    179. ^ Garibaldi and the making of ItalyGeorge Macaulay Trevelyan – Appendix B - pagg. 318-319-320
    180. ^ Garibaldi and the making of ItalyGeorge Macaulay Trevelyan - pagg. 46 e 118-121
    181. ^ a b c Raffaele de Cesare, La fine di un regno, vol. 2, Città di Castello, Scipione Lapi, 1900, pp. 204-205. ISBN non esistente
    182. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 148-149
    183. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 151
    184. ^ Editori Vari, Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861, Harvard College Library, 1863, pp. 78-80.
    185. ^ Giuseppe Garibaldi, Memorie, a cura di Franco Russo, Roma, Avanzini e Torraca, 1968, p. 388. ISBN non esistente
    186. ^ Raffaele de Cesare, La fine di un regno, vol. 2, Città di Castello, Scipione Lapi, 1909, p. 204. ISBN non esistente
    187. ^ Raleigh Trevelyan, Principi sotto il vulcano, Milano, Rizzoli, 2001, p. 164, ISBN 88-17-86671-7.
    188. ^ Antonio Saladino, L'estrema difesa del regno delle Due Sicilie (aprile-settembre, 1860), Napoli, Società napoletana di storia patria, 1960, p. xxiii. ISBN non esistente
    189. ^ Raffaele de Cesare, La fine di un regno, Vol. 2, Città di Castello, Scipione Lapi, 1909, p. 203. ISBN non esistente
    190. ^ Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Firenze, Giunti Editore, 1997, p. 496, ISBN 88-09-21256-8.
    191. ^ In definitiva, la tanto famosa presenza di navi inglesi a Marsala si risolse in un nulla di fatto. All'informazione del comandante della flottiglia borbonica, capitano Acton, che avrebbe dovuto far fuoco sui garibaldini, i capitani dell'Argus e dell'Intrepid non opposero la minima obiezione, limitandosi a chiedere che le unità borboniche non colpissero gli inglesi. (George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna 1909, p. 308).
    192. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 308.
    193. ^ Le due navi inglesi erano ormeggiate al largo e lì rimasero immobili: «Gli ufficiali inglesi gettarono le ancore tenendosi assai lontani dal porto; l'Argus a due o tre miglia, l'Intrepid alquanto più presso ma sempre a un miglio circa, «fra i tre quarti e il miglio di distanza dal faro sulla punta estrema del molo». E non abbandonarono queste posizioni lontane mentre si svolgevano gli avvenimenti straordinari di quel giorno non opponendo così il minimo impedimento materiale a qualsiasi operazione che i napoletani scegliessero o potessero scegliere di eseguire.» (George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna 1909, p. 303).
    194. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 303.
    195. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 416.
    196. ^ De Gregorio, p. 8.
    197. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 235-236
    198. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Ifocusdellastoria/PIR_Ladittaturagaribaldina
    199. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Lecartedellastoria/decreto17%20maggio%20-%20segretario%20di%20stato.pdf
    200. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Lecartedellastoria/decreto%202%20giugno%20-%20dicasteri.pdf
    201. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 178)
    202. ^ Agostino Depretis in Dizionario Biografico – Treccani
    203. ^ Secondo il De Cesare (II. 210) i soldati regi sarebbero stati 4.000 ed il De Sivo dice 3.000 (III. 121), il numero di 3.000 è stimato in base al fatto che erano previste 20 compagnie (oscillanti da 160 a 90 uomini), per circa 3.000 uomini, poiché però lo stesso Landi afferma essere state presenti sul campo 14 compagnie, il numero andrebbe stimato in 2.000 secondo lo storico Trevelyan. - Garibaldi e i Mille - Appendice M, G. M. Trevelyan, pag. 447
    204. ^ Butta, pag 27.
    205. ^ vedi pag. 144-146 A. Petacco (2009)
    206. ^ I Mille di Marsala: scene rivoluzionarie di Giacomo Oddo – Giuseppe Scorza di Nicola Editore – Milano – 1863 – pagg. 256-257 [12]
    207. ^ Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini", per cura della Commissione editrice degli scritti di Giuseppe Mazzini, Roma, 1884, vol. XIII, Mazzini - La Sardegna –
    208. ^ The Illustrated London News – n° 1031 – Vol. XXXVI – pag. 465 – Saturday, May, 19, 1860 – Sicilian Affairs – Portents [13]
    209. ^ The Morning Post - The Two Sicilis - Saturday 26 May 1860
    210. ^ il termine utilizzato nell’articolo è più pesante di “superficiale”
    211. ^ Luigi Carafa
    212. ^ Giuseppe La Masa, Alcuni fatti e documenti della revoluzione dell'Italia meridionale del 1860, Tipografia Franco, Torino, 1861, p. 54.
    213. ^ Storia dei Mille, Giuseppe, Cesare Abba, pag. 207
    214. ^ per il decreto vedere: Le rivolte contadine
    215. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 566-567-568
    216. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pagg. 567-568
    217. ^ Dizionario del Risorgimento Nazionale – Vol. IV – Vallardi – 1930 – pag. 191
    218. ^ La Spedizione di Sicilia e di Napoli – Mario Menghini – Società Tipografico Editrice Nazionale – Torino – 1907 – pagg. 84-87 [14]
    219. ^ Peppa la cannoniera [15]
    220. ^ La Spedizione di Sicilia e di Napoli – Mario Menghini – pag. 84 dal giornale “Opinione” del 17 giugno 1860
    221. ^ agenti di polizia
    222. ^ FABRIZI, Nicola
    223. ^ Giulio Adamoli, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1911, pag. 79
    224. ^ secondo Cesare Abba erano 60 volontari e l'11 giugno era la data di incontro e non di sbarco avvenuto in precedenza. (infatti l'Utile era ripartito da Genova tra l'8-9 giugno per il secondo viaggio - (vedi: Garibaldi e la formazione dell'Italia - appendice B pag. 318-319) - Da Quarto al faro - Cesare Abba - pagg. 175-176
    225. ^ Washington, Oregon, Franklin
    226. ^ Indro Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi - Editore Rizzoli - Milano 1962
    227. ^ Garibaldi and the making of Italy - G.M. Trevelyan - Appendice B - vedere: App. B - PAG. 318
    228. ^ G.M.Trevelyan - Garibaldi e la formazione dell'Italia - appendice B - pagg.318-319
    229. ^ G.M. Trevelyan - Garibaldi e la formazione dell'Italia - appendice B - pagg.318-319
    230. ^ Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria – Documenti inediti – Giacomo Emilio Curatolo – Zanichelli – Bologna MCMXI, pag. 187, 207, 208 [16]
    231. ^ nella lettera originale l’indirizzo è posto al termine della lettera
    232. ^ indicato anche come: Talarico
    233. ^ La missione non ebbe successo perché Tallarino o Talarico fu conquistato dalla personalità del condottiero - L'episodio è raccontato anche da Garibaldi nelle sue memorie, si veda anche Alfonso Scirocco, Garibaldi, Laterza, Roma-Bari, 2001, ed. spec. RCS Libri, 2005, pag. 229.
    234. ^ vedi pag. 146, A. Petacco, (2009)
    235. ^ I Mille di Marsala: scene rivoluzionarie di Giacomo Oddo – Giuseppe Scorza di Nicola Editore – Milano – 1863 – pagg. 646-647 [17]
    236. ^ Da Quarto al Faro, noterelle di uno dei mille, di Giuseppe Cesare Abba, Zanichelli – Bologna – 1882 - [18]
    237. ^ Garibaldi and the making of Italy, di Geoge Macaulay Trevelyan, Edizioni Longmans, Green and Co., New York, London, 1911 [19]
    238. ^ (The making of Italy - Appendice B - pagg. 316-317-318-319-320)
    239. ^ (Garibaldi and the making of Italy - Appendice B - pag. 320)
    240. ^ Durand Brager, 169
    241. ^ (Garibaldi and the making of Italy - pag. 63 e Appendice C - pagg. 321-322)
    242. ^ a b Le spedizioni di volontari per Garibaldi - e da altre fonti cifre e documenti complementari al resoconto del Bertani – estratto dal Corriere Mercantile – Genova – Tipografia e Litografia dei fratelli Pellas & C. – 1861 – pag. 22 e segg. [20]
    243. ^ L'episodio è al centro del capolavoro dello scrittore Vincenzo Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio e si presta al dibattito sul carattere più o meno popolare del Risorgimento e sui rapporti tra gli avvenimenti storici e la realtà degli strati più bassi della popolazione meridionale.
    244. ^ La Scuola per i 150 anni dell'Unità d'Italia - Il problema del Mezzogiorno - Il divario di partenzaCarlo Afan de Rivera, Considerazioni su i mezzi da restituire il valore proprio ai doni che la natura ha largamente conceduto al Regno delle Due Sicilie, Napoli 18332 II, pp. 35-38, 40-45, 52-55 - riprodotto in D. Mack Smith, "Il risorgimento italiano. Storia e testi", Bari, Laterza, 1968, pp. 152-155.]
    245. ^ La Spedizione dei Mille. Storia documentata della liberazione della Bassa Italia - Osvaldo Perini - Edita per cura di F. Candiani – Milano - 1861 - Pagg. 319-310-321 [21]
    246. ^ 2.000 secondo "Scottish Historical Review Trust"
    247. ^ The campaign of Garibaldi in the Two Sicicilies – Charles Stuart Forbes – William Blackwood and Sons – Edimburgo – 1861 – pag. 88 [22]
    248. ^ Diversi scozzesi si arruoleranno per unirsi a Garibaldi con la Legione Britannica (1860)
    249. ^ Scottish volunteers with Garibaldi – Janet Fyfe – Scottish Historical Review Trust – Edimburgo – 1978, pagg. 168, 180 [23], [24]
    250. ^ a b Giuseppe Ricciardi, Vita di G. Garibaldi, G. Barbera Editore, Firenze, 1860, p. 70.
    251. ^ Album della storia dìItalia - Gustavo Strafforello - pag. 41
    252. ^ Garibaldi and the making of Italy – George Macaulay Trevelyan – pagg. 115-116
    253. ^ pp.139-144 Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
    254. ^ Garibaldi and the making of Italy – George Macaulay Trevelyan – pag. 115
    255. ^ I mille di Marsala: scene rivoluzionarie - Giacomo Oddo – Giuseppe Scorza Di Nicola – Milano – 1863 - pag. 820 [25]
    256. ^ Cesare Sinopoli, La Calabria: storia, geografia, arte, Catanzaro: Guido Mauro editore, 1926; nuova edizione a cura di Francesco Giuseppe Graceffa, Soveria Mannelli: Rubbettino, 2004, p. 180 on-line
    257. ^ Raffaele de Cesare, La fine di un Regno, Cap. XVII, Città di Castello: S. Lapi, 1909
    258. ^ pp.144-146 Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
    259. ^ Tommaso Pedio, La Basilicata nel Risorgimento politico italiano (1700-1870), Potenza, 1962, p. 109
    260. ^ Carmine Crocco, Come divenni brigante, Edizioni Trabant, 2009, p. 11
    261. ^ Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, pp.177-178, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
    262. ^ Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, pp.178-180, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
    263. ^ Storia documentata della diplomazia in Europa in Italia – Nicomede Bianchi – Unione Tipografico-Editrice Torinese – 1872 – Vol. VIII – pag. 17 (lettere Cavour Torino, 5, 6, 17 settembre 1856) [26]
    264. ^ Storia del reame di Napoli dal 1824 al 1860 – Nisco - pag. 350, 351, 363, 364 [27]
    265. ^ Due francesi a Napoli – atti del colloquio internazionale di apertura delle celebrazioni del bicentenario francese – a cura di Rosanna Cioffi e altri – Napoli – 23,24,25 marzo 2006 – pag. 63 [28]
    266. ^ Il mondo illustrato – giornale universale – Torino – anno III - N° 10 – 8 settembre 1860 – pag. 146 – articolo “Cronaca politica” di G. Stefani [29]
    267. ^ La fine di un Regno – Raffaele de Cesare – parte II - S. Lapi – Città di Castello – 1900 - Pagg. 302-303-304, [30]
    268. ^ Storia del Reame di Napoli – dal 1824 al 1860 – Nicola Nisco – Alfredo Guida Editore – Napoli – 5ª edizione – libro III - pagg- 97-101, [31]
    269. ^ la definizione originale del termine "poco capace" citata nell'opera di Nisco e attribuita al Conte dell'Aquila utilizza un temine più pesante.
    270. ^ Luigi Aiossa -Treccani
    271. ^ La fine di un Regno – Raffaele de Cesare – parte II - S. Lapi – Città di Castello – 1900 - Pagg. -302-303
    272. ^ I mille di Marsala: scene rivoluzionarie, Giacomo Oddo, pag. 841
    273. ^ del Conte di Trapani
    274. ^ Anatole Brénier de Renaudière, ambasciatore francese
    275. ^ ”per soprassello” = per giunta, per di più
    276. ^ Garibaldi – Rivoluzione delle Due Sicilie – Marco Monnier – Alberto Dekter Editore – Napoli – 1861 – pag. 329 [32]
    277. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – pagg. 166-182
    278. ^ Garibaldi and the thousand – G.M.Trevelyan - pag. 4
    279. ^ La fine di un Regno - Raffaele de Cesare - pag. 364-365-366
    280. ^ La fine di un Regno - Raffaele de Cesare - pag. 367
    281. ^ Messaggio per Garibaldi dettato dal re al marchese Trecchi, ripreso in "Nuova Antologia" giugno 1910, Vol. CCXXXI, p. 426
    282. ^ Carteggio Cavour-Nigra, vol. IV, pp. 144-45
    283. ^ Garibaldi e la rivoluzione delle Due Sicilie – Marco Monnier – Ed: Alberto Dekten Libraio Editore . Napoli 1861 – pag. 292 [33]
    284. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – pagg. 178-186
    285. ^ Luigi Gusmaroli – Archiviato il 23 luglio 2016 in Internet Archive.
    286. ^ Pietro Stagnetti
    287. ^ Garibaldi and the making of Italy, G.M. Trevelyan, pag. 181
    288. ^ I Mille di Marsala: scene rivoluzionarie, Giacomo Oddo, pagg. 870-871
    289. ^ Garibaldi e la formazione dell’Italia – G.M. Trevelyan, pagg. 238-239.
    290. ^ Garibaldi e la formazione dell'Italia, G.M. Trevelyan, cap. XIV, pagG. 325-326.
    291. ^ La reazione nel distretto di Isernia, Napoli, Stamperia Nazionale, 1864 [34]
    292. ^ Il mondo illustrato - Torino - Anno IV - n° 44 - 2 novembre 1861 [35]
    293. ^ La Spedizione dei Mille. Storia documentata della liberazione della Bassa Italia - Osvaldo Perini - Edita per cura di F. Candiani – Milano - 1861 - Pagg. 558-559 [36]
    294. ^ Costanzo Rinaudo, Il Risorgimento Italiano, p. 685, Scuola di Guerra, Tipografia Olivero, Torino, 1910
    295. ^ Garibaldi and the making of Italy – George Macaulay Trevelyan – Appendix K (b) – pagg. 346-347
    296. ^ Presa di Ancona 1860 - I sedici forti di Ancona
    297. ^ Girolamo Arnaldi, Storia d'Italia, Volume 4, UTET, Torino, 1965, p. 167
    298. ^ Garibaldi e la formazione dell'Italia, G.M. Trevelyan, Appendice J-II-b-c, pag. 406
    299. ^ Garibaldi and the making of Italy - George Macaulay Trevelyan - pag. 276
    300. ^ Garibaldi and the making of Italy – George Macaulay Trevelyan - pag. 279
    301. ^ Garibaldi and the making of Italy – George Macaulay Trevelyan - pag. 280
    302. ^ Garibaldi and the making of Italy – George Macaulay Trevelyan - pag. 281
    303. ^ palischermo = barca con molti remi
    304. ^ La Spedizione Garibaldina di Sicilia e Napoli – Mario Menghini – Società Tipografico Editrice Nazionale – Torino – 1907 pagg. 405-406 [37]
    305. ^ Memorie autobiografiche – Giuseppe Garibaldi – G. Barbera Editore – Firenze – 1888 – pag. 388 [38]
    306. ^ Dizionario del Risorgimento Nazionale – Vol. IV - Vallardi – 1930 – pag. 191
    307. ^ (da “Supplemento al Movimento del 12 novembre 1860.”)
    308. ^ A riguardo si veda Vittorio Emanuele II di Savoia#Il numerale invariato
    309. ^ Giorgio Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Collana "Manuali Giuffré", Milano, Giuffrè Editore, 1970, p. 138.
    310. ^ Sulla frase vd. ora C. Gigante, "Fatta l'Italia, facciamo gli Italiani". Appunti su una massima da restituire a d'Azeglio", in "Incontri. Rivista europea di studi italiani" XXVI, 2/2011, pp. 5-15 ( Copia archiviata, su rivista-incontri.nl. URL consultato il 7 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 28 marzo 2012).).
    311. ^ La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli – Mario Menghini - pagg. 13-14 [39]
    312. ^ Garibaldi e i Mille - George Macaulay Trevelyan – pag. 269 e 286 [40]
    313. ^ I Mille nella storia e nella leggenda, Carlo Agrati, pag. 116-117-118
    314. ^ da “Garibaldi and the making of Italy”- G.M. Trevelyan - pag. 160, ”… Peard was entering Auletta, amid a scene of “tremendous enthusiasm”. The people (Peard noted on his diary), thought I was Garibaldi, and it was thought that it would do good to yield to the delusion. …” , pag. 161 “Postiglione, where everyone was mad with excitement. At the Syndic’s one of the priests went on his knees (writes Peard) and called me “a second Jesus Christ” .
    315. ^ (La fine di un Regno - vol. II, Raffaele De Cesare, pag. 211)
    316. ^ « Certo fu grave errore aver dato al Landi il comando di maggiore responsabilità, potendosi prevedere che la sua colonna avrebbe con maggiore probabilità affrontato il primo urto di Garibaldi; più grave errore d'averglielo dato nelle condizioni riferite; e massimo errore aver richiamato Letizia da Trapani, come fu colpa inescusabile e inesplicabile non aver fatto arrivare in tempo a Marsala i battaglioni chiesti dopo lo sbarco dei Mille. Occorreva un solo governo, e ve n'erano due: a Napoli e a Palermo; occorreva un sol uomo a comandare, ed erano in tanti, sospettosi e gelosi l'uno dell'altro; occorrevano generali pieni di fede e desiderosi di battersi, e un Re amato e temuto, mentre Francesco II non era né quello, né questo; e dei generali, ciascuno cercava ripararsi dalla procella (procella = tempesta) come meglio poteva, schivando ogni responsabilità, perciò nessuno era veramente convinto che quello stato di cose valesse la pena di difenderlo, col sacrificio della propria vita, o della propria reputazione ! »
      (La fine di un Regno - vol. II, Raffaele De Cesare, pag. 211)
    317. ^ Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto De Sivo, volume III - libro decimottavo, pagg. 117-123
    318. ^

      « ... Adunque se togli i gendarmi, gli invalidi, i collegiali, i mancanti e molti altri scritti sì né ruoli, ma inabili al servizio, consegue che l'esercito napolitano effettivo pronto a combattere non passava i sessantamila, su tutta la superficie del Regno » .
      «... Gli uffiziali in gran parte né onesti, né sapienti, surti per favori, beneficiati oltre misura, avean grosse mercedi, croci cavalleresche, percettorie, collegi gratis a' figliuoli, e a' figliuoli e nepoti uffizii per grazia in magistratura, in amministrazioni, nelle finanze e nell'esercito. Fatto i Sardanapali all'ombra de' gigli, presero la croce sabauda piuttosto per iscansar fatiche, che per congiurazione. Non che congiuratori vi mancassero, ma i più subirono la congiurazione per codardia. » .
      «… Da più anni si sussurrava di furti grandi nella costruzione di legni, negli arsenali, sulle mercedi agli operai, sulle tinte de' bastimenti, e su vettovaglie, polvere e carbone. ...[ ]...Ma il male interno era la mancanza di nesso tra gli uffiziali, i pensieri diversi, le avidità, le malizie, l'ignavia di ciascuno. Pochi eran buoni.
       »

      (Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Giacinto De Sivo, volume III - libro decimottavo, pag. 122)
    319. ^ La fine di un Regno – Parte seconda – Raffaele de Cesare – S. Lapi Editore – Città di Castello – 1900 – pag. 310-311-312 [41]
    320. ^ La fine di un regno – vol. II – Raffaele de Cesare – pag. 326 [42]
    321. ^ Neoborbonici all'assalto di Fenestrelle 'In quel forte ventimila soldati morti', La Repubblica, 5 maggio 2010. URL consultato il 29 luglio 2010.
    322. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Milano, 2007, p. 178.
    323. ^ Massimo Novelli, I morti borbonici a Fenestrelle non furono 40mila, ma quattro, in La Repubblica (Torino), 8 luglio 2011. URL consultato il 26 aprile 2014.
    324. ^ Massimo Novelli, Fenestrelle e il genocidio (inesistente) dei borbonici, in La Repubblica (Torino), 3 agosto 2012. URL consultato il 26 aprile 2014.
    325. ^ Alessandro Barbero, Ma Fenestrelle non fu come Auschwitz, in La Stampa, 21 ottobre 2012. URL consultato il 26 aprile 2014.
    326. ^ Luciano Bianciardi, Daghela avanti un passo, Bietti, 1969.
    327. ^ Rassegna storica del risorgimento, Vol. 48, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1961, p. 438. URL consultato il 6 ottobre 2010. ISBN non esistente
    328. ^ Carmine Crocco, Come divenni brigante, a cura di Marcello Donativi, Brindisi, Edizioni Trabant, 2009, pp. 7-10, ISBN 88-96576-04-0. URL consultato il 27 novembre 2011.
    329. ^ Il Mondo Illustrato del 25 maggio 1861, n° 21
    330. ^ Giovanni Verga, I Malavoglia, collana Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore, 1983, ISBN 88-04-52519-3.
    331. ^ Anna Banti, Noi credevamo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1967. ISBN non esistente
    332. ^ Citato in Lettere ad Anita ed altre donne, raccolte da G. E. Curatolo, Formiggini, Roma 1926, pp. 113-116. on line
    333. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX: discoursi ai giovani d'Italia, Torino-Roma, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1901, p. 118.
    334. ^ Emilio Gentile (a cura di), Carteggio 1865-1911, Bari, Laterza, 1978, p. 65.
    335. ^ Giustino Fortunato, ‘'IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO'’ - DISCORSI POLITICI (1880-1910), LATERZA & FIGLI, Bari, 1911, pagine 336-337

      « "Eran poche, sì, le imposte, ma malamente ripartite, e tali, nell'insieme da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60. Non il terzo, dunque, ma solo un quinto il Piemonte pagava più di noi. E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi — non tanto lievi da non indurre il Luigi Settembrini, nella famosa 'Protesta' del 1847, a farne uno dei principali capi di accusa contro il Governo borbonico, assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi: noi, con sette milioni di abitanti, davamo via trentaquattro milioni di lire, il Piemonte, con cinque [milioni di abitanti], quarantadue [milioni di lire]. L'esercito, e quell'esercito!, che era come il fulcro dello Stato, assorbiva presso che tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe d'Oriente.” »

    336. ^ Pag. 5 La questione meridionale di Antonio Gramsci - Il Mezzogiorno e la guerra 1 – Progetto Manuzio - www.liberliber.it – tratto da: La questione meridionale, Antonio Gramsci; a cura di Franco De Felice e Valentino Parlato. - Roma: Editori Riuniti, 1966. - 159 p.; (Le Idee; 5)

      « La nuova Italia aveva trovato in condizioni assolutamente antitetiche i due tronconi della penisola, meridionale e settentrionale, che si riunivano dopo più di mille anni.
      L'invasione longobarda aveva spezzato definitivamente l'unità creata da Roma, e nel Settentrione i Comuni avevano dato un impulso speciale alla storia, mentre nel Mezzogiorno il regno degli Svevi, degli Angiò, di Spagna e dei Borboni ne avevano dato un altro.
      Da una parte la tradizione di una certa autonomia aveva creato una borghesia audace e piena di iniziative, ed esisteva un'organizzazione economica simile a quella degli altri Stati d'Europa, propizia allo svolgersi ulteriore del capitalismo e dell'industria.
       »

    337. ^ Benedetto Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Laterza Editore, 1966, p.287.
    338. ^ Carmine Cimmino, L'Unità d'Italia fatta da delusi e "moribondi", in www.ilmediano.it. URL consultato il 21 dicembre 2010 (archiviato dall'url originale il 4 settembre 2014).
    339. ^ Il Risorgimento Italiano, Denis Mack Smith, cap. XXXVII - La Questione Meridionale, pag. 531
    340. ^ Vedi pag. 420-421 L'Unificazione Italiana – Treccani – volume pubblicato con il contributo di Aspen Italia – Sez IV)
    341. ^ 150 anni di statistiche italiane: nord e sud 1861-2011, Svimez, Il Mulino
    342. ^ Garibaldi and the thousand – George Macaulay Trevelyan – Longmans – Londra - 1909 – pagg. 5 (fine) e 6: “One school, of which signor Luzio is the able representative maintains that the great minister (Cavour) aided and abetted the Sicilian expedition from the first, not under compulsion from king and people, but as a part of his own policy …[ ]… but there can be no question that the assistance that he gave was absolutely indispensable to the success of the enterprise.” [43]
    343. ^ Garibaldi and the thousand – G.M.Trevelyan - pag. 4, riga 13: “… Garibaldi’s attack on the Bourbon would have been prevented by the Concert of Europe …[ ] … but in July 1860 England broke up such partial Concert of Europe …[ ] … and refused to prevent Garibaldi from crossing the Straits of Messina. That decision of Lord John Russel and Lord Palmerston is one of the reasons why Italy is a free and united State to-day”.
    344. ^ Garibaldi and the making of Italy – G. M. Trevelyan – pag. 277, righe 14 e seguenti: ”[ ] … Napoleon III, only two months after he had given his consent to Cavour’s invasion of the papal Marches. The secret agreement that he made at Chambéry was that the North Italian Army should invade and traverse the papal territory, so as to arrive at Naples in time to stop Garibaldi and ‘’absorb the revolution’’.“[44]
    345. ^ Garibaldi and the making of Italy - Trevelyan pag. 277
    346. ^ Massimo Viglione, Francesco Mario Agnoli, La rivoluzione italiana:storia critica del Risorgimento, Roma, 2001, p. 98
    347. ^ Italy: a modern history – Denis Mack Smith –University of Michigan – 1959 – pag. 3 https://archive.org/stream/in.ernet.dli.2015.185092/2015.185092.Italy-A-Modern-History#page/n13/mode/2up
    348. ^

      « This difference between North and South was fundamental. A peasant from Calabria had little in common with one from Piedmont, and Turin was infinitely more like Paris and London than Naples and Palermo, for these two halves were on quite different levels of civilization. Poets might write of the South as the garden of the world, the land of Sybaris and Capri, and stay-at-home politicians sometimes believed them; but in fact most southerners lived in squalor, afflicted by drought, malaria, and earthquakes. The Bourbon rulers of Naples and Sicily before 1860 had been staunch supporters of a feudal system glamorized by the trappings of a courtly and corrupt society. They had feared the traffic of ideas and had tried to keep their subjects insulated from the agricultural and industrial revolutions of northern Europe. Roads were scanty or nonexistent, and passports necessary even for internal travel. In the “annus mirabilis” of 1860 these backward regions were conquered by Garibaldi and annexed by plebiscite to the North.
      «La differenza fra Nord e Sud era radicale. Per molti anni dopo il 1860 un contadino della Calabria aveva ben poco in comune con un contadino piemontese, mentre Torino era infinitamente più simile a Parigi e Londra che a Napoli e Palermo; e ciò in quanto queste due metà del paese si trovavano a due livelli diversi di civiltà. I poeti potevano pure scrivere del Sud come del giardino del mondo, la terra di Sibari e di Capri, ma di fatto la maggior parte dei meridionali vivevano nello squallore, perseguitati dalla siccità, dalla malaria e dai terremoti. I Borboni, che avevano governato Napoli e la Sicilia prima del 1860, erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano terrore della diffusione delle idee ed avevano cercato di mantenere i loro sudditi al di fuori delle rivoluzioni agricola e industriale dell'Europa settentrionale. Le strade erano poche o non esistevano addirittura ed era necessario il passaporto anche per viaggi entro i confini dello Stato. In quell'"annus mirabilia" che fu il 1860 queste regioni arretrate furono conquistate da Garibaldi e annesse mediante plebiscito al Nord. » »

      (Italy: a modern history – Denis Mack Smith - page 3)
    349. ^ (“La questione meridionale - Il Mezzogiorno e la guerra 1, pag. 5), La questione meridionale di Antonio Gramsci - Il Mezzogiorno e la guerra 1 – Progetto Manuzio - www.liberliber.it – tratto da: La questione meridionale, Antonio Gramsci; a cura di Franco De Felice e Valentino Parlato. - Roma: Editori Riuniti, 1966. - 159 p.; (Le Idee; 5)
    350. ^

      « La nuova Italia aveva trovato in condizioni assolutamente antitetiche i due tronconi della penisola, meridionale e settentrionale, che si riunivano dopo più di mille anni. L'invasione longobarda aveva spezzato definitivamente l'unità creata da Roma, e nel Settentrione i Comuni avevano dato un impulso speciale alla storia, mentre nel Mezzogiorno il regno degli Svevi, degli Angiò, di Spagna e dei Borboni ne avevano dato un altro. Da una parte la tradizione di una certa autonomia aveva creato una borghesia audace e piena di iniziative, ed esisteva una organizzazione economica simile a quella degli altri Stati d'Europa, propizia allo svolgersi ulteriore del capitalismo e dell'industria.
      Nell'altra le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borboni nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l'agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale; non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione, per la sua speciale conformazione geologica, possedeva. L'unificazione pose in intimo contatto le due parti della penisola.
       »

    351. ^ Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie, dal 1847 al 1861, Roma, Tipografia Salviucci, 1863, p. 64. URL consultato il 29 settembre 2010. ISBN non esistente
    352. ^ Rosario Villari, Corso di Storia, Laterza
    353. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Napoli, Rizzoli Editore, 2007, p. 259, ISBN 88-17-01846-5.
    354. ^ Francesco Saverio Nitti Eroi e briganti (edizione 1899) - Edizioni Osanna Venosa, 1987 - page 9-33
    355. ^ Eroi e briganti-
    356. ^ indicato anche come: Talarico
    357. ^ La missione non ebbe successo perché Tallarino o Talarico fu conquistato dalla personalità del condottiero - L'episodio è raccontato anche da Garibaldi nelle sue memorie, si veda anche Alfonso Scirocco, Garibaldi, Laterza, Roma-Bari, 2001, ed. spec. RCS Libri, 2005, pag. 229.
    358. ^ (Napoli)
    359. ^ Uomini e cose della vecchia Italia, Benedetto Croce, pagg. 308-340
    360. ^ Mons. Luigi pericoli, delegato apostolico della città e provincia di Frosinone, contenenti una serie di norme anti-brigantaggio: «alla più efficace e pronta repressione del flagello brigantaggio che infesta le province di Velletri e Frosinone.
    361. ^ Denis Mack Smith, I re d'Italia, Rizzoli, 1990 [45]
    362. ^ Italy: a modern history – Denis Mack Smith –University of Michigan – 1959 – pag. 3
    363. ^ Il fiume Tronto demarcava approssimativamente il confine fra l'ex-Regno di Napoli e lo Stato Pontificio e comunemente serviva da territorio di confine fra Italia settentrionale e meridionale.
    364. ^ Massimo d'Azeglio, “Scritti e discorsi politici”, Firenze, La nuova Italia, 1939, p. 416.
    365. ^ Garibaldi e i Mille - G.M.Trevelyan - pag. 263
    366. ^ vedere: sbarchi successivi a quello di Marsalal
    367. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – appendice B - pagg. 316-320
    368. ^ Garibaldi and the thousand – G.M.Trevelyan - pag. 4 "England […] refused to prevent Garibaldi from crossing the Straits of Messina. That decision of Lord John Russel and Lord Palmerston is one of the reasons why Italy is a free and united State to-day".
    369. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan - pagg. 250 e 259-260
    370. ^ vedi: il numero dei garibaldini
    371. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan - pag. 162
    372. ^ Garibaldi e la formazione dell’Italia- G.M. Trevelyan - pag. 118-121
    373. ^ Garibaldi e la formazione dell’Italia- G.M. Trevelyan - pag. 227
    374. ^ “Garibaldi e i Mille” - G.M. Trevelyan -
    375. ^ “Garibaldi e la formazione dell’Italia” - G.M. Trevelyan -
    376. ^ [46]
    377. ^ “Cassa Centrale – Soccorso a Garibaldi - Resoconto di Agostino Bertani” - 1860 - Genova - Stabilimento tipografico di Lodovico Lavagnino e relativi allegati dettagliati
    378. ^ CRONICA DELLA campagna d'autunno 1860, Giovanni delli Franci, Napoli, 1870 [47], [48]
    379. ^ L'attendibilità di Giovanni delli Franci come migliore autore di parte borbonica è attestata dallo storico G.M. Trevelyan nella bibliografia a pag. 427 di Garibaldi e la formazione dell'Italia, che pone il Delli Franci per accuratezza a livello di Türr
    380. ^ Molti disegni del giornale L'Illustration sono presenti nel libro: La Spedizione Garibaldina di Mario Menghini

    BibliografiaModifica

    Voci correlateModifica

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