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Il memoriale del campo
Targa commemorativa (inglese/tedesco)
Targa commemorativa (tedesco)

Il campo di concentramento di Gunskirchen, era un lager nazista, uno dei quarantanove sottocampi del campo di concentramento di Mauthausen, sito nell'omonima località austriaca, attivo dal dicembre del 1944 fino al 4 maggio 1945, il giorno in cui fu scoperto e liberato da militari statunitensi.

StoriaModifica

Le prime indicazioni sulla edificazione del campo in un'area forestale incontaminata risalgono al 27 dicembre 1944; a quel tempo circa 400 prigionieri furono impiegati nella costruzione del sottocampo. Questi prigionieri furono inizialmente ospitati in un ex edificio scolastico nel villaggio di Gunskirchen. Il campo divenne operativo nel marzo 1945, come campo di accoglienza per gli oltre 15.000 prigionieri ebrei ungheresi che erano stati precedentemente impiegati nella costruzione di fortificazioni al confine con l'Ungheria. "Evacuati" a Mauthausen, vi avevano trovato rifugio in tende.

La decisione di trasferire i prigionieri a Gunskirchen si era resa necessaria perche' le condizioni sanitarie inadeguate della tendopoli mettevano in pericolo l'intero campo di Mauthausen. Ai prigionieri ungheresi furono uniti anche i molti prigionieri ebrei giunti a Mauthausen da Auschwitz o altri campi con le marce della morte. L'accorpamento dei prigionieri ebrei in un campo separato fu molto probabilmente dovuto anche alla direttiva di Heinrich Himmler, secondo la quale gli ebrei dovevano essere tenuti in vita come possibile pegno di scambio.[1]

I prigionieri, tra cui numerose donne e bambini, lasciarono il campo principale di Mauhausen in tre gruppi tra il 16 e il 28 aprile 1945. Per i prigionieri indeboliti, queste marce verso Gunskirchen, a 55 chilometri di distanza, divennero marce della morte. Numerose persone morirono lungo la strada o furono uccise dalle guardie. Presumibilmente ci furono oltre 1500 vittime.[2]

Le baracche provvisorie di Gunskirchen furono presto completamente sovraffollate. Nelle ultime settimane e giorni prima della liberazione la situazione andò completamente fuori controllo: la maggior parte dei prigionieri si trovarono privi di alcun riparo entro i recinti del campo esposti alla pioggia e alle intemperie, le forniture di cibo e acqua scarseggiarono fino a cessare del tutto, un'epidemia di tifo si diffuse senza controllo. Centinaia di persone morivano nel campo ogni giorno. Si cercò inizialmente di seppellire i morti in fosse comuni, poi a migliaia rimasero insepolti nel campo.

La Liberazione del campo (3-5 maggio 1945)Modifica

L'SS-Hauptsturmführer Karl Schulz annunciò il 3 maggio 1945 che voleva consegnare il campo agli americani. Lo stesso giorno, i dipendenti del Comitato Internazionale della Croce Rossa arrivarono al campo e cercarono di assicurare i primi rifornimenti. Molti dei prigionieri ancora in forze abbandonarono il campo in cerca di cibo. Quando il 4-5 maggio 1945 l'esercito americano raggiunse il campo, si trovò di fronte ad una situazione spaventosa: 5.419 prigionieri esausti affollavano il campo.[3] Per più di 1.000 di essi era ormai troppo tardi: morirono di malattia e di stenti nei giorni seguenti. Secondo le prime stime americane, almeno 3.000 morti erano in fosse comuni o ancora insepolti nel campo. Altre stime nel 1946 parlano di 4.500 corpi.[4]

Tra i prigionieri liberati a Gunschirchen c'erano anche molti bambini ungheresi giunti al campo con le loro famiglie e numerosi adolescenti provenienti da Auschwitz ed evacuati a Mauthausen nel gennaio 1945. Tra di essi anche i nuclei superstiti di due gruppi di lavoro che si erano formati ad Auschwitz con bambini provenienti di Teresin (i "Birkenau Boys") e dal ghetto di Kovno (i "Kovno Boys").

Deportati italiani nel lager di GunskirchenModifica

Tra i prigionieri del lager di Gunskirchen c'erano anche alcuni italiani:

La memoriaModifica

Nel 1979, 1.227 morti furono riesumati da fosse comuni e sepolti nel Memoriale di Mauthausen. Una lapide nella foresta vicino a Gunskirchen reca l'iscrizione: "Il 4 maggio 1945, il campo di concentramento di Gunskirchen fu scoperto e liberato in questo luogo dalla 71a divisione di fanteria dell'esercito degli Stati Uniti".

Nel 1981 è stato eretto un monumento alla confluenza di Lambcher Strasse con Bundesstrasse 1.[5]

NoteModifica

  1. ^ Daniel Blatman, Die Todesmärsche 1944/45. Das letzte Kapitel des nationalsozialistischen Massenmords, Reinbek/Hamburg 2011, ISBN 978-3-498-02127-6, p.386s.
  2. ^ Blatman, Die Todesmärsche 1944/45, p.388.
  3. ^ Blatman, Die Todesmärsche 1944/45, p.392.
  4. ^ Blatman, Die Todesmärsche 1944/45, p.392.
  5. ^ Gedenkstätte KZ Gunskirchen.

BibliografiaModifica

Testimonianze dirette di italiani prigionieri nel Lager di Gunskirchen:

  • Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Notte, nebbia, racconto di Gusen, Guanda, Parma 1996, ISBN 88-7746-936-6
  • Bruno Vasari, Mauthausen, bivacco della morte, La Fiaccola, Milano 1945



I bambini di KovnoModifica

Tra gli uomini destinati a Dachau in seguito alla liquidazione del ghetto c'erano anche 130 ragazzi adolescenti tra gli 8 i 16 anni (i bambini più piccoli erano stati lasciati con le donne a Stutthof). Giudicati inadatti per il lavoro forzato, giunti a Landsberg essi furono separati dagli adulti con l'intento di mandarli a morire ad Auschwitz. Nei giorni in cui essi rimasero a Landsberg ad essi si unì di nascosto il diciassettenne Wolf Galperin cui il padre aveva chiesto di non lasciar solo il fratello minore Shlomo che era stato selezionato a far parte del gruppo. Maggiore d'età e dotato di forte carisma, Wolf divenne il capo riconosciuto del gruppo.

Ormai separati dagli adulti, i 131 ragazzi giunsero da Landsberg a Dachau. Furono sistemati in una baracca di legno e fecero una doccia. La sosta a Dachau, tuttavia, era intesa solo come una tappa del viaggio in treno da Landsberg a Birkenau. Durante l'intero viaggio i ragazzi, già uniti dagli anni trascorsi assieme nel ghetto di Kovno, si consolidarono come gruppo ordinato, sotto la guida di Wolf Galperin.

Trascorsi 10 giorni a Dachau, il gruppo partì per Auschwitz. Due ragazzi riuscirono a fuggire dal trasporto gettandosi dal treno in corsa: uno di loro fu ucciso dalle guardie, ma l'altro, Daniel Inbar, sopravviverà sotto falsa identità come un bambino di strada fino alla liberazione.

Furono quindi 129 i ragazzi del gruppo che arrivarono ad Auschwitz nella notte tra il 31 luglio e il 1 agosto 1944. Presentandosi come gruppo di lavoro organizzato, superarono collettivamente la selezione. Non furono immediatamente inviati alle camere a gas, ma vennero ammessi al campo con un numero tatuato sulle braccia da B-2774 a B-2902. Furono alloggiati nell'area A, il campo di transito. A Birkenau esisteva già un'analoga squadra di circa 90 adolescenti (i cosiddetti "Birkenau Boys") formata da Mengele al momento della liquidazione del Campo per le famiglie di Terezín a Auschwitz-Birkenau. A loro erano affidati compiti di routine e di collegamento tra le varie sezioni del campo, come la raccolta giornaliera dei morti nelle varie baracche effettuata su speciali carretti o la consegna di materiale vario. Ai bambini di Kovno furono affidate mansioni simili. I bambini formavano un gruppo coeso ed efficiente, ma le autorità del campo decisero che il loro numero eccedeva le loro esigenze.

Due selezioni nel settembre 1944, una alla vigilia di Rosh Hashanah e la seconda a Yom Kippur, portarono circa 70-80 membri del gruppo originale alle camere a gas. I ragazzi sopravvissuti furono trasferiti al campo D, dove furono aggregati ai "Bitrkenau Boys". Nel frattempo, almeno un altro ragazzo di Kovno (Kalman Arieli) che non era stato originariamente selezionato come parte dei 130 ragazzi si unì a loro proveniente da Dachau.

Con la liquidazione del campo di Auschwitz nel gennaio 1945, coloro che rimasero furono dispersi. Alcuni furono separati dal resto del gruppo e furono mandati a Buchenwald o in altri campi. Tra questi molti non ce la fecero a sopravvivere, ma cinque di loro furono liberati l'11 aprile 1945 tra i Bambini di Buchenwald e due altri (incluso wolf Galperin) riuscirono a fuggire durante marce della morte.

Dei ragazzi rimasti a Auschwitz, alla fine più di 30 di loro furono evacuati con una marcia della morte il 18 gennaio 1945. Due morirono nel viaggio, gli altri arrivarono a Mauthausen. A differenza degli altri detenuti del campo, i ragazzi non furono messi al lavoro. Uno di loro fu deportato a Melk e vi morì. I restanti furono inviati a metà aprile 1945 a Gunskirchen, dove il 5 maggio 1945 furono liberati dai soldati americani, almeno 31 di loro.

Alla fine circa 40 del gruppo dei bambini di Kovno sopravvissero. L'aiuto e la cura reciproci, la perseveranza e la resistenza che i bambini seppero darsi l'uno per l'altro, furono un fattore determinante per la loro sopravvivenza. [1]

I sopravvissuti e la memoriaModifica

Per i bambini di Mengele, la liberazione di Auschwitz il 27 gennaio 1945 non significò un facile ritorno alla normalità. La maggior parte di loro era rimasta senza famiglia e ci vorranno anni prima che per loro si ricostituissero condizioni di stabilità. Molti porteranno per tutta la vita i segni degli esperimenti cui furono sottoposti. Le loro storie individuali sono estremamente diverse. Di molti si sono perse le tracce nel dopoguerra. Nel 1984 Eva & Miriam Mozes crearono un'associazione che riunisse i gemelli come loro sopravvissuti: C.A.N.D.L.E.S. (Children of Auschwitz Nazi Deadly Lab Experiments Survivors). Nel 1995 fu aperto a Terre Heute (in Indiana) un museo per preservare la memoria della loro esperienza.[2] Si riportano qui a titolo puramente indicativo i nome e le note bibliografiche di alcuni dei gemelli che hanno fornito al museo la loro testimonianza:

  • Jacob & Reizel Feingold (Berlino, 3 nov 1927). La famiglia si era rifugiata dalla Germania in Olanda dopo Kristallnacht. Nel 1940 furono deportati a Westerbork. Nel 1944 furono inviati a Theresienstadt e quindi a Auschwitz. Alla liberazione i due gemelli persero contatto. Riunitisi in un campo profughi in Germania, emigrarono nel 1947 negli Stati Uniti.
  • Harry & Sitonia Schlesinger (Munkacz, CZ, 9 mar 1929). A Auschwitz Harry lavoro' come fattorino all'ospedale. Nel gennaio 1945 fu evacuato dal campo e raggiunse Melk, Mauthuasen e Gunskirchen, dove fu liberato. Si riuni' a Munkacz ai genitori e alla sorella, sopravvissuti, prima di emigrare nel 1947 in Israele e nel 1955 negli Stati Uniti
  • Herman (Tsvi) & Siegmund (Zigi) Vizel (Cechia, 15 feb 1930). Tsvi si stabili' in Israele. Del fratello, se sopravvisse, non se ne conosce la sorte.
  • Sandor & Tibor Solomon (Sevlus, Cechia, 11 mag 1931). I due fratelli furono tra i passeggeri della nave Exodus 1947 che nel luglio 1947 cerco' inutilmente di raggiungere la Palestina dalla Francia.
  • Eva & Vera Weiss (Kosice, CZ, 1932). Eva e Vera furono evacuate dal campo nel gennaio 1945 e portate a Ravensbrück e quindi a Bergen-Belsen, dove furono liberate. Trascorsi due anni in un campo rifugiati in Svezia, emigrarono in Israele.
  • Jiri & Josef Fiser (Cechia, 1936). I gemelli arrivarono ad Auschwitz da Theresienstadt e sopravvissero alla selezione del campo per famiglia solo perche' selezionati da Mengele.
  • René & Renate Guttmann (Cechia, 21 dic 1937). Arrivati ad Auschwitz da Theresienstadt René & Renate sopravvissero ma separati l'uno dall'altra. Così accadde che René, evacuato prima della Liberazione, fu adottato da una famiglia in Cechia, mentre di Renate, rimasta ad Auschwitz, si prese cura una donna polacca. La bambina finì quindi in un orfanotrofio in Francia ed adottata da una famiglia negli Stati Uniti. Fu a quel punto che nel 1950 René fu rintracciato e ricongiunto alla sorella negli Stati Uniti.
  • Olga & Vera Grossman (Cechia, 1938). Sopravvissero con la madre ma nelle difficili condizioni del dopoguerra furono mandate nel 1947 con un gruppo di orfani in Irlanda e quindi in Inghilterra. A 15 anni si riunirono alla madre in Israele.
  • Josef & Martha Kleinmann (Cechia, 1940). Dopo la liberazione un prigioniero, Smuel Grünfeld, si prese cura di lui portandolo con se' in Ungheria. Alla morte di lui la figlia lo adotto' e Josef crebbe negli Stati Uniti come Peter Grünfeld. Della sorella, se sopravvisse, non se ne conosce la sorte.


Adattamenti del personaggio al cinema e alla televisioneModifica

Anno Film "Capo Rosso" I due malviventi Note
1911 Il riscatto di Capo Rosso, regia di J. Searle Dawley Yale Boss Sconosciuti Film muto
1929 Un bambino che non molla mai, regia di Yasujirō Ozu Tomio Aoki Tatsuo Saitō, Takeshi Sakamoto Libero adattamento
1952 "Il ratto di Capo Rosso", episodio del film La giostra umana (O. Henry's Full House), regia di Howard Hawks Lee Aaker Fred Allen, Oscar Levant USA
1959 Noi gangster (Le Grand Chef), regia di Henri Verneuil Papouf Fernandel, Gino Cervi Libero adattamento
1959 Il riscatto di Capo Rosso, regia di Alvin Rakoff Teddy Rooney William Bendix, Hans Conried Film televisivo
1963 "Il riscatto di Capo Rosso", episodio del film Delovye ljudi, regia di Leonid Iovič Gajdaj Sergey Tikhonov Georgiy Vitsin, Aleksei Smirnov URSS
1975 Il riscatto di Capo Rosso, regia di Tony Bill Robbie Rist Harry Dean Stanton, Joe Spinell Film televisivo
1977 Il riscatto di Capo Rosso, regia di Jeffrey Hayden Pat Petersen Strother Martin, Jack Elam Film televisivo
1998 Il riscatto di Capo Rosso, regia di Bob Clark Haley Joel Osment Christopher Lloyd, Michael Jeter Film televisivo


Gustl Gstettenbaur (Straubing, 1 marzo 1914Bad Hindelang, 20 novembre 1996) è stato un attore tedesco. La sua carriera di attore è durata quasi cinquant'anni: il suo esordio in teatro e al cinema risale al 1928 come attore bambino e, da allora fino alla metà degli anni settanta (con la sola eccezione del periodo bellico), è stato attivo al cinema, in teatro e alla televisione.

BiografiaModifica

August Ludwig "Gustl" Gstettenbaur nasce a Straubing in Baviera nel 1914. Fin da bambino è attivo nel mondo dello spettacolo esibendosi come acrobata e imitatore. Alla morte del padre nel 1928 è adottato dal suo istruttore-impresario, George "Joe" Stark, che lo porta con sé a Berlino dove con lui si esibisce in spettacoli di cabaret. Il talento del bambino attrae l'attenzione del celebre attore Eugen Klöpfer che lo vuole con sé in teatro come interprete del paggio di Falstaff nell'Enrico IV, parte II di William Shakespeare al Lessingtheater a Berlino. Il successo gli apre le porte del cinema. A 13 anni Gustl diventa in breve uno degli attori bambini tedeschi più ricercati. E' protagonista della commedia Der Piccolo vom Goldenen Löwen (1928) e di numerosi altri film muti, tra cui Frau in Mond (1929) di Fritz Lang, dove ha una parte memorabile come uno dei cinque membri del primo equipaggio a raggiungere la luna a bordo di un razzo. La sua popolarità è tale che nel 1929 lo scrittore tedesco Carl Zuckmayer scrisse appositamente per lui il lavoro teatrale per bambini Kakadu-Kakada. Sempre per il teatro Gustl crea la parte del paggio nell'operetta Al cavallino bianco (Im weißen Rößl) di Erik Charell, di cui sarà interprete per ben 17 mesi al Großes Schauspielhaus di Berlino. Gli sono dedicati articoli sulla principali riviste specializzate.[3]

L'esperienza in teatro gli fa superare senza alcun problema il passaggio al sonoro nel cinema, in cui rimane per tutti gli anni trenta una presenza popolare come comprimario in numerosissime pellicole di intrattenimento.

La sua intensa carriera attoriale si interrompe con la guerra (quando potrà partecipare solo a due pellicole). Sopravvissuto agli eventi bellici, lascia Berlino per ritornare con la moglie nella nativa Baviera a Bad Hindelang. Riprende a lavorare per il cinema nel 1950 con una parte nel film Der Geigenmacher von Mittenwald di Rudolf Schündler e di nuovo si ritrova richiestissimo come affidabile comprimario in una lunga serie di pellicole, la maggior parte delle quali di ambiente bavarese. Dal 1960 partecipa anche a serie televisive.

Il suo ultimo impegno per il cinema è nel film Der gestohlene Himmel (1974) di Theo Maria Werner.

Gustl Gstettenbaur muore nel 1996 a Bad Hindelang, all'età di 82 anni.

Filmografia (parziale)Modifica

CinemaModifica

1953: Ehestreik 1953: Das Dorf unterm Himmel 1954: Unternehmen Edelweiß 1954: Wenn ich einmal der Herrgott wär 1955: Der dunkle Stern 1955: Das Lied von Kaprun 1955: Das Schweigen im Walde 1955: In Hamburg sind die Nächte lang 1956: Husarenmanöver 1956: Liebe, Schnee und Sonnenschein 1956: Heidemelodie 1956: Der Schandfleck 1957: Der Pfarrer von St. Michael 1957: Der Jungfrauenkrieg 1957: Jägerblut 1957: Der Edelweißkönig 1961: Vor Jungfrauen wird gewarnt 1961: Drei weiße Birken 1964: Die lustigen Weiber von Tirol 1967: Wiener Schnitzel 1969–1971: Königlich Bayerisches Amtsgericht 1969: Der Marksteinrucker 1969: Die alte Burgl 1969: Der Parasit 1971: Die Haberer 1971: Der Bierpantscher 1974: Der gestohlene Himmel

TelevisioneModifica

Film TVModifica

Serie TVModifica

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • (DE) John Holmstrom, The Moving Picture Boy: An International Encyclopaedia from 1895 to 1995, Norwich, Michael Russell, 1996, pp. 62-63.

Collegamenti esterniModifica


[[Categoria:Attori bambini tedeschi]



In aiuto dei bambiniModifica

Le testimonianze dei bambini sopravvissuti sono piene di ricordi di violenze e atrocità di cui i bambini furono vittime da parte delle SS, delle forze di polizia e dei loro collaboratori. Anche la popolazione locale si rese talora responsabile di atti efferati, spesso facendosi attivamente complice nelle operazioni di cattura e uccisione, o al più rimanendo indifferente di fronte alla sorte dei più piccoli. Furono però numerosi anche gli atti individuali di generosità di persone che misero a rischio le loro vite per salvare bambini dalle deportazioni e dallo sterminio o li aiutarono a sopravvivere nei ghetti e nei campi di concentramento.

Alcune delle operazioni di salvataggio di più ampia scala, come quelle portate a termine da Raoul Wallenberg e Giorgio Perlasca a Budapest, da Oskar Schindler in Polonia o dalla resistenza in Danimarca, coinvolsero un largo numero di famiglie con bambini. Alcuni individui in particolare, ebrei e non-ebrei, fecero della salvezza dei bambini ebrei lo scopo principale della loro vita. Già prima della scoppio della seconda guerra mondiale Nichola Winton in Inghilterra, i coniugi Gilbert e Eleanor Kraus negli Stati Uniti e si adoperarono con successo perché gruppi significativi di bambini ebrei potessero essere accolti come rifugiati nei loro paesi. Atri come Irena Sendler in Polonia, Johan van Hulst in Olanda e Andrée Salomon in Francia furono a capo di organizzazioni che negli anni più duri dell'Olocausto sottrassero migliaia di bambini alla deportazione sistemandoli in luoghi di rifugio e accoglienza. Nei ghetti e nei campi di internamenti i bambini trovarono persone che si adoperarono fino all'ultimo per dare loro un'educazione, assistenza o una parvenza di vita normale, da Janusz Korczak e Stefania Wilczyńska, direttori dell'orfanotrofio di Varsavia, agli educatori che a Theresienstadt li coinvolsero in un'incredibile serie di progetti culturali, come Fredy Hirsch, Friedl Dicker-Brandeis, Hans Krása, František Zelenka e Camilla Rosenbaum. Persino nei campi di concentramento e stermino non mancarono episodi di solidarietà che in taluni casi come a Bergen-Belsen (grazie a Luba Tryszynska o Yehoshua Birnbaum) e a Buchenwald (grazie a Antonín Kalina) risultarono nella sopravvivenza di centinaia di essi.


Yoram Israel Fridman (Błonie, 19 settembre 1934Rishon LeTsiyon, 3 gennaio 2017) è stato un insegnante polacco, naturalizzato israeliano. Fuggito a 8 anni nel 1942 dal ghetto di Varsavia, dove vi era rinchiuso come ebreo con la sua famiglia, sopravvive all'Olocausto nelle campagne della Polonia, passando per non-ebreo e vivendo di espedienti. La sua esperienza di bambino dell'Olocausto ha ispirato il romanzo di Uri Orlev Corri ragazzo, corri (2001) e quindi il film dallo stesso titolo diretto da Pepe Danquart nel 2013. Dopo la guerra, è vissuto in Israele.

BiografiaModifica

Yoram Israel Fridman, detto "Srulik", nasce in Polonia nel 1934. Di famiglia ebraica, è figlio di un fornaio del villaggio di Błonie vicino a Varsavia.

Con l'occupazione tedesca della Polonia,

Con la sua famiglia Srulik è imprigionato nel ghetto di Varsavia, dove sopravvive per due anni alle terribili condizioni di vita, alla fame e alle malattie. Nel 1942, di fronte alle imminenti deportazioni verso i campi di sterminio, viene fatto uscire di nascosto dal ghetto dal padre che muore sotto i colpi delle pattuglie tedesche. Rimasto solo, Srulik si unisce dapprima ad una banda di orfani che vivono nascosti nella foresta. Nel costante terrore delle pattuglie tedesche, deve adattarsi in fretta alla ferocia del nuovo ambiente. Diventa abile nel pescare i pesci a mani nude, cacciare anatre e rubare cibo e legna dalle varie fattorie che incontra. Quando il gruppo si disperde con il sopraggiungere dell'inverno, Srulik si trova solo a bussare alle porte di contadini polacchi per chiedere rifugio in cambio di lavoro, incontrando spesso rifiuti e percosse. Alla fine viene accolto in una fattoria da una contadina polacca, moglie e madre di partigiani. La donna lo ribattezza Jurek Staniak e lo istruisce a comportarsi da non-ebreo, insegnandogli le preghiere cattoliche, dandogli un crocifisso e un rosario e, soprattutto, avvertendolo di non togliersi mai i pantaloni o farsi vedere da alcuno in modo da nascondere la propria circoncisione.[1]

Nonostante tutte le precauzioni, è troppo pericolo rimanere a lungo nello stesso luogo e Srulik deve nuovamente riprendere la sua vita di vagabondo, da un villaggio all'altro, lavorando come bracciante agricolo sotto la minaccia sempre presente di essere scoperto. Alcuni contadini lo aiutano a sopravvivere, altri sono pronti a tradirlo ai nazisti per una ricompensa. Un giorno, avendo trovato lavoro in una fattoria, il suo braccio rimane intrappolato in una macchina per la macinazione del grano e deve essergli amputato. Nonostante questo incidente, Jurek riesce a sfuggire alla cattura e sopravvivere fino alla liberazione. Passando ancora per cattolico, trascorre i tre anni successivi in un orfanotrofio a Lodz. Per ingraziarsi le simpatie degli adulti e guadagnarsi del cibo, Jurek racconta storie fantasiose su come ha perso il braccio, prima incolpando un carro armato tedesco e infine assicurando ai suoi ascoltatori che Hitler gli ha tagliato personalmente il braccio.[2]

Nel 1948, viene rintracciato da un'agenzia di ricerca ebraica e, nonostante le sue iniziali reticenze, alla fine decide di tornare alle sue radici e di riappropriarsi della propria identità. Emigrato in Israele, Surek impara la lingua e completa gli studi. Lavora come insegnante di matematica e nel 1963 si sposa con una giovane di origine russa.

Fridman è sin dagli anni novanta un attivo testimone dell'Olocausto.[3] Come Jack Kuper o Meir Brand, fa parte di quel particolare gruppo di bambini dell'Olocausto che sono sopravvissuti in totale abbandono come ragazzi di strada. La sua esperienza attrae l'attenzione della scrittore Uri Orlev, anch'egli un sopravvissuto dal ghetto di Varsavia, che nel 2001 fa di Surek il protagonista del romanzo Corri ragazzi, corri. Nel 2013 il romanzo diventa un film diretto dal regista tedesco [[]]. Friedman è presente in Polonia alla presentazione del film il 10 gennaio 2014, tre anni prima della sua morte nel 2017.

NoteModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica





Medem Sanatorium

Struttura educativa e clinica per bambini e giovani adulti a rischio di tubercolosi. Questo sanatorio, che ha funzionato a Międzeszyn vicino a Varsavia tra il 1926 e il 1942, prende il nome dal leader bundista Vladimir Medem (1879-1923) ed è stato l'istituto più noto del Bund e della TSYSHO (l'Organizzazione scolastica centrale yiddish) in Polonia. Fino alla seconda guerra mondiale, è stato riconosciuto a livello internazionale per il suo approccio pedagogico riformista e il suo orientamento laico di sinistra.


Le radici del Medem Sanatorium risalgono alle prime colonie estive di TSYSHO, dove i consulenti spesso notavano la cattiva salute dei bambini delle famiglie della classe operaia urbana. Per affrontare questo problema, Medem ha sollecitato donazioni dagli Stati Uniti. TSYSHO ha acquistato una villa in una regione ricreativa fuori Varsavia, ha aggiunto una nuova ala e ha adattato l'edificio secondo i più moderni standard medici ed educativi. Il comitato esecutivo, composto interamente da aderenti al Bund e guidato da Yekusiel (Noyekh) Portnoy, nominò direttore l'esperto insegnante Shloyme Gilinski (1888–1961). Sotto la guida di Gilinski, circa 10.000 bambini furono curati presso il Sanatorium Medem tra il 1926 e il 1939.


Bambini su slitte al Sanatorium Medem, Miedzeszyn, Polonia, 1930s. (YIVO) La clinica è stata finanziata dalle donazioni dei sindacati ebraici in Polonia e delle organizzazioni dei lavoratori ebrei americani. Fino al 1935, anche il denaro pubblico (proveniente dalle autorità municipali e dagli assicuratori sanitari) copriva una parte dei costi. I bambini generalmente rimanevano da due a sei mesi e la lista di attesa per l'ammissione era lunga. Alcuni bambini sono rimasti per più di un anno e molti sono tornati per ulteriori cure. Il sanatorio ospitava una media di 140 bambini durante l'inverno e circa 350 in estate.


Le linee guida pedagogiche del Sanatorio Medem erano in linea con le riforme educative dell'epoca. L'attenzione centrale era sul miglioramento della salute fisica e mentale dei bambini e sulla creazione di un'atmosfera di fiducia reciproca. La responsabilità personale, uno spirito collettivo, un'etica del lavoro e l'autodisciplina venivano insegnati in modi su misura per i bambini. La natura e l'aria fresca hanno giocato un ruolo importante. Il giardinaggio, la cura degli animali e le lezioni di storia naturale facevano parte della routine quotidiana; i pazienti erano sia osservatori che partecipanti attivi. Giochi, creatività e talenti artistici sono stati promossi in vari modi.


“Proteggere gli uccelli. Prenditi cura degli uccelli in inverno: dai loro cibo, proteggili dal gelo e dalla neve ". Pannello in yiddish da una mostra allestita dagli studenti della scuola TSYSHO del Sanatorium Medem, Varsavia, 1933. (YIVO) Lo yiddish era il linguaggio di comunicazione predominante e trovava regolarmente nuove forme di espressione nelle rappresentazioni teatrali per bambini come Di lalkes (The Dolls) e Der shpaykhler (The Storehouse), così come nelle canzoni e nei neologismi. Allo stesso tempo, istituzioni di autogoverno come un consiglio dei bambini e vari comitati e autorità hanno insegnato i principi di autonomia e responsabilità di gruppo. Era un'istituzione decisamente laica; concetti etici che sottolineavano l'umanità, la fratellanza e la solidarietà sono stati sottolineati invece della pratica religiosa. Tutto ciò ha richiesto insegnanti altamente motivati ​​e impegnati, formati in psicologia infantile moderna e teoria dell'educazione. La struttura ha registrato osservazioni dettagliate dei bambini, conservate in un fascicolo di scheda accuratamente conservato che includeva anche informazioni sul background familiare di ogni bambino.


Il Sanatorio Medem divenne presto famoso e fu visitato da rappresentanti di organizzazioni educative. Il film Mir kumen su (We Are on Our Way; titolo statunitense, Children Must Laugh), girato nel sanatorio nel 1935, dà una vivida impressione della vita quotidiana dei bambini. Il regista Aleksander Ford, con la collaborazione della socialista ed educatrice polacca Wanda Wasilewska e del bundista Jakob (Yankev) Pat, ha prodotto un film che era un misto di documentario e narrativo. In esso, i bambini ricostruiscono la storia di tre nuovi arrivati ​​e della loro rapida integrazione nella comunità del sanatorio, mentre allo stesso tempo il film spiega le linee guida educative della clinica. Inizialmente bandito in Polonia e proiettato solo all'estero (nel 1937 a Parigi, per esempio), il film fu finalmente proiettato nel 1938 a Vilna. [Per una canzone del film, vedere i media relativi a questo articolo.]



Il Sanatorio di Medem era indissolubilmente legato al Bund. In quanto repubblica socialista dei bambini, mirava a presentare un'anticipazione delle idee della sinistra per il futuro e, come tale, forniva un'importante fonte di speranza. Allo stesso tempo, i bambini hanno riportato alle loro famiglie e ad altri gruppi al di fuori del sanatorio un senso di yidishkayt (ebraicità) specificamente orientato al Bund, contribuendo a un concetto di identità ebraico di sinistra e laico. La sua importanza, tuttavia, ha reso vulnerabile anche il Medem Sanatorium. Nel 1931, un gruppo di comunisti ebrei organizzò un attacco alla clinica, suscitando forti reazioni tra i socialisti polacchi e il movimento operaio socialista internazionale.


Dopo che i tedeschi invasero la Polonia, il sanatorio Medem fu prima chiuso e poi saccheggiato nel settembre 1939. L'organizzazione clandestina del Bund decise di riaprire la clinica pochi mesi dopo. Nonostante il rapido deterioramento delle condizioni della struttura, gli insegnanti sono comunque rimasti fedeli ai concetti educativi del TSYSHO e hanno continuato ad ammettere i bambini; ad esempio, 130 alunni sono arrivati ​​da un orfanotrofio ebraico di lingua polacca. Fino alla deportazione dei bambini e del personale rimanente il 22 agosto 1942, la struttura era gestita da Anna Broide-Heler, Manie Zigelboym (moglie di Artur Zigelboym), Sonie Nowogrodska (moglie di Emanuel Nowogrodski) e Roze Aykhner, che accompagnava i bambini a Treblinka.


BibliografiaModifica

Hayyim Solomon Kazdan, Di geshikhte fun yidishn shulvezn in umophengikn Poyln (Città del Messico, 1947); Hayyim Solomon Kazdan, Lerer-yizker-bukh: Di umgekumene lerer fun Tsisho-shuln a Poyln (New York, 1954); Hayyim Solomon Kazdan, ed., Medem-Sanatorye-bukh (Tel Aviv, 1971).

Autore Gertrud Pickhan

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"Non abbiamo dimenticato" (1942)

Le foto di eccidi delle Einsatzgruppen documentano alcuni dei massacri compiuti da unità mobili tedesche che nel corso dell'Olocausto si resero responsabili dell'uccisione di circa 1.500.000 persone (in massima parte ebrei) nei paesi occupati dell'Est europeo. I massacri avvennero prevalentemente negli anni 1941-42 nei territori occupati dell'Unione sovietica, dopo l'inizio dell'Operazione Barbarossa e prima che entrasse in funzione a pieno regime la rete di campi di sterminio nei quali perirono la maggior parte degli ebrei della Polonia occidentale.

Le uccisioni avvenivano di norma in segreto, in luoghi reclusi, lontano da occhi indiscreti. Alcuni di questi eccidi furono però documentati con foto scattate per uso interno dall'amministrazione tedesca o privatamente da membri dei plotoni esecuzione come un macabro trofeo da esibirsi con i propri commilitoni.

Eccidi vari (1941)Modifica

Massacro di Liepāja (15-17 dicembre 1941)Modifica

Massacro degli ebrei di Ivanhorod, Ucraina (1942)Modifica

Massacro degli ebrei di Mizocz (14 ottobre 1942)Modifica

NoteModifica


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Michał Głowiński (Varsavia, 4 novembre 1934) è un filologo e storico polacco. Ebreo, superstite dell'Olocausto, è autore di un libro di memorie sulla sua esperienza di bambino dell'Olocausto che dal ghetto di Varsavia fu salvato sotto falsa identità in un orfanotrofio cattolico. Dopo la guerra, ha conosciuto una importante carriera accademica all'Università di Varsavia.

BiografiaModifica

Michal Glowinski nasce nel 1934 a Varsavia in una famiglia ebraica. is among the most renowned literary scholars in Poland and the author of numerous works of literary criticism, history, and theory. He is a long-time professor at the Institute of Literary Studies of the Polish Academy of Sciences in Warsaw.

Michal Glowinski nasce nel 1934 a Varsavia in una famiglia ebraica. Con l'occupazione tedesca della Polonia all'inizio della seconda guerra mondiale, insieme alla sua famiglia, fu posto nel ghetto di Pruszków, dopo di che fu trasferito nel ghetto di Varsavia. È uno dei bambini ebrei salvati dallo sterminio dall'organizzazione di Irena Sendler. Fatto uscire clandestimento dal ghetto, fu posto nell'istituto di cura della Congregazione delle Suore Servi della Vergine Maria a Turkowice [4] . Nei suoi ricordi, Black Seasons , ha dedicato quattro capitoli all'orfanotrofio di Turkawice, dove la crudeltà di alcuni bambini verso di lui è contrastata con la bontà e l'amicizia di altri.

Dopo la guerra ha studiato letteratura polacca presso l'Università di Varsavia , dove ha conseguito la laurea nel 1955. Ha debuttato nel 1954 con una recensione su Manfred Adolf Rudnicki pubblicata su Życie Literackie . Negli anni 1955-1958 lavorò come titolare di una borsa di studio presso il Dipartimento di Teoria della Letteratura sotto la guida del prof. Kazimierz Budzyk . Allo stesso tempo, ha sviluppato attività critiche, rivedendo principalmente volumi di poesie, tra cui in " Vita letteraria " e " Creatività ". Dal 1958 all'Istituto di ricerca letteraria dell'Accademia polacca delle scienze. Abilitato nel 1967 sulla base della tesi intitolata "Una serie di studi sulla storia e la teoria del romanzo polacco." Nel 1976 ottiene il titolo accademico di professore. Nel 1978 è diventato membro fondatore della Scientific Courses Society . Nel 1986 divenne professore ordinario. Dal 1990 ha presieduto il Consiglio scientifico dell'Istituto. È membro della Warsaw Scientific Society e dell'Associazione degli scrittori polacchi .

Nel 2010, il romanzo autobiografico di Michał Głowiński dal titolo Cerchi di stranezza in cui ha rivelato il suo orientamento omosessuale [6] [7] .

Ha quattro titoli di Dottore Honoris Causa (28 settembre 2000. - Jagiellonian University , 23 aprile 2001. - . Università di Adam Mickiewicz University di Poznan , il 10 marzo 2003. - Università di Opole [8] 25 aprile 2018. - Università di Kazimierz Wielki in Bydgoszcz ). Nel 2002 gli è stato assegnato il Kazimierz Wyki [9] . Nel 2004 gli è stato assegnato il Herder premiato dalla fondazione Alfred Toepfer ad Amburgo. Nel gennaio 2007 gli è stata assegnata la medaglia d'oro Gloria Artis per il merito alla cultura [10] . Nel 2008 si è laureatopremio letterario del PEN Club polacco Jan Parandowski [11] . L'8 marzo 2013, per l'eccezionale servizio di ricerca, documentazione e commemorazione della storia del marzo '68 , in occasione del 45 ° anniversario di questi eventi, è stato decorato con la Croce degli ufficiali dell'Ordine della Polonia Restituta [12] [13] . Quattro volte nominato per il Nike Literary Award : nel 1997 per Speech under assiege , nel 1999 per Black Seasons , nel 2001 per Ulysses Day e altri schizzi su argomenti non mitologici e nel 2011 per Circles of Strangeness [14]. L'11 dicembre 2016 ha ricevuto il premio letterario Łódź. Julian Tuwim lo ha premiato per "non solo standard letterari, ma anche etici" e "impegno per gli affari mondiali" [15] .

AutobiografiaModifica

  • Samuel Pisar. Le sang de l'espoir (Paris: Laffont, 1979).
    • Ed. inglese: Of Blood and Hope (Boston: Little, Brown, 1980).

OpereModifica

  • Poetyka Tuwima a polska tradycja literacka (1962)
  • Porządek, chaos, znaczenie (1968)
  • Powieść młodopolska (1969)
  • Gry powieściowe (1973)
  • Style odbioru (1977)
  • Nowomowa po polsku (1990)
  • Mity przebrane (1990)
  • Marcowe gadanie. Komentarze do słów. 1966–1971 (1991)
  • Rytuał i demagogia. Trzynaście szkiców o sztuce zdegradowanej (1992)
  • Poetyka i okolice (1992)
  • Peereliada. Komentarze do słów. 1976–1981 (1993)
  • Mowa w stanie oblężenia. 1982-1985 (1996)
  • Zaświat przedstawiony: szkice o poezji Bolesława Leśmiana (1998)
  • Czarne sezony (1998, wspomnienia)
  • Końcówka (1999)
  • Dzień Ulissesa i inne szkice na tematy niemitologicze (2000)
  • Magdalenka z razowego chleba (2001, powieść)
  • Gombrowicz i nadliteratura (2002)
  • Historia jednej topoli (2003)
  • Skrzydła i pięta (2004)
  • Ironia (2005)
  • Kładka nad czasem (2006)
  • Monolog wewnętrzny Telimeny i inne szkice (2007)
  • Fabuły przerwane. Małe szkice 1998–2007 (2008)
  • Kręgi obcości. Opowieść autobiograficzna (2010)
  • Carska filiżanka. Szesnaście opowieści (2016)

NoteModifica


Voci correlateModifica

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Bambini interpretati da attori/attrici adultiModifica

Nella tradizione teatrale ed operistica i ruoli di bambini erano di norma interpretati da attrici. Lo richiedeva in primo luogo il volume della voce e la capacita' di presenza scenica, prima ancora dell'impegno interpretativo e della capacita' di memorizzare la parte. Soltanto alcuni bambini prodigio si dimostrarono capaci di affermarsi sulla scena in ruoli protagonistici, talora addirittura interpretando ruoli di adulti.

Questa tradizione rimase viva agli inizi della storia del cinema, specialmente per ruoli che avessero alle spalle una consolidata tradizione interpretativa teatrale (da Peter Pan, a Little Lord Fauntleroy, a Oliver Twist. Ben presto ci si rese conto di come le caratteristiche tecniche del cinema, dall'uso sempre più comune dei primi piani alle minore peso della memorizzazione dovuto alle continue pause nelle riprese, permettessero agli attori bambini di superare le limitazioni imposte dal teatro. L'uso sempre più comune dei primi piani garantiva una presenza scenica, mentre le continue pause nelle riprese delle scene liberavano gli attori bambini dal peso di una memorizzazione dell'intero copione. L'utilizzazione di attrici adulte in ruoli di bambini fu presto abbandonato, anche se con alcune notevoli eccezioni, tra cui la più notevole e' quella di Mary Pickford che ancora negli anni venti continuerà a cimentarsi con successo in ruoli di bambino/a. Ancora piu' a lungo rimase vivo l'uso di usare attrici bambine, in luogo di maschi; a parità di età esse erano considerate piu' mature e affidabili. Ci sono casi, come quelle di che si specializzarono indifferentemente in ruoli maschili o femminili o che addirittura costruirono per se' sullo schermo un ruolo esclusivamente maschile (Edna Foster).

Tale pratica e' oggi quasi completamente abbandonata, con l'eccezione del doppiaggio, dove spesso la voce di attori bambini e' ancora spesso assegnata ad attrici, o in film dove i contenuti "maturi" suggeriscono di usare attori o attrici maggiorenni che dimostrino meno della loro età piuttosto che ricorrere ad "autentici" adolescenti.

WhitewashingModifica

Specie nel cinema americano per lungo tempo è stata comune la pratica del "whitewahing", per cui tutte le parti principali erano di norma affidate ad attori "bianchi", indipendentemente dall'identità etnica dei personaggi. Il fenomeno tuttavia è stato meno rilevante per quanto riguarda gli attori bambini perchè i pregiudizi razziali del tempo permettevano che tra bambini di "razze", etnie, sesso e condizione diverse si potesse stabilire una certa familiarità non piu' tollerata in età adulta. A condizione che la leadership "bianca" non fosse apertamente messa in discussione, i bambini venivano spesso presentati riuniti in gangs multietniche interagendo fra loro su un piano di sostanziale parità con modalità che sarebbero state impensabili nella società "adulta".

Il fenomeno, ancora in parte presente si e' drasticamente ridotto a partire dagli anni cinquanta ed attori bambini di ogni etnia si sono affermati anche nel cinema americano.

Rappresentazioni etniche caricaturaliModifica

Anche quando i personaggi di etnie minoritarie siano stato interpretati da attori bambini della stessa etnia, questo non ha significato la fine del pregiudizio razziale. Come nel caso degli adulti, gli attori bambini afroamericani, nativi americani, asiatico-americani, ecc. si sono spesso trovati costretti ad offrire una parodia di se stessi, riproducendo gli stereotipi anche i più odiosi, cui li condannavano i pregiudizi della maggioranza. Anche in simili contesti molti di loro sono riusciti a distinguersi per la dignità e la professionalità delle loro interpretazioni, da Ernest Morrison e agli altri piccoli interpreti afroamericani delle Simpatiche canaglie, fino a Cordell Hickman e Glenn Leedy.

Al tempo stesso la maggior libertà goduta dagli attori bambini e la loro naturale capacità di attrarre l'attenzione e il benvolere degli spettatori faceva sì che spesso essi si trovassero a svolgere un ruolo pioneristico nell'affermazione dei diritti della propria gente. E' il caso di Robert Gordon, che già negli anni venti offre un ritratto non stereotipato di ragazzo ebreo-americano, e del nativo americano Anthony Numkena negli anni cinquanta. Ancora più impegnativo fu il cammino che dovettero affrontare gli attori bambini afroamericani; i pregiudizi erano così radicati che ci volle uno sforzo collettivo e prolungato negli anni tra il cinquanta e il settanta, nel quale si distinsero in particolare Philip Hepburn, Steven Perry, Marc Copage, Kevin Hooks, Kyle Johnson, George Spell, Erin Blunt, Todd Bridges e Kim Fields.

DisabilitaModifica

Per lungo tempo la disabilità è stata considerata una vergogna sociale da tenersi nascosta all'interno della famiglia o in istituti religiosi, o altrimenti uno scherzo di natura da esibirsi e sfruttarsi per fini commerciali nei circhi e nei teatri. Gia' nei secoli precedenti ma in particolare nel XIX divenne popolare l'esibizione di disabili come fenomeni da baraccone negli Stati Uniti e in Europa. Tra di loro c'erano anche molti bambini, ai quali il circuito dei "freak shows" offriva l'unica alternativa ad una vita di totale reclusione, sia pure in condizioni di sfruttamento estremo se non di vera e propria schiavitù, comprati e venduti da affaristi senza scrupoli. Si trattava generalmente di gemelli siamesi o bambini affetti da nanismo o da altri malformazioni, la sua visione a pagamento suscitava negli spettatori orrore e compassione. Alcuni di questi bambini raggiunsero grande fama come Charles Sherwood Stratton (conosciuto con il nome d'arte di General Tom Thumb), attivo nel circo Barnum sin dall'età di 5 anni. Ilona e Judit Gófitz (1701-1723), Millie e Christine McKoy (1851-1912), Giacomo e Giovanni Battista Tocci (1875-...) Daisy e Violet Hilton (1908-1969).

Josephene Myrtle Corbin (1868-1928).

Il cinema affronta con reticenza la problematica della disabilita' infantile, considerata troppo scioccante per essere apertamente mostrata, soprattutto nelle sue forme piu' estreme.

La disabilità nel cinemaModifica

Forme lievi di disabilità sono parte dell'esperienza di vita comune, e socialmente accettare in un mondo popolato da storpi, ciechi, sordi, . I soggetti disabili venivano compatiti, al parti dei malati e affidati alla compassione, talora vivendo di elemosine. Vi erano tuttavia forme di disabilita' (fisiche o mentali) che generano orrore e a cui a lungo è stato attaccato uno stigma sociale che le rendeva una vergogna da tenersi nascosta all'interno della famiglia o in istituti religiosi, o altrimenti uno scherzo di natura da esibirsi e sfruttarsi per fini commerciali nei circhi e nei teatri.

Nel cinema (come nella vita) la figura del disabile (lo storpio, il cieco, il sordo, il muto, lo "scemo del villaggio") fa parte dell'esperienza comune e come tale è presente nelle innumerevoli storie raccontate. C'erano forme di disabilita' pero' che non risultavano socialmente accettate. In quanto generavano orrore e vergogna esse erano anche dal cinema o sistematicamente ignorate, o introdotte solo in film di genere horror in figure come quelle di Quasimodo in Il gobbo di Notre Dame (1923) o del Fantasma dell'Opera.

Il primo film a porre lo spettatore direttamente a contatto con questo mondo e' Freaks, regia di Tod Browning (1932), in cui i disabili, costretti per vivere ad esibirsi nei circhi e nelle fiere, formano un universo separato e solidale.

Solo con la seconda guerra mondiale il cinema (e la società intera) si pongono ll problema di educare il pubblico all'accettazione di ogni forma di disabilità. Si tratta in primo luogo del problema del reinserimento sociale dei tanti mutilati e disabili di guerra trattato in film come I migliori anni della nostra vita (1946) e Il mio corpo ti appartiene (1950). Proprio per la sua interpretazione nel primo di questi film Harold Russell, mutilato di guerra, riceve nel 1947 l'Oscar per miglior attore non protagonista e un Oscar speciale per la valenza sociale del messaggio di speranza e inclusione trasmesso dal suo personaggio.

Anna dei miracoli (The Miracle Worker), regia di Arthur Penn (1962) rappresenta un altro importante passo in avanti. Il film promuove il trattamento di casi considerati fino ad allora disperati ed elogia lo sforzo eroico di operatori sociali e insegnanti impegnati al recupero dei disabili.

In Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird), regia di Robert Mulligan (1962) la lotta contro le barriere razziali abbraccia anche l'accettazione del disabile della casa accanto che da escluso e oggetto di paura si rivela amico e protettore.

Con The Elephant Man (1980) il tema della disabilita' e' visto per la prima volta dalla prospettiva del disabile che da fenomeno di baraccone ritorna ad essere persona con i suoi sentimenti e la sua dignità che devono essere in ogni caso rispettati.

Da allora il cinema (e la televisione) sono diventati i veicoli principali per la promozione dei diritti dei disabili e la sensibilizzazione dell'opinione pubblica per un atteggiamento di accoglienza e contro l'ignoranza e i troppi pregiudizi che ancora circondano varie tipologie di disabilità.

Filmografia (parziale)Modifica


Maria Eisenstein (Maria Luisa Moldauer Steele)

Maria Eisenstein (Vienna, 1914 - Los Angeles, 1994) nasce a Vienna da una famiglia ebraica di origini polacche. Nel 1936 si trasferisce a Firenze per frequentare l’università. Oltre al polacco, parla correttamente il tedesco, il francese e l'italiano. Nonostante la promulgazione delle leggi razziali fasciste nel 1938 riesce a laurearsi in Lettere nell’autunno 1939, nell'ultima sessione consentita dal governo fascista a quegli ebrei che risultassero già iscritti all'Università.

Nell'estate del 1940, all’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale Maria Moldauer si trovava in Sicilia. Qui, con la scusa di un colloquio con il questore, viene arrestata per essere trasferita come tutti gli ebrei "stranieri" residenti in Italia in uno dei campi per l'internamento civile nell'Italia fascista. La destinazione che le è assegnata è Villa Sorge a Lanciano, un edificio preso per l'occasione in affitto dalle autorita' fasciste, dove e' reclusa assieme ad altre donne (alcune con bambini) di nazionalita' "nemica" (ebree, inglesi, slave).

Maria vi resta dal 4 luglio al 13 dicembre 1940.

Con spirito arguto e schietto, Maria appunta su un taccuino tutto quello che sente e che vede. I prigionieri sono sottoposti ad un regime di semi-liberta. Non c’è il filo spinato e neppure l’orrore, a Villa Sorge. Le giornate trascorrono vuote e monotone, in un edificio sempre più fatiscente, per le detenute sottoposte senza difesa ai mille piccoli soprusi quotidiani dei loro carcerieri, che sistematicamente rubano loro cibo e denaro, e a quella che Maria percepisce come totale complicita' e indifferenza da parte della popolazione locale.

Maria Moldauer non muore nella Shoah. Le deportazioni dall'Italia cominceranno solo dopo l'8 settembre 1943. Riesce a sopravvivere con Samuel Eisenstein, divenuto nel frattempo suo marito.

Dopo la liberazione di Roma Maria e il marito lavorano con le autorita' di occupazione alleata. La pubblicazione del diario avvenne a Roma già nell'autunno del 1944, subito dopo la liberazione della città, a guerra non ancora conclusa.[1]

Terminata la guerra, Maria andrà negli Stati Uniti con la madre, anche lei scampata all’Olocausto. Il marito la raggiungerà più tardi. I due si lasceranno pero poco dopo e, senza figli in comune, si perderanno di vista.

Non si sa quasi niente della vita di Maria Eisenstein in America. E' giornalista ma non pubblica altri libri di racconti o memorie.

Maria muore a Los Angeles nel 1994.

Per lungo tempo del suo diario si perde memoria fino alla sua ripubblicazione in Italia nel 1994 e quindi nel 2014. Esistono oggi diversi studi che hanno raccolto le testimonianza e le esperienze di coloro che tra il 1940 e il 1943 furono prigionieri nei campi per l'internamento civile nell'Italia fascista.[2]. L'opera di Maria Eisenstein mantiene tuttavia caratteri di eccezionalita' in quanto e' l'unico diario pervenutoci da quegli anni, del quale si conosca l'esistenza.

Nel 2013 il Comune di Lanciano le dedica la via a fianco di Villa Sorge.[3]

BibliografiaModifica

  • Gianni Orecchioni, I sassi e le ombre. Storie di internamento e di confino nell’Italia fascista. Lanciano 1940-1943

Collegamenti esterniModifica


La liberazione avvenne il 3 dicembre 1943 27/01/16 Il Giorno della Memoria, celebrato il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto, costringe chiunque abbia del sangue che scorre nelle vene a fare i conti con un passato neanche troppo lontano e ad affrontare l’argomento. Si dice spesso “per non dimenticare”, espressione che rischia di scadere nella banalità e nella retorica, ma che esprime in pieno il senso che giornate come queste vogliono significare.

Ricordare e appropriarsi di cose non vissute sulla propria pelle è alquanto difficile, ma è a questo che servono le preziose testimonianze di chi invece ha visto e assistito, come quelle riportate nel libro di Gianni Orecchioni I sassi e le ombre. Storie di internamento e di confino nell’Italia fascista. Lanciano 1940-1943, dove vengono descritte le vicende di chi è stato all’interno dei campi di internamento dislocati in Abruzzo. Sì, perché è anche questo un punto centrale della questione: spesso si menzionano i grandi campi di concentramento come Auschwitz o Dachau, tralasciando o non sapendo che anche in ambito nazionale e regionale ne furono attivati molti.

Nel libro ci si sofferma sul campo di concentramento (e non di sterminio) di Lanciano, dove furono internate delle donne nel corso della seconda guerra mondiale e che venne liberato il 3 dicembre 1943.

Scrive Orecchioni: «Dopo poco più di due settimane dall’entrata in guerra dell’Italia, il 27 giugno 1940, con l’arrivo delle tre prime internate, iniziava l’attività del campo di concentramento femminile di Villa Sorge. La villa era situata a Lanciano, in provincia di Chieti, in contrada Viale Cappuccini ed era ubicata a circa un chilometro dalla città. Dal contratto di locazione allora stipulato risulta che essa era composta da 3 piani: «un piano terra con 4 camere, ingresso, gabinetto e un vano rustico; un primo piano con 5 camere, cucina, gabinetto con bagno e terrazzino coperto; un secondo piano con 3 vani». Il suo proprietario, l’Avv. Filippo Sorge, domiciliato a Pescara, l’aveva affittata alla Regia Prefettura di Chieti con un contratto annuale rinnovabile per la somma di £. 5.400 annue (pari a 450 lire mensili) a decorrere dal 3 giugno 1940, ossia già prima della dichiarazione di guerra di Mussolini. Come risulta dal contratto di locazione, la villa era ancora sprovvista degli impianti di gas e di luce elettrica ed era chiaramente specificato l’uso che il Ministero dell’Interno avrebbe fatto dell’immobile, che era quello dell’alloggiamento degli internati e dei confinati. [...] Il 15 settembre 1940 erano internate a Villa Sorge 49 donne più 4 bambini, ma nel complesso erano già passate nel campo 71 internate, 27 delle quali ebree. [...] Un altro nucleo consistente d’internate era costituito dalle «suddite nemiche» provenienti da vari Paesi, 14 delle quali erano inglesi».

Ma perché queste donne furono costrette al soggiorno forzato?

La risposta è scritta poco dopo nel testo: «La composizione così variegata delle internate era frutto del Regio decreto dell’8 luglio 1938, n. 1415, con cui si stabiliva che in Italia, appena iniziata la guerra, sarebbero stati internati gli stranieri di Stati nemici per motivi di sicurezza interna [...] onde evitare possibili forme di spionaggio e di collaborazione con gli oppositori interni, che pure venivano sottoposti ad analoga prigione preventiva».

Va detto che a questo decreto si aggiungevano le leggi razziali che privavano del diritto di soggiorno gli ebrei stranieri che per evitare le persecuzioni naziste avevano trovato rifugio in Italia.

Per ricostruire le dinamiche che si svolgevano all’interno del campo, lo studioso si è avvalso del libro di Maria Eisenstein L’internata numero 6, uscito nel 1944, dove viene narrato in prima persona il suo soggiorno coatto nel campo tra il 4 luglio e il 13 dicembre 1940.

Sono tanti gli aspetti che emergono dalle descrizioni di quella che era la “non vita” all’interno di Villa Sorge: «nel campo si era venuta a creare una microeconomia per cui ciascuno metteva a disposizione le proprie competenze per svolgere particolari funzioni remunerate: la cucina, le lezioni di lingua, il lavoro a maglia, la scrittura delle lettere», ma «quel che maggiormente irritava Maria era la degradazione umana del campo. Vivere malgrado tutto, accettare la vita come viene non è facile».

Viene comunque sottolineato che «attraverso le loro testimonianze e analizzando le relazioni dei medici provinciali sulle condizioni igienico-sanitarie dei campi, emerge che quello di Villa Sorge era uno dei più vivibili [...]», eccetto per il periodo che seguì il 12 febbraio 1942, cioè quando la villa divenne un campo di concentramento maschile per nazionalisti e comunisti slavi, dove la mancanza di acqua e medicinali la resero particolarmente degradata.

Nell’impossibilità di riassumere in poche righe vicende che meriterebbero ben più ampio spazio, si può solo dire che dalla lettura di punti di vista esterni e grazie a mirati approfondimenti storici si ha la sensazione che si vogliano “smascherare” colpe che una coscienza nazionale ha voluto spesso celare, «quasi che il popolo italiano fosse costituzionalmente immune dal compiere vere e proprie forme di persecuzione», nell’intenzione di far emergere e diffondere verità che talvolta si preferisce nascondere, ma che si ha il dovere di conoscere e ricordare.


Esistono studi e pubblicazioni che hanno raccolto specificatamente le memorie e le esperienze di coloro che tra il 1940 e il 1943 furono prigionieri nei campi per l'internamento civile nell'Italia fascista.[4] La testimonianza più eccezionale è il diario redatto in quegli anni da Maria Eisenstein, una giovane ebrea austriaca giunta in Italia nel 1936, durante la sua prigionia nel campo di internamento di Lanciano. Il diario fu pubblicato a Roma già nell'autunno del 1944 subito dopo la liberazione della città a guerra non ancora conclusa.[5]

Lanciano News (3 ottobre 2013)Modifica

Intitolata la via che porta a Villa Sorge alla scrittrice Maria Eisenstein

Lei era una internata reclusa nel campo di Villa Sorge a lanciano, campo che raccoglieva le donne dissidenti con il regime o semplicemente sgradite perchè di origine ebraica. Si chiamava Maria Luisa Moldauer Steele) ed era nata a Vienna nel 1914 da famiglia ebraica che risiedeva in Polonia, visse a lungo nella capitale austriaca. Oltre al polacco, parlava correttamente il tedesco, il francese e un impeccabile italiano. Trasferitasi in Italia nel 1936 si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia a Firenze dove si laureò nel 1939. Ed è quì che venne colpita dalle leggi razziali italiane e venne internata nella seconda metà del 1940 nel campo di concentramneto di Lanciano. Amica di Brancati e di Accornero, lavorò per gli Alleati a Roma e, dopo il matrimonio celebrato da Elio Toaff, raggiunse sana e salva gli Stati Uniti, insieme alla madre sopravvissuta alla Shoah, dove lavorò come giornalista. Muore a Los Angeles nel 1994. Quella reclusione ovviamente la segnò a vita e si tradusse nel libro L'internata numero 6. Né diario né romanzo, ma con la verità cruda del primo e la fantasia del secondo: questo volume dovrebbe occupare un posto preciso tra i libri che ci hanno lasciato una documentazione precisa dei campi di concentramento in Italia durante il fascismo. Maria è formidabile nell'elaborare un proprio personalissimo stile nella lingua d'adozione, l'italiano, con cui ha cocciutamente riempito i fogli del manoscritto ritrovato nel dicembre del '43 dal tenente dell'esercito americano MacReegan, durante una convalescenza in ospedale. Sarebbe già questo un motivo sufficiente per leggere questa straordinaria testimonianza e meditare e per noi lancianesi scoprire un mondo che fin ora ci era sembrato così distante e che pure era così vicino.

Stamane alla presenza delle autorità cittadine si è intitolata la strada proprio a Maria Eisestein nel viottolo che affianca Villa Sorge. Fra studenti del De Titta e il racconto formidabile del professor Gianni orecchioni presidente dell'A.N.P.I. la storia sembra essersi riproposta in tutta la sua tremneda crudeltà. Presente inoltre una delegazione slovena fra cui due splendide donne ora 71enni che 70 fa in quel campo ci erano nate:Katarina Jalacin e Daisy Dente. Non ricordano ovviamente nulla di quei giorni ma fa impressione sapere che entrambe conservano delle fotografie di loro neonate con le loro mamme a Villa delle Rose! Si perchè le donne di villa Sorge erano internate "Libere"...che contraddizione un pasticcio di parole che ancora una volta ci riporta all'assurdità di un periodo che mai si dovrebbe smettere di racconatre alle nuove generazioni. Presente anche Santino Spinelli che nel suo intervento ha parlato della Shoah del popolo Rom ancora troppo spesso stigmatizzato dalla storia.

Il Fatto QuotidianoModifica

25 aprile, Maria e il diario come Anna Frank: sopravvisse ai campi fascisti ma il suo libro fu riscoperto dopo 70 anni di Ilaria Lonigro

La storia di "Internata numero 6", Maria Eisenstein, prigioniera in Abruzzo insieme ad altre 74 ebree e straniere (e quindi "nemiche della patria". Il suo romanzo, scritto con stile e talento, sul suo periodo di internamento, è rimasto a lungo sconosciuto. Fino alla riscoperta - dopo una ricerca di trent'anni - di un professore di Storia, Carlo Spartaco Capogreco. Che a ilfatto.it dice: "Perché quelle pagine sono finite nell'oblio? Perché vanno contro il mito del buon italiano"

E’ stata la Anna Frank italiana, eppure Maria Eisenstein e il suo romanzo L’internata numero 6, scritto durante i cinque mesi di prigionia in un campo fascista in Abruzzo e pubblicato nel 1944, restano ancora sconosciuti, a 74 anni dalla liberazione. Il motivo, oggi come allora, è lo stesso. “Questo libro va contro il mito del buon italiano”, suggerisce a ilfattoquotidiano.it Carlo Spartaco Capogreco, professore di Storia contemporanea all’università della Calabria. A lui, da trent’anni sulle tracce di Maria, che chiama affettuosamente “l’internata”, si deve la riscoperta del suo volume, di cui ha firmato la prefazione nell’ultima edizione, per i tipi di Mimesis, nel 2015. Una storia rilanciata nell’ultimo numero del Giornale di Storia, rivista online che nell’ultimo numero monografico (scaricabile gratis) dedica un approfondimento alle leggi razziste nell’Italia fascista con novità e fonti inedite.

Un taccuino per sopravvivere all’internamento E’ il 1940 quando Maria Moldauer, ventiseienne polacca, colta e di buona famiglia, laureata in Lettere all’Università di Firenze, raggiunge il suo fidanzato in Sicilia e qui, con la scusa di un colloquio con il questore, viene condotta in carcere e poi trasferita, per volere del ministero dell’Interno, a Lanciano, in Abruzzo, a Villa Sorge.

Quattro bagni, di cui tre rotti, caratterizzano l’edificio preso in affitto dal regime per internarvi, in attesa di un’eventuale deportazione, 75 donne ebree o straniere, dunque “nemiche della patria”. Maria appunta sul taccuino tutto quello che sente e che vede. Con spirito arguto e schietto, descrive in prosa asciutta e ironica le invidie, i sospetti e le angosce delle prigioniere e tratteggia lo squallore dei loro carcerieri, ordinari nella loro meschinità. Fa quasi sorridere per esempio la descrizione del commissario Pistone, sessantottenne spinto da una “passione senile per la trentenne Natascia”, “pietoso”, “falso”, “vanitoso e triviale”. A dargli man forte nel campo è una donna, la direttrice Marfisi, una casalinga abruzzese scrupolosa nell’applicare i dettami del Fascio (esemplare il rimprovero a una prigioniera che ha appena tentato il suicidio: “Il ministero non lo permette!”) tanto quanto nel rubare, in modo sistematico e sfacciato, cibo e soldi alle internate.

Le giornate si nutrono di vuoto e angoscia. “Tutto stagna in una patologica attesa della fine”, scrive Eisenstein, numero di matricola 6, come legge lei stessa sopra la sua branda ogni sera, quando, nel buio, smette di essere un numero e torna ad essere Maria, e allora la assale “il coraggio d’aver paura”. Non il coraggio di reagire: è capace solo di “sterili conati di ribellione”. E quando il fidanzato la abbandona al suo destino, la sua forza crolla. “E ancora avrei potuto resistere all’abbandono della donna, non a quello dell’essere umano, della numero 6”. Per sopravvivere al Campo, serve un appiglio. “Per essere corazzate ci vuole una grande fede in qualcosa o in qualcuno (…). Nel campo (…) questa fede muore”.

Cattiveria e indifferenza: Villa Sorge è la quintessenza dell’Italietta fascista Fuori dalla Villa, la società civile è complice. Durante le uscite, centellinate e controllate, in paese le donne si imbattono nell’indifferenza degli abitanti, o, peggio, nella loro cattiveria, quasi in una Dogville ante litteram, il film di Lars Von Trier in cui Nicole Kidman è una latitante vessata e ricattata dai paesani che le danno riparo. “A voi che siete nemiche della patria non dovrei vendere niente – dice loro una contadina – Dovreste morire tutte di fame. Ma, se vi vendo qualcosa, magari a più degli altri. Questo mi mette a posto la coscienza”. L’unico momento di evasione, Maria lo trova grazie alla febbre, quando tocca i 41 gradi e la culla nei suoi vaneggiamenti. “Sprofondo nel buio del delirio: delizioso”.

Non c’è il filo spinato e neppure l’orrore, a Villa Sorge. Tutto è blando e piccolo, meschino e squallido: Villa Sorge è la quintessenza dell’Italietta fascista. La cattiveria degli aguzzini, più che odio, le suscita pietà. “Qui è messo a nudo il fondo umano, qualche volta ripugnante, spesso commovente”. Come la visione di Liselotte, un’internata sensuale che, in mancanza di uomini, sfoga il suo bisogno con il cibo. “Non i pianti, le invocazioni, né gli attacchi di isterismo e nemmeno le tranquille disperazioni di talune, possono rendermi palese tutta la stupida crudeltà del nostro internamento: lo fa invece la vista di questo donnone di 32 anni, distesa sulla branda, col vestito che le è scoppiato sui fianchi e sul petto, gli occhi semichiusi, le gengive impegnate in un ritmico movimento di masticazione: tutto il suo essere che vive per una caramella”.

Sulle tracce di Maria, la Anna Frank italiana A differenza di Anna Frank, però, Maria Moldauer non muore nella Shoah. Si salva, fugge, con quello che nel frattempo è diventato suo marito: Samuel Eisenstein, di cui terrà il nome. Lei andrà negli Stati Uniti con quello che resta della sua famiglia scampata all’Olocausto. Lui la raggiungerà più tardi, i due si lasceranno poco dopo. Senza figli in comune, si perderanno di vista. Non si sa quasi niente della vita di Maria Eisenstein in America. “Una cosa è certa, non ha più scritto. E’ strano: aveva il talento, la stoffa. Ma la vita crea gli eroi, crea i momenti, crea i bisogni della scrittura”, riflette Capogreco.

E quando, all’inizio degli anni Novanta, il professore si metterà sulle tracce di Maria, incontrerà Samuel. Insieme la cercheranno, a colpi di lettere e telefonate, per scoprire solo dopo la riedizione in Italia de L’Internata numero 6, nel 1994, che Maria se ne era andata da tre mesi, senza sapere che il suo unico libro, pubblicato cinquant’anni prima, era tornato alla luce dall’altra parte dell’Atlantico. “I libri sono un’arma formidabile: lei è morta ma al tempo stesso è resuscitata, nel ’94, perché nel ’94 è uscito il suo libro: nessuno la conosceva. Dopo di allora si è parlato per la prima volta del campo di Lanciano. Ma L’internata numero 6 non si è mai presentato a Lanciano, interessante come termometro” sostiene lo studioso, che è autore anche de I campi del Duce (Einaudi). “Il suo libro è finito nell’oblio come ci sono finiti i campi stessi (qui il focus del Giornale di Storia). E’ tutto un oblio il Dopoguerra italiano, non c’è da meravigliarsi se c’è un rigurgito fascista. Serve la memoria, ma se non si fa la storia, quale memoria ci sarà?”.




StoriaModifica

Il campo di concentramento per bambini di Sisak fu aperto il 3 agosto 1942 in seguito all'Operazione Kozara, vasta offensiva anti-partigiana iniziata nel giugno 1942 che portò all'arresto e imprigionamento di migliaia di civili serbi. [14] Ufficialmente si trattava di un luogo di soggiorno per i bambini rifugiati", orfani o separati dai loro genitori, sotto gli auspici della "discendenza femminile Ustasha" e "Servizio di sicurezza di Ustasha", e sotto il diretto controllo del dott. Antun Najžer, un medico. \ I bambini erano alloggiati a Sisak in vari edifici: l'ex Associazione jugoslava di falconeria (la cosiddetta "Sokolana"), il convento delle suore di San Vincenzo, il magazzino del riso salino, il magazzino delle saline di Rajs, la scuola elementare Novi Sisak e il la cosiddetta "Karantena" (quarantena). Tutti questi edifici erano totalmente inadatti a ospitare bambini e privi di qualsiasi struttura di accoglienza. Bambini, anche di pochi mesi, giacevano completamente abbandonati a se stessi per terra su un sottile strato di paglia, senza vestiti o coperte.

Un primo gruppo di 906 bambini arrivò al capo il 3 agosto 1942. Il giorno seguente fu la volta di un altro gruppo di 650 bambini; il terzo gruppo, arrivato il 6 agosto, consisteva di 1272 bambini. Nella serra di Teslić e nelle caserme di nuova costruzione, "Karantena", era stato creato un campo di concentramento generale per uomini, donne e bambini. Tra l'agosto e il settembre del 1942, il campo ospitò un totale 3.971 bambini, i cui genitori erano stati selezionati per lavori forzati nella Germania nazista. Dall'agosto 1942 all'8 febbraio 1943, nel campo di Sisak sono stati imprigionati 6.693 bambini, in maggioranza bambini serbi provenienti da Kozara, Kordun e Slavonia, ma anche bambini ebrei e di etnia rom o sinti. Quando scoppiò un'epidemia di tifo, Najžer ordinò il trasferimento dei bambini infetti all'ospedale improvvisato, che, tuttavia, aumentò la mortalità tra i bambini

Le condizioni di vita nel campo erano cosi' dure che le testimonianze raccolte riportano il numero delle vittime per fame e malattia tra i 1152 e i 1630. L'intervento della Croce Rossa portò alla chiusura del campo con il trasferimento di 2200 bambini a Zagabria, mentre altri 1.600 furono accolti dalla popolazione locale. Alla fine della guerra 1690 furono i bambini restituiti alle loro famiglie.  

LA MEMORIAModifica

Per commemorare la sofferenza nel campo di concentramento, nel 1958 fu costruita una fontana con statue di sette bambini. La placca attaccata è stata distrutta all'inizio del 1990 dai nazionalisti croati. [4] Dalla precedente edificio principale di quattro piani del campo era ormai una discoteca . [2] cimitero dei bambini Viktorovac , fino a 2.000 bambini sono sepolti in, è stato completamente trascurato in quanto non è stato etichettato come tale. [4]La trasformazione dell'edificio in una discoteca è stata severamente criticata dal lato serbo. Dopo anni di abbandono, la targa commemorativa è stata finalmente ricostruita nel 2013 per iniziativa del Consiglio nazionale serbo (SNV). [3] L'SNV assunto nello stesso anno di applicazione per lo stato del cimitero bambino monumento dovrebbe ricevere. [3] Il primo giorno di ricordo si è tenuto nel 1990, ha avuto luogo la 2012th [4]



nel settembre 1939, Kasztner contribuì a creare un centro di informazione a Cluj per i rifugiati ebrei provenienti da Germania, Austria e Polonia. Dopo che il governo ungherese chiuse Új Kelet per la sua posizione sionista nel 1941, Kasztner si trasferì a Budapest nel 1942 per trovare un impiego. Una volta lì, Kasztner e altri attivisti sionisti (tra cui Joel e Hanzi Brand) aiutarono ad organizzare il Comitato di Soccorso e Salvataggio (Va'adat Ezra ve-Hatzalah o la Va'adah) nel 1943, per il salvataggio dei profughi ebrei che cercavano di sfuggire al Terrore nazista nei paesi vicini entrando in Ungheria.

Negoziati con la SS Dopo l'invasione e l'occupazione tedesca dell'Ungheria, il 19 marzo 1944, l'attenzione del Comitato di Soccorso e Salvataggio si trasformò in negoziati con le SS per scambiare persone con equipaggiamenti militari e camion, denominati "Sangue per merci".

A partire dall'aprile 1944, Kasztner e Joel Brand entrarono in trattativa con Dieter Wisliceny e Adolf Eichmann delle SS nella speranza di sospendere le deportazioni di ebrei dall'Ungheria. Alla fine di aprile del 1944, Adolf Eichmann propose di "vendere" 10.000 ebrei in cambio di camion consegnati ai nazisti. Brand si è recato in Turchia per presentare la proposta agli alleati e ai rappresentanti dello Yishuv (la comunità ebraica in Palestina). Dopo che il Brand non è riuscito a tornare da Istanbul, Kasztner ha assunto le trattative con Eichmann e Kurt Becher, anche se la deportazione di massa degli ebrei ungheresi è iniziata nel maggio del 1944.


Rudolf Kastner (1906–1957) era un ebreo ungherese, giornalista e politico sionista, che durante la Seconda Guerra Mondiale, costituì il Comitato per l’Aiuto ed il Soccorso, insieme ad altri figure di spicco della comunità ebraica locale: l’Ungheria infatti era un paese libero e sovrano, alleato della Germania ma pur sempre formalmente indipendente. Anche per questo il Comitato riuscì a far lasciare il paese ad oltre 22000 ebrei tra il 1941 e il marzo 1944. Il 19 marzo 1944 la Germania nazista invase l’Ungheria (il cui governo voleva ritirarsi dalla guerra) e la situazione divenne drammatica: 800.000 ebrei, metà dei quali a Budapest stavano per essere deportati. Kastner andò a parlamentare con Adolf Heichmann, regista dell’operazione, per consentire ad un certo numero di ebrei di fuggire in cambio di oro, diamanti e contanti. Il 30 giugno 1944 un treno composto di 35 vagoni partiva dalla stazione di Budapest carico di ebrei di varia estrazione sociale (quelli più ricchi pagarono 1.000 dollari ciascuno per coprire la propria e la fuga degli altri) e 273 bambini, molti dei quali orfani: erano i mesi della deportazione ad Auschwitz di 437.000 ebrei ungheresi (tre quarti dei quali sarebbero subito stati inviati alle camere a gas). Ad ogni passeggero del treno di Kastner era stato permesso di portare due cambi di vestiti, sei cambi di biancheria intima, e il cibo per 10 giorni. La situazione è simile a quella del più noto Schindler. Nella lista stilata da Kastner e da altri membri del Comitato per il Soccorso c’erano 199 sionisti dalla Transilvania e 230 da Budapest, e 126 ortodossi e ebrei ultra-ortodossi, tra cui 40 rabbini. C’erano studiosi, artisti, casalinghe, contadini, agricoltori, industriali e banchieri, giornalisti, insegnanti e infermieri, tra cui lo scrittore Béla Zsolt, lo psichiatra Léopold Szondi e la cantante lirica Dezső Ernster. C’erano inoltre anche 388 persone di Cluj, città natale di Kastner, e tutti i membri della sua famiglia e di quelle di alcuni suoi collaboratori.


Kastner avrebbe poi scritto dopo la guerra, in un rapporto sulle azioni del suo Comitato, che vedeva il treno come una “arca di Noè”, perché conteneva una sezione trasversale della comunità ebraica ungherese, con una certa attenzione verso quelli che avevano lavorato nel servizio pubblico. Quando il treno fu fermato al confine austriaco i passeggeri entrarono nel panico, temendo fosse deviato verso Auschwitz: questo dimostra come già durante la guerra era abbastanza chiaro cosa stesse succedendo nei campi di sterminio. Eichmann decise, per ragioni che rimangono poco chiare, di deviare il treno verso il campo di concentramento di Bergen-Belsen nel nord-ovest della Germania, vicino Hannover: a Linz furono fermati, fatti scendere e condotti in una stazione di disinfestazione per ricevere una visita medica e una doccia. Rimasero nudi per ore in attesa di vedere il personale medico o andare nelle docce: tenuto conto che già girava voce di cose fossero le “docce” dei campi nazisti, il terrore che provarono non è immaginabile. Il 9 luglio il treno fermò a Bergen Belsen, e furono registati 1684 ebrei, che furono stipati nel Ungarnlager, cioè la sezione ungherese del campo, e qui restarono fermi per alcuni mesi. Viveano stipati in camerate da 130 persone circa ed avevano una dieta quotidiana che consisteva di 330 grammi di un pessimo pane grigio, 15 grammi di margarina, 25 grammi di marmellata, un litro di zuppa (soprattutto di rapa), un succedaneo del caffè, e talvolta formaggio o salsiccia, con latte ed extra razioni per i bambini sotto i quattordici anni. Ad agosto il primo treno con 318 passeggeri partì per la Svizzera, ed un secondo a dicembre: alla fine 1670 ebrei arrivarono salvi nel villagio di Caux, presso Montreux, e furono sistemati in hotel di lusso requisiti e trasformati in residenze per rifugiati.


  • Jack Klajman (b.1931), Out of the Ghetto, London ; Portland, OR : Vallentine Mitchell, 2000 <Ghetto di Varsavia>


  • Rbin Katz (b.1931), Gone to Pitchipoï : a boy's desperate fight for survival in wartime Boston : Academic Studies Press, 2012.
  • Anita Lobel (b.1934), No pretty pictures: a child of war New York : Greenwillow Books, 1998. <wiki.en> <wiki.de>
  • Naomi Samson (b.1933), Hide : a child's view of the Holocaust Lincoln : University of Nebraska Press, 2000.
  • Isaac Millman (b.1933), Hidden Child, New York: Farrar, Straus and Giroux, 2005

Isaac Millman was born in France in 1933 and was a hidden child during the German occupation of France during the Second World War. Both his mother and father were deported to Auschwitz where they were killed.

He left for America in 1948, a teenager, when he was adopted by an American Jewish family in Brooklyn, NY. He graduated from the Pratt Institute in 1952 with a degree in fine arts and worked as senior art director for a large sales promotion agency. He is the author and illustrator of the four Moses books, the author and illustrator of “Hidden Child” and “Arbeit Macht Frei - Work Sets You Free,” as well as the illustrator of the Howie Bowles books by Kate Banks.

He lives with his wife in New York City. They have two sons and four grandsons.


  • Jack Mandelbaum (b.1927) = Andrea Warren, Surviving Hitler: A Boy in the Nazi Death Camps, New York: HarperCollinsPublishers, 2001. <wiki.en>
  • Leon Leyson (born Leib Lezjon).The boy on the wooden box: how the impossible became possible ... on Schindler's list New York : Atheneum Books for Young Readers, 2013 <autobiografia. Salvatosi nella Schindler List>



Uri Orlev was born in Warsaw in 1931. When the Second World War broke out, his father – a physician and an officer in the Polish Army – was captured on the Russian front. Uri Orlev, his mother Zofia and his younger brother spent the first years of the war in Warsaw and in Warsaw ghetto. After his mother was killed by the Nazis, Orlev and his brother were cared for by their aunt Stefania. The two brothers were smuggled out of the ghetto and hidden by Polish families. In 1943 they were sent together with aunt Stefania to Bergen-Belsen. While on a train, carrying them to an unknown destination, they were liberated by the 9th U.S. Army in April 1945. In September 1945 Aunt Stefania send them in a group of children to Palestine – Eretz Israel at that time. Only in 1954 did they meet their father again in Israel. Until 1976 Orlev wrote for adults. Since then he has written for youth and children and published 32 books for different age groups. His books were translated into more than 38 languages. He has also translated children’s and adults books from Polish into Hebrew. His children’s books have received world-wide recognition. He has won more than 40 prizes and awards both in Israel and abroad, and he is the winner of The 1996 Hans Christian Andersen Author Award. Orlev lives in Yemin Moshe neighborhood is Jeruslaem with his wife. He is the father of two daughters and two sons, and grandfather to six grandchildren, so far.[6]





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Carlo Angeletti, known as Marietto (born 18 December 1950) is an Italian child actor, active between 1958 and 1964.

CareerModifica

Carlo Angeletti was born in Rome in 1950. [1] Considered the Italian answer to the Spani Pablito Calvo, for his knowledge of English he was one of the few children actors of Italian cinema to be involved in international film productions. [2]

He made his debut at the age of seven in 1958 in the film Angel in a Taxi, directed by Antonio Leonviola and starring Vittorio De Sica. It was on that occasion that he took the stage name of "Marietto" from the name of the character he played in the film.

International success came with the film It Started in Naples (1960), directed by Melville Shavelson and starring Sophia Loren, Clark Gable and Vittorio De Sica.

Marietto was active until 1964, when he was fourteen years old, in several international productions, notably, Melville Shavelson's The Pigeon That Took Rome (1962) with Charlton Heston, and François Villiers's Jusqu'au bout du monde (1963). Also worthy of note is his last performance in Behold a Pale Horse (1964) directed by Fred Zinnemann and starring Gregory Peck, Anthony Quinn and Omar Sharif.

After abandoning his career as an actor, he graduated in Medicine and Surgery at the University of Rome "La Sapienza" in 1974, then specializing in Obstetrics and Gynecology (1984), which he made his profession.

FilmographyModifica

NotesModifica

  1. ^ Maria Eisenstein, Internata numero 6: donne fra i reticolati del campo di concentramento, Roma: D. De Luigi, 1944 (rist. Milano: Tranchida, 1994; e Milano: Mimesis, 2014).
  2. ^ Carlo Spartaco Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d'internamento fascista, 1940-1945, Giuntina, 1987; Elisabeth Bettina, It Happened in Italy: Untold Stories of How the People of Italy Defied the Horrors of the Holocaust, Nashville: Thomas Nelson, 2009.
  3. ^ Lanciano News (3 ottobre 2013)
  4. ^ Carlo Spartaco Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d'internamento fascista, 1940-1945, Giuntina, 1987; Elisabeth Bettina, It Happened in Italy: Untold Stories of How the People of Italy Defied the Horrors of the Holocaust, Nashville: Thomas Nelson, 2009.
  5. ^ Maria Eisenstein, Internata numero 6: donne fra i reticolati del campo di concentramento, Roma: D. De Luigi, 1944 (rist. Milano: Tranchida, 1994; e Milano: Mimesis, 2014).
  6. ^ Uri Orlev, su shortstoryproject.com.
  7. ^ Le avventure di Pinocchio - Il documentario - Presentato al ""RFF" 2009 Archiviato il 3 October 2009 Data nell'URL non combaciante: 3 ottobre 2009 in Internet Archive.

DiscographyModifica

He recorded three songs:

External linksModifica




Carlo Angeletti, known as "Marietto" (born 18 December 1950) is an Italian child actor, active between 1958 and 1964.

BiographyModifica

Carlo Angeletti was born in Rome in 1950. [1] Considering the Italian answer to the Spanish Pablito Calvo, for his knowledge of English he was one of the few children actors of Italian cinema to be involved in international film productions. [2]

He made his debut at the age of seven in 1958 in the film Ballerina e Buon Dio, directed by Antonio Leonviola alongside Vittorio De Sica. It was on this occasion that he took the stage name of Marietto from the name of the character he played in that film.

International success came with the film La baia di Napoli (directed by Melville Shavelson, 1960), alongside Sophia Loren, Clark Gable and Vittorio De Sica.

He was active until 1964, when he was fourteen years old, also in some German films never distributed in Italy and in several international productions, noting in particular for Melville Shavelson's Easter Lunch (1962) with Charlton Heston, and A thread of hope (1963) by François Villiers. Also worthy of note is his latest performance in ... and came the day of revenge (1964) by Fred Zinnemann alongside Gregory Peck, Anthony Quinn and Omar Sharif.

Abandoned his career as an actor, he later graduated in Medicine and Surgery at the University of Rome "La Sapienza" in 1974, then specializing in Obstetrics and Gynecology (1984).