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1leftarrow blue.svgVoce principale: Abruzzo.

Allegoria dell'Abruzzo, dall'iconologia di Cesare Ripa

La storia dell'Abruzzo riguarda le vicende storiche relative all'Abruzzo, regione dell'Italia meridionale.

Indice

GeneralitàModifica

L'Abruzzo è una regione per gran parte montuosa nell'Appennino centrale. Per via della sua particolare geografia presenta caratteristiche molto diverse tra loro determinate dalla presenza di numerose vallate montane ad ovest e conche interne.

Storicamente il nome "Abruzzo" deriva dal nome della contea dell'Aprutium, situata nel teramano, e a sua volta il nome Aprutium deriva dall'antico popolo dei Pretuzi che popolava quel territorio.

L'Abruzzo, nel corso della storia non è mai stato un territorio unitario. Anticamente era diviso in un gran numero di popoli dediti alla pastorizia di stirpe sannitica tra i quali: Marsi, Vestini, Peligni, Marrucini, Frentani, Piceni, Equi e Pretuzi.

Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, passò al Ducato di Spoleto nel VI secolo, e solo nel 1233 gran parte dell'attuale territorio fu riunito da Federico II di Svevia nel Giustizierato d'Abruzzo avente la capitale in Sulmona, diviso cinquant'anni dopo in due tronconi:

Toponomastica dei popoli antichiModifica

 
Città romana di Amiternum (L'Aquila)

Non esistendo un centro politico, le numerose città dell'Abruzzo, di antichissime origini e brillante civiltà, seguirono ciascuna la propria storia indipendentemente. Così se l'origine di Touta Marouca (chiamata poi Teate e poi Chieti) si perde nella notte dei tempi, Marruvium e Corfinium furono centri preromani, Atri, Alba Fucens e Amiternum fiorirono sotto l'impero romano, Sulmona e L'Aquila fiorirono nel Medioevo, mentre Pescara e Avezzano si svilupparono in maniera sempre più importante a partire dalla fine del XIX secolo.

 
Strada romana Orientale di Juvanum (Montenerodomo)

Di seguito si espone la storia cronologica dell'Abruzzo divisa per periodi storici rilevanti.

La PreistoriaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Culti neolitici in Abruzzo.

La presenza dell'uomo in Abruzzo è documentata fin dall'età paleolitica. In quell'epoca gli insediamenti umani erano numerosi e sparsi in tutta la Regione. Nei pressi di Chieti e di Popoli sono stati fatti ritrovamenti importanti: strumenti litici di ogni tipo ed ossa di animali lavorate. Nel chietino la necropoli più importante è quella di Comino, presso Guardiagrele, risalente al X secolo a.C., riutilizzata dai popoli che occuparono l'area, gli Italici Frentani, e poi i romani, venendo usata sino al II secolo d.C. Il Mesolitico invece non ha lasciato tracce significative. Di epoca neolitica è invece il celebre insediamento di Ripoli (2.200 a.C. circa), nella valle del torrente Vibrata, vicino a Corropoli. Si tratta di un grande villaggio di capanne in cui si producevano ceramiche dipinte. Queste ceramiche hanno contraddistinto un particolare tipo di cultura la quale si diffuse in molte zone d'Abruzzo (Val di Sangro, litorale di Fossacesia ecc.).

Molti reperti sono ancora conservati al Museo archeologico nazionale d'Abruzzo e al Museo archeologico La Civitella, entrambi in Chieti, mentre i reperti degli scavi nel teramano si trovano nel Museo archeologico nazionale di Campli e nel museo della necropoli di Campovalano (Campli), o nel Museo archeologico civico "F. Savini" di Teramo. La popolazione di Ripoli era stanziale e praticava l'inumazione. Era dedita oltre che all'allevamento ed all'agricoltura anche al commercio. Altri insediamenti neolitici importanti si trovano a Lama dei Peligni, Lanciano e Bolognano.
Diversi siti hanno restituito tracce legate alla pratica di culti neolitici in Abruzzo e si trovano sia in grotta che in abitato e riguardano il Neolitico antico, medio e recente. Dell'Eneolitico restano testimonianze importanti nella piana del Fucino che segna anche il sorgere della cultura appenninica in Abruzzo. Tipiche della cosiddetta cultura di Ortucchio sono le ceramiche nere con incisioni geometriche e una gran quantità di strumenti ed oggetti in bronzo. La cultura appenninica si sviluppò infatti in Abruzzo durante l'età del bronzo medio (a partire dal 1500 a.C.).

 
Il "Mammut meridionalis" dell'Aquila

Gruppi di reperti del Paleolitico sono stati rinvenuti perfino a 2500 metri in cima al Blockhaus della Majella, in zona Tre Portoni[1], testimonianza che le prime popolazioni abruzzesi vivevano di nomadismo stagionale. La stessa pratica fu adottata nelle altre due epoche successive del paleolitico dall'Homo erectus e dall'uomo di Neanderthal. Le tre età del Paleolitico comprendono il superiore, risalente a 35.000 anni fa, quando iniziarono i culti, le incisioni rupestri.
I reperti più interessanti in Abruzzo sono stati trovati in località Svolte di Popoli, nella Valle Giumentina (Abbateggio), nella Valle del Foro (Ortona) e nella Marsica fucense.[2]Altri reperti sono stati rinvenuti nella grotta dei Piccioni di Bolognano, a Montebello di Bertona, nella necropoli di Alfedena, Campovalano, Penne e Catignano. La presenza dell'uomo di Neanderthal, della seconda fase del Paleolitico (quello medio) è attestata dall'industria musteriana, con particolarità espansiva nella Val Vibrata. I siti del Paleolitico superiore invece sono presenti a Montebello (zona Campo delle Piane), scoperti dal barone Gianni Leopardi di Penne nel 1952, e a Campovalano, e l'arco di tempo di questa fase fu di 8000 anni.

In seguito alla glaciazione, scomparvero le grosse prede come i mammut, e l'uomo andò a colonizzare le colline, come dimostrano i siti di Ripoli, Capestrano-Ofena, Capo d'Acqua (Capestrano), Campo di Giove, e la piana del Fucino. La morfologia abruzzese determinò molto lo stanziamento di queste popolazioni. Gran parte dei ritrovamenti ci furono sulla Majella e nel territorio circostante delle colline teatine, del Foro e dell'Alento, e dell'altopiano delle Cinquemiglia. La presenza di numerose grotte e cavità sulla montagna determinò la presenza umana sin da tempi remoti. I siti principali sono quelli di Popoli, Caramanico, Piano d'Oro di San Valentino in Abruzzo Citeriore, il rifugio De Pompeis dell'eremo di San Bartolomeo in Legio, il Piano d'Arabona a Manoppello, la Majelletta del Blockhaus, Colle Fauni a Palena, il guado San Leonardo di Pacentro, Monte Pratello di Rivisondoli.

Il NeoliticoModifica

 
Corredo funebre d'epoca tarda, proveniente dalla necropoli di Ponte Messato a Teramo, conservato nel Museo archeologico "Francesco Savini"

Il Neolitico entrò in Abruzzo nel 7.000 a.C. circa, caratterizzatosi per lo sviluppo dell'industria bellica, della lavorazione della pietra, delle sepolture funebri e della costruzione delle abitazioni. I siti neolitici che mostrano l'abilità della caccia sono quelli di Ortucchio, Capo d'Acqua e Ripoli. Si tratta di poche tracce rinvenibili sui letti di fiumi, le sponde dei laghi e su piccoli pianori, per cui si è pensato a una fusione dei popoli originari con nuove genti immigrate[3]. Infatti tale è l'ubicazione dei villaggi di Piano d'Orta, Villa Badessa, Catignano, Penne. Qui si sviluppò definitivamente l'arte della selce e della ceramica, come dimostra il caso a sé della "ceramica di Ripoli" insieme a quella di Catignano. Di interesse è anche la grotta dei Piccioni di Bolognano, dove sin dal 1870 si fecero scavi, ripresi nel 1958, e definita caposaldo per la conoscenza e la successione delle genti e delle caratteristiche delle loro culture dal Neolitico in poi[4]La grotta presenta varie stratificazioni temporali: il primo della ceramica impressa, con lo scheletro di un bambino in posizione fetale, a testimonianza dei sacrifici umani che si praticavano, poi lo strato della ceramica di Ripoli, e poi quello dell'età del bronzo, con necropoli composte da circoli di pietra a due piani, dove erano posti i defunti, in maniera simile alle necropoli di Comino e Fossa.

Presso Fonte Rossi a Lama dei Peligni fu rinvenuto un villaggio neolitico (1914) con lo scheletro perfettamente conservato di Homo Sapiens, definito da Rellini "Uomo della Majella"[5]La fase di transizione dal Paleolitico al Neolitico tardo dell'età del bronzo raggiunse il suo acme nel 1400-1300 a.C., con oscillazioni dei piani vegetazionali che abbassarono il limite della faggeta a quello attuale, mentre le zone medio-montuose e del fondovalle si coprirono di una ricca flora che consentì l'allevamento e la pastorizia. I resti faunistici evidenziano i caratteri dell'economia locale: la formazione di comunità pastorali con inizio della transumanza, con occupazione conseguente di grotte e rifugi, come dimostra ad esempio la grande quantità di armi e ceramica a Bolognano. La disponibilità del metallo nella fase finale del neolitico determinerà la nascita dei noti "guerrieri-pastori", come testimoniano le fibule, le spade, gli scudi, i pugnali. Di speciale interesse, per questa fase, è il grippo dei corredi pittorici di varie grotte, presenti a ridosso della Majella orientale e occidentale e della valle dell'Orfento di Caramanico. Particolare è la grotta Caprara di Civitella Messer Raimondo, con figure antropomorfe a carboncino.

Gran parte del materiale archeologico che riguarda tombe, utensili e oggetti sacri nelle prime campagne di scavo, è dovuto alla dovizia dell'archeologico sulmontino Antonio De Nino, che eseguì gli scavi nella valle Peligna, e nelle zone limitrofe di Sulmona negli anni '80 dell'Ottocento, e che documentò in modo particolare la peculiarità dei corredi funebri dell'età del bronzo nella Majella orientale, tra Palena e Civitella.[6]

Necropoli abruzzesiModifica

  • Sito archeologico di Lanciano: nella valle Frentana o del Sangro, non esisteva, all'epoca del Neolitico, una città principale, ma un insieme di villaggi sparsi, come testimoniano i ritrovamenti di Serre e Marcianese. Tuttavia l'abitato attuale, che all'epoca italica era noto come Anxanum, inizialmente era popolato dagli Aborigeni, dapprima nomadi, successivamente semi-sedentari, e infine di stanziamento fisso, intraprendendo l'arte dell'agricoltura. Secondo l'abate Romanelli il primitivo sito di Lanciano non era quello sopra il Colle Erminio (quartiere Lanciano Vecchio), ma un altro, in seguito i popoli migrarono per sicurezza, e soprattutto a causa di un forte terremoto sopra quest'altura.

Le caratteristiche del villaggio di Marcianese mostrano segni di scambi commerciali dei nativi con le popolazioni della Dalmazia.[7]A testimonianza di ciò si hanno i reperti del Villaggio Rossi di Marcianese, che confermano i caratteri veri e propri del neolitico medio abruzzese, nella sua fase arcaica del VI-V millennio a.C. Sono stati rinvenuti fondi di capanna con frammenti ceramici d'epoca neolitica, asce e punteruoli, insieme a macine per cereali. Le ossa umane che sono state scoperte dentro le capanne fanno fatto pensare a una cultura antropofaga, ma successivamente si è pensato che servissero per riti propiziatori tribali, come accadeva nel resto dell'Abruzzo per le popolazioni d'età neolitica. I ritrovamenti più tardi, che alludono allo sviluppo vero e proprio del primitivo villaggio frentano, sono stati rinvenuti nel sottosuolo di Anxanum in Largo Torre San Giovanni negli scavi del 1993-94: una capanna di 3000 anni, mentre gli altri che sono utensili e statuette risalgono al periodo del XII secolo a.C. Siamo lontani dal periodo del 2000 a.C., quando sorse la leggenda della fondazione mitica della città da parte di Solima compagno di Enea (lo stesso anche avrebbe, secondo la leggenda, fondato Sulmona), secondo altri da suo fratello Anxa, da cui "Anxanon", come riporta anche un’epigrafe[8]Questi reperti vari sono conservati nel Museo civico archeologico dell'ex convento di Santo Spirito.

 
Riproduzione della necropoli di Fossa nel Museo Archeologico Nazionale di Chieti
  • 'La necropoli di Fossa: rappresenta il simbolo delle necropoli abruzzesi d'età neolitico-italica, data la sua stratificazione secolare, impiantata nel IX secolo a.C.[9].. Molti oggetti d'uso quotidiano fanno parte dei corredi funebri, come rasoi in bronzo di forma rettangolare ed armi di ferro, che testimoniano la credenza in un aldilà in cui il defunto avrebbe dovuto difendersi. Nelle tombe d'ambito femminile, che sono prive dei menhir disposti in modo circolare come nei sepolcri maschili, sono stati trovati preziosi ornamento in ambra, ferro e pasta vitrea. Le sepolture consentono la suddivisione in periodi: il periodo orientalizzante del VIII-VII secolo, che sono meno imponenti di quelle più remote del XII secolo a.C., e che sono scavate a tumulo, e successivamente v'è il periodo più tardo del IV-I secolo a.C., dell'età ellenistico-romana, dove le tombe ritrovano una certa monumentalità, con muratura, dromos di accesso e preziosi letti funebri rivestiti in osso e avorio scolpiti[10]. La tomba 520 infatti ha un letto raffigurante le divinità di Dioniso, le Menadi ed Ercole.
  • Necropoli di Comino: si trova presso Guardiagrele nella contrada omonima, secondo alcuni storici il villaggio fu occupato dai Marrucini, secondo altri dai Frentani, essendo il paese di Grele sicuramente popolato da questi ultimi. Fu scoperta da don Filippo Ferrari nel 1913, che allestì una privata collezione, notevolmente arricchita nel 1998 da nuovi scavi e dall'istituzione del museo archeologico civico a Guardiagrele. Gli scavi hanno permesso di datare le varie stratificazioni temporali del sito, dal X secolo a.C. fino al III secolo. Nella prima fascia remota le tombe sono assai monumentali, il che fa pensare a figure nobili, come la tomba 38 con lo scheletro ornato da oggetti di bronzo come spada, punta di lancia, fibula, rasoio rettangolare e bracciali. Nella seconda fase dell'VIII-VI secolo ci sono tombe più semplici a tumulo, che hanno restituito vari oggetti di bronzo, e infine le tombe del IV-II secolo, con sepoltura molto profonda, ma poco conservate. La tipologia tipica dei sepolcri di Comino è la fossa terragna a margini netti, scavata nella breccia, dove giaceva lo scheletro con il corredo, e data la presenza di numerose tombe, specialmente quelle della prima fase, con sassi che costituiscono i perimetro circolare, gli studiosi hanno ritrovato numerose somiglianze con la necropoli di Fossa. Benché questa appartenesse al popolo dei Carricini-Marrucini, mentre l'altra a quello dei Vestini.
 
Paludi di Celano, il luogo del villaggio preistorico
  • Villaggio preistorico di Celano: l'insediamento palafitticolo della paludi di Celano (XVII-X secolo a.C.) è il villaggio preistorico più interessante scoperto in Abruzzo: per le caratteristiche paludose del terreno, ha restituito materiali organici in perfetto stato di conservazione, come i pali di legno di quercia, salice e pioppo, per realizzare le cosiddette palafitte, insieme a tazze, boccali, ciotole, olle in ceramica di impasto, fibule, anelli, aghi e bracciali. Le necropoli era stata costruita fuori la città, dove però esistevano delle case, come testimoniano le basi dei paletti di legno. La tipologia di queste case doveva essere a forma rettangolare. Le tombe presentano tutte la medesima tipologia a sarcofago ricavato da tronco d'albero, a sua volta inserito in una fossa aperta al centro del tumulo marginato da pietre. I corredi maschili erano molto ricchi di fibule e oggetti preziosi, mentre quelli dei fanciulli ne erano privi. Tale materiale è stato conservato nell'apposito museo "Paludi di Celano".

Prime notizie: i popoli italiciModifica

Le tribù in AbruzzoModifica

«Samnitium, quos Sabellos et Graeci Saunitas dixere, coloniae Bovianum Vetus et alterum cognomine Undecumanorum, Aufidenates, Aesernini, Fagifulani, Ficolenses, Saepinates, Tereventinates.»

(Plinio il Vecchio, Naturalis historia[11])
 
Il Sannio abruzzese da Historical Atlas di William R. Shepherd, 1911

Gli Italici, del ramo degli "osco-umbri", a partire dall'VIII secolo a.C. iniziarono a stanziarsi nella parte sud-est degli Appennini, arrivando anche in Abruzzo, sostituendo le popolazioni già esistenti, e colonizzando quelle vaste aree di montagna e campagna che erano ancora allo stato brado. Nell'Abruzzo la popolazione emigrante colonizzò vaste aree montuose e collinari, che divennero pian piano dei piccoli regni a sé con una città capitale e altri piccoli villaggi sottoposti alle giurisdizioni varie. Non esisteva una capitale vera e propria dell'intero territorio abruzzese italico, ma un insieme di diverse unità, che però era in contatto tra loro mediante scambi commerciali, e in certi casi anche in situazioni belliche.
Tali popolazioni occuparono non solo l'Abruzzo, e ovviamente anche la piccola porzione dell'attuale Molise, ma anche parte della Campania, del Lazio e della Lucania, e confinavano a nord con i Piceni, ad ovest con i Sabini ed i Latini, e a sud con i Dauni ed i Lucani[12]. Questi popoli, suddivisi ovviamente in varie tribù territoriali, erano i Sanniti, "Sabelli" erano chiamati dai Romani, e il termine antico era Safinim, e l'ampia porzione territoriale occupata dell'Abruzzo, Molise e Campania nord-orientale divenne il cosiddetto "Sannio". Le tribù stanziate tra Abruzzo e Molise erano:

 
Frontone semiricostruito di tempio della Triade Capitolina di Teate, conservato nel Museo archeologico La Civitella di Chieti
  • Marrucini: popolazione italica dell'area teatina, stanziatasi sin dal I millennio a.C. alle pendici della Majella, il cui esempio ancora oggi in parte visibile è il fortino di Danzica, presso Rapino, occupando anche una striscia litoranea dell'Adriatico alle foci del fiume Foro e l'Aterno. Confinavano con i Vestini a nord, con i Frentani e Carricini a sud, e con i Peligni ad ovest. La capitale era Teate, che venne fondata intorno all'VIII secolo a.C., dopo la decadenza di Danzica, altre città erano "Interpromium" (San Valentino in Abruzzo Citeriore, o secondo altri l'area dell'abbazia di San Clemente a Casauria), e il villaggio marino di Aternum, poi rinominato dai romani "Ostia Aterni", ossia l'antica Pescara, mentre altri villaggi marinari si trovavano alle foci dell'Alento, dove nel IX secolo fu fondata Francavilla al Mare, e del Foro, dove si trovava una torre di controllo, fortificata poi dai Longobardi.
    Anche i Marrucini nel 304 si sottomisero ai Romani, ma mantennero incontrollato il dominio sulla grande piana tra i due fiumi Aterno e Alento, nonché sui colli che dominavano le gole della piana Marrucina, che si collegava molto bene con l'area dei Frentani - Carricini. Infatti la città, per la ricchezza e lo sviluppo urbano, fu una delle poche in Abruzzo a mantenersi intatta per lunghi secoli, prima delle distruzioni longobarde, beneficiando dei rapporti fruttuosi con Roma, sia per l'agricoltura, che per il commercio, dacché aveva il controllo sul tratturo della "via Marrucina", che collegava fino a Anxanum e Cluviae (Casoli, loc. Piano La Roma) la montagna, e fino ad Aternum il mare. Benché nell'epoca delle guerre sannitiche Teate si distinse per valore di alcuni condottieri citati anche nei trattati di storia romana del I secolo a.C., come la figura di Asinio Herio, nell'epoca imperiale divenne influente al livello politico grazie al riadattamento della gens Asinia, grazie alla figura di Asinio Pollione, e nel I secolo d.C. per mezzo della gens dei Vezii. Benché tale argomento sia ancora prematuro, parlando dell'epoca italica prima dei contatti con Roma, di grande importanza è la tavola del "bronzo di Rapino", utile per conoscere la lingua osca del dialetto marrucino, e il nome delle divinità ivi pregate e venerate.
  • Equi: occupavano la piccola zona montuosa tra il Fucino e la valle dell'Aniene, confinando a nord-est con i Vestini Cismontani e i Sabini, ad est coi Marsi, a sud coi Volsci. Gli Equi vivevano di caccia, pastorizia e agricoltura, e le loro unità abitative erano localizzate nell'area tra i Piani Palentini di Tagliacozzo e Alba Fucens, con città capitale Nersae (Nesce). Nell'età del ferro si disposero intorno a questi stati egemoni, e costituirono un punto di riferimento civico per l'amministrazione romana a confine tra il Lazio e il Sannio abruzzese. Gli Equi sono ricordati per la loro valenza militare, e per le forti opposizioni ai Romani tra la fine del V secolo e gli inizi del IV. Il territorio fu conquistato tra il 304 e il 303 a.C. da Roma, come ricordato dallo storico Tito Livio. Caratteristica che differenzia questa popolazione dalle altre è il rito della sepoltura, sin dalla fine dell'età del Bronzo essa utilizzò le tombe a tumulo con corredi austeri ed essenziali, limitandosi alle armi per gli uomini e alle fibule con bracciali per le donne. I siti archeologici di maggior interesse, nell'Abruzzo, sono stati rinvenuti presso Alba Fucens, Celano (contrada Paludi) e Scurcola Marsicana.
 
Il Ponte di Diocleziano a Lanciano, sotto la Cattedrale della Madonna del Ponte
  • Frentani: antico popolo italico di lingua osca, stanziato nella valle del Sangro e nella fascia costiera dell'Adriatico centrale tra Ortona e Termoli, tra le foci del fiume Sangro, al confine con i Marrucini e del Biferno, al confine con l'area dei Dauni.[13]Il municipio maggiore era Anxanum (Lanciano), seguito dalle altre città di Histonium (Vasto), Ortona e Larinum (Larino). Altre città minori erano Buca presso Punta Penna del Vasto, Cliternia Frentana (Campomarino), Saicalenum presso Casacalenda, Pallanum, antica città fortificata presso Atessa, Uscosium presso San Giacomo degli Schiavoni e Gerionum presso Provvidenti. Entrati in conflitto con Roma alla fine del IV secolo a.C., i Frentani vennero sconfitti al termine della seconda guerra sannitica tra il 319 e il 304 a.C., e da quel momento Anxanum stabilì dei saldi rapporti di fratellanza con l'Urbe, venendo accettati come "soci" insieme a Peligni, Marsi e Marrucini.
    Il popolo frentano conservò a lungo un certo margine di autonomia sul territorio del Sangro. Nel I secolo a.C. dopo la guerra sociale, la "Lex Iulia" concesse Italici la cittadinanza romana, accelerando così il processo definitivo di romanizzazione. Dei Frentani oggi si trovano numerosi reperti, più che altro vasellame, armi e lapidi conservate nei vari musei, e poca architettura, se non alcuni elementi simbolici a Lanciano, come il Ponte di Diocleziano del III secolo d.C., una lapide romana presso la torre campanaria della Cattedrale di Santa Maria del Ponte[14], dei cunicoli sotterranei che dalla Piazza del Plebiscito attraversano i principali assi viari del centro storico, e l'esempio più interessante della cittadella fortificata di Pallanum tra Atessa e Tornareccio, composta da mura di cinta in pietra incastrata, con tre porte di accesso.
    Gli elementi artistici che caratterizzarono il popolo frentano sono conservati nel Museo archeologico del Polo Santo Spirito a Lanciano, come il corredo funebre di due tombe di guerrieri del V secolo a.C., vasellame in ceramica nera, una collana in pasta vitrea, una testa in terracotta di Minerva del II secolo a.C. All'epoca della colonizzazione romana invece appartengono la lapide della torre campanaria, semi-danneggiata dal bombardamento nazista del 1944, e una testa marmorea di Diocleziano, rinvenuta proprio nei pressi del ponte sopra cui sorge la Basilica Cattedrale[15]. Per quanto riguarda Ortona, poco è stato ritrovato, e conservato nel museo civico diocesano, poiché la città a più riprese è stata distrutta e ricostruita, specialmente dopo il saccheggio normanno del XII secolo. Presenze architettoniche di particolare interesse sono ancora la "pietra di Morrecine" nella contrada omonima, probabile monumento funebre d'epoca romana, e la Fontana del Peticcio, la cui leggenda vuole che esistesse già all'epoca della seconda guerra punica, quando vi passò Annibale Barca con il suo esercito. Nel 2018, dunque di recentissima scoperta, è una necropoli rinvenuta presso Crecchio, nella zona di confine con l'area dei Marrucini, dove sono stati ritrovati corredi funebri composti di armi e vasellame del VI-IV secolo a.C.[16]
  • Carricini: erano una delle 4 tribù sannite, come testimoniano anche Tacito, Plinio il Vecchio, Strabone e Claudio Tolomeo. La denominazione tale, anziché "Carecini", è più corretta in merito a una lastra di bronzo ritrovata a San Salvo (CH), che porta inciso un decreto del 384 d.C. relativo all'assemblea municipale del villaggio di Cluviae (Casoli). Un'altra iscrizione che recita: "curator rei publicae Cluviensium Carricinorum" è stata rinvenuta presso un cippo a Isernia. Occupavano l'area del basso Abruzzo a confine col Molise, presso il Sangro, alle pendici della Majella, nel territorio delimitato a nord dai Franetani e a sud dai Pentri isernini, e le città principali erano "Cluviae" di Casoli (CH), sito posto in località Piano La Roma, "Trebula", località Madonna dello Spineto del comune di Quadri (CH) e "Juvanum" oppure Iuvanum di Montenerodomo (CH), in località Abbazia. Abitando zone montuose, quelle dei cosiddetti Monti Frentani, i Monti Pizzi, i Carricini praticavano l'allevamento di bovini e ovini sia in forma stanziale che transumante. Attorno all'agricoltura e alla pastorizia, si svolgevano però anche le attività artigianali, sebbene in maniera limitato al sostentamento familiare, come la lavorazione di tessuti e pelli. La piccola comunità faceva parte della Confederazione Sannitica con al quale partecipò contro Roma alle guerre sannitiche, venendo poi assorbita nel potere dell'Urbe. Il capoluogo era Cluviae, in contrada Piano La Roma di Casoli, e dopo la romanizzazione la cittadella di Iuvanum prese più importanza, come testimonia l'ampio sito archeologico, che ha restituito in forma intatta il cardo e il decumano, il foro, la basilica, dei templi, e il teatro romano. Di Cluviae invece si conserva ben poco, tranne qualche sparuto mosaico dentro abitazioni nuove che hanno colonizzato la zona, e resti del teatro.
 
Rovine di Juvanum presso Montenerodomo (CH)
 
Sito di Alba Fucens
  • Marsi: abitavano la riva sud-orientale del lago del Fucino, estendendosi nelle vallate del Giovenco (Pescina), di Ortucchio e di Trasacco, confinando a nord con i Vestini Cismontani, ad est coi Peligni e a sud con i Pentri d'Isernia, ad ovest con gli Equi ed i Volsci. Il territorio ancora oggi è nominato "Marsica", con la popolazione dedita all'agricoltura, alla pastorizia e alla pesca, poiché fino al XIX secolo esisteva il bacino lacustre Fucense. Le origini sono avvolte nella leggenda, e si racconta che la stirpe iniziò da Marsi giglio della maga Circe, che regnò anche insieme al figlio di Medea; oppure che sarebbe sorta da Marsia, massima divinità del popolo, sorella di Angizia, dea del culto delle serpi, ancora praticato oggi a Cocullo nella festa di San Domenico dal Foligno.
    Proprio su insegnamento di Angizia i Marsi si sarebbero dedicati alla magia e alla medicina, utilizzando erbe per curare diversi mali. Fatto sta che la presenza di popolazioni nel territorio marsicano risalgono al I millennio a.C., e furono colonizzate successivamente dai Marsi, tribù della popolazione di lingua osco-umbra, che emigrò in Abruzzo.[17]La capitale era Marruvium, presso il Giovenco, dove oggi sorge San Benedetto dei Marsi, di cui si vedono ancora oggi imponenti vestigia come le due tombe funebri, le terme romane e l'anfiteatro fuori le mura. Altri principali centri fortificati erano Antinum (Civita d'Antino), Lucus Angitiae (Luco dei Marsi, ritenuto il principale luogo sacro dove venerare la dea, Supinum (Trasacco), Cerfennia (Collarmele) e Hortucla (Ortucchio). Dagli storici quali Livio, Plinio e Tacito, i Marsi sono definiti come uomini "fieri e indipendenti, dotati di virtù guerriere". Nel 304 a.C. conclusero un trattato di alleanza con Roma, dopo le varie guerre sannitiche, dove i Marsi videro capitolare la roccaforte di Milonia (Ortona dei Marsi), ma nel I secolo a.C. durante la guerra sociale combatterono una vera e propria "guerra marsicana" contro Roma, poiché essi stessi guidarono al rivolta italica. Dopo la sconfitta, i Marsi furono i più penalizzati da Roma, perdendo diversi poteri sul territorio e sulla semi-autonomia concessa dall'Urbe. Il territorio montuoso era aspro, difficilmente colonizzabile, anche per via delle varie inondazioni del lago Fucino, per cui nell'epoca dell'imperatore Claudio ci furono dei progetti di prosciugamento. A causa di carenze di reperti archeologici, della tradizione funebre della sepoltura all'epoca italica poco si sa, poiché i due monumenti funebri di Marruvio sono d'epoca più tarda. Non si attestano sepolture a tumuli né a menhir, ma si ipotizza l'uso della stele antropomorfa in pietra, come dimostrano gli esempi della Valle d'Amplero e di Collelongo. Specializzate erano le officine della lavorazione del bronzo, della creazione di armi e armature, come i dischi a corazza.
  • Peligni: tribù di dialetto osco-umbro, si stanziò nell'area occidentale della Majella, ed ai confini della catena del Sirente-Velino, che li divideva dai Marsi. ad ovest; la Majella divideva i Peligni invece dai Marrucini ad est, mediante il corso del fiume Aterni dai Vestini a nord, e presso l'altopiano delle Cinquemiglia dai Sanniti Pentri a sud. Benché montuoso, il territorio peligno era molto più fortunato di quello marsicano, per la ricca presenza di falde acquifere, grotte fluviali e fiumi. Si suppone che la città capitale fosse Sulmo (Sulmona), e per breve periodo dal 90 all'88 a.C., durante la rivolta sociale, Corfinium assunse il ruolo principale amministrativo dell'area. Altri centri abitati erano Ocriticum (Cansano), Pagus Lavernae (Prezza), Pagus Fabianus (Popoli), Pagus Betifulum (Scanno) e Koukulon (Cocullo). Secondo il poeta sulmonese Ovidio, nell'opera dei Fasti, i Peligni sarebbero di origine sabina, ma il loro progenitore leggendario era Solimo, compagno di Enea, il quale avrebbe fondato Sulmona; mentre lo storico romano Festo pone le origini dei Peligni nell'Illiria, attuale penisola balcanica. Come le altre popolazioni italiche, nel 304 a.C. furono assoggettati a Roma con un patto, rotto durante la guerra sociale.
    Nel momento in cui Corfinio stava per capitolare, i sulmonesi si arresero già a Roma, stabilendo degli accordi di pace, e non subendo il saccheggio, venendo iscritti alla tribù Sergia. Da allora iniziò un florido periodo commerciale, politico e culturale, favorito anche dal fatto che Sulmona si trovava lungo la grande via Tiburtina Valeria, che collegava Roma, mediante Amiternum e la Marsica direttamente al mare Adriatico, passando sotto Teate, e sboccando presso Ostia Aterni.
    A causa di terremoti e successive ricostruzione della città, oggi dell'epoca romana al livello architettonico, ben poco rimane a Sulmona, se non l'antico impianto a castrum quadrangolare che ricopre la parte nord del centro storico, quella dove inizia da Piazzale Tresca il Corso Ovidio che sfocia in Piazza Garibaldi, all'altezza della Fontana del Vecchio. Il resto consiste nei reperti vari di statuette e lapidi, conservate nel museo civico "Santissima Annunziata" di Sulmona, ma anche nel santuario di Ercole Curino, uno dei templi più conservati dell'Abruzzo, situato sotto l'eremo di Sant'Onofrio. Il nome "Curino" proviene dalla sovrintendenza del semidio greco delle "curie" popolari, fase finale di un processo di unificazione della triade capitolina di Giove, Cerere e Venere che avvenne a Sulmona grazie a Roma.
 
Il teatro sannitico di Pietrabbondante
  • Sanniti Pentri: è una delle quattro popolazioni dei Sanniti, nonché tra le più importanti, che abitavano il "Sannio" settentrionale, ossia il confine attuale tra Abruzzo e Molise lungo i valichi del Sangro, tra Alfedena, Castel di Sangro e Pietrabbondante, fino a giungere a Isernia, la loro città principale insieme a Bojano. Le loro origini sono fatte risalire ai Celti, in quanto la parola "pen" significherebbe "sommità", dacché la popolazione abitava vaste alture. La loro capitale era "Bovianum Vetus", ossia Bojano, mentre il luogo sacro maggiore era l'area italica di Pietrabbondante, oggi composta da gruppo di templi e di teatro all'ellenistica. Altre città erano, Alifae, Aquilonia, Fagifulae (Montagano), Altilia-Saepinum (Sepino), Terventum (Trivento) e Venafrum (Venafro). Molte di queste città, con la definitiva suddivisione territoriale del 1963, sono comprese nelle regioni del Molise e della Campania, nella provincia di Benevento, tradizionalmente legata alla presenza sannita, e nella provincia di Avellino, per quanto concerne i siti fondati dagli Irpini. L'organizzazione del territorio si basava sui pagi, le unità territoriali, e sui vici, i villaggi di piccola proporzione che uniti insieme costituivano il "pagus", una circoscrizione territoriale rurale di case lignee, ma non mancavano i luoghi fortificati di montagna, come gli "oppida", e i "peschi", da cui i toponimi di Pescocostanzo, Pescopennataro, Pescolanciano, Sant'Angelo del Pesco. Nella zona abruzzese importanti resti della popolazione Pentra si trovano sull'acropoli di Aufidena, nella zona del castello medievale di Alfedena, nell'antica città di Trebula a Quadri, dove restano il teatro e un tempio successivamente trasformato nella chiesa di Santa Maria dello Spineto, e nell'area sacra dei templi italici di Schiavi d'Abruzzo.
 
Il guerriero di Capestrano scoperto ad Aufinum (Ofena), opera massima della scultura dei Vestini
  • Pretuzi: erano un popolo italico esistente già dal I millennio a.C., e costituitosi saldamente con città durante la penetrazione degli osco-umbri. La popolazione era stanziata tra i fiumi Salinello e Vomano; agli inizi del V secolo a.C. anche i Pretuzi rientrarono in quel fenomeno storico che vede i popoli passare da un governo monarchico a un ordinamento repubblicano con nuove figure del potere, tra le quali il meddix touticus, capo politico e sacerdotale. La presenza storica risalente al Neolitico è testimoniata dalla necropoli di Campovalano, e con il nuovo ordinamento sociale moderno italico, vennero bandite le monumentali sepolture degli antichi sovrani, e ciò si vede dalla differenza di ornamenti. Grande rilevanza assumono i santuari, usati anche per indicare i confini territoriali con i Piceni a nord, e a sud con i Vestini: dal tempio di Monte Giove di Penna Sant'Andrea proviene una preziosa iscrizione che recita Safin, da cui il nome "Safini" per indicare i Sanniti. Analizzando i corredi funebrei di Campovalano, si può dedurre che i Pretuzi erano uno dei popoli italici che usava ancora le armi per il corredo funebre, segno che la vecchia cultura neolitica non era stata del tutto soppiantata. La città maggiore era Interamnia, poi durante il governo romano Urbs Interamnia Praetutiorum, oggi Teramo, e tale nome proviene dalla posizione della città tra due fiumi, il Tordino e il Vezzola. Altre città sorgevano presso Montorio al Vomano, Giulianova, Bisenti, Atri, che aveva il porto presso Torre di Cerrano.
 
Incisione ottocentesca dell'anfiteatro di Amiternum
  • Sabini: occupavano un vasto territorio al centro della Penisola, tra il Lazio reatino e l'Abruzzo aquilano. Da Amiternum, antica città sabina che precedette L'Aquila (fondata nel 1254), il territorio si estendeva fino a Roma e comprendeva le città di Reate (Rieti), Norcia, Trebula Mutiesca (Monteleone Sabino) e Curi di Fara in Sabina. Il popolo costituì uno stato esteso e forte, che dai monti Reatini arrivava fino al Gran Sasso d'Italia e formarono, con i Sanniti, gli Umbri, il blocco etnico più potente dell'Italia centrale, dopo quello etrusco: ancora oggi la zona territoriale degli antichi stanziamenti è detta "Sabina". La colonizzazione dei nuovi siti avvenne alla maniera cara dei Sanniti, attraverso il "Ver Sacrum", ossia la "primavera sacra", in cui dopo il giuramento al dio Sanco, lo spostamento annuo delle tribù in primavera, formate da giovani, davano vita a nuove città e piccole colonie. La Sabina rappresentò il centro culturale dei Sabelli, così come i Sanniti venivano definiti da Roma, e molti sono i siti archeologici, e le testimonianze storiche tra le quali Livio e Varrone. Nella guerra sannitica del 290 a.C. il console Manio Curio Dentato con le sue legioni sconfisse i ribelli, sottoponendo al controllo romano la Sabina. In Abruzzo il massimo esempio architettonico ancora esistente del popolo sabino è la città aquilana di "Amiternum", che conserva l'anfiteatro, il teatro, una domus dei gladiatori.
  • Vestini: è una tribù di origini osche, suddivisibile nello stanziamento abruzzese in Vestini Cismontani e Trasmontani. Le notizie ufficiali risalgono al 324 a.C., periodo della seconda guerra sannitica, durante la quale i Vestini si allearono con i Sanniti contro Roma. Subirono un processo di romanizzazione in due fasi: la fascia interna fu annessa a Roma già nel III secolo, mentre quella costiera rimase indipendente sino alla guerra sociale. Il loro nome deriva dalla dea Vesta, divinità protettrice del popolo, oppure da Vestico, una divinità umbra. I principali centri erano Aveia (Fossa), Forcona (L'Aquila), Peltuinum (Prata d'Ansidonia), Aufinum(Ofena) per quanto riguarda i Cisalpini, i Transalpini invece popolavano le città di Angulum (Città Sant'Angelo) e Pinna (Penne, insieme a tanti altri vici e piccoli pagi. L'economia si basava sulla coltivazione dei cereali, olive, frutta e zafferano, insieme al latte e formaggio. Praticata era anche la pastorizia, perché da Amiternum partiva il grande tratturo che conduceva nella Puglia foggiana. Ricerche archeologiche hanno evidenziato sepolture a tumulo, come nella necropoli di Vestea a Civitella Casanova, mentre altre grandi testimonianze provengono dalle necropoli di Montebello di Bertona, con 163 sepolture, la necropoli di contrada Farina a Loreto Aprutino, che ha evidenziato presenza di statue antropomorfe, e tombe femminili con ricchi corredi, la necropoli di Penne, con tomba a camera costruita in laterizi, al cui interno è stato trovato un letto funebre in legno e ferro, rivestito con appliques in osso di animali, con raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe. Questo letto è bene visibile nel corridoio di accesso al Museo Archeologico Nazionale di Chieti. Un altro insediamento di cui si ignora il nome, ma che era in rapporti con Aufinum è il sito di Capestrano, dove nel 1934 è stata trovata la famosa statua del "guerriero Nevio Pompuledio, capolavoro dell'arte scultorea italica. I confini dei Vestini Trasmontani erano segnati più o meno da quelli attuali della provincia di Teramo con Pescara nella zona di Silvi Marina, e uno dei porti principali era proprio Ostia Aterni. Quello dei Cismontani invece era attraversato dai fiumi Raiale, e confinava a nord-ovest con quello dei Sabini, a sud con quello dei Marsi, separato dalla catena del Sirente-Velino, mentre le sorgenti del Pescara a Popoli sancivano il confine con i Peligni.

Città italiche maggiori in AbruzzoModifica

 
Veduta del Ponte di Diocleziano, con sopra la mole della Basilica della Madonna del Ponte, e la torre campanaria in restauro (2005)
  • Anxanum: le origini sono avvolte nel mito, e si suppone che fosse stata fondata nel 1179 a.C. da Solimo, compagno troiano di Enea, un anno dopo la distruzione di Troia nel 1180 a.C. Il nome originario era Anxanon o Anxia[18], al di là dell'epica, la datazione della fondazione della città potrebbe essere verosimile, perché dei ritrovamenti archeologici dell'era neolitica risalenti al V millennio a.C., in contrada Marcianese, hanno fatto dedurre che la zona già in età remota era popolata. Dopo la conquista romana in seguito alla guerra del 90 a.C., la città fu ammodernata secondo lo stile dell'Urbe, e ancora oggi è possibile vederne delle tracce. La lapide che si trova dentro il Palazzo Comunale, in origine murata presso la torre campanaria della Cattedrale della Madonna del Ponte, specifica chiaramente il fatto che Anxanum divenne municipium sotto la repubblica romana, ascritta alla tribù Arniense, all'interno della Regio IV Samnium. La vocazione commerciale della città era molto nota, dalle fiere delle "nundinae" (ceramiche e terracotte), di tradizione, pare, risalente a relazioni dei Frentani con gli Etruschi, ai mercati del bestiame e dei prodotti di montagna e del mare, che si tenevano appena fuori il perimetro dell'antica "curtis", cioè la piazza del Plebiscito, presso la piana della Fiera, l'attuale zona del corso della Bandiera. La città romana occupava l'area degli attuali quartieri Borgo e Lancianovecchio, sopra il Colle Pietroso e il Colle Erminio, dove si trovava il cardo massimo, attuale "via dei Frentani".
    La Piazza del Plebiscito era l'area del mercato quotidiano, la piana della Fiera era la zona principale dell'emporio commerciale, con la cisterna per l'approvvigionamento idrico, oggi murata nel convento dei Francescani del Miracolo Eucaristico, e ciò che vi era è visibile nel percorso archeologico guidato del Ponte di Diocleziano, collegato con l'area archeologica del convento di San Legonziano[19].Alcune chiese tra il VI e il XII secolo furono costruite sui resti di templi romani, come quella di San Biagio costruita sopra la cappella di San Giorgio eretta sul tempio di Minerva, la chiesa di Santa Maria Maggiore sopra il tempio di Apollo del bosco sacro, dove oggi sorge il rione Civitanova, e la chiesa di Santa Lucia sorta sopra il tempio di Giunone. Ciò che meglio si conserva del passaggio romano è il Ponte dell'imperatore Diocleziano del III secolo, usato per migliorare l'accesso alla città, dal tracciato della via Flaminia, che da Ostia Aterni, attraverso Ortona, collegava Anxanum a Histonium, proseguendo verso la Puglia. Gli scavi archeologici del 1993 hanno rilevato alcuni elementi riferibili alla testata di un ponte romano, che oggi si mostra molto rimaneggiato, poiché il ponte oggi è frutto di restauri del 1088 e del 1138 per terremoti, e poi del XV secolo con l'edificazione di un secondo corridoio di transito. Una lapide rinvenuta in loco nel 1785 dallo storico Omobono Delle Bocache conferma l'esistenza del ponte romano, per volere della "divina maestà" dell'imperatore Diocleziano. L'epigrafe è stata studiata anche da Theodor Mommsen[20], che però la ritenne falsa.
 
Olle cirerarie di Ponte Messato
  • Interamnia Urbs - Necropoli di Ponte Messato: della città di Teramo, nello studio dei reperti d'epoca italica prima e dopo la presenza di Roma, fuori dal perimetro murario, è di grande interesse la necropoli della Cona, o di Ponte Messato, poiché i reperti presenti dentro il centro storico sono in gran parte risalenti al I-II secolo d.C., come il teatro, l'anfiteatro e le varie domus con i mosaici pavimentali. La necropoli si trova lungo la via Cecilia, che da Interamnia portava ad Amiternum, nonché è stata trovata una seconda necropoli, che si trova nella zona tra Interamnia e Castrum Novum (Giulianova). Da quest'ultima provengono due iscrizioni funerarie con la menzione dei defunti: Archipeta Eunuchus, Valeria Praetuttiana, nonché un'altra di Quinto Poppeo, patrono del municipio della colonia, riadoperata come coperchio di una tomba. I ritrovamenti di monete attestano l'uso di questa necropoli fino alla seconda metà del III secolo d.C. Lungo il tracciato della stessa via, presso il fiume Vezzola, due urne in travertino testimoniano la probabile esistenza di una stanza sepolcrale con tombe a fossa. La zona di Ponte Messato è stata scoperta nel 1961, nei pressi della chiesa della Madonna della Cona, e fu scavata a più riprese tra il 2000 e il 2008. Le tombe rinvenute appartengono a varie epoche, a partire dal IX secolo a.C. fino all'età imperiale. La necropoli del periodo italico risale ai secoli IX-VI, con tombe a inumazione, mentre quelle del II secolo d.C. sono ad incinerazione, con tombe a cappuccina. Gran parte del materiale dei corredi funebri è conservato oggi nel Museo archeologico "Francesco Savini", della necropoli c'è una particolare tomba imponente che raggiungeva i 3 metri di altezza, con mausoleo allineato sulla strada, dove 2 cippi gemelli indicavano i confini di proprietà dell'area sepolcrale del defunto "Sextus Histimennius".
  • Aufidena: sovrasta la zona del castello medievale di Alfedena, ed è detta "Acropoli "oppure "Civitalta". Fa parte di un sistema di fortificazione dei Sanniti Pentri, che insieme ai Peligni governavano la zona dell'Altopiano delle Cinquemiglia, come dimostrano anche le mura poligonali di Castel di Sangro, dette "scale del lupo", di Scontrone e Roccacinquemiglia. Si tratta di un sistema composto di muratura a blocchi di pietra addossati gli uni sugli altri, con delle torrette di controllo e delle porte di accesso. La zona dell'Acropoli di Aufidena è altresì composta da mura difensive, nonché da resti di mura di case del villaggio che si trovava in cima all'altura. Numerosi sono i frammenti di ceramiche votive rinvenute dall'archeologo sulmonese Antonio De Nino alla fine dell'800, conservate nel Museo aufidenate "De Nino" presso Castel di Sangro.
    I ruderi sono visibili tra i cespugli, benché sia stato realizzato un percorso di facilitazione dell'impianto planimetrico italico. Si trovano resti di edifici pubblici, di un forno, una cisterna monumentale, dei templi. Un tempietto è contraddistinto dai resti delle colonne, poi della basilica, di cui si intravede il perimetro. Segnaletica turistica anche se datat consente di migliorare la visita, e guidano nella parte est, dove si trova una necropoli.
 
I Templi romani di Chieti
  • Teate Marrucinorum: unico grande centro dei Marrucini, poiché gli altri erano semplici "vici", sorge dove si trova l'attuale Chieti, sul colle posto tra i fiumi Pescara e Alento, all'estremità del grande terrazzo che dalla Majella scende al mare. Di epoca italica e pre-italica si conserva ben poco, ad eccezione del materiale ornamentale delle necropoli e dei templi, scoperti a partire dalla fine dell'800 in diverse necropoli situate a Colle Marcone, Santa Maria Calvona e Madonna del Freddo, e raccolte nel Museo archeologico[21].. Dell'epoca romana resta invece molto, a partire dall'età imperiale di Augusto e dei Giulio-Claudi (I secolo d.C.), quando a Teate si espresse un forte dinamismo culturale e politico, i cui rappresentanti furono il console e mecenate Asinio Pollione e Marco Vezio Marcello. Il centro italico doveva sorge nella parte più alta del centro storico, nel quartiere Civitella, dove si trova l'anfiteatro romano edificato nel I sec. d.C. dove si trovava un primitivo "pagus", successivamente ampliatosi dopo la decadenza di Danzica di Rapino, roccaforte italica della Majella orientale, esistente sin dall'età del ferro. Durante il II secolo a.C. il piccolo villaggio di Teate, la cui leggenda vuole che sia stato fondato dall'eroe Achille in omaggio alla madre, e la cui tradizione vuole tal nascita fosse avvenuta l'11 maggio 1181 a.C.[22](il che comporta il primato di Chieti tra le città più antiche d'Italia e la più antica d'Abruzzo), si ampliò notevolmente, e ciò è testimoniato dal cambio di stile delle ceramiche rinvenute in loco, presso il sagrato della chiesa di Santa Maria della Civitella, fino ad estendersi nell'area di Piazza Tempietti Romani, dove si trovava il foro. Più oltre la presenza di case, cisterne e un edificio termale sotto le mura civiche fanno pensare ad una zona occupata prevalentemente da abitazioni private. Il corso Marrucino corrisponderebbe al cardo maximus del tracciato urbano della via Claudia Valeria, che vi passava per scendere al mare di Pescara, e la presenza di abitazioni è testimoniata dalle grandi cisterne sotterranee che percorrono la "via Tecta"[23].L'importanza di questa città per l'impero romano, dopo la conquista del I secolo a.C., è data dalla mole stessa dei grandi edifici pubblici, e dagli scavi archeologici dei templi, del teatro, dell'anfiteatro e delle terme. Il teatro si addossava alle pendici occidentali della Civitella, presso Porta Napoli, in una zona particolarmente franosa, e ciò ne ha determinato il crollo parziale nei secoli, oltre al parziale reimpiego per le abitazioni medievali. Di esso si conserva abbastanza bene la cavea, liberata dalla case civili: la parte centrale di questa era ricavata dalla pendice naturale del terreno, mentre le estremità erano costruite fino ad un'altezza massima di 9 metri, e il diametro era di 84 metri.
 
Stele funeraria conservata nel Museo archeologico "La Civitella" di Chieti

I tre templi scomparsi erano parte di un santuario decorato con statue a frontone e lastre di rivestimento di raffinata fattura, che sorgeva intorno al II secolo, la documentazione archeologica ha permesso l'individuazione degli edifici, proviene dal numero di frammenti fittili, rinvenuti a metà anni '60 durante i lavori di costruzione della palestra dell'Istituto Magistrale "Isabella Gonzaga", in una fossa votiva e dai resti di fondazioni dei templi ancora visibili nel sito del Parco della Civitella. Gli scavi del 1982 hanno chiaramente reso maggiori informazioni sulla presenza di questi templi, e sull'insistenza su di essi del successivo anfiteatro. Le terrecotte e le statue degli edifici sacri vennero depositate in una fossa del terreno più a valle, per un altro utilizzo, che non avvenne. Della struttura relativa a uno dei templi, di cui sono state rinvenute parte delle fondazioni realizzate in calcestruzzo, si desume che potrebbe essere orientato a Nord-Est, col fronte verso la chiesa di Santa Maria. Il tempio era composto da tre celle a doppio colonnato anteriore, ed aveva misure standard per i canoni romano-italici del periodo.
Degli altri edifici no si conosce quasi nulla, se ne ipotizza l'esistenza sulla base di complessi decorativi che sembrano appartenere ad altri due templi, e ad altre edicole votive. Probabilmente i tre edifici principali trovavano posto l'uno accanto all'altro con il fronte allineato lungo la viabilità dell'Acropoli della Civitella. In età cesariana la zona era in grave dissesto idrogeologico e le costruzioni vennero livellate, e le decorazioni vennero depositate sotto terra in occasione della costruzione del porticus, realizzato a sostruzione della collina.
Al I secolo d.C. risale la costruzione effettiva in pietra e mattoni dell'anfiteatro: le prime testimonianze di una presenza sul colle di una struttura quale ludus gladiatorum, sono nell'attuale Palazzo De Chiara, nella metà dell'800, quando venne sistemata la Piazza d'Armi. In questo conteso furono scoperti per caso per la prima volta i templi italici[1]Durante gli scavi del 1982, nel 1991-92 fu scoperto anche l'ingresso settentrionale, quando vennero demolite le tribune del vecchio stadio, insieme a piccoli edifici artigianali, e una fornace. L'anfiteatro misura 60x40 metri, ricavato lungo le pendici orientali del colle, era direttamente collegato con la viabilità cittadina a nord, e con quella extraurbana a sud, per la posizione periferica e per la tipologia, trova stretti confronti con l'anfiteatro di Alba Fucens.
L'edificio ha la pianta ellittica, fu realizzato sfruttando al massimo la conformazione naturale del terreno: l'arena, il campo centrale in terra battuta, fu adattata sbancando una piccola della collina; sagomando i pendii di questa furono ricavate tutt'intorno le gradinate della cavea, semplicemente rivestita in pietra, dove prendevano posto gli spettatori.

 
Punta Penna vista da Punta Aderci, i luoghi dove esistevano i villaggi di Buca e Pennaluce
  • Histonium - Punta d'Erce - Buca: di italico, la città di Histonion, poi Histonium, conserva ben poco, piuttosto è di interesse notare come esistessero, nella zona del Sinello, delle località più remote. Infatti già all'epoca del Romanelli ci si interrogava sull'esistenza di villaggi neolitici-italici presenti nei promontori di Punta d'Erce (Punta Aderci), Punta Penna e Buca. Nella prima metà dell'800 i reperti archeologici già rinvenuti in loco furono affidati allo storico Luigi Marchesani nel 1848 per essere raccolto in un Museo civico di Vasto,. Il Marchesani fu uno dei primi a parlare, con rigore scientifico, degli insediamenti di Punta Penna, ipotizzando l'origine della popolazione, supponendo anche ad un'emigrazione dei Liburni[24]. Scavi più approfonditi tra Punta d'Erce e Buca furono fatti negli anni '90, e si scopersero le fondamenta del villaggio di Punta d'Erce, composto da capanne, risalente al I millennio a.C., cioè alla fine dell'età del bronzo, con tracce di ceramica, vasellame d'importazione pugliese. Invece a Pennaluce, presso la chiesetta di Santa Maria e il faro del porto, è stato trovato un pilastro del IV secolo a.C., insieme ad altri elementi d'età più tarda, con vasellame e ceramiche, a testimonianza di come il villaggio fosse in contatto con i principali porti del sud Italia, e anche con l'Africa. In virtù del toponimo "Pennaluce", viene ipotizzata anche l'esistenza in zona di un "lucus", o "bosco sacro", con il santuario centro delle attività politiche e religiose della popolazione frentana compresa tra il Biferno e il Foro. Dalle ceramiche del XIII secolo si comprende bene che a Punta Penna esisteva un villaggio popolato dai Frentani. Lo stesso toponimo "Pennaluce" deriverebbe da "Pinna de Luco", e il "lucus" era appunto il luogo sacro degli italici di massimo valore religioso. Il termine "Penna" invece sta ad indicare il promontorio tufaceo che si affaccia sul mare. Probabilmente, dai rinvenimenti, il luogo sacro era consacrati alla dea Angizia, oppure a Cerere ed Ercole. Nella sua Historia Marsorum, Muzio Febonio parla di una villaggio nel promontorio, detto "La Penna", abbandonato agli inizi del '600 per varie cause, tra cui le scorrerie turche, smottamenti e la peste; e il fatto che Febonio ne parli, dato che lui si concentrò su cose riguardanti i Marsi, il villaggio potrebbe avere collegamenti con questo popolo, che venerava la dea Angizia. L'ipotesi tuttavia che il luogo sacro fosse dedicato ad Ercole invece risale alla lapide che recita HERCVLI EX VOTO ARAM / L.SCANTIVS / L LIB.MODESTVS.MAG. / AVG.LARVM,AVGVST. / M AG. / CERIALLIVM VRBANORVM / LD.D.D.D.[25], che si riferisce probabilmente a Punta Penna, amministrato da un "collegio dei cereali". Per quanto riguarda il villaggio di Buca, nei testi di Romanelli e Polidori si parla dei resti di un villaggio nel XVI secolo, presso la Penna, dove esistevano resti di un teatro, di due templi, e di mura con colonne. E ugualmente il Pollidori parlava della leggenda che la città sarebbe stata fondata da Diomede, contrapponendo il parallelismo con la fondazione di Lanciano del troiano Solima.[26].

Probabilmente questo villaggio doveva esistere lungo il tracciato dell'antica via Traiano-Frentana, che da Lanciano portava ad Histonium fino a toccare Buca, proseguendo poi per Bari. Il villaggio doveva essere prospero, e scomparse in seguito alle varie incursioni dei Saraceni, Longobardi, Ungari e Turchi, fino alla distruzione nel 1194 da parte dei Crociati. Del villaggio di Punta d'Erce, si sa che fu ripopolato dopo le invasioni barbariche, e vi era un castello fortificato, con relativa chiesa di San Martino nel 1345, da cui il toponimo anche di "Colle San Martino".

 
Castello aragonese di Ortona, l'area dell'originaria arx romana
  • Hortona: il termine "Hortona" non è di origine indeuropea, e proviene dagli Italici giunti nel XI-X secolo a.C., e stanziatisi definitivamente nei secoli successivi. Quando la tribù dei Frentani si collocò nel Sangro, già abitato dagli Illirici, vennero fondate le città di Anxanum e Histonium, insieme al porto di Ortona, il principale della tribù. A causa delle varie ricostruzioni della città, che dal VI secolo d.C. in poi fu distrutta e rifondata a più riprese, l'ultima volta nel XII secolo, il patrimonio architettonico romano-italico è stato praticamente azzerato, sennonché rimangono alcuni ritrovamenti di ornamenti e lapidi, e la presenza della Pietra di Morrecine nella contrada omonima, ritenuta forse un monumento funebre del I secolo. Per farsi un'idea dell'antico perimetro urbano italico romano, il colle che va da Piazza della Repubblica al castello aragonese (vale a dire l'attuale rione storico Terravecchia o San Tommaso), attraversato dal cardo maximus del Corso Matteotti, costituiva la base del villaggio illirico-frentano, certamente fortificato, perché circondato per 3 lati dal mare, e da un fossato nella parte sud. La prima citazione della città avviene con Strabone (I secolo a.C.), quando Ortona è definita un porto arsenale.
    In età romana il porto era più a nord del colle, sotto il castello, in una località detta ancora oggi "lo Scalo", e reperti del I secolo sono stati trovati presso il castello aragonese, dove si trovava l'arx romana, vale a dire un piccolo fortino, da lapidi ritrovate anche in mare, nell'immediata vicinanza del recinto. A causa di una frana il porto fu poi spostato più ad est, nella zona dove si trovano ancora oggi dei ruderi inerenti al restauro del XV secolo di Alfonso d'Aragona. Vicino alla città vi erano strade romane che portavano in centro, come quella presso il Moro, in località Abruzzini, un'altra presso la pietra di Morrecine, e l'altra lungo la direttrice Tiburtina che portava a sud in Puglia. Gran parte del materiale italico-romano rinvenuto è stato conservato nel Museo Archeologico di Chieti, mentre un'altra parte nel Museo Capitolare di Ortona.
 
Domus con terme a San Benedetto dei Marsi (Marruvium)
  • Marruvium - Alba Fucens - Lucus Angitiae: "Marruvium" corrisponde oggi a San Benedetto dei Marsi, noto come il principale centro della tribù dei Marsi, e si trovava nella zona ovest del lago Fucino. La città ebbe grande sviluppo nel I secolo, quando l'imperatore Claudio fece prosciugare parte del lago, impedendo così inondazioni, e verro eretti nuovi edifici pubblici e privati, come il Campidoglio, l'anfiteatro, le terme. A causa delle mancate manutenzioni del lago, visto che Roma andò sempre più in decadenza, nel V secolo il villaggio risultava completamente allagato, e si spostò più in alto, e cambiò anche nome, da "Marsia" a "Civitas Marsorum"[27][28]. Con il declino dell’Impero romano vennero a mancare i lavori di manutenzione dell’emissario di Claudio, causando l’ostruzione del cunicolo e una conseguente elevazione del livello delle acque del lago; l’inondazione che ne seguì provocò l’allagamento di vaste zone intorno ad esso. Marruvium, essendosi sviluppata nella zona prosciugata, rimase in parte allagata e le continue inondazioni ne causarono la decadenza. L'importanza di questa città nel I secolo è dimostrata dalla presenza di strutture monumentali ancora intatte, come l'anfiteatro, la domus con il complesso termale presso il corso Vittorio Veneto, e due monumenti funebri gemelli, in via Marruvio, conformi alla tecnica costruttiva dei "morroni" di Corfinio (AQ). Di grande importanza è certamente l'anfiteatro, posto fuori la città, a forma elicoidale, misurante 110x80 metri, costruito in epoca augustea, sfruttando il declivio naturale del fossato. La cavea, sostenuta da una struttura a cassone poggiata direttamente sul fosso sabbioso, era realizzata con grandi blocchi in pietra locale. Gli scavi hanno evidenziato la successiva opera di spoliazione per la costruzione di cimiteri e chiese, l'ingresso principale da nord, realizzato in opus reticulatum, con arcate e lesene laterali, ancora oggi conserva l'antico pavimento in lastre di calcare locale.

«Soram atque Albam coloniae deductae. Albam in aequos sex milia colonorum scipta»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 43, 25)
 
Anfiteatro di Alba Fucens

Presso la città di Alba Fucens, prima della ricostruzione romana del 304 a.C., esisteva un oppidum italico, situato in evidente posizione strategica per controllare la Piana del Fucino. Nel 303 a.C., sotto il consolato di Lucio Genucio e Servio Cornelio, Alba fu trasformata in una delle più importanti colonie latine del centro Italia. Il fatto che ALba fosse così importante strategicamente è confermato anche dai dati che annoverano 6000 coloni (da Livio).[29]Durante le guerre sannitiche, Alba a differenza dei Marsi, si alleò con Roma, favorendo la vittoria di Sentinum nel 295 a.C., durante la seconda guerra punica gli Albensi inviarono 2000 uomini per Roma. Alla fine della guerra Siface re di Numidia fu sconfitto e portato ad Alba, usata anche come carcere politico, nel 203 a.C. Stessa sorte toccò a Perseo di Macedonia nel 168 a.C., sepolto dopo la morte violenta nei pressi di Magliano de' Marsi[30]. Anche durante la guerra sociale nel I secolo, Alba rimase fedele a Roma, successivamente nella guerra civile tra Silla e Gaio Mario, gli Albensi parteggiarono per quest'ultimo. Nell'epoca imperiale Alba visse il periodo di massimo splendore, e lo si vede anche dal patrimonio monumentale abbastanza conservato, mentre la decadenza iniziò dal IV secolo d.C. in poi, fino alla costruzione di una nuova cittadella presso Albe Vecchia, presso il castello Orsini.

 
Agrippina di Albas Fucens

Tra le rovine della città romana, si possono ammirare in maniera perfettamente conservata il macellum, le terme ricche di mosaici, i bagni, il sacello di Ercole e l'anfiteatro romano. La città ha un reticolo di strade a scacchiera, tipico dell'urbanistica romana, con griglia di cardi e decumani. Percorrendo il cardo massimo (via del Miliario) è possibile vedere un'antica domus romana divisa in vani con mosaici, di particolare interesse una pietra miliare raffigurante un combattimenti tra gladiatori, e un'iscrizione dedicatoria all'imperatore Magnenzio.[31].Presso il decumano di via dei Pilastri si trovano le taverne con i pavimenti originali, le condutture in piombo dei lavandini, e i banconi per mescita. Ben conservate sono le mura perimetrali ciclopiche con 4 porte di accesso. Altre opere d'ingegneria romana sono l'anfiteatro, fuori le mura, scavato direttamente nella montagna, con la cavea ancora ben conservata e i due ingressi principali dei gladiatori, e la chiesa di San Pietro di Albe, eretta nel XII secolo sopra il tempio di Apollo, i cui resti sono ben visibili nel recinto che separa il presbiterio dalla navata centrale, a testimonianza di come la chiesa sia stata costruita non distruggendo il vecchio edifici, ma inglobandolo. Lusus Angitiae è il principale luogo sacro dei Marsi, situato nei pressi di Luco dei Marsi, da cui riprende il nome. Il villaggio fu abitato dall'Età del Ferro sino al Medioevo, ed era una cittadella fortificata con in cima l'acropoli del santuario della dea Angizia, identificata come la figlia di Eete e come sorella la maga Circe, insieme a Medea. La dea era custode dei segreti curativi e di filtri magici, nonché l'elemento a lei associato era il serpente. Presso il sito si trovano ancora i resti di capanne protostoriche del X secolo a.C., mentre al IV secolo è ascrivibile la nuova cinta muraria poligonale, insieme a tracce di terrazzamento, cisterne, pavimentazioni di case, sepolture. Negli anni '70 sono stati ritrovati numerosi elementi in opus fictile presso le botteghe, e ornamenti di statuette votive, insieme al podio del santuario di Angizia. Gran parte del materiale è conservato nell'Aia dei Musei di Avezzano.

Cronologia
  • 11 maggio 1181 a.C.: fondazione mitica di Teate (Chieti) da parte dei guerrieri Achei, seguaci di Achille nella guerra di Troia. Il piede di Achille viene rappresentato ancora oggi nello stemma della città di Chieti, ritenuta la città più antica abruzzese[32].
  • 1180 a.C.: l'antico eroe troiano Solima, compagno di Enea, miticamente fondò le città di Solima-Sulmo (Sulmona) e di Anxia, che poi cambiò i nomi in Anxanon (greco), Anxanum (in latino) e Lanzano (in medievale), ossia l'attuale Lanciano. Quest'ultima ebbe nome in memoria di Anxa fratello di Solima[33].
  • 1000 a.C.: mitica fondazione dai fenici di Petrut-Pretut-Interamnea Pretutia/Pretutianum-Pretutia (Teramo)
  • VIII secolo a.C. circa: fondazione dai liburni di Truentum-Castrum Truentinum (Tortoreto)
  • VIII secolo a.C. circa: fondazione di Hatria (Atri)
  • VIII secolo a.C. circa: fondazione dai sabini di Amiternum
 
Strada romana ad Alba Fucens
  • VIII - VI secolo a.C.: Popolamento dell'Appennino abruzzese da parte di popoli pastorali sabini, seguendo il rito del Ver Sacrum (primavera sacra), con il quale si consacravano agli dei i nati durante la primavera. Essi, una volta divenuti adulti, lasciavano il proprio territorio per colonizzare una nuova terra, costituendo così un nuovo popolo. Le nuove tribù si consacravano nel nome di una divinità: Pico per i piceni, Marte per i marsi, Vesta per i vestini.

La romanizzazioneModifica

Le guerre sanniticheModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre sannitiche.

La fonte principale sui fatti della "romanizzazione" degli Italici abruzzesi è l'opera Storia di Roma dalla fondazione ("Ab Urbe condita libri") di Tito Livio. Nel libro VIII egli descrive le guerre sannitiche, scoppiate con la secessione dei Lucani e di Taranto nel 324 a.C.: si sta parlando della seconda guerra sannitica, poiché nella prima l'Abruzzo non ne fu coinvolto. Il popolo abruzzese dei Vestini, rimasto all'inizio neutrale, si unì ai Marsi, ai Peligni, ai Marrucini. La questione fu dibattuta dai consoli Giunio Bruno Sceva e Lucio Furio Camillo, se allearsi i Sanniti o punirli severamente, ma il popolo romano votò la guerra ai Vestini, così Bruno si occupò di essi, mentre Furio Camillo penetrava nel cuore del Sannio. A causa di un male, Furio Camillo fu costretto a ritirarsi, e ricevette l'ordine di nominare un dittatore, ossia Lucio Papirio Cursore, che devastò le campagne vestine e i villaggi. Il console Quinto Fabio Massimo Rulliano sconfisse ripetutamente i Sanniti a Cluviae, poi Nola, ed infine nella battaglia di Boviano, in Molise, zona del Matese. Le trattative di pace si conclusero l'anno seguente con un patto d'alleanza tra Sanniti e Romani, senza che però gli Italici divenissero "alleati".

 
!I "morroni" funebri di Corfinio, presso la basilica di San Pelino

Nel corso della terza guerra sannitica, scoppiata per schermaglie tra Sanniti e Lucani, i quali chiesero nel 298 a.C. protezione a Roma, il console Gneo Fulvio Massimo Centumalo penetrò nella Pentria, ossia l'area di Isernia e dell'alto Sangro, saccheggiando le città di Aufidena e Boiano[34]. La resa dei conti ci fu nella battaglia di Sentino nel 295 a.C., presso le Marche, contro la coalizione di Etruschi, Galli e Umbri. Negli anni successivi i Sanniti si riorganizzarono più volte contro Roma, senza però riuscire a sbaragliare i Romani, capeggiati dai consoli Spurio Carvilio Massimo e Lucio Papirio Cursore, che li sconfissero ad Aquilonia nel 293, risalendo il fiume Liri fino alla Marsica. Un esempio della distruzione nelle guerre sannitiche è la roccaforte di Milonia, dove oggi sorge Ortona dei Marsi. Le ultime resistenze dei Sanniti furono spinte a Venosa e poi nuovamente a Bojano, dove furono annientate nel 290 a.C.

La guerra socialeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra sociale.

Dato che gli Italici, dopo le guerre sannitiche, furono sì annessi a Roma, senza però riceverne i benefici, come ad esempio la cittadinanza, se nonché era stata guadagnata solo dai membri più influenti delle città, al livello politico e religioso, presto tra la popolazione serpeggiò il malcontento, scoppiato in una nuova grande rivolta nel 90 a.C. chiamata "guerra dei soci", o anche bellum Marsicum come detto sia da Livio che dal Febonio, perché si combatté in gran parte proprio nella zona dei Marsi, propagandosi per tutto il Sannio fino alla Puglia. Piceni, Vestini, Peligni, Marrucini, Frentani, Sanniti, e più a sud i Lucani e gli Apuli si ribellarono a Roma, costituendo un nucleo statale nella cittadina di Corfinium, nella valle Peligna, chiamata per la prima volta "Italia", nome simbolico per unire tutte le popolazioni della penisola in un'amministrazione. Fu eletto un senato di 500 membri, 2 consoli, il marsicano Quinto Poppedio Silone e il sannita Gaio Papio Mutilo, insieme a 12 pretori.[35]Corfinio fu scelta non solo per la sua posizione baricentrica nello stato del Sannio, che si trovava al termine del valico del Sirente-Velino, al centro della conca Peligna, presso le rive dell'Aterno, avendo al confine orientale la protezione della Majella, ma anche per posizione strategica, occupando la via Tiburtina Valeria, importante strada di collegamento tra Romea e l'Adriatico.

Numismatica corfiniense
 
Moneta corfiniense coniata nell'epoca della guerra sociale, con il termine "Italia"

La neo capitale incominciò a battere moneta poco dopo il 90 a.C., per contrastare il monopolio della numismatica romana, e per sancire materialmente l'importanza politica che comportava la nascita del nuovo stato. La prima moneta coniata mostra una testa femminile coronata di alloro con la scritta ITALIA, un'altra moneta recante la scritta VITELIU, da cui il nome della capitale stessa[36], testimonia la più antica tradizione del nome "Italia", risalente gli osco-umbri. Tra gli studiosi si è dibattuto sulle origini del termine, dato che questo ricorre anche in Calabria, nell'epoca del VIII secolo a.C., ma solo all'epoca della conquista romana, il termine venne esteso in tutta la Penisola. Il termine deriverebbe dall'etrusco "italós, ossia il toro, come è raffigurato nella moneta, che incorna la lupa romana schiacciandola dal dorso.

Prima che la guerra scoppiasse con la rivolta di Ascoli Piceno[37], gli Italici per le concessioni della cittadinanza e dei diritti pari a quelli di Roma, mandarono una delegazione per avere il diritto, in cambio della pace. Il senato si rifiutò mediante la sentenza di Quinto Vario, tribuno della plebe sostenuto dagli "equites", il quale costituì inoltre un tribunale per la condanna dei traditori della patria. La notizia nel Sannio fu accolta con grande rabbia e le varie tribù, prima di riunirsi a Corfinio, massacrarono ad Ascoli i patrizi romani, distrussero le ville, le fortezze militari, saccheggiarono i campi, rincorrendo in una vera e propria caccia all'uomo chiunque fosse romano. Roma intervenne, ma inizialmente senza successo.[38] I primi successi degli Italici costrinsero i Romani a preparare un esercito più potente, in primavera la guerra si era diffusa in tutto l'Abruzzo e nel Sannio molisano-campano. I Romani, temendo anche la sollevazione dell'Etruria e dell'Umbria, furono indotti a dare delle concessioni, come la "lex Iulia", che concesse la cittadinanza romana a tutte le popolazioni rimaste fedeli a Roma, come Alba Fucens, mentre con la "lex Plautia Papiria" la cittadinanza fu estesa a tutti gli abitanti delle città latine o alleate che si denunciassero al pretore entro 60 giorni. Queste leggi volsero a sostegno dei Romani per indebolire gli insorti, e le defezioni principali furono quelle di Teate, Anxanum e Sulmona, mentre altre città come quelle della Marsica e di Corfinio opposero una resistenza disperata fino alla distruzione nell'88 a.C., mediante l'esercito di Silla e Gaio Mario. A nord operavano le truppe del console Publio Rutilio Lupo, che aveva i suoi legati Mario, ritornato dall'Oriente. Nel 90 a.C. i Marsi attaccarono a sorpresa l'esercito nemico presso il fiume Tolero, nel territorio degli Equi, e Lupo vi trovò la morte insieme a 8000 soldati.

Solo Gaio Mario riuscì ad evitare la catastrofe continuando la resistenza, anche se più avanti si accorgerà che il sentimento di riscatto italico attecchirà anche tra gli Etruschi e gli Umbri, soldati mercenari di Roma. Alla fine del 90 a.C. Giulio Cesare senior decise di varare una legge che permetteva a quelle comunità di acquisire la cittadinanza romana, appunto la lex Iulia. La seconda legge fu varata da Marco Pluzio Silvano e Caio Papirio Carbone. I nuovi cittadini romani tra gli Italici non furono distribuiti tra le 35 tribù latine, ma scorporati in 8 tribù aggiuntive, affinché non avessero particolare influenza nelle assemblee pubbliche. Nell'89 a.C. il console Strabone propose la lex Pompeia che permetteva ai coloni della Gallia Cisalpina di acquisire la cittadinanza, esempio di come Roma alla fine avesse dovuto per forza piegarsi alle richieste dei popoli italici per non trovarsi annientata. Nel frattempo la guerra sociale in Abruzzo proseguì, ed entrò nella fase del cosiddetto "bellum Marsicum"[39], perché si combatté prevalentemente nel territorio del Fucino. I Marsi accorsero in aiuto degli Etruschi rivoltosi, e furono raggiunti da Strobone, che uccise 15.000 italici, spegnendo di fatto ogni velleità di resistenza. Successivamente mosse su Ascoli per vendicare il massacro del 91, e la città fu rasa al suolo. In quel periodo anche i Peligni e i Vestini si arresero, mentre il tesoro di "Vitelia" (Corfinio) veniva traslato nell'88 ad Isernia, più ben riparata. Il controllo della rivolta stavolta passò in mano alla tribù dei Pentri, e in aiuto di Roma accorse Silla dalla Campania, distruggendo Pompei, Ercolano e Stabia, fino a giungere a Boviano, territorio storico per le rivolte dei Pentri due secoli prima. Il movimento meridionale sannita di Nola e della Lucania continuò la lotta fino all'82 a.C., mentre Isernia e Corfinio cadevano sotto il controllo di Silla, dopo ilo massacro dell'altopiano delle Cinquemiglia. Corfinio subì un saccheggio sanguinoso, e fu privata dell'antico nome, venendo chiamata "Pentima", toponimo rimasto fino al ristabilimento del nome antico nel 1928, ma il territorio circostante nel Medioevo era detto anche "Valva", tanto che ancora oggi la diocesi di Sulmona è detta "Sulmona-Valva".

Organizzazione territoriale della Regio IV SamniumModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Regio IV Samnium.
 
Abruzzo e Molise nella fascia territoriale della Regio IV

La Regio fu formalmente istituita durante il principato di Augusto, in un progetto di riordinamento amministrativo dei territori dell'impero, e comprendeva la Sabina reatina, l'Abruzzo attuale e il Molise. A nord confinava con la Regio V Picenum, ossia le Marche, ad ovest con la Regio I Latium et Campania, comprendeva il territorio della vallata dell'Aterno con Amiternum, la piana del Fucino con Marruvio, e le catene montuose dei Monti Sibillini e del Sirente-Velino, la conca Peligna di Sulmona, la piana dell'Alento con Teate, la fascia costiera di Ortona e Histonium, la Frentania di Anxanum e la bassa zona del Biferno, del Trigno-Sinello, con le città di Isernia, Boiano e Larinum.

Urbanistica delle città del Sannio abruzzese, durante l'impero romano

Oggi molti si conserva del passaggio romani nelle città abruzzesi, e nei siti archeologici isolati, come teatri, anfiteatri, templi, terme. Molti si deve all'urbanistica improntata alla maniera romana con il cardo e il decumano, il foro, l'area sacra, l'area esterna dei ludi, i complessi termali e di condotta delle acque. Eccone i vari esempi:

  • Area aquilana-aternina: l'antica città dei Sabini si trova sul colle di San Vittorino, tra Coppito e Pizzoli, capitale dei Vestini aquilani, e importante città sino al IX secolo, Marco Terenzio Varrone sosteneva che i cittadini si chiamassero Atermini in quanto risiedevano presso il fiume Aterno.[40], e dello stesso parere erano Catone il Vecchio e Dionigi di Alicarnasso[41]La città dette i natali ad Appio Claudio Cieco e allo storico Gaio Sallustio Crispo. Dell'antica città italica poco rimane, in quanto l'abitato subì varie trasformazioni e anche distruzioni per terremoti e invasioni barbariche, soprattutto dal VII secolo in poi. Nel 293 a.C. fu conquistata dal console Manio Curio Dentato, che vi installò le tribù Quirina e Velina.
    L'antico oppidum italico sul colle di San Vittorino, come dimostra la presenza del teatro romano, si andò spostando sulla riva del fiume, più a valle, nell'area dell'anfiteatro romano di Amiternum. Nel 27 a.C. la città divenne municipium, e durante l'età augustea la città vide il suo apogeo con grandi costruzioni di teatri, templi, strade e fori. Dalle epigrafi si sa che la città era divisa in due da un cardo, nella zona nord c'era il centro con il foro romano, in seguito il complesso termale sulla sponda destra del fiume, e lì anche due acquedotti, che furono usati anche dalla città nuova d'Aquila nel Medioevo. La città divenne anche centro fiorente dei traffici commerciali e della transumanza, visto che si trovava in posizione favorevole lungo la via Tiburtina Valeria[42], ma nel 574 d.C. dopo un periodo di crisi, venne distrutta dai Longobardi e inclusa nella provincia Valeria della Marsica. Dopo che venne progressivamente abbandonata dai cittadini che parteciparono nel 1254 a fondare la nuova città, insieme ad altri castelli ella zona, nel 1878 furono condotti gli scavi archeologici per riscoprire l'antico tesoro di Amiternum. Vennero alla luce un calendario liturgico, il teatro e l'anfiteatro, nella zona "Ara di Saturno". La scena è lunga circa 60 metri, presenta molti elementi di interesse che accomunano questo monumento al Colosseo romano, con muratura in opus reticulatum.
 
Il teatro romano di Amiternum

Altro grande importante centro della vallata dell'Aterno, situato però nella piana di Navelli, lungo il tracciato della Tiburtina Valeria, è il sito di Peltuinum. Il territorio si trova tra gli attuali comuni di Prata d'Ansidonia e San Pio delle Camere, le prime campagne di studio furono avviate tra il 1982 e il 1965, in collaborazione della Soprintendenza con l'Università degli Studi La Sapienza: nel corso dei primi scavi furono scoperte le mura di cinta nell'area meridionale. La città fu fondata dai Vestini nel III secolo a.C., come dimostra lo stile delle mura, e dopo la conquista romana furono erette le grandi strutture pubbliche, e la città divenne una florida stazione commerciale perché posta sulla via Tiburtina e sul tratturo che collegava Amiternum con la Puglia, e da lì si dipartiva la via Claudia Nova, edificata dall'imperatore Claudio nel 47 d.C. L'edilizia dei monumenti oggi conservati consiste in edifici in opus cementicium con paramento reticolato sostituito in tratti da blocchetti. Si conservano, dell'epoca pre-romana, un tratto della cinta muraria in mattoni a doppio andamento, con porta dal doppio fornice, racchiusa tra due torri di guardia a pianta semi-ellittica, insieme al tempio di Apollo ed a un teatro romano, conservato in parte perché divenuto cava di prelievo per la vicina chiesa di San Paolo di Peltuinum. Il tempio di Apollo era quadrato, con pronao a colonne d'ordine corinzio, tre colonne sul prolungamento delle ante, orientato a nord. Le cella era grande 17x10 metri, e la pavimentazione era in opus sectile.[43]

 
Il santuario di Ercole Curino a Sulmona
  • Area Peligno-Marsicana: nella Valle Peligna, i cambiamenti sono stati apportati alle tre principali città di Sulmona, Corfinio e Ocriticum (oggi Cansano). Nella Marsica invece si hanno importanti reperti nella domus romana di Avezzano, nel complesso termale di Marruvio, nell'anfiteatro di Alba Fucens, e nei cunicoli di Claudio, che rappresentano il primo tentativo di prosciugamento del Fucino. Per quanto riguarda Sulmona fu restaurato il santuario di Ercole Curino fuori le mura, esistente sin dal IV secolo a.C., seguendo lo stile di matrice ellenistica, e laziale romana.[44]Il complesso del tempio si articola su due livelli di terrazze, con muro in opera cementizia. Al di sopra di questi muri c'è il piazzale con 14 ambienti a volta a botte, sul secondo terrazzo che è maggiore, si trovava il tempio, di cui rimane la cella sacra, in posizione più elevate, che era circondata dal piazzale e dall'ordine delle colonne. Questo sacello conserva mosaici parietali e pavimentali con motivi decorativi ellenistici, ornamenti in tralci vegetali, animali, delfini, palmette, delle folgori che alludono alla forza di Giove, padre di Ercole, dedicatario del tempio. Una lapide attesta il restauro curato da Caio Settimio Popilliano, conservata nel museo civico di Sulmona.
    A proposito del complesso basilicale dell'Annunziata, nell'area del palazzo del museo è stata rinvenuta una preziosa domus romana nello scavo del 1991. Al livello più basso i mosaici per lo stile fanno datare la casa al II secolo d.C., e la costruzione era dotata di un "impluvium" per l'acqua piovana. Su una parete si conserva anche un affresco in stile pompeiano, che ritrae la "hierogamia" tra Dioniso e Arianna e Pan ed Eros.[45]
    Purtroppo Sulmona conserva, al livello architettonico, molto poco della presenza italica romana, ma si può leggere l'antico impianto quadrangolare cel "castrum" romano, che cingeva l'attuale piazzale Carlo tresca (ex piazza Vittorio Emanuele), all'ingresso del corso Ovidio, poi le due circonvallazioni delle mura all'altezza di Porta Iapasseri e Porta Romana; il perimetro si concludeva presso lo sbocco del corso Ovidio in piazza Garibaldi o del Mercato. Nell'epoca angioino-aragonese verrà edificata una seconda cinta muraria che includerà nuovi borghi, come il Borgo Pacentrano e il Borgo Santa Maria della Tomba. Nell'epoca romana, e poi medievale, l'area a sud delle mura, dove si trova la piazza del mercato, era usata per i commerci, e vi scorreva un primitivo acquedotto che raccoglieva le acque del Gizio, rifatto poi da Manfredi di Svevia.
 
Piazza del Teatro Romano a Corfinio, con l'abside della chiesa di San Martino

La città di Corfinium nel I secolo d.C., dopo lo smantellamento del governo della "capitale Italica", e il passaggio di Giulio Cesare con le sue truppe nel 49 a.C. per ristabilire l'ordine[46], spento ogni sentimento di ribellione, nell'epoca imperiale divenne un importante centro della valle Peligna, insieme a Sulmona. Benché oggi sia difficile la lettura dell'area romana a causa della ricostruzione della cittadina nel Medioevo, in Piazza Corfinium è possibile vedere il semicerchio del teatro romano, che fu costruito sull'estremità orientale dell'arx di difesa. L'imperatore Claudio potenziò la viabilità mediante la via Claudia Nova, e ampliò la vecchia via Valeria. Nel II-III secolo d.C. tale fermento urbano non si estinse, e testimonianze epigrafiche lasciato intendere come la città fosse ancora in pieno sviluppo commerciale. Un grande complesso termale venne eretto da Sergio Cornelio Dolabella nel 113 d.C., e nello stesso periodo fu eretto un nuovo tempio per volere di Gneo Alfio Massimo, come si deduce dalle epigrafi[47]. Presso la Basilica di San Pelino, che si trova fuori il centro, si stagliano due monumenti funebri in pietra della Majella, detti "morroni", perché ricavati dal Monte Morrone, in origine rivestiti di travertino. Rappresentano insieme a quelli di San Benedetto dei Marsi (via Marruvio) un importante esempio dell'evoluzione della sepoltura abruzzese d'epoca italica, questa volta di stampo celebrativo, seguendo la forma del mausoleo. A causa dei saccheggi che Corfinio subì dal V secolo in poi è difficile dare una chiara lettura del manufatto, una torre è più grande dell'altra, disposta di un vano, dove si trovava la camera sepolcrale, mentre l'altra è più piccola. Presso questa si trova una lapide ottocentesca che ricorda la fierezza dell'antica Corfinium durante la guerra sociale, quando divenne la capitale dello stato dei Sanniti. Di interesse è anche l'area del teatro romano, costruito nel I secolo, con diametro di circa 75 metri, e una capienza di 4000 posti. Scena e orchestra vennero distrutte nel V secolo circa, per utilizzare il materiale per la costruzione di chiese ed altri edifici, come testimonia la presenza della parrocchia di San Martino, addossata alla cavea.

 
Basilica di San Pelino, che sorge sopra degli edifici romani
  • L'Acquedotto delle Vuccole, detto anche delle Uccole o Buccole, collegava il Castrum Radiani con l'antica capitale italica.
  • Area archeologica don Antonio Colella: si divide in Piano San Giacomo: zona della Civita, sono stati scoperti resti di marciapiedi, portici, pavimenti in mosaico. Il tessuto urbano è del II secolo prima di Cristo. Zone come le terme e le domus sono del secolo successivo, quando la città fu trasformata allo stile romano. Vi sono pavimenti in mosaico policromo, un ninfeo in mosaico di pasta vitrea, il peristilo di questa domus era ornato da stucchi e affreschi sul soffitto. Accanto alla domus ci sono le terme con le colonnine dell'intercapedine che permetteva il passaggio al calidarium. La seconda è l'area del tempio italico: presso la strada provinciale per Pratola Peligna, si trova il santuario del I secolo. Si vedono il podio, il sacellum a mosaico. Gli oggetti votivi come statuette sono conservate nel museo archeologico civico.
 
Piazza Teatro, in parte è visibile la cavea, poi l'abside della chiesa di San Martino
  • Reperti del Museo civico archeologico Antonio De Nino: si trova in Piazza Corfinium, il museo è diviso in due livelli, il primo al piano terra ricostruisce lo studio del famoso archeologo abruzzese, mentre al primo piano ci sono 10 sale espositive che documentano il periodo storico dal Neolitico al Medioevo nel territorio della valle peligna. Dell'epoca italica molte sono le statue e oggetti sacri e privati trovati negli scavi del territorio, e presso anche le zone vestine e del Tirino. Opere di interesse come una fabula è stata trovata nel santuario di Ercole presso Sulmona. Altre opere tarde del I secolo sono cammei, raffiguranti l'imperatore Claudio per esempio, mentre di grande valore storico è la moneta italica coniata dai peligni, con scritto ITALIA, durante il periodo della guerra sociale contro Roma.
  • Piazza del Teatro: la piazza del Teatro (dove si trova l'abside della chiesa di San Martino) conserva la pianta ad ellisse, e agli angoli si trovano i bastioni del teatro, che ora servono come contrafforti delle case medievali. Il teatro fu costruito dopo la conquista di Corfinium nel I secolo a. C.,aveva un diametro di 75 metri e una capienza di circa 4000 posti. Dopo il terremoto il teatro, in parte ancora esistente, fu smontato e una lapide è stata posta all'esterno della basilica vslvense, che recita T. MITTIUS P(ublius) F(ilius) CELER. IIIIVIR QUINQ(ennalis) THEATRUM. MUNDUM. GRADUS. FACENDOSI. CURAVIT.

Il villaggio di Ocriticum fu costruito in località Iovis Larene, come testimonia anche la "Tabula Peutingeriana", poco distante da Sulmona. Di fondazione italica, il primitivo villaggio era caratterizzato dall'abitato e una necropoli (IV secolo a.C.). Un terremoto verificatosi in età adrianea nel II secolo d.C. danneggiò irreparabilmente il villaggio, che si spopolò lentamente fino all'abbandono nel VI secolo. Quel che è possibile leggere di questo villaggio sono i templi maggiori, uno d'epoca italica (IV sec a.C.) dedicato ad Ercole, e l'altro del I secolo, dedicato a Giove, provvisti di recinto protettivo.[48]
Nella Marsica, ad Alba Fucens esemplare è l'anfiteatro romano del I secolo d.C., che presenta due porte di ingresso, una a taglio della cinta muraria da sud, e l'altra posta verso l'interno della città a nord. Ha forma ellittica, scavato sul fianco dell'altura di San Pietro, avente l'asse minore 40x69 metri e l'asse maggiore 95x80 metri. Sull'arco della porta nord è presente un'iscrizione che indica il nome del committente, sul lato sinistro p stata rinvenuta una villa che ha la particolarità di essere stata tagliata al momento della costruzione del monumento. Presso San Benedetto dei Marsi nel I secolo d.C. fu realizzato il complesso termale con domus, che oggi si trova nel cuore del nuovo centro cittadino, dove si trova ancora il calidarium con il pavimento mosaicato in tessere bianche e nere. A Magliano de' Marsi invece si trova la preziosa presunta tomba del re Perseo di Macedonia, morto nel 168 a.C. per mano violenta nella prigione di Alba Fucens. Il sepolcro si trova lungo l'antica via Tiburtina ai piedi di Magliano, e del fasto originario poco rimane, poiché danneggiata dal tempo e dall'uomo. Doveva avere un aspetto circolare con copertura a cappuccina in sassi, e dei vani interni accessibili da archi. Di recente è stata affissa una targa che spiega meglio i misteri del manufatto.

  • Area Teatino-Frentana:
 Lo stesso argomento in dettaglio: Teate.
 
Il tempio di Castore e Polluce, ex chiesa di San Paolo, a Chieti

Durante il processo di romanizzazione della città dei Marrucini, l'esempio migliore è dato dalla mugnificenza della famiglia di Marco Vezio Marcello, la cui presenza è attesta dalla lapide del restauro del complesso dei Templi Romani, o Giulio-Claudi. Detti anche "tempietti di San Paolo", perché nel VII secolo vi fu ricavata la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, seguendo lo stesso esempio della chiesa di San Pietro ad Alba Fucens, sono stati individuati con certezza da Desiderio Scerna con gli scavi degli anni '20 del XX secolo, quando la chiesa di San Paolo fu sconsacrata e liberata delle costruzioni successive.[49]Nel 1997 durante i lavori di sventramento del quartiere San Paolo, fu riportato un ulteriore ambiente ipogeo. Si tratta del luogo di culto più antico di Chieti, ed è composto da tre tempietti limitrofi, più un pozzo sacro.
I primi due constano di cella con pronao e cripta, mentre l'ultimo è costituito semplicemente da cella e cripta. Alcuni elementi fanno ipotizzare che siano stati costruiti esattamente nel I secolo a.C., con le mura in calcestruzzo del primo e secondo tempio, e l'suo dell'opus reticulatum per il restauro dei Vezii. Il terzo tempio appare più tardo, del III secolo d.C., quando a Teate la vecchia triade italica degli Dei sopra la Civitella venne definitivamente sostituita dal foro romano, con il completamento dei santuari della Triade Capitolina di Giove, Giunone e Minerva. Tuttavia le fondamenta di questo terzo tempio lasciano comprendere che un edificio sacro del IV secolo a.C. doveva esistere. Nel vano del secondo tempio c'è un pozzo sacro profondo 38 metri, nei vani delle cripte si sono conservate delle monete, frammenti scultorei, busti, pietre sepolcrali e iscrizioni.[50]Il fronte dei tre templi è rivolto verso sud-est, l'antico foro, anticamente vi era un quarto tempio, dove oggi si trova il Palazzo delle Poste, e aveva pianta rettangolare del quale si può ammirare solamente la parte della cella in opus mixtum, con resti del pavimento in lastre di marmo.
L'intervento restaurativo di Vezio Marcello e di Elvidia Priscilla si può leggere sull'iscrizione del frontone del tempio maggiore di Castore e Polluce, il più conservato, perché trasformato nella chiesa di San Paolo. Ha impianto rettangolare con facciata a coronamento orizzontale dal frontone con iscrizione ed architrave curvilinea, di epoca più tarda. Le finestre create sia sui lati che sull'abside, poi murate, sono rimaneggiamenti dell'epoca cristiana. Il materiale è in opus reticulatum. Un altro pozzo sacro si trovava in "Largo del Pozzo", oggi Piazza Valignani, e sorgeva dove oggi si trova la fontana luminosa.

 
Altorilievo d'epoca romana conservato nel Museo "La Civitella" di Chieti
 
Mosaico del Nettuno nel complesso delle terme romane di Sant'Antonio

Dopo l'esempio del Ponte di Diocleziano di Lanciano, la seconda città frentana che beneficiò maggiormente dell'influenza romana fu Vasto, ossia "Histonium". Già dal XVIII secolo diversi ritrovamenti hanno costituito delle vere e proprie collezioni di lapidi e vasellame, che nel XIX hanno composto, per via di Luigi Marchesani un primo museo civico. Nell'ambito religioso, lo storico Marchesani scoperse una necropoli romana che si trovava lungo la direttrice di viale Incoronata[51]. Giungendo verso la città, le tombe si dispongono lungo i lati, settentrionale e occidentale, e una via lastricata che forse scendeva al mare, presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie. La zona del sepolcreto urbano corrisponde a via Crispi e via Roma sud, il vallone di San Sebastiano e la chiesa della Madonna delle Grazie da est, dove sono stati ritrovati tegoloni e pavimenti musivi, e nuclei colombari presso il complesso di Santa Lucia e la cappella del Soccorso. Da San Sebastiano le tombe prendono orientamento verso est-ovest, per assumere uno nord-sud, e proseguono passando per Piazza Diamante fino a Piazza Barbacani, dove si hanno i ritrovamenti più abbondanti. Il tipo di sepoltura è a inumazione, mentre l'incinerazione è più rara, la tipologia più diffusa nelle tombe è quella a tegoloni, con copertura a cappuccina. Delle tombe monumentali, come il sarcofago di tal P. Paquius Sceva, si trovano vari esemplari nella zona Madonna del Soccorso, come pavimenti musivi nella zona Madonna delle Grazie, e quelli in opus spicatum con il colombario in contrada Santa Lucia.

Al livello monumentale, dei templi si conserva poco, poiché vennero distrutti nel IX secolo circa, durante il saccheggio longobardo del conte Aymone, e successivamente vi vennero erette delle chiese, come l'esempio di San Pietro sopra il tempio di Giunone. Il complesso termale rinvenuto nell'ex convento dei Francescani di Sant'Antonio di Padova è di estremo interesse, e fu scoperto nel 1973. Nel 1997 fu scoperto un altro pavimento termale a mosaico presso la chiesa della Madonna delle Grazie, a poca distanza dl complesso francescano, quello più famoso, detto "del Nettuno" per la figura divina ritratta, insieme al corteo delle Nereidi. L'ampiezza del pavimento è di 200 metri quadri, ed ha molte somiglianze con i mosaici di Ostia antica, Pompei: la figura centrale è quella di Nettuno che regge il tridente nella sinistra, e nella destra tiene un delfino, elementi riconducibili alla classica mitologia. Vi appaiono anche figure femminili, le Nereidi, che compongono il corteo, una figura maschile che cavalca un mostro marino e vari motivi floreali e geometrie culminanti a tridente, che costituiscono il corredo della cornice del pavimento, a tessere bianco-nere.[52]I pavimenti termali di Vasto risalgono al II secolo d.C., e fanno parte del progetto di ristrutturazione urbana romana, come l'esempio dell'anfiteatro seminterrato sotto Piazza Rossetti, e gli acquedotti romani sotterranei del quartiere Guasto d'Aimone. Di questi si menzionano l'acquedotto delle Luci e del Murello. Il primo è in laterizio, aveva origine a sud della città, non lontano dalla chiesetta di Sant'Antonio abate e giungeva nella parte bassa dopo un percorso di 4 km, immettendosi nelle cisterne di Largo Santa Chiara, di cui restano due tronconi superstiti, per totale di 12 cisterne sotterranee e nove ambienti in laterizio. Il primo giace sotto Piazza Marconi, via Moschetto e Piazza del Mercato Santa Chiara, il secondo è sotto l'isolato compreso tra via Cavour, via De Amicis e Piazza Marconi. L'acquedotto Murello in parte sopraelevato, e in parte interrato, era in laterizio, e proveniva da nord, passando per Corso Garibaldi, attraverso via Murello, insinuandosi sotto la distrutta chiesa di San Giovanni di Malta, proseguendo per Corso Dante, alimentando la cisterna di via Tacito, uscendo sotto via Laccetti, per giungere in Piazza Caprioli e in via Barbarotta. Fino al '500 nel piano delle Cisterne vi era un collo con colonnetta ad arco, dove scorreva l'acqua, a mo' di fontana.

 
Piazza Rossetti di Vasto, che anticamente corrispondeva all'area dell'anfiteatro

Per l'anfiteatro romano che stava in Piazza Rossetti, interessante è la "via Naumachia" posta accanto la chiesa di San Francesco di Paola, e originalmente ubicata dentro il manufatto, che era alimentata dai canali sotterranei che vi introducevano l'acqua per farvi galleggiare navi per le battaglie. Altre condotte idriche furono rinvenute nel rione denominato via Lago, dove nel 1614 furono ritrovati il muro e le condotte con sezione in direzione verso le chiese di San Giovanni e San Pietro. Questi acquedotti furono usati sino al 1926, quando venne costruito il moderno acquedotto del Sinello, e non sempre venne mantenuti con regolarità, dato che, a causa delle numerose rotture dei canali, la città alta fu soggetta a numerose frane e smottamenti, soprattutto nell'Ottocento.

 
Case di via Adriatica. Scavi archeologici hanno confermato che la maggior parte delle abitazioni del rione Guasto d'Aymone, ossia quello costruito sopra la romana Histonium, hanno basamento romano, così come il sistema viario di questa zona storica è molto diversa da quello del Guasto Gisone: il primo è a scacchiera con cardi e decumani (Corso Dante e Corso Plebiscito), mentre il secondo è tipico del Medioevo, con stradine ricurve che terminano in piazzette, e avvolgono la mole della chiesa di Santa Maria Maggiore

Per quanto riguardava l'architettura sacra, s'è scoperta nel rione Guasto d'Aymone la "valle dei Templi", dove sorgevano i santuari di Bacco, Giove Capitolino, Cerere, sopra cui fu costruita la chiesa di San Pietro.

 
Piazza Rossetti: in vista la chiesa di San Francesco di Paola, con l'attigua via Naumachia. Gli storici hanno ipotizzato che in vista dell'anfiteatro della piazza, la via fosse la condotta da cui veniva fatta scorrere l'acqua per inondare la struttura, e inscenare battaglie navali all'epoca romana

Noto poeta abruzzese, dopo Publio Ovidio Nasone, nato a Sulmona, fu anche Lucio Valerio Pudente, di cui presso il museo archeologico resta una testa in marmo. Dall'iscrizione sul manufatti si apprende che Lucio a soli 13 anni, nel 106 d.C., gareggiando nel sesto agone sacro di Giove Capitolino, per voto unanime della giuria vinse il primo premio per la poesia. Scopo del certame era quello di emulare i grandi letterati che provenivano dalle province per entrare in un'accademia poetica. A 45 anni Lucio Valerio fu nominato con decreto di Antonino Pio curatore della Imposte, e controllore imperiale dell'amministrazione finanziaria del municipio di Aesernia, con l'incarico di soprintendere all'amministrazione delle rendite e dei possedimenti pubblici.

  • Area Teramano-Picena:
 
Il teatro romano di Teramo

La città di Interamnia Praetutiorum insieme alla subregione dell "Aprutium" (l'attuale provincia teramana all'incirca), da cui il nome Abruzzo, non fu compresa nella Regione IV del Sannio, ma nella Regio V dei Piceni, insieme a Castrum Novum, ossia Giulianova ed Hadria (Atri), che dette i natali all'imperatore Elio Adriano. La città capitale dei Pretuzi nel corso del I secolo a.C., fino alla prima età imperiale, subì anch'essa la romanizzazione architettonica, e sono tantissimi gli esempi conservati, come l'anfiteatro romano di Teramo, dove oggi sorge il Seminario Vescovile, poi il teatro romano, tra i più conservati della regione, e varie domus scoperte nei sotterranei dei palazzi settecenteschi, come la domus e mosaico del Leone di Palazzo Savini, la domus di Porta Carrese, la domus col mosaico di Bacco, e la domus di Largo Torre Bruciata. Il teatro romano fu innalzato nel settore occidentale della città, all'interno delle mura, lungo la direttrice del decumano di Corso Vecchio o di Porta Madonna, oggi Corso De Michetti, diverticolo della via Cecilia. La costruzione fu condizionata dall'orografia, infatti l'esistenza di un pendio naturale al quale si addossarono l'ima e la media cavea spiega l'accecamento delle ultime tre arcate occidentali. Il piano originario del monumento si trova a metri 2,50 sotto l'attuale calpestio. Dal corridoio si dipartivano 21 settori radiali a cuneo, le gradinate della cavea che avevano un diametro di 78 metri potevano accogliere circa 3600 spettatori, rette da una struttura in opera cementizia, con pietre di fiume nei paramenti, racchiusa da un doppio anello di pilastri. Della cavea è stato scavato il tratto orientale, assieme a poco meno della metà del pulpitum lungo 43 metri che presenta una fronte rettilinea alta circa 1,30 metri, e articolata in due nicchie rettangolari laterali, e tre circolari mediane. Per quanto riguarda la decorazione delle partizioni architettoniche, è stato usato il marmo, l'orchestra è pavimentata di marmo bianco, nel pulpitum è nella decorazione della fronte scenica, con marmo policromo.

 
Il mosaico del Leone nella domus di Palazzo Savini a Teramo

Oltre al teatro di Largo Torre Bruciata, costruita nel II secolo d.C., da cui nel VI secolo fu ricavata l'antica Cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, che successivamente nel XII secolo diventerà la chiesa di Sant'Anna dei Pompetti. Attraverso la domus si accede nell'atrio, il cui pavimento lungo circa 10 metri, è realizzato in opus sculatum, cioè con pezzetti di pietra e marmo di diversi colori e formati, inseriti in uno sfondo bianco per formare decorazioni, a tessere bianche e nere disposte a motivo romboidale. Al centro della stanza si trova l'impluvium, per raccoglie l'acqua piovana. Il mosaico teramano di maggior interesse è quello "del Leone" nel seminterrato di Palazzo Savini, realizzato nel I secolo d.C. con minutissimi tasselli apposti su lastre di marmo, che poi veniva inserito in un tesellato più esteso. La bestia è ritratta in primo piano mentre ghermisce un serpente, nel mosaico le tessere dello sfondo sono quadrangolari, allungate quelle dei baffi, tonde quelle della pupilla e dell'iride; i colori usati sono l'arancio e il grigio verde nelle loro diverse gradazioni. La scena è dominata dalla testa del leone con le fauci spalancate e la folta criniera, tipico dell'esempio pompeiano. La cornice è decorata da ghirlande pompose e maschere.

Nell'area teramana vari sono stati i ritrovamenti di santuari, necropoli e templi d'epoca romana, come quelli di Basciano e Penna Sant'Andrea, nonché il tempio di Ercole di Montorio al Vomano. ma tra queste strutture molto interessante risulta la presunta "casa di Ponzio Pilato" a Bisenti, la cui tradizione voglia che fosse di origini abruzzesi. La casa si trova appena fuori il centro storico, e le varie ipotesi che appartenesse all'epoca del primo impero si basano sulla presenza dell'impianto idrico a qanat, uguale a quello di Gerusalemme, che prendeva le acque dal Monte Atam, fatto costruire secondo lo storico Giuseppe Flavio proprio da Pilato. Secondo la leggenda Pilato, dopo la sua attività a Gerusalemme, sarebbe tornato in Abruzzo, e prima di essere esiliato avrebbe fatto costruire un nuovo acquedotto simile al qanat di Gerusalemme. L'edificio oggi conserva poco dell'aspetto romano, se non l'impluvium e il sistema idrico sotterraneo, poiché nel passare dei secoli è stato modificato, tanto che oggi si presente in aspetto Medievale. Nel lato nord si notano ciottoli con basamento del vestibolo dell'antica domus, presso la Fonte Vecchia di Bisenti si troverebbero delle tracce del canale qanat, che in pratica avrebbe attraversato tutto l'abitato seguendo la direttrice sud-est dalla casa di Pilato.

Il tardo impero romano in AbruzzoModifica

Fino al III secolo d.C. l'Abruzzo romano visse un periodo felice e prospero, non si registrano eventi storici rilevanti. Nell'epoca dell'impero di Adriano un terremoto sconvolse la valle Peligna, come testimoniano delle spaccature presso la domus del seminterrato della chiesa dell'Annunziata. A partire dal IV secolo iniziarono a manifestarsi i primi segni del cristianesimo, benché se ne parlerà più avanti, e nel V secolo iniziò la grave e irreversibile decadenza dell'impero romano d'Occidente, che coinvolgerà anche l'Abruzzo del Sannio. Gli episodi più interessanti riguardano le due città di Amiternum-Forcona, Anxanum e Intermania, durante il saccheggio dei Vandali, e dei Goti durante la guerra gotica del 553 d.C.

 
Immagine delle rovine della Cattedrale di Forcona, da Georg Henrich Busse

In quest'epoca fu molto fiorente la città di Forcona, presso contrada Bagno a L'Aquila. La città di Forcona è la seconda realtà sabino-romana, dopo Amiternum ad essere sopravvissuta sino al 1254 circa, quando venne fondata la nuova città aquilana, e venne spostata la diocesi che prima si trovava nelle due realtà italico-romane.[53]. Infatti ancora oggi vengono individuati, nel nucleo storico medievale, al livello toponomastico i Quattro Quarti aquilani classificati in "quarti forconesi" (Santa Maria e San Giorgio) ad est, e "quarti amiternini (San Pietro e San Marciano) ad ovest. Forcona era a guardia dell'altopiano delle Rocche, facente parte del gruppo degli Equi lungo la via Claudia Nova, insieme al villaggio di Foruli, oggi contrada Civitatomassa, che per mezzo della torre di Bussi sul Tirino conduceva al porto di Ostia Aterni (Pescara). Presso Civita di Bagno, attuale località dove si trova Forcona, esisteva un altro villaggio detto "Frustenias"[54], posto in modo da avere contatti con la fortezza di Alba Fucens nella Marsica e con Aveia (Fossa).

Nel primo Medioevo, ossia dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, il tratturo usato dai pastori nell'epoca del dominio dell'Urbe era ancora meta di grandi traffici commerciali e di viandanti.
Aveia era un'altra città fiorente, dove nel III secolo d.C. visse San Massimo Levita, il quale subì il martirio per la sua fede, dopo che rifiutò di pentirsi dinanzi al questore locale, perfino con l'offerta allettante di sua figlia in matrimonio. San Massimo venne scaraventato dalla rupe più alta della città, più o meno dove oggi sorge il castello medievale di Fossa. Tuttavia il suo culto iniziò a diffondersi, nello stesso periodo in cui l'area della conca aquilana venne a svilupparsi l'evangelizzazione di San Benedetto di Norcia, per il quale fu molto attivo Sant'Equizio, e ancor prima di lui Vittorino di Amiterno, martirizzato sotto l'impero di Nerva.

 
Chiesa di San Michele a San Vittorino, dove si conserva il corpo del vescovo Vittorino di Amiterno

Quando Aveia fu distrutta dall'invasione dei Goti[55], le reliquie di San Massimo furono traslate nella chiesa di Forcona, che divenne sede della "diocesi Forconese"[56]. Questa era operativa sul territorio insieme alla "diocesi di Amiterno", ossia nel territorio che aveva preso il nome di San Vittorino, dal nome del vescovo locale, sepolto nel VII secolo nella chiesa di San Michele, sede diocesana.
Della diocesi primaria aquilana si ricordano i nomi di Castorio, citato da Gregorio Magno, San Cetteo d'Amiterno, martirizzato dai longobardi di Ambone, e Leonzio, fratello di papa Stefano II. Per Forconio si ricordano i vescovi Ceso, che ospitò Giovanni XII e l'imperatore Ottone II, quando si recarono a Forcona per venerare il corpo di San Massimo nella cattedrale, poi San Ranieri, lodato da papa Alessandro II e Berardo da Padula, vescovo nel 1252, primo presule della nuova città fondata qualche anno dopo.

La diocesi amiternino-forconese terminò nel 1256, quando con bolla del 22 dicembre Alessandro IV concesse alla nuova città fondata la dignità episcopale, con trasferimento dalla vecchia sede di Forcona, nella nuova chiesa cattedrale che si stava fondando, dedicata ai Santi Massimo e Giorgio.[57] I confini della diocesi nuova furono definitivamente descritti nella bolla del 20 febbraio 1257, sancendo così la fine della vecchia diocesi.
Tornando alle vicende dei "castelli" sabino-romani nell'epoca dell'alto Medioevo, Forcona era una piccola città, un "vicus" di Aveia, fino alla sua distruzione. Dopo la guerra greco-gotica del 535-553 il territorio della regione Valeria (comprendente Furcona, Amiterno, Carsoli e Reate), venne saccheggiata e controllata dall'esarca di Ravenna.

 
Il Miracolo eucaristico di Lanciano, verificatosi nel convento di San Legonziano nell'VIII secolo

La città di Anxanum dopo i privilegi di Augusto, aveva goduto di grande prosperità e fioritura dei commerci, come testimoniano le lapide, con arrivo di coloni romani, rappresentati dalle nobili famiglie patrizie, tra le quali la gens Ariense[58]. La città andava acquistando la fisionomia di un oppidum romano, e per questo è spiegata all'assenza di strutture tipiche delle città romane, come un teatro, un anfiteatro, o un complesso termale, mentre venivano costruite botteghe e il macellum. Le divinità italiche nei templi vennero sostituite con quelle romane, e ad Anxanun sono documentati 5 templi. L'imperatore Diocleziano migliorò la viabilità con il famoso ponte che si staglia sotto la mole della Cattedrale di Santa Maria del Ponte, e nel frattempo la Regio IV venne scorporata in 4 province, e la città entrò in quella di Teate (Chieti). Lanciano risentì pesantemente della nuova organizzazione amministrativa, che la teneva assoggettata al potere centrale, che ne minava il florido scambio delle merci.

 
La fortezza centrale di Lanciano, con attorno i vari castelli (Guastameroli, Frisa, Castelfrentano, San Vito Chietino) nella mappa dell'Abruzzo di Piri Reìs

Durante l'impero di Costantino Lanciano tornò all'antico splendore, e di interesse è la lapide che recita Autonio Iustiniano Rector Provinciae.[59]. La fervida attività commerciale è citata anche nel 165 d.C., quando erano consoli Lucio Ario e Marco Gavio Orfito, mentre un prezioso documento risalente all'epoca di Marco Aurelio concedeva ai cittadini Fisio, Eucanio, Feltro, Rota, Tilio e Audo il privilegio di gestire i mercati delle fiere pubbliche.
Al tempo di Valentiniano III l'Abruzzo fu invaso dalle truppe di Odoacre degli Eruli, ma l'Abruzzo non ne risentì particolarmente, e il disastro avvenne dopo il 537 quando la nazione fu ripresa da Bellisario, mandato da Giustiniano in Italia a riportare l'ordine, ma subito dopo nel 543 il disordine tornò per le invasioni barbariche, e anche l'Abruzzo ne fu molto colpito. La guerra gotica del 553 dette un ulteriore smacco alla vita sociale già resa precaria, insieme ai vari terremoti che si susseguirono.

Nel 410 i Visigoti di Alarico I entrarono a Roma, e saccheggiarono anche il resto dell'Italia, Abruzzo compreso, penetrando da Teramo, dove rimasero fino al 552-54. Fu allora che l'Abruzzo, dopo il termine della guerra gotica, passò sotto il dominio dei Bizantini, e sparute tracce si possono rinvenire in reperti provenienti da chiese distrutte di Ortona e Vasto, e soprattutto nel territorio di Crecchio, nella raccolta permanente del Museo dell'Abruzzo Bizantino Altomedievale del Castello ducale De Riseis. Della presenza bizantina in Abruzzo non resta molto, se non appunto del materiale d'uso domestico raccolto a Crecchio, e le citazioni storiografiche, che attestano la presenza di questa popolazione nella fascia costiero-pianeggiante di Ortona e Lanciano, e di Vasto. I Bizantini presero controllo del porto di San Vito Chietino fortificandolo, costruirono delle ville alla maniera delle domus romane nelle campagne circostanti, molte delle quali sono state rinvenute nelle contrade di Crecchio, Tollo e Canosa Sannita, Aternum, dove costrurono una primitiva piccola fortezza per la guardia del porto, insieme a necropoli dove sono stati ritrovati elmetti metallici. I Bizantini occuparono anche Montepagano a Roseto degli Abruzzi, e addirittura si spinsero fino a Torricella Peligna nell'alta valle dell'Aventino, probabilmente occupando l'antica città di Juvanum dei Carricini, e costoso si rifugiarono su alture, fondando Torricella e Montenerodomo.
La presenza dei Bizantini però non fu di buon auspicio, perché il clima politico economico era in costante crisi, con saccheggi, distruzioni e rapimenti. Nel 539 si manifestò una grave carestia nel teramano che uccise 50.000 contadini, e il fiscalismo sempre più aspro della vecchia politica romano-bizantina portò allo spopolamento di interi insediamenti delle campagne. Da qui più avanti nell'VIII-IX secolo i Longobardi riporteranno lentamente la vita, costruendo insediamenti fortificati (castra), che poi lentamente assumeranno la conformazione di veri e propri abitati muniti di mura di cinta e castelli.

Cronologia
 
Effigie di Sallustio in un medaglione
 
Popolazioni italiche in Abruzzo

Il MedioevoModifica

Dai Bizantini ai LongobardiModifica

Risale al Medioevo la prima menzione del toponimo Aprutium (Abruzzo), derivato dal nome del territorio romano Pretutium nel teramano, incluso anticamente nel Piceno. La Guerra gotica distrugge gran parte delle città, ma ancora non sconvolge l'assetto del territorio compreso per la maggior parte nella tardo-imperiale regione suburbicari dividono l'Abruzzo tra i ducati di Spoleto e Benevento, un grosso gruppo di germanici longobardi colonizza la valle dell'Aterno; anche le città costiere bizantine, che inizialmente resistono ai barbari, cedono a Grimoaldo I duca di Benevento nella seconda metà del V secolo. Nell'ordinamento longobardo, il gastaldato o gastaldia era una circoscrizione amministrativa governata da un funzionario della corte regia, il gastaldo o castaldo, delegato ad operare in ambito civile, militare e giudiziario.

L'odierno Abruzzo venne suddiviso dai Longobardi in sette gastaldati: Marsi, Amiterno, Forcona, Valva, Teate, Penne e Aprutium ripartiti rispettivamente nel Ducato di Spoleto (la Marsica e il territorio a nord del fiume Aternum oggi Pescara), e nel Ducato di Benevento (grosso modo la provincia di Chieti). Più che in altri luoghi d'Italia, la toponomastica abruzzese presenta forti tracce longobarde: ad esempio i nomi fara e guardia (Fara San Martino, Fara Filiorum Petri, Piana La Fara, Torre di Fara, Guardiagrele, Guardia Vomano, Colle della Guardia, nomi che si possono tradurre col termine latino castrum, postazione militare), sala, sgurgola (ad esempio Scurcola Marsicana), sono tutti termini militari longobardi, che edificarono castelli e torri di nuova fondazione. Al definitivo abbandono delle più importanti città romane attorno alle quali nacquero i gastaldati (Alba Fucens, Amiternum, Corfinium), corrisponde invece la controtendenza di Sulmona, Lanciano e Chieti, le uniche città in cui l'assetto urbano del centro storico ancora oggi ricalca gran parte il tessuto viario romano.

Dalla disgregazione dei sistemi cittadini due nuovi sistemi di antropizzazione si incrementano vicendevolmente in Abruzzo. L'economia d'età imperiale è rimpiazzata dall'economia rurale che ruota attorno a piccoli centri prevalentemente a carattere servile, che curano il dissodamento e la coltivazione degli appezzamenti di terreno degli antichi agri civici romani, o delle ville; ai contadini viene man mano concessa una certa libertà, visto l'aumento dei costi per l'approvvigionamento degli schiavi; non godendo di autonomia politica, si innestano su questi centri il dominio, le tutele e i diritti fondiari di feudatari e delle abbazie prima di Montecassino e San Vincenzo al Volturno, poi di San Clemente a Casauria, fondata nell'871[62]. La frammentazione politica, la necessità di accentrare la popolazione per una gestione più razionale dei territori in fase di dissodamento sono le cause principali della nascita dei castra, centri fortificati attorno ad una fortificazione in cui in germe troviamo già le prime forme di signoria o aristocrazia fondiaria: sono esempio Balsorano, Castel di Sangro, Capestrano, Celano, Massa d'Albe, Pacentro, Tagliacozzo, in provincia dell'Aquila; Alanno, Popoli, Tocco da Casauria, in provincia di Pescara; Bisenti, Borrello, Casoli, Canzano, nelle province di Teramo e Chieti. Lungo la costa sopravvivono le città di Teate e Pinna.

Longobardi e FranchiModifica

I Longobardi nel 568, guidati da re Alboino, si insediarono stabilmente in Italia, provenendo dal nord germanico. Il loro dominio fu articolato in numerosi ducati che godevano di una marcata autonomia rispetto al potere centrale dei sovrani insediatisi a Pavia, capitale della Langobardia Maior, mentre Benevento fu sede della Langobardia Minor, con l'Abruzzo compreso. La prima città ad essere conquistata dai longobardi fu Teramo, nota allora come "Castrum Aprutiense", che faceva parte del Marchesato di Fermo, che si estendeva dal Musone fino all'Aterno. Nel 740-43 il marchesato sarà sottomesso al ducato di Spoleto, insieme alla contea Aprutina, che diventerà "Gastaldato d'Aprutium", uno dei sette gastaldati di tutto l'Abruzzo odierno.

 
Ex cattedrale di Santa Sabina a San Benedetto dei Marsi, in un'illustrazione di Consalvo Carelli, prima della distruzione tellurica del 1915. La chiesa fu la prima sede della diocesi marsicana

Nella loro traversata, i Longobardi per raggiungere il Meridione occuparono la Marsica, l'Abruzzo Citeriore teatino, il Molise, vale a dire la storica Contea di Boiano, la Daunia foggiana e la Lucania. Ancora oggi l'Abruzzo presenta varie tracce di questa presenza, come le località che portano il prefisso di Gualdo, Fara, Guardia[63], Scurcola, toponimi tipici germanici che indicano proprietà o luoghi di controllo sopra alture, dove vennero erette torri e fortini, successivamente trasformatisi in abitati; gli esempi sono Fara Filiorum Petri, Fara San Martino, Guardiagrele, Vasto (alle'poca il Guasto[64]), Guasto di Meroli (oggi Guastameroli). Sopravvivono anche dei riti d'importazione longobarda come la festa delle Farchie di Fara Filiorum Petri, in onore di Sant'Antonio abate, nonché la presenza di toponimi e chiese dedicate al culto di San Michele arcangelo, il santo patrono dei Longobardi, come Sant'Angelo in Vetuli presso Sulmona, le varie grotte dedicate a Sant'Angelo di Palombaro, Civitella del Tronto e Lettomanoppello, nonché le prime parrocchie dei villaggi di fondazione longobarda, quali Sant'Angelo del Pesco, Città Sant'Angelo, Atessa, Lanciano (il rione Borgo), Mosciano Sant'Angelo, la chiesa di San Michele a San Vittorino di L'Aquila. Perfino il comune molisano, fino al 1948 compreso negli Abruzzi, di Capracotta ha origini longobarde, riguardo la tradizione di sacrificare una capra nel terreno di colonizzazione.

Un esempio della presenza bizantino-longobarda in Abruzzo è dato anche dall'interessante sito di Arsita in provincia di Teramo. Sulla cima del paese sorge un palazzo settecentesco con mura medievale, che in origine era il "castello Bacucco", sotto la giurisdizione del castello di Bisenti. Il castello era un insediamento di capanne e frasche, di forma ovale, e probabilmente da questo deriverebbe il nome "bel cucco", oppure dall'arabo "bakok - burqu", panno che avvolge la testa, che sta ad indicare l'aspetto del castello arroccato. Dall'XI secolo il castello, sotto il controllo di Bisenti, iniziò ad essere noto col toponimo attuale di Arista, che indica un luogo bruciato, dove probabilmente i Normanni compirono scorrerie.

Longobardi nella MarsicaModifica

  • Marsica longobarda: i nuovi municipi Marsi furono trasformati durante l'invasione longobarda; le regioni di Augusto furono sostituite 17 nuove province dell'Urbica Diocesi, tra queste la provincia Valeria, in cui la Marsica fu inclusa, insieme ad Amiterno, Castro di Bagno e Forcona, Tivoli e Rieti.

La Marsica nella seconda fase dell'impero romano fino al 476, subì una lenta crisi, favorita soprattutto da carestie e terremoti, come quello del 346 d.C.[65] Le inondazioni e la mancata manutenzione dei cunicoli di Claudio per ridurre la portata del Fucino, contribuirono a far allagare l'emissario, rendendo la zona paludosa e malsana. Con i restauri seguiti al terremoto, si hanno delle testimonianze ad Alba Fucens, in particolare l'assetto urbano con particolarità architettoniche stratificate, che mostrano chiaramente il passaggio dall'età augustea del I secolo all'età tarda. Anche nella capitale Marruvium furono eseguiti dei lavori, e nel IV secolo venne costruita la prima cappella di Santa Sabina, che poi divenne la prima sede della cattedrale della diocesi.
Vicenda importante, come nel resto dell'Abruzzo, riguarda il primo arrivo dei cristiani, e il loro conseguente martirio. L'esempio più interessante della Marsica è a Trasacco, dove si trovano le spoglie di San Rufino di Assisi e San Cesidio. La venerazione dei martiri ci fu subito, però le prime notizie della chiesa ad essi dedicati è riferibile al periodo del dominio dei Berardi nell'XI secolo.

La Marsica, nel VI secolo d.C., venne invasa dapprima dai Bizantini, e poi dai Longobardi. Odoacre, il quale conquistò Roma deponendo Romolo Augustolo, invase la Valle Roveto passando per il fiume Liri; sotto i Goti l'Abruzzo, almeno non tutto, conservò le tradizioni romane, soprattutto Chieti, anche se iniziò a farsi strada la nuova fede del cristianesimo, e di fatti proprio sotto questa popolazione a Chieti vennero trasformati i templi in edifici di culto cristiano, come la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, edificata sopra il tempio di Marte (l'attuale Duomo), la chiesa dei Santi Pietro e Paolo sopra il tempio dei Dioscuri, e infine l'erezione della nuova cappella di Sant'Agaat dei Goti, ancora oggi esistente.

Un secolo dopo, la provincia del Sannio fu di Bellisario di Bisanzio. Dopo vari sconvolgimenti e invasioni barbariche, nel 568 l'Abruzzo fu del sovrano longobardo Foroaldo, che istituì gastaldie e contee, mentre sorgeva il ducato di Spoleto, a cui l'Abruzzo veniva assegnato, mentre la zona sud del chietino rimaneva nel ducato di Benevento. Da questo momento la capitale antica dei Marsi Marruvio, iniziò a chiamarsi "Valeria", e da qui il nome di tutta la provincia fucense e rovetana, la Marsica. Nel 608 vi transitò il papa Bonifacio IV, alcune notizie della presenza di città ancora oggi esistenti sono date da Paolo Diacono nella Storia dei Longobardi. La Marsica venne nuovamente invasa dal conte Gisulfo II nel 702, che si accampò in Vallis Sorana (Balsorano) e poi a Morrea, invitato dalle offerte di papa Giovanni VI ad abbandonare la conquista.
Si hanno notizie sull'embrionale diocesi marsicana con cattedra a Sora e a San Rufino di Trasacco. Il cronachista Leone Ostiense riporta che nell'VIII secolo la Marsica era in gran parte conquista dell'abbazia di Montecassino, dato che questo monastero, insieme a quello di Farfa e San Vincenzo al Volturno, dell'Ordine Benedettino, avevano in controllo la giurisdizione delle chiese, non solo nella Marsica, ma in tutto l'Abruzzo. Ildeprando di Spoleto nel 782 fece dono della "Marsica" al grande monastero di Montecassino[66], parlando di un "Comitatu Marsorum", segno chiaro del passaggio dei Longobardi in loco.

Questa forma embrionale, al livello territoriale perfettamente definito, del successivo Contado dei Marsi o di Celano, amministrato dai Berardi, passerà a Berardo il Francisco nel 926 d.C.,con la discesa del franco Ugone di Arles insieme a costui, e ad Attone, che avrà in possesso il comitato di Chieti.

Lanciano tra bizantini e longobardiModifica

«Il Ducato di Benevento, che comprendeva il Sannio, la Campania (meno Napoli e Pozzuoli), e la Lucania, confinava a settentrione col Ducato di Spoleto, ad oriente con l'Ofanto e l'Adratico, ad occidente con il Lazio e il Ducato di Napoli, a mezzogiorno col fiume Busento e col Jonio, Per oltre due secoli dunque, il Sannio e in questo la Frentania dipesero da Benevento. La Frentania comprendeva press'apoco i distretti di Larino, Lanciano e Vasto.»

(Domenico Priori, La Frentania)
 
Veduta del retro della chiesa di San Francesco di Lanciano, con l'abside dell'antico convento di San Legonziano, dove si verificò il famoso "miracolo eucaristico"

Lanciano è un alto luogo cardine per comprendere le varie fasi del passaggio dei barbari, dei bizantini e infine dei longobardi in Abruzzo, di cui insieme a Vasto si hanno fonti più cospicue. Nella città, all'epoca dei Bizantini (VI secolo) governò Narsete, che scacciò i Goti, il quale si accordò con i Longobardi, cedendo Lanciano al dominio di Benevento. Il nome fu cambiato in Castrum Lanzani o "Anxani", e per questo la situazione economica subì un tracollo, ancor più con l'invasione del Sannio da parte di Alboino nel 568. A quest'epoca risalirebbe la prima distruzione di Lanciano, con la perdita delle opere romane in gran parte.[67]Distrutta la città, i Longobardi provvidero a ricostruirla, iniziando dalle mura di cinta sul Colle Erminio, ossia il quartiere di Lanciano vecchio, dove si trovava il nucleo centrale di Anxanum. Lo stesso toponimo del Colle Erminio deriva dalla presenza di un amministratore locale dei longobardi.

Il governato della città fu il duca Zotone, e fu in quest'epoca che sorsero le prime chiese in città, tra le quali si annoverano la cappella di San Giorgio sopra Minerva, oggi cripta della chiesa di San Biagio, la chiesa di San Maurizio, demolita nell'800, che si trovava in Largo dei Frentani, e il convento dei basiliani di San Legonziano, fuori le mura[68]. Una leggenda, in virtù dell'edificazione di queste chiese, vuole che nel 610 la città venisse liberata dal primo patrono San Maurizio, durante la guerra dei Bizantini e Longobardi[69], vinsero questi ultimi contro la tirannia bizantina, dato che i lancianesi avevano pregato questo santo, che venne eletto quale primo patrono della città.

Seguì un periodo di tranquillità, in cui il commercio della ceramica e delle fiere mercantili poté riprendersi. Seguì ai Longobardi l'arrivo dei Franchi. Nell'801 Pipino il Breve scese nel Sannio con l'intento di assoggettare quelle città poco disposte a sottostare al nuovo potere, e con forza infatti sottomise Chieti distruggendola letteralmente. Lanciano per questo si mantenne neutrale e non subì dunque la violenza, anche perché dipendeva dall'amministrazione di Chieti stessa, che fu sottomessa e aggregata al ducato di Spoleto.
Pipino dette maggior impulso all'attività commerciale e artigianale, e dette al principe i titoli di gonfalone. Nel 973 venne istituita la Marca Teatina con a capo la città di Chieti, dalla quale Lanciano dipese. In questo periodo in città si andò sempre più affermando il cristianesimo, che comparve durante il governo di Bisanzio. Di grande importanza infatti è l'avvenimento del miracolo eucaristico di Lanciano, verificatosi nell'VIII secolo nel monastero dei Santi Legonziano e Domiziano. La leggenda vuole che la chiesa, eretta fuori le mura, fosse stata edificata sopra una prima cappella costruita sopra la presunta casa natale del soldato Longino che trafisse il costato di Cristo crocifisso. Un monaco dell'ordine dei Basiliani, che non credeva nel miracolo della Resurrezione, nel momento dell'eucaristia durante la messa, vide tramutarsi l'ostia in carne viva, e il calice di vino prese a grondare sangue umano.[70]Il miracolo fece acquisire notevole prestigio ai monaci e alla città stessa, dal punto di vista religioso, ma nel XII secolo la chiesa fu affidata ai Benedettini, poiché il papa Innocenzo III scacciò i basiliani, che si macchiarono di empietà, e il monastero di conseguenza dipese dall'abbazia di San Giovanni in Venere. Nel 1252 vi giunsero i Frati Conventuali di San Francesco d'Assisi, che riedificarono la chiesa, adattandola allo stile medievale.

Il Gastaldato Teatino: Chieti dai Goti ai LongobardiModifica

Nel VII secolo la contea di Benevento si allargò notevolmente, grazie ad Azeleco dei Bulgari, che offrì l'appoggio a Grimoaldo dei Longobardi, che gli fece governare Benevento insieme al figlio Romualdo. Benevento annetté la contea di Bojano, che praticamente costituiva allora quasi tutto il Molise oggi conosciuto, insieme ad Isernia e Sepino, divenendo un solo gastaldato. Anche l'antica Teate divenne sede amministrativa di un gastaldato sotto l'autorità di Benevento[71], uno dei 7 della zona abruzzese, di questo ducato, e aveva a confine meridionale la Majella fino al castello di Luparello (oggi Civitaluparella), le Portelle (San Vito Chietino), la valle di Taranta Peligna, il Monte Coccia di Campo di Giove, il Monte Orsa (Pratola) fino a Stafilo; a nord-est l'Adriatico di Castro Belfiore (Silvi Paese), più a sud Pescara e a sud-est il fiume Trigno del Vasto. Tra le città maggiori del gastaldato c'erano Ortona, Lanciano e Vasto, e dopo l'invasione di Pipino, Chieti fu definitivamente liberata dall'occupazione longobarda del ducato di Benevento (un fatto avvenuto nell'ambito della guerra contro il duca Grimoaldo), assoggettata ai Franchi, e fu sede della "Marca Teatina".
Secondo lo storico Anton Ludovico Antinori la marca teatina si era stabilita prima del 973, e che di essa facevano parte le città che prima dipendevano dal ducato di Benevento e Spoleto, non esclusa appunto Lanciano. Quest'ultima per il suo pregio economico e politico fu eletta "nobile gastaldia", ma fu sempre soggetta al marchesato di Chieti.

 
Immagine storica della chiesa di San Paolo, eretta sopra i tempietti giulio-claudi, in particolare sopra quello dei Dioscuri

Dopo la caduta dell'Impero Romano nel 476 d.C., Teate subì varie invasioni barbariche: i Visigoti e gli Eruli; successivamente entrò nel dominio del Ducato di Benevento. L'equilibrio cittadino dopo la perdita del controllo romano si sfaldò ben presto, le costruzioni antiche andarono distrutte, la cavea dell'anfiteatro divenne una necropoli, e cava di materiale per la costruzione di nuovi edifici, soprattutto chiese. Nel VI secolo iniziò la peregrinazione a Teate di un santo di Siponto: San Giustino di Chieti, che diventerà il patrono della città. Morto nel 540, a lui è attribuita la fondazione della Diocesi Teatina[72], con la primitiva costruzione di un edificio paleocristiano su un'altura della città, successivamente consacrata come Cattedrale di San Giustino (nel 1069, durante la ricostruzione di Attone I[73]). La cristianizzazione della città avverrà in modo completo sotto i Longobardi, dacché gli antichi templi romani verranno riconvertiti in luoghi di culto cattolico, come il tempio maggiore della Piazza dei Tempietti, che diverrà nell'VIII secolo la chiesa di San Paolo, e il tempio di Diana nel rione Tricalle si trasformerà nella chiesa di Santa Maria del Tricaglio. La chiesa primitiva di San Giustino, distrutta da Pipino il Breve, viene documentata dall'840.
I Goti di Cassiodoro si stanziarono lungo le coste del Sannio, e occuparono probabilmente anche Teate, benché fonti certe si riferiscano alle occupazioni di Lanciano e Ortona. La città romana di Teate andò distrutta nel IX secolo, quando si ribellò al dominio di Pipino dei Franchi, nonostante i tentativi del diplomatico Conte Roselmo di pacificazione. Nell'801 fu invasa da Pipino d'Italia e data alle fiamme.[74] Molti edifici storici furono irrimediabilmente danneggiati, compresa la primitiva Cattedrale.

L'intero territorio dell'odierna provincia teatina andò, per l'amministrazione religiosa, in mano agli antichi monasteri laziali di Farfa e Montecassino. Una parte dall'872 andrà in gestione all'abbazia di San Clemente a Casauria, mentre la zona costiera nel IX secolo, in particolar modo Pescara o Aterno checché si dica, all'abbazia di San Giovanni in Venere. Oltre alla diocesi Teatina, nacquero dal VI secolo la diocesi Histoniense con la sede presso la chiesa di Sant'Eleuterio (sopra cui venne eretta la collegiata di Santa Maria Maggiore), e ad Ortona, presso la basilica di Santa Maria degli Angeli (oggi San Tommaso), come riportato in lettere del papa Gregorio Magno. Nel periodo longobardo, intorno l'anno 840 d.C. circa, si citano i vescovi teatini Trasmondo e Teodorico, che ebbero in possesso alcuni monasteri del territorio.[75]
Dall'840, nei registri del vescovo Teodorico d'Ortona, si ha menzione di Chieti, già quasi ricostruita completamente dopo il sacco di Pipino nell'801, e con una diocesi già molto potente nel possedimento di terreni e chiese nell'area dell'Alento-Pescara. Nel documento sono citate le chiese di San Tommaso, vale a dire la primitiva cattedrale, Sant'Agata dei Goti con l'ospizio, San Salvatore fuori le mura e la chiesa dei Santi Pietro e Paolo sopra i tempietti romani.

La città nuova si andò sviluppando dalla Civitella a Sud-Est, mentre la parte più antica si fortificò attorno al "pallonetto di San Paolo". Si trattava di un piccolo sobborgo composto da case addossate le une alle altre, con al centro la chiesa di San Paolo, ricavata dai tempietti. Piccolo rioni sorsero nelle vicinanze, come Castellum Tribulianum, oggi rione Trivigliano - Santa Maria, il rione San Giovanni e Piano Sant'Angelo, fondati dai Longobardi e il quartiere Santa Caterina, poi San Gaetano, presso i tempietti.

La Contea Teatina: la dinastia degli AttoniModifica

Il territorio teatino fu conteso da Longobardi e Bizantini nel VII secolo. Nel 649 quando il vescovo di Ortona, Viatore sottoscrive i decreti del sinodo lateranense, Chieti non era stata ancora toccata dalla guerra longobarda. Con l'inizio delle ostilità di Grimoaldo I contro i Bizantini, Chieti ne fu certamente coinvolta. In un documento degli Annales Regni Francorum, Chieti dopo la decadenza longobarda passò ai Franchi, e dunque accorpata al ducato di Spoleto, sotto il governo di Guinigiso[76]. Costui combatté contro Grimoaldo III di Benevento e ottenne i confini dei due ducati presso il fiume Trigno, accorpando dunque l'Abruzzo a Spoleto. Tuttavia fonti sui "gastaldati" teatini non si hanno sino all'874.

 
Cripta della Cattedrale di San Giustino

Chieti, grazie ai Longobardi, era divenuta ben presto una florida città nella zona dell'Abruzzo Citeriore, ma si trovò contesa nella guerra tra longobardi e franchi. I cadetti degli Ottoni di Sassonia, in città, dopo che era stata distrutta da Pipino nella guerra contro Grimoaldo, furono i membri della dinastia degli Attonidi (che governarono dal X secolo, metà del 900 d.C. dunque, sino all'XI secolo, con la battaglia di Ortona del 1075 contro i Normanni), che strinsero rapporti di politica e amicizia anche con i conti dei Marsi,, proprietari di tutta la Marsica proprio nello stesso periodo di insediamento di Attone I a Chieti, acquistando terreni e città, tessendo rapporti con i principali monasteri, con scambi di feudi e chiese, e controllando insomma tutto l'Abruzzo meridionale, compresa la contea di Termoli a sud e Penne a nord.

In contemporanea con l'egemonia politica degli Attoni, che in città occuparono anche il potere religioso con la dinastia dei vescovi e conti Trasmondi, anche la diocesi Teatina acquistò il controllo su tutte le chiese dei castelli della valle, con alcune speciali eccezioni per i monasteri. L'imperatore Ludovico II, concedendo particolari benefici a San Clemente a Casauria che fondò nell'871, definì i confini del Pescara, del Trigno, dell'Adriatico e della Maiella riguardo il potere teatino, confini confermati poi dai suoi successori.
La "contea Teatina" si sviluppò alla fine del IX secolo con la dinastia degli Attoni, con capostipite il borgognone Attone I[77]; il primo documento ufficiale circa il comitatus teatinus è del 938; ad Attone successe Attone II che governò Chieti dal 957 al 995. Appunto grazie a sapienti matrimoni, gli Attoni si arricchirono con vasti feudi, intavolando un'accorta politica con i principali monasteri di San Clemente, San Giovanni in Venere, Farfa, Montecassino e San Vincenzo al Volturno. In un placito del 935 Chieti è decisamente sotto il governo di Attone, il quale assunse il governo del distretto di Penne e Termoli. La fedeltà di Attone gli imperatori sassoni degli Ottoni apparve consolidata con Ottone II, e gli Attoni acquisirono ancor maggior potere dopo il crollo degli Ottoni e lo sfaldamento del ducato spoletino nell'XI secolo, gettando le basi della grande contea che diventerà l'Abruzzo Citeriore. In quest'epoca Chieti si consolidò anche dal punto di vista religioso con la dinastia del vescovo Trasmondo, che si impegnerà per l'edificazione di chiese, restauro di monasteri già esistenti, come San Giovanni in Venere e San Clemente, portando a termine l'opera del vescovo Teodorico riguardo la fondazione della Diocesi Teatina, citata nell'840 come "canonica teatina" di San Tommaso.

Nel 938 si tentò di annettere un piccolo appezzamento di terra fuori la città noto come Sant'Angelo di Montepiano (oggi Piano Sant'Angelo presso l'attuale Piazza Matteotti), che costituiva la via principale per i centri di Ripa Teatina e Bucchianico. Nel 972 sono documentati i possedimento di "castrum Spulturii" (Spoltore).

Altra importante testimonianza della presenza longobarda nel comitato Teatino è il "torrione", detto "Torre Orsini" di Guardiagrele, non molto distante da Chieti. Questa città era una vera e propria fortezza perché si poneva su un colle in posizione strategica dalla campana di Chieti per raggiungere ilo versante orientale della Majella. Probabilmente un primo insediamento esisteva nell'epoca romana, noto come Aelion, dal greco "Helios", per poi diventare con i longobardi "Grele". In tempi più recenti si è cercato di dare un significato più soddisfacente: Grele deriverebbe dall'espressione marrucina "ocrilis", appunto altura.
Il secondo villaggio di "Guardia" deriva dal germanica warda, che indica un posto di vedetta militare, dove venne eretto il fortino della torre oggi presente. In una citazione dei registri delle decime del 1308 si parla di un "clerici castri de Guardia Grelis", all'epoca il paese non era stato ancora unificato, come accadde qualche decennio più tardi, nell'analoga sorte dei due "guasti" del Vasto. Il torrione degli Orsini è quanto rimane della fortezza, gravemente compromessa dal terremoto del 1706, come testimonia la parte superiore semi-diroccata. Nel 1849 parti del castello esistevano ancora, ma furono smantellate per sistemare l'accesso al Largo del Rosario, dal nome della chiesetta, oggi noto però come Largo Giuseppe Garibaldi. Della fortezza restavano solo la torre dell'Orsini e la torre dell'Acquedotto, rifatta però dopo i danni della seconda guerra mondiale.

 
Vasto in un dipinto di Gabriele Smargiassi del 1831, in vista il quartiere di Gisone, o Santa Maria Maggiore

«Legitur quaedam donatio facta per D.regem Henricum de Guasto Aymonis nonnullorum bonorum sitorum in dicta terra Wasti Aymonis cum fonibus...v.c. una part, vallonus de Liportilli, qui dividit territorium ipsum est etiam territorium Guasti Gisonis, et vadit usque ad vallonem de malo tempo.»

(Regesto di Carlo II, 1289)

Per quanto riguarda la sorte della romana Histonium, dopo la caduta di Roma, varie devastazioni colpirono la città. Nell'VIII secolo i Longobardi devastarono, includendola nel ducato di Benevento con una propria gastaldia, ma il sacco dei Histonio avvenne nell'802, quando i Franchi la rasero al suolo, sempre per la guerra contro Grimoaldo di Benevento, e la dettero in feudo al conte Aymone di Dordona. Già nel 942 la terra era ben nota come Guasto d'Aimone, dal nome del feudatario, che fece ricostruire la città romana di questo rione omonimo, facendo inoltre erigere un piccolo fortino, ossia la torre "Battaglia", la torre campanaria (benché oggi la parte superiore sia settecentesca) della chiesa di Sant'Eleuterio, poi di Santa Maria Maggiore, presso il castello Gisone.

La città fu saccheggiata perché vi esplode la rivolta contro il contro Grimoaldo di Benevento, e Aymone venne mandato da Pipino per reprimere i tumulti. Nel 1037 l'imperatore Errico III assegnò il Guasto al possesso dell'abbazia di San Giovanni in Venere, successivamente il feudo iniziò a ripopolarsi, tanto che venne colonizzato un colle a fianco del Guasto d'Aimone, costituendo il centro di Guasto Gisone (dal nome del castelliere), oggi anche noto come quartiere Santa Maria Maggiore, per la grande chiesa collegiata che vi troneggia. In origine i due nuclei erano autonomi, dotati di propria amministrazione; una testimonianza proviene dall'archiviario Sigismondo Sicola che nel 1688 effettuò un'indagine sulla Zecca vastese, nell'elenco relativo a Carlo I d'Angiò, che tra le terre assegnate a Bertrando del Balzo nel 1269 figura "Guastum Gisonis pro uncia V".[78]Come testimoniato anche nel regesto del 1289 di Carlo II, le due Vasto avevano municipalità separate e anche due parrocchie, San Pietro e Santa Maria Maggiore, che si contendevano il potere delle rendite e delle altre chiese in loco. Nel diploma reale del 9 gennaio 1385 ci sarà l'unificazione simbolica dei due centri in un solo municipio, che verrà definito negli atti "il Wasto o il Guasto"[79], fino al volgarizzamento attuale in "Vasto". Interessante è analizzare la differenza radicale tra le due città, ancora oggi visibile, quella antica romana composta dai cardi di Corso Plebiscito, via Palizzi, via Osidia, via Laccetti e via Vescovado, e i decumani di Corso Dante, via Roma, via Valerico Laccetti, via San Francesco, via Anelli e via Vescovado, con la zona rivolta a mare di via Adriatica, ricavata dal muro delle Lame franato nel 1956, e l'abitato medievale, separato dall'altro esattamente dall'antica via Corsea, oggi Corso de Parma, che è costituito da un colle dominato dalla mole della chiesa di santa Maria Maggiore, con gli slarghi di Piazza Mattioli e Largo Porta Catena, delimitato dalla costa di Loggia Amblingh, e dalle viuzze di via Tiziano, via Santa Maria, via San Gaetanello, via Lupacchino, e via Cimabue.

 
Chiesa di Santa Croce ad Atessa

Le vicende del Castrum Athyssae, terzo abitato di grande importanza dell'Abruzzo Citra, già prima della fondazione dei due centri di Ate e Tixa (i rioni San Michele e Santa Croce), si hanno dal VI secolo circa, quando presso il Monte Pallano sorse il monastero di Santo Stefano in Lucana (oggi distrutto), che diventerà uno dei più importanti della zona ancor prima dell'abbazia di San Giovanni in Venere, citato nel Chronicon Vulturnense e nel Chronicon Farfense[80]. I conventi sorti nella zona erano San Mauro Vecchio per Bomba, San Comizio per Archi, Santa Maria di Sambuceto, Santo Stefano in Lucana di Tornareccio. Quest'ultimo si trovava in località Colle Centuomini, e faceva risalire le sue origini alle prime persecuzioni cristiane durante il tardo Impero Romano, cioè che i martiri atessani avessero dei legami di parentela con il primo martire della Chiesa, al punto di dover fondare un monastero in memoria dell'accaduto. Il convento risale all'VIII secolo, e all'epoca della redazione della cronaca dell'abbazia di Farfa era già molto ricco, quando venne affidato alla sua giurisdizione, come riportato dal cronista Gregorio di Catino (1062-1133), il quale riporta ...quoddam monasteriolum situ in finibus Theatinae sive Vocitanae in loco eius vocabulum est Lucana et constructum in onorem Sancti Stephani protomartiris[81], con tutti i suoi possedimenti, ossia il castello di Atessa e le chiese di Santa Maria di Carapelle, San Marco sotto il Castello, Santa Maria di Capragrassa e San Silvestro.

La Contea di Celano (IX-XIII secolo)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Contea di Celano e Conti dei Marsi.
 
Stemma dei Berardi di Celano

Nell'819 l'imperatore Lotario I elevò a titoli di conti i gastaldi di tutta la provincia Valeria, si creò nell'850 la "Contea dei Marsi" con a capo la città di Celano[82]. Il primo conte fu Gerardo, e gli seguì nell'890 la figlia Doda, poiché anche le donne erano ammesse, che nel 910 sposò Lindano, nipote di Carlo Magno. Dal matrimonio nacque Berardo I detto "Francisco", il capostipite della dinastia dei Berardi dei Marsi, riconosciuto ufficialmente dal sovrano Ottone di Sassonia, venuto in Abruzzo per sedare i saccheggi dei Saraceni e degli Ungheri con i Franchi. In epoca normanna si accrebbe l'importanza di Celano e di Albe, direttamente coinvolte nelle vita della piana del Fucino, tanto che il bacino lacustre veniva indicato come "lago di Celano".

Accordi vantaggiosi vennero stipulati più avanti, durante il periodo normanno, fra re Ruggero I di Sicilia e i conti locali, con aumento dei possedimenti. Il conte Rainaldo aveva in proprietà nell'XI secolo Celano, Foce, Pescina, Venere, Vico dei Marsi, Sicco in Bala, Ascolo e Ortona dei Marsi, e come feudi soggetti al servizio militarsi San Sebastiano dei Marsi, Cocullo, Secinaro, Goriano Sicoli e Molina Aterno, allora chiamata "Molina in Balva". Il momento di massimo splendore della contea ci fu con il conte Pietro, che riunì nel 1198 le contee di Albe e Celano, tentò di ampliare i domini oltre l'Abruzzo con lo scopo di creare un grande stato cuscinetto tra la regione Picena e Benevento. Ma con l'avvento degli Svevi di Federico II la situazione politica marsicana cambiò, il conte Pietro in un primo momento avverso a Federico II, in vista della netta superiorità militare di costui, sottoscrisse un patto di protezione, da parte di papa Innocenzo III.

Tuttavia nel 1210 Ottone IV, incoronato imperatore, scese in Italia per rivendicare il possesso del Regno di Sicilia contro Federico II[83]. Pietro si schierò dalla sua parte, ottenendo la Marca di Ancona e la carica di capitano e giustiziere del regno. A causa dei forti rischi politici, per una probabile vendetta di Federico II, Pietro venne destituito e gli successo Tommaso conte di Albe e del Molise, che sposò Giuditta, ultima erede della casa dei De Molisio. Tommaso si limitò a tentare di concretizzare il progetto statale del padre Pietro, facendo sviluppare molto l'agricoltura nel territorio paludoso fucense, e quando Federico II partì per la Germania, ne approfittò per rivendicare i titoli concessi al padre, scacciando inoltre le truppe sveve dalla contea. Federico II si vendicò nel 1223 assediando Celano, ed espugnano la fortezza del castello.

 
Il Castello Piccolomini di Celano, antica sede del potere dei Berardi

Il conte Tommaso scappò a Roccamandolfi in Molise, seguendo il tratturo Macerone e poi di Pescasseroli, e tentò un contraccolpo tornando ad Ovindoli[84]. Tuttavia dovette nuovamente fuggire, a Roma, mentre gli abitanti di Celano si disperdevano nelle campagne, e la città veniva bruciata. Restò indenne solo la chiesa di San Giovanni. Il gesto di Federico II fu un monito severo contro la dinastia dei baroni e dei conti che governava gran parte dell'Italia meridionale, sin sai tempi dei Longobardi, dato che il suo progetto era quello di unificare in un unico stato, con sede amministrativa a Sicilia, le varie contee e baronie, togliendo dunque il potere ai legittimi rappresentati, arricchitisi con i feudi.
Il conte Tommaso si riappacificò successivamente con Federico II, avendo come sede del potere Celano, ma rinunciando ad Ovindoli, San Potito e al controllo diretto del castello di Celano, ed a quelle di Serra e Torre di Santa Jona. Inoltre i celanesi furono successivamente esiliati in Sicilia, Calabria e Malta, e lì restarono sino al 1227, quando Federico per volere di Onorio III concesse agli abitanti di tornare in patria. Celano subì l'umiliazione del cambio del nome in "Cesarea", che rimase sino al 1250, anno della morte di Federico, e ascesa al trono del conte Ruggerone dei Berardi. Benché in quel tempo il governo ripassò ai Marsi, il felice periodo di semi-autonomia della provincia Valeria terminò per sempre, e l'equilibrio non fu più ristabilito. Anche perché di lì a poco nel 1254 verrà fondata dalle rovine di Amiternum e Forcona la nuova città di Aquila, che sancì di fatto la perdita dell'altopiano delle Rocche, della valle dell'Aterno e del Cicolano.

Nascita e diffusione del cristianesimo in AbruzzoModifica

 
Affresco ritraente San Giustino di Chieti, conservato nella cripta del Duomo

L'Abruzzo cominciò ad accogliere il fenomeno dell'evangelizzazione, secondo leggende, sin dai primi tempi dopo la morte di San Pietro. Infatti a Penne c'è la leggenda che San Patras nel 72 d.C., discepolo di Simon Pietro, si sarebbe recato nella terra dei Vestini per potare la parola di Cristo, fondando quella piccola cellula di accoliti che più avanti diventerà la "diocesi Pennese". Tuttavia a causa delle persecuzioni di Roma contro i cristiani, il fenomeno religioso si concretizzò solo molto tardi, tra il III e il IV secolo d.C., avendo anche i primi martiri e vescovi documentati. Ad esempio a Sulmona esemplare è la figura di San Panfilo, vissuto nel VII secolo, che ricoprì la carica di vescovo della diocesi già sorta di Valva, e sopra il suo sepolcro nell'XI secolo vi venne eretta l'attuale Cattedrale di Sulmona.
Facendo un passo indietro, la diocesi di Valva sorse sempre intorno a questo periodo, quando presso Corfinio venne martirizzato Pelino di Brindisi per controversie tra l'ortodossia bizantina e il cristianesimo apostolico romano. Sopra la sua tomba venne eretta una cappella, e successivamente divenne l'attuale Basilica di San Pelino, primaria sede della diocesi Valvense, la cui cattedrale negli anni seguenti fu trasferita a Sulmona. L'edificio sorge sul cimitero paleocristiano, fu distrutto dai Saraceni nell'811, dagli Ungari nel 937, e tra il 1075 e il 1102 ricostruito completamente per volere dell'abate Trasmondo, vescovo di Valva, e abate di San Clemente a Casauria[85]. Ancora prima dell'arrivo di San Pelino, nella valle dell'Aterno si erano verificati episodi importanti di evangelizzazioni, che videro protagonisti San Massimo d'Aveia, città romana dove oggi sorge Fossa, Santa Giusta di Bazzano, San Vittorino di Amiterno e San Cetteo di Amiterno. Si parla del III secolo d.C., e tutti questi santi subirono il martirio: San Massimo fu venerato sia nella neonata L'Aquila nella Cattedrale che a Penne, ove vennero trasportate alcune reliquie nel Duomo, San Vittorino fu sepolto nella chiesa longobarda di San Michele presso Amiterno, San Cetteo, il suo corpo fu gettato presso il fiume Aterno, fu raccolto e venerato a Pescara, Santa Giusta fu martirizzata dentro la grotta della chiesa di Santa Giusta fuori le mura di Bazzano, presso L'Aquila.

 
Incisione del retro dell'abbazia di San Giovanni in Venere

Altri santi molto importanti, vissuti tra il V e il VII secolo, che dettero un grande contributo all'evangelizzazione furono San Giustino di Chieti, San Benedetto di Norcia e il suo discepolo aquilano Sant'Equizio, che fondò il monastero benedettino di Arischia, ancora oggi esistente. La presenza benedettina dall'VIII secolo in poi in Abruzzo si estese con grande espansione, favorita dall'abbazia di Montecassino, attraverso la valle di Sora, nella Valle Roveto e nella piana marsicana del Fucino.

Ma non solo, arriverà fino ad Amiternum mediante Sant'Equizio, e anche nella zona di Sulmona, con i monastero di San Benedetto in Perillis, Santa Maria Assunta di Bominaco, Santa Maria del Monte in Assergi, una grancia dell'abbazia di Casanova, nell'area vestina, la prima dell'ordine cistercense. La presenza benedettina in Abruzzo si rinnovò qualche secolo più tardi nel XII-XIII secolo con la presenza cistercense, con la fondazione di altri monasteri nella valle dei Vestini, come Santa Maria in Colleromano a Penne, il convento di Sant'Angelo d'Ocre, San Giovanni a Scorzone in Teramo, la chiesa di Santa Maria di Propezzano nell'entroterra teramano, poi la chiesa di San Clemente al Vomano, la chiesa di Santa Maria di Ronzano, e l'abbazia di San Giovanni in Venere lungo la costa teatina. In queste'poca infatti i benedettini gareggiarono con i monaci dell'ordine cistercense, proveniente dall'abbazia francese di Cluny, che già dal XII secolo aveva fondato nell'area vestino-pescarese l'abbazia di Santa Maria di Casanova, l'abbazia di Santa Maria Arabona, l'abbazia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora, ed a Lanciano eressero la chiesa di Santa Maria Maggiore.

 
Torre dell'abbazia di Santa Maria di Casanova (Villa Celiera, PE), uno dei primi monasteri cistercensi in Abruzzo, disegno di Edward Lear

Grande importanza, a partire dal VII secolo, si dette all'Abruzzo ecclesiastico, quando il contado divenne terra di conquista dei monaci di Montecassino, di Farfa e di San Vincenzo al Volturno. I primi due avevano il controllo della Marsica e della valle aternina, mentre l'abbazia di San Vincenzo al Volturno, esistente sin dal VI secolo, e sede di uno dei centri monastici più floridi dell'epoca franco-longobarda aveva la valle del Sangro e la contea Teatina. Il Chronicon Vulturnense dell'abate Giovanni è un prezioso documento per la conoscenza delle rendite del monastero e della sua esistenza sino all'XI secolo, dove si scopre l'esistenza di chiese monasteri oggi perduti, come la chiesa di Santa Maria di Roccacinquemiglia, presso Castel di Sangro, che faceva le veci di San Vincenzo in Abruzzo,(insomma una grancia) controllando un'ampia parte dell'alto Sangro.

Con Ludovico II nell'872 veniva fondata in Abruzzo la prima grande abbazia benedettina che avrebbe controllato per secoli un'ampia porzione dell'Abruzzo odierno, ossia il monastero di San Clemente a Casauria, dal nome del feudo di Castiglione a Casauria dove si trovava, in posizione felice lungo il fiume Aterno-Pescara, all'imbocco delle gole di Popoli. Il Chronicon Casauriense redatto da Giovanni è una seconda preziosa fonte documentaria per conoscere gli anni di vita del monastero, e i suoi poteri, insieme alle apre contese che l'abbazia ebbe con i monasteri di San Bartolomeo a Carpineto e di Santa Maria a Picciano, specialmente nell'XI secolo con la discesa normanna. Il grande potere dell'abbazia è testimoniato anche dalla sua architettura, soprattutto dal portale, dove ci sono le formelle, alcune originali altre ricostruite, di tutti i castelli longobardi ad essa soggetta, che occupavano la valle Peligna, la valle del Sangro e la piana dei Vestini.
Un altro ruolo marginale nel controllo dell'Abruzzo, stavolta per la costa teatino-vastese, fu svolto dall'abbazia di Santo Stefano in Rivomaris, risalente al VI secolo, fondata sopra uno sperone tufaceo nel territorio di Casalbordino. Il monastero aveva le rendite all'inizio di San Giovanni in Venere, delle chiese della valle del Trigno-Sinello, e di San Salvo, dove si trovava un'altra abbazia, dedicata ai Santi Vito e Salvo. A causa delle numerose scorrerie saraceno-turche, e dell'accrescimento del potere vescovile di Vasto, già nel XVI secolo l'abbazia di Santo Stefano era in grave decadenza e infatti oggi ne rimangono pochi resti.

Il cristianesimo nella Majella e l'abbazia di CasauriaModifica

Il cristianesimo ebbe una larga diffusione sia nella Marsica, che nella costa abruzzese meridionale e soprattutto tra le montagne della Majella e del Gran Sasso d'Italia, parlando di luoghi al di fuori dei centri abitati principali. Nella Majella il cristianesimo si diffuse con Sant'Equizio d'Amiterno, che prese a fondare eremi nelle grotte e nelle alture. Una battuta di arresta ci fu a causa delle varie invasioni dei Longobardi e dei Saraceni, che distrussero le chiese fondate, come l'esempio più lampante della Basilica valvense di Corfinio, e l'opera di ricostruzione e ripopolamento avvenne nel periodo di transizione tra popoli Franchi e Normanni (X-XI secolo). La prima presenza, rappresentata da Sant'Equizio, monacale in Abruzzo fu quella dell'ordine benedettino dell'abbazia di Montecassino, che aveva molti feudi, già prima della fondazione della potente abbazia di San Clemente a Casauria (872), che si spartiva le terre a confine con la Marsica, in parte proprietà dell'abbazia di San Vincenzo al Volturno e dell'abbazia di Farfa, e con l'alto Sangro, di San Vincenzo al Volturno e Santa Maria delle Cinquemiglia.

 
San Liberatore alla Majella

La presenza benedettina ancora oggi è rintracciabile in diversi monasteri di montagna sorti tra la Majella, la Marsica e la conca Aquilana, come l'abbazia di San Liberatore a Majella con la grancia di Sant'Onofrio, il monastero di Santo Spirito d'Ocre, il complesso abbaziale di Bominaco, l'abbazia di Santa Maria del Monte di Campo Imperatore e l'abbazia di San Pietro ad Oratorium.
San Liberatore alla Majella fu uno dei primi monasteri, secondo la leggenda fondato da Carlo Magno in Abruzzo, insieme a Santa Maria Assunta di Bominaco ed a San Pietro di Capestrano. Le prime notizie dell'inventario si hanno nell'884[86], quando il monastero venne anche saccheggiato dai Saraceni, e l'abate Bertario venne ucciso con i monaci. Nel 1022 fu dell'abate Teobaldo, che fece redigere un prezioso Memoratoriu, e anche negli scritti di Flavio Biondo si apprende che il monastero benedettino fu uno dei primi in Abruzzo dove si apprese l'arte del copiare i testi e del conservare la cultura[87]Vi soggiornò papa Vittore III, che parlava nel X secolo di un rovinoso terremoto che danneggiò l'abbazia, restaurata poi da Teobaldo. Altri monasteri della Majella, oggi scomparsi, erano San Salvatore alla Majella presso Rapino, l'abbazia di San Martino in Valle a Fara San Martino, la chiesa di San Clemente di Guardiagrele, la chiesa di San Comizio di Tocco da Casauria, e l'eremo di Santo Spirito a Majella, l'unico conservatosi, dove vi soggiornò ugualmente Vittore III (ossia l'abate Desiderio di Montecassino), venuto presso Serramonacesca a San Liberatore.

Con la riorganizzazione territoriale dell'Abruzzo nel periodo franco, dove gli antichi comitati e gastaldati longobardi vedevamo modificata la loro fisionomia orografica, al livello religioso venne creata la provincia di Valva (Corfinio-Sulmona), con la basilica di San Pelino, collegata direttamente con la neonata Badia di Casauria, voluta da Ludovico II in merito ad un voto nell'872[88]. Venne costruita sull'Insula Piscariae, in un lembo di terra tra due alvei del fiume Pescara di Torre de' Passeri e Tocco da Casauria. Tra gli abati più famosi ci furono Lupo, poi Ittone che scampò all'ondata saracena del 911, Alpario e Ilderingo che restaurarono il monastero, e acquistarono nuovi terreni, fino all'abate Trasmondo, che si scontrò contro il conte di Manoppello Ugo de Mamouzet, il quale mandò la badia in crisi durante il suo governo.

Il cristianesimo nella Marsica dei FranchiModifica

A partire dall'arrivo dei Longobardi nella provincia Valeria nel 571-574, si susseguirono 20 anni di conquiste, terminati nel 591 con l'incoronazione di Ariulfo secondo duca di Spoleto. Gli insediamenti nell'Abruzzo sotto forma di castra e torri di avvistamento iniziarono proprio in questo periodo. Le prove della pericolosità dei tempi dai Bizantini ai Longobardi si hanno nel ritrovamento di materiali sulle alture una volta occupate dalle fortificazioni dei Marsi: ceramica sigillata africana del VI secolo, sul centro di Milonia (nei pressi di Rivoli di Ortona dei Marsi), sull'altura di San Vittorino di Celano e una fibula di bronzo a dorma di pavone del VII secolo trovata sul Monte Secine di Aielli. La crisi dei tempi e il terrore di incursioni si manifestò dunque con la fortificazione di fortezze andate distrutte, con il riutilizzo di necropoli romane, come testimoniato da quelle di Crecchio e di Sant'Agostino, località di Aielli, risalenti al VI-VII secolo. Dal dramma della prima conquista della "provincia Valeria" da parte dei Longobardi, abbiamo l'accorata descrizione di Papa Gregorio Magno, che evidenzia l'uccisione di due monaci mediante impiccagione, e la decapitazione del diacono della Marsica: «Alius quoque in Marsorum provincia vitae valde venerabilis diaconus fuit, quem inventum Langobardi tenuerunt; quorum unus educto gladio, caput eius ampotavit. Sed cum corpus eius in terram cadevit, ipse, qui hunc capite truncaverat, immundi spiritu correptus, ad pedes eius corruit, et quod amicum Dei occiderit, inimico Dei traditus ostendit.»[89][90]. Mancava ancora una diocesi vera e propria nella Marsica, e i monaci addetti alla conversione dei pagani erano isolati, e senza un controllo vero e proprio, malgrado quelle terre fossero sotto la giurisdizione delle prime diocesi sviluppatesi presso Ofena, Trivento, Valva, Castel San Vincenzo e Alfedena. Le antiche città italiche di Marruvio, Albe, Antinum e Carsioli persero ogni controllo politico ad eccezione della prima, che continuò a mantenere il prestigio di "civitas" fino al VII secolo. Diversa sarà la sorte della cittadella di Anxa (Lucus Angitiae), che verrà distrutta nel V secolo dai cristiani per estirpare il simbolo della credenza pagana. Infatti nei documenti notarili, Anxa è l'unica a non avere il termine "civitas", mentre tutti gli altri villaggi d'origine italica come Carsioli, Antinum, Alba e Marruvium continuarono ad avere tale appellativo.

 
Incisione del 1878 ritraente Celano

In passato prima della conquista longobarda del VI secolo, è possibile che il municipio marso di Antinum (Civita d'Antino), come quello di Albe, sia stato sede di una primitiva diocesi, intorno al IV-V secolo, vista la titolatura medievale di Civitate Antena nel Chronicon Cassinese di Leone Marsicano, e la sopravvivenza delle mura italiche sino al VI secolo, con una contrazione notevole dal VII al X secolo. Ancora nel 1183 con la bolla di Papa Lucio III i confini della pieve di Santo Stefano in Civita d'Antino comprendevano, oltre al suo territorio, quelli di Morino Vecchio, di Meta, Rendinara, delle pertinenze della vecchia diocesi della Valle Roveto, la cui sede episcopale doveva essere proprio "Sancti Stephani in Civitate Antena".
Agli inizi del VII la provincia Valeria ormai completamente longobarda, fu inserita nel ducato di Spoleto con la nascita della Marsica contemporanea, e di una gastaldia locale, retta da un "gastaldius Marsorum", residente nella Civitas Marsicana (San Benedetto dei Marsi) e nella corte di Pescina dei Marsi, posto sotto il governo del monastero benedettino di Santa Maria delle Cinquemiglia, sede della primitiva Fara longobarda, testimoniata da toponimi come "fiume della Fara - Morrone di Fara". Nello stesso secolo, nel 608, un prete nativo della Marsica divenne Papa come Bonifacio IV, alla metà del secolo i longobardi si cristianizzarono ed iniziarono a costellare il territorio di chiese dedicate a San Michele arcangelo, prevalentemente realizzate in grotte o cave, di cui resta il mirabile esempio marsicano della grotta Sant'Angelo sopra l'abitato di Balsorano Vecchio.

Purtuttavia la conquista longobarda mise fine alle strutture amministrative romane, ed anche alle primitive diocesi insediate negli ambiti municipali. Dei vecchi municipia di Albe, Anxa, Marruvio e Antino non rimane alcune traccia come è ben descritto nell' Historia Langobardorum di Paolo Diacono: «Porro tertia decima Valeria [...] Haec habet urbes Tiburim, Carsiolis et Reate, Furconam, et Amiternum regionemque Marsorum et eorum lacum qui Fucinus appellantur.»[91]I fundi e i vici documentati in piena età imperiale romana sono in parte utilizzati come ecclesie, celle, ville e casali, e si ha notizia in un documento dell'abbazia di Farfa del gastaldato dei Marsi, con il culto di Sant'Angelo radicato in Avezzano. La seconda metà dell'VIII secolo vede la fine del governo longobardo in Abruzzo. Nel 774 la gastaldia dei Marsi è conquistata da Carlo Magno e nuovamente inserita nel ducato di Spoleto, ma il potere locale continuò ad essete dominato da funzionari longobardi, come risulta dalla citazione dei duchi di Spoleto dal nome tipicamente longobardo nell'879, nella persona del funzionario Garibaldo della Civitas Marsicana, costretto in quell'anno a cede le sue proprietà all'abbazia di San Clemente a Casauria, compresa la città di Paterno. Il monastero di San Clemente, insieme al più venerando San Vincenzo a Volturno del VI secolo, con le loro cronache, furono di grande importanza per documentare i possessi e le vicende storiche delle chiese e della vita delle due abbazie dalle origini sino al XII secolo. Importanti avvenimento bellici interessarono la Valle Roveto tra il IX e il X secolo, come l'area avezzanese, con i soliti strascichi di lutto e terrore, stavolta portati dalle scorrerie dei Saraceni e degli Ungari. Il passaggio nei Piani Palentini vicino Tagliacozzo di Ludovico II il Giovane con il suo esercito diretto a Montecassino nell'866 per sbaragliare i Saraceni, avvenne quando la città di Sora entrò nei limiti del ducato di Benevento con i possedimenti di Cassino. Nell'880 i Saraceni riattraversarono i Piani Palentini provenendo dal fiume Liri e nel Fucino distrussero il monastero di San Vittorino a Celano e depredarono il monastero di Santa Maria in Apiniaco di Pescina dei Marsi.

Nel 937 con l'invasione della Marsica da parte degli Ungari, che avevano già devastato Capua, attraversando la Valle Roveto raggiunsero il Fucino, dove però a Forca Caruso furono respinti dalle truppe dei Marsi e dei Peligni, benché abbiano portato distruzione ai luoghi isolati, come le chiese, tra le quali il danneggiamento della basilica valvense di San Pelino a Corfinio e la semidistruzione della chiesa di San Cesidio e Rufino presso Trasacco.

 
Il borgo di Albe Vecchia con il monte Velino in un disegno di Edward Lear

Con la conquista franca del Ducato di Spoleto iniziano le prime testimonianze delle chiese e monasteri benedettini nella Marsica. La prime notizia risale al periodo franco-longobardo del 782, quando il duca di Spoleto Ildebrando concesse a Montecassino la curtis longobarda di Paterno con 500 moggi di terra (250 ettari), oltre alle famiglie, i pescatori del lago e il porto dell'Adestrina, presso Venere dei Marsi, e il vicino "guado" boscoso di Cusano: «in comitato vero Marsorum, loco Paternus vocatur, curtem quingentorum modiorum, simul et familias multas cum ombinus substantiis earum, necton et aliquot piscatores in lacu Fucino cum portu ipsiis lacus vocabolo Adrestina, sed et qualdum suum nomine Cusanum.»[92]. La derivazione della curtis di Paterno da un prediale appare rafforzata dalla citazione della chiesa di Santa Maria in Paterniano in un documento redatto nell'XI secolo, ma relativo alle famiglie che il monastero di Farfa in Sabina possedeva nel territorio marsicano al tempo del duca spoletino Guinigio, che fu al potere dal 789 all'822, il cui potere era di Gottifredo e Guerrano. La stessa chiesa venne citata nell'818 insieme al vicino porto di Maurino nella conferma dell'imperatore Ludovico il Pio allabate cassinese Theodomar, dei beni dipendenti da Montecassino.
Di questa chiesa non rimane alcuna traccia, e forse si trovava presso la località di Porciano, mentre di Sant'Adriano di località Placidisci si conosce la localizzazione, presso il cimitero di Paterno, eretto nel IX secolo. Conteso tra Farfa e Montecassino, si trovava anche il monastero di Sant'Angelo in Barregio, di cui si ha menzione nell'873 dalla conferma di Ludovico II, ma era già presente nel diploma di Carlo Magno del 787. Nel 1024 fu citato da Leone Marsicano per un pagamento: «Fecit pretéra per hos dies idem abbas libellum de canto Gregorio de Paterno in comitato Maricano Rocconi, quidam, cum omnibus pertinentiis ipsius, pro solidis LX censu annuali piscibus octinentis.»[93].

Forse infatti tra Paterno e Avezzano si trovava anche questa chiesa di San Gregorio, sotto la giurisdizione della basilica di San Pelino a Corfinio, in contrada Serviliano, dal fondo del patrizio romano Servilius, di cui si ha notizia dalla cronaca cassinese (anno 899). Anche Avezzano era dotata di una chiesa in contrada Pantano, dedicata a San Clemente, dove successivamente sorse la pieve di San Bartolomeo, che corrisponde all'ex Collegiata di San Bartolomeo, distrutta dal terremoto del 1915, per cui furono ritrovate le fondamenta originali nei successivi scavi archeologici. Fu rinvenuto un pilastrino del IX secolo dell'iconostasi del recinto presbiteriale, che Ignazio Carlo Gavini attribuì alla chiesa di San Salvatore presso Avezzano, anche se in seguito la chiesa è stata localizzata a Fonte Muscino, e quindi non collegabile con San Bartolomeo.
Nel resto della Marsica, ai confini con l'altopiano delle Cinquemiglia tra Opi e Barrea si hanno notizie della chiesa di Sant'Angelo in Barregio (presso la contemporanea Villetta Barrea), che faceva parte dei possedimenti di Carlo Magno e Lotario, insieme a San Gregorio di Paterno, San Salvatore di Avezzano e Sant'Antino alle Forme sul versante Palentino dei cunicoli di Claudio (nel territorio di Capistrello). Di questa chiesa si hanno notizie anche nel 981, quando Montecassino rilevò il possesso della chiesa: «Hic idem abbas dedit in concambium Aimerado cuidam de territorio Marsicano ecclesias et terras huic monasterio pertinentes ibidem, idest ecclesiam sanctae Mariae in Montorone, sancti Abundii in Arco, sanctae Mariae in Oretino, sancti Salvatoris in Avezzano, et sancti Antini in Vicu, et recpit ab eo in comitatu Teatino ecclesiam sancti Heliae ed sancti Viti, cum quinque milibus modii de terra.»[94].

Il cristianesimo durante la Contea dei MarsiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Contea dei Marsi e Diocesi dei Marsi.
 
Il "portale degli Uomini" della Basilica dei Santi Cesidio e Rufino a Trasacco

Nel frattempo una famiglia franco-provenzale creava le premesse per la nascita di un grande potere comitale nella Marsica, quella dei conti dei Marsi, che domineranno l'area dal X al XII secolo. Nel 926 con la discesa di Ugo d'Arles per cingere la corona, i conti arrivarono con lui in Marsia, ossia i conti Attone burgundo e suo zio Berardo "Francisco", che ottennero insieme l'investitura comitale del "Paese dei Marsi", che ancora designava l'Abruzzo nella quasi totalità. Il burgundo Attone ebbe i comitati di Penne e Teate, mentre il franco Berardo ebbe la Marsica, Reate, Amiterno, Forcona e Valva: «Cum hoc Ugòne venit Italiam Azzo comes Burgundie, avunculus Berardi illius, qui cognominatus Franciscis, a quo videlicet Marsorum comites proceati sunt.»[95]. Berardo risiedette a Rieti con la moglie longobarda Doda, la quale realizzò il sogno della dinastia dei Marsi, detti "Berardi", stabilendosi successivamente a Celano. In base alle donazioni di Doda e del giglio Rainaldo II conte dei Marsi, i monaci di Montecassino arrivarono a Luco dei Marsi, nell'area fucense, edificato il monastero di Santa Maria di Luco, diventato poi sede della più prestigiosa prepositura cassinese della Marsica, da cui dipendettero ben 29 chiese. Sulla nuova concessione a livello al famoso abate Aligerno, di Rainaldo II, databile tra il 970 e il 985, si hanno i possessi della prepositura di Luco in cui sono comprese le chiese marsicane di San lorenzo a Vico, Sant'Ambrogio a Secunzano e il monastero di Santa Maria di Cese: viene inoltre ricordata la donazione della madre Doda (950) per opera del monaco Gualtiero con le concessioni di circa 300 ettari di terre e le donate eredità di Pietro Mainone in Auretino (tra Celano e Ovindoli), di Apico in Paterno e Bettone Rattruda in Avezzano: «Hic abbas fecit libellum de monasterio sancte Marie de Luco Rainaldo comiti Marsorum, secundum illas scilicet pertinentias atque fines, quibus Gualtierus sacerdos et monachis tandem ecclesiam a Doda comitissa sibi concessam in hoc monasterio ante annos ferme vigenti tradiderat, quod est terra modiorum circiter sexcentorum. Quod videlicet sancte Marie monasterium diversis postmodum ac multiplicibus longe lateque ecclesiis seu possessionibus a nonnolluis fidelibus est ditatum, de quibus hinc ea, que investigare potuimus, congruum scrivere duximus: Ecclesia [...] , sancti Laurentii in Vico [...] sancti Ambrosii in Secunzano, monasterium sancte Marie in Cesis.»[96].

L'eredità dell'avezzanese Bettone Rattruda doveva essere nel piano di Vico, dove gli stessi cassinesi edificarono la chiesa di San Lorenzo, che nel XVI secolo passò alla diocesi marsicana. I resti della chiesa fino agli anni settanta del Novecento erano visibili nella località Vico presso la salita del Monte Salviano, in comunicazione tra Avezzano e Capistrello. Del monastero di Santa Maria in Cese si sa che fu fondato nel 630, menzionato nella lettera di Guglielmo all'abate Desiderio di Montecassino nel 1066, e nella bolla papale di Anastasio IV del 1153 è presente come "Santa Maria in Cesi nel Palentino", ricompare nel diploma di Lotario III nel 1137[97], nel 1249 era nelle mani di un rettore della diocesi marsicana, e fu distrutta dal terremoto del 1915.
Altri possedimenti erano dell'abbazia di San Vincenzo al Volturno, presso il Salviano, la Valle Fredda a nord-ovest del tracciato dell'emissario di Claudio, ai limiti del Vico e Marciano d'Avezzano, tracciati da Mattefredo figlio di Lupone[98]. La serra di San Donato e la sottostante Valle Fredda di Capistrello erano proprietà dei cassinesi di Luco, che s'inoltravano con i loro possessi fino a Cese dei Marsi ed Avezzano, con la chiesa di San Lorenzo in Vico, sul versante fucense, e il monastero dipendente di Santa Maria di Cese, sul versante palentino. Nel frattempo il 6 marzo 1017 Pontio, col figlio Berardo rinunciava a favore di Montecassino, a tutte le loro pertinenze marsicane che avevano Opi e Praccle, che in passato erano appartenute al monastero di Sant'Angelo in Barregio[99]. Del 1049 si hanno notizie delle rese piscatorie di San Salvatore di Avezzano, con la concessione a livello della stessa chiesa da parte dell'abate cassinese e Conte dei Marsi Berardo III, con l'obbligo annuale di pagare 300 pesci. Nella zona dell'emissario di Claudio a Capistrello nel XIII secolo cambiò nome "ad Formas", assumendo quello di Penna dal nome della distrutta città d'Angizia; poco dopo la Valle Fredda fu colonizzata dai benedettini di Luco con la chiesa di Sant'Agnese, citata dal Vaticano nel 1324 riguardo le chiese di Capistrello, che sorgeva presso il casale Tasconi-Luciani. Importante anche la chiesa di "San Padre" presso Pinnae, rimasta nella prepositura di Luco fino al Cinquecento, che si trovava all'imbocco del cunicolo maggiore del Salviano. Nel 1979 degli scavi riportarono alla luce preziosi affreschi come quello dedicato alla Trinità. La chiesa era citata anche da Muzio Febonio come "grotta di Santo Padre".

A metà dell'XI secolo il territorio di Avezzano era inserito nella diocesi dei Marsi, anche se continuavano ad esserci presenze benedettine all'interno, come si evince dalla bolla di Stefano IX del 1057 inviata al vescovo Pandolfo dei Berardi, in cui conferma il potere del territorio del Fucino e di Carsoli fino all'alta val di Sangro[100], compreso Capistrello e la valle di Nerfa. In precedenza questa e Tagliacozzo erano entrate negli interessi dei conti dei Marsi grazie ad Oderisio II, che a metà dell'XI secolo creò la diocesi carseolana con a capo il figlio Attone e cattedrale della diruta "civitas Carseolana" la chiesa di Santa Maria in Carsoli. La diocesi durò dal 1050 al 1056 e comprendeva il territorio che andava da Pomperano (Poggio Filippo di Tagliacozzo) ad Oricola verso nord, la valle di Nerfa e Capistrello verso sud. La manovra di Oderisio II rientrava nel clima di conflittualità tra i figli Berardo I per il controllo della diocesi marsicana dopo la fine dei vescovi loro parenti Alberico e il figlio Giunigio, conflitto che si acutizzò quando nei loro interessi iniziò ad esserci anche la Valle Roveto o di Sora.
A tale volontà di Oderisio, cercò di opporsi il titolare reale della diocesi Quinigio, Pandolfo, figlio di Berardo II e residente ad Oretino sopra i monti di Celano, ma senza successo.

Solo con Papa Vittore II si arrivò nel concilio generale della Basilica Costantiniana del 1057 a riconoscere Pandolfo unico titolare della diocesi dei Marsi, mentre Attone fu trasferito come vescovo nella diocesi Teatina. La precoce morte del Papa non permise la trascrizione delle decisioni conciliari, eseguite dal successore Papa Stefano IX con una bolla del 9 dicembre 1057. Tale periodo fu cruciale per lo sviluppo della diocesi marsicana, date le prime avvisaglie della conquista normanna del comitato, iniziata nel 1076 alle porte della Valle Roveto, presso Sora, con la formale resa di Berardo III a Giordano, figlio di Riccardo Principe di Capua. L'avanzata dei Normanni preoccupò gli esponenti della contea marsicana che iniziarono a donare le loro proprietà a Montecassino ed a creare delle proprie fondazioni cultuali o feudali, al fine di salvarle dalla conquista normanna. In quest'ottica abbiamo la donazione ai monaci di Farfa del 1061 dal conte Berardo III della chiesa della Santissima Trinità di Avezzano con tutte le sue pertinenze con 100 moggi e 50 ettari. Con la donazione a Montecassino del 1070 della Rocca di Santa Maria di Luco, si pongono realmente le basi per l'ampia enclave territoriale marsicano-cassinese esente dal locale controllo vescovile. Proprio in questa donazione sono evidenziati i confini fra Luco, Capistrello e Avezzano, con toponimi successivamente scomparsi come Colle Ciarolotti, Pigna, Cunicella, Piano del Termine (Spinazzola), Valle Sambuco, Tritermini di Cima Prato Santo.

 
Antica carta geografica ritraente Avezzano e il lago Fucino, conservata nell'Aia dei Musei

Dal 1072 al 1096 con le concessioni di nobili marsicani e della contessa Aldegrina, vedova di Rainaldo IV, Montecassino ha il controllo dei castelli di Luco, Meta, Pereto, Camerata, Fossaceca e Oricola.

Nella seconda metà dell'XI secolo c'è la prima documentazione delle grandi chiese feudali di San Giovanni presso Celano, posta sotto il castello, creata dallo stesso Pandolfo, poi San Cesidio sotto il castello di Trasacco, a contatto con un palazzo comitale di Berardo III. La politica filo-normanna del vescovi dei Marsi, da Pandolfo e suoi successori Andrea, Siginolfo, Berardo, Benedetto e Zaccaria fu tuttavia profittevole per la diocesi, che con i normanni trovò la sua definitiva dimensione, favorita dall'aumento del prestigio che i vescovi assumono nel nuovo regno di Sicilia, a scapito dei monasteri benedettini.
I legami del vescovo Pandolfo con Montecassino, dovettero portare ad un'opera di diffusione in ambito diocesano dell'arte cassinese, testimoniata nel raffinato rotolo dell'Exsultet di Avezzano[101], che era conservato nella chiesa feudale di San Giovanni in Capodacqua di Celano, miniato nella celebre abbazia cassinese nella metà dell'XI secolo. I rapporti di Pandolfo con Montecassino irritarono Berardo III che arrestò il fratello nella residenza del castello d'Auretino (presso la contemporanea Ovindoli), provocando l'intervento di Riccardo di Capua a favore di Pandolfo, che attraversò la Valle Roveto attraverso Capistrello. Con il vescovo Berardo, il famoso San Berardo dei Marsi, figlio di Berardo IV e di Teodosia, nato a Colli di Monte Bove nel 1080, che la diocesi conosce un periodo di floridezza e rinascita, dopo le scelleratezze del precedente vescovo Siginolfo. Berardo fece carriera a Roma come Conte della Campagna, cardinale diacono della chiesa di Sant'Angelo e cardinale della chiesa di San Crisogono. Fu assegnato alla sede vescovile dei Marsi da Papa Pasquale II nel 1110, sede che tenne sino al 3 novembre 1130, quando morì.

La bolla papale di Pasquale II, inviata a San Berardo il 25 febbraio 1115 definisce i limiti della diocesi marsicana, le chiese appartenenti al vescovo e un forte richiamo ai feudatari locali e all'abuso, specialmente ai monaci di San Nicola a Cappelle, che apparteneva al monastero di Santa Maria del Pertuso (Eremo di Santa Maria del Cauto) a Morino Vecchio[102], che in barba al diritto ecclesiastico, impartivano il battesimo, l'unzione degli infermi, ammettevano alla confessione "individui volgari", alla comunione gli scomunicati e dal vescovo assumevano per gli uffici sacri i colpiti dall'interdizione. I limiti della diocesi lambivano la zona di Carsoli, l'inizio della valle del Sangro, con 59 chiese, inclusa la cattedrale di Santa Sabina a Marruvio, di cui 7 pievi, le puù importanti quelle di San Giovanni di Celano, San Cesidio di Trasacco, San Vincenzo in Forme a Luco, San Martino in Valle di Magliano, Santa Maria nel Loreto di Tagliacozzo, Santi Erasmo e Donato a Tagliacozzo, Santa Maria di Oricola.
Nel documento si apprende anche che nella descrizione di Avezzano, la città allora non era ancora un castello fortificato, ma una semplice "villa", dipendente dalla fortezza di Pietraquaria dotata di sola chiesa diocesana posta vicino ai campi coltivati e sottoposti al pascolo, appunto San Salvatore. La presenza della chiesa di Sant'Andrea come santo protettore dell'abitato all'inizio del XII secolo appare legata alla principale attività economica della pesca lacustre, attestata già nel IX secolo da Paterno ad Avezzano con le chiese di San Gregorio, San Clemente, Sant'Andrea e San Salvatore.

I Normanni in AbruzzoModifica

 
Le Torri Montanare di Lanciano: uno degli esempi di fortificazione normanna più conservato d'Abruzzo, la torre piccola è chiaramente stata restaurata in epoca aragonese, mentre la torre alta è più remota

L'estensione territoriale della "Marca Fermana", istituita a Fermo dai carolingi, abbracciava la regione compresa tra il Musone e la valle del Sangro, comprendendo il Comitato di Camerino e Macerata, il Comitato d'Ascoli, il Gastaldato di Aprutium (Teramo), il Gastaldato di Teate (Chieti). La ripartizione durò sino al 1081 quando la Marca Fermana perse il controllo dal Gastaldato d'Aprutium fino a Chieti, insieme ai territori del Tronto, che vennero inclusi nuovamente nel ducato di Benevento, che però era andato a far parte di un nuovo grande regno del sud Italia, la prima particella embrionale del Regno di Napoli, a seguito dell'accordo di Ceprano tra papa Gregorio VII e il principe Roberto d'Altavilla, normanno. L'Abruzzo si trovò inglobato dunque nel nuovo regno normanno che gravitava verso i territori del Mezzogiorno, con il confine settentrionale lungo il fiume Tronto, con la fortezza di Civitella del Tronto. Nel 1075 i Normanni sconfissero il conte Trasmondo III degli Attoni Tella battaglia di Ortona, che venne saccheggiata, e lo costrinsero a rifugiarsi a nord del fiume Pescara.[103]

Quanto alla Marsica, il pontefice Pasquale II, riconfermato nel 1110 i possedimenti della Valle Roveto all'abbazia di Montecassino, confermò di fatto la presenza benedettina nella Marsica. Dette inoltre il privilegio al vescovo Goffredo per la delimitazione dei confini della diocesi di Sora, dove si ricordano le chiese di San Pietro e San Donato nella vallata, la pieve di Santa Maria a Sora, e una chiesa dedicata a San Savino. I beni della chiesa furono aggregati alla mensa vescovile di Sora, e si tratta della chiesa di Santa Maria donata nel 1089 a Montecassino, stante nel territorio di Morrea, oppure Santa Maria di Morino. Dalla bolla si sa che la Valle Roveto era indubbiamente sotto il controllo della diocesi sorana, in un'altra bolla del 1115 al vescovo dei Marsi San Berardo, troviamo i confini della diocesi di Sora e San Rufino (Trasacco), e di Pescocanale (Peschio Canalis). In quest'epoca i diplomi papali si mescolarono anche con quelli imperiali, sempre più interessati alle vicende dell'Abruzzo, come Lotario III nel 1137. Nel 1143 i figli di Ruggero I di Sicilia si occuparono della Marsica, divenendo i nuovi padroni dell'Italia meridionale, tessendo rapporti d'amicizia con i Berardi di Celano. I Normanni del Principato di Capua annetterono la Marsica e la valle amiternina, mentre la Majella e il Gran Sasso d'Italia dipesero dal ducato normanno di Puglia.

Ruggero successivamente riunì tutte le province, con diploma esemplare in favore del vescovo di Forcona (L'Aquila)[104]. La Valle Roveto appare in una bolla di Papa Alessandro III nel 1170 in favore del monastero di Casamari, la chiesa di San Vincenzo "in Valk Orbetana", e ivi passò anche Lucio III che si recava nel 1184 in Italia settentrionale per incontrarsi con Federico I Barbarossa, il quale l'anno precedente aveva riconosciuto i privilegi e i possessi della pieve di Santo Stefano a Civita d'Antino. Di grande importanza è il Catalogus Baronum del 1173 dove si menzionano alcuni centri come Morino e Colli Zippolam (forse Colli di Monte Bove) nel possesso di Berardo VI conte dei Marsi, che grazie a Ruggero istituì la Contea di Albe e Tagliacozzo.
A Ruggero obbedirono i paesi della Valle Roveto, mentre un figlio di Berardo VI assumeva il potere della contea di Celano, dando inizio alla dinastia dei "conti di Celano" sotto il protettorato normanni.

Il "Catalogo dei Baroni" attesta il possesso di tutto l'Abruzzo al Principato di Capua e al Ducato di Puglia, di cui Guglielmo, re di Sicilia, era sovrano. I paesi della valle Rovetana nominati sono Valle Sorana (Balsorano), Colle Eretto (forse San Giovanni dei Colli), feudi di 4 soldati, di cui ogni soldato avente 24 famiglie, Roccavivi, Morrea, Civitella e Pescocanale, feudi di 2 soldati ciascuno, 48 famiglie e circa 250 abitanti per paese. Poi Morino Vecchio feudo di 3 soldati, 72 famiglie e 375 abitanti, Canistro Superiore, feudi di un solo soldato, 24 famiglie, Rodemara e Castel Gualtieri (Castronovo), feudi di 3 soldati e 72 famiglie, ed infine Civita d'Antino, feudi di 4 soldati e 96 famiglie e 500 abitanti.

Dal catalogo si apprende anche dell'esistenza del castello di Pietraquaria, nei pressi del santuario della Madonna, sopra Avezzano, feudo di 5 soldati, oggi andato distrutto.

In quest'epoca si afferma, nel territorio compreso tra la Marsica, l'area vestina di Penne, Chieti e Teramo la denominazione territoriale di Abruzzo. Prima di allora infatti, semplicemente solo l'area teramana veniva indicata come "Aprutium" o "Contea d'Apruzzo", dal nome dei popoli italici Pretuzi: i vescovi di Teramo erano chiamati invece "aprutini". Dato che nei diplomi imperiali le terre di Chieti e della Marsica erano solite essere definite con i confini verso l'Aprutium (cioeè in partibus - in finibus Aprutii), a poco a poco il vocabolo ebbe il sopravvento territoriale, corrispondendo all'area dei 7 comitati longobardi, strappati al ducato di Spoleto,cioè quelli di Valva, Teate, Marsia, Forcona, Amiternum, Penne e Aprutium appunto. Mentre la diocesi di Amiterno e Forcona furono riunite, durante la fondazione di L'Aquila nel 1254 circa, cessando successivamente di esistere, le altre 5 erano rispettivamente: la diocesi dei Marsi, la diocesi di Sulmona-Valva, l'diocesi Teatina e la diocesi di Teramo-Atri.

Tuttavia solo con Federico II di Svevia, con la creazione del "Giustizierato", il nome Abruzzo sarà ufficialmente riconosciuto.

 
Berengario I con i monaci di Casauria in un disegno del Chronicon Casauriense

Quanto alle vicende di Pescara, durante i normanni, il conte di Chieti Trasmondo, quale feudatario del porto di Aterno, era proprietario del territorio per il quale riscuoteva i canoni degli enfiteuti e aveva diritto di vita e di morte della popolazione a lui soggetta. Nel diploma di Enrico III del 1047 si evidenzia la presenza patrimoniale degli uomini di Aterno nelle pertinenze della chiesa di Santa Maria di Gerusalemme e San Salvatore (due nchiese di Pescara oggi scomparse), nonché dei diritti comunitari sui pascoli e sui castelli verso la selva di Sambuceto di Forcabobolina[105], vale a dire il comune di San Giovanni Teatino. Con la conquista di Roberto I di Loritello, pronipote bastardo di Roberto il Guiscardo, e fondatore della contea di Loritello, nel Molise, si attuò il mutamento del ceto signorile, in quanto i Normanni occupavano tutti i punti strategici del territorio abruzzese.

Con la donazione del 1095 del Conte Roberto alla diocesi Teatina della selva di Sambuceto, si nota ancora nel documento come il vescovo teatino avesse diritto di vita e di morte, e di come esigesse il pagamento per la legna da ricavare dal fitto bosco presso il Pescara, mentre il pagamento del pedaggio del porto di Aterno spettava al monastero di San Giovanni in Venere. Il controllo di Sambuceto, da tempo del vescovo di Chieti, passò ad Aterno, che in quest'epoca inizia ad assumere il toponimo di Piscaria[106], e i diplomi inizieranno a denominare l'area di demarcazione del fiume Aterno con i termini "Citra et Ultra flumen Piscariae", dunque i due Abruzzi Ulteriore e Citeriore.

La presenza normanna in Abruzzo non fu sempre pacifica, innanzitutto per le guerre che si succedettero per spodestare vescovi-signori come Tramsondo III di Chieti, e poi per ribellioni cittadine o atti di fellonia dei signori e conti stessi contro il sovrano di Sicilia, come nel caso della distruzione totale di Teramo nel 1156 da parte di Roberto III di Loritello. La città Aprutina nel 1153 con bolla papale di Alessandro IV aveva il controllo dell'antico territorio dei Pretuzi, che si estendeva dal fiume Tronto al Vomano[107]. Il vescovo era il sommo signore della città. Quando la città appoggiò Guglielmo d'Altavilla contro suo cugino Roberto III di Loritello e di Bassavilla, scoppiò nel 1156 una guerra che iniziò dapprima a Bari e coinvolse anche Teramo, che fu severamente punita con la distruzione e l'incendio della città[108]. Rimasero soltanto poche strutture in piedi, come la torre Bruciata dell'antica Cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, distrutta, dove oggi sorge la chiesa di Sant'Anna dei Pompetti, la Casa Franchi e il teatro romano. Tuttavia il vescovo Guido II non si dette per vinto e provvide immediatamente alla ricostruzione della città, iniziando nel 1158 con la costruzione della nuova Cattedrale di Santa Maria Assunta, terminata nel 1176, e successivamente dell'intera città.

Ugo de Mamouzet e la Contea di ManoppelloModifica

 
Mappa storica dell'Abruzzo Citeriore ed Ulteriore

Poco prima che i Normanni si stabilissero in Abruzzo, istituendo le due grandi contee di Manoppello e Loreto, nel X secolo si era verificata in Abruzzo l'invasione degli Ungari, che attraverso la Marsica penetrarono nella conca Peligna, giungendo fino alla rocca di Popoli. Secondo altri è indubbio che questi barbari, insieme ai Saraceni, avessero usato anche lo scalo portuale di Aterno per risalire il fiume, penetrando nella conca Peligna. I Marsi si allearono con i Peligni appostandosi nelle gole di Tremonti (Tagliacozzo), dove conquistarono una sofferta vittoria, perché i villaggi erano tremendamente devastati, insieme alle pievi e ai monasteri di Valva e San Clemente.

Per questo il vescovo Tidolfo di Corfinio promosse la costruzione del nuovo castello di Popoli nel 1015[109], oggi noto come "castello ducale Cantelmo", all'epoca noto dal Chronicon Casauriense come "castrum Pauperim". Tidolfo è considerato il vero e proprio signore di Popoli, poiché all'epoca degli Ungari dell'antico villaggio italico di "Pagus Fabianus" esisteva solo una torre longobarda di controllo presso il Colle San Lorenzo, dove si trovavano alcuni baraccamenti di pagani, denigrati come "pauperes", da cui il futuro toponimo del comune peligno. La cronaca di Casauria però assegna la signoria a Girardo figlio di Roccone nel 1016[110], che avrebbe forse soppiantato Tidolfo. Nel 1050 fu nominato vescovo di Valva Soavillo, che rafforzò il dominio di Popoli in vista dell'episcopato, e per mezzo di papa Leone IX cedette il feudo al fratello abate di Casauria Domenico. A causa delle usurpazioni di Tidolfo e Domenico, il pontefice Niccolò II espulse i fratelli Soave da Popoli, nel 1073 i monaci di San Clemente e di San pelino di Valva elessero come vescovo Trasmondo abate[111]

 
Il castello ducale di Popoli

La conquista normanna di Manoppello avvenne all'incirca nel 1060, dopo che dalla Puglia di Goffredo d'Altavilla, il luogotenente Ugo de Mamouzet, italianizzato in Ugo o anche Ugone di Malmozzetto, iniziò a spingersi verso la Marca Teatina, governata da Trasmondo III degli Attoni. In quest'anno il governo di Chieti cadde, e così anche Lanciano andò sotto il controllo di Manoppello, nuova sede del potere. Prima della battaglia di Ortona del 1075, il conte e vescovo Trasmondo oppose una fiera resistenza contro Roberto I di Loritello presso il castello di Septe, ancora oggi esistente presso Mozzagrogna, sua residenza estiva, ma costretto infine alla resa. Roberto I si avvalse più volte dell'aiuto di Ugo de Mamouzet per le sue conquiste, che inizialmente si limitavano in sconclusionati saccheggi, e in un secondo momento in conquiste più mirate, edificando con presidi militari. Ancor prima di Jacopo Caldora, Pietro Lalle Camponeschi e Braccio da Montone, Ugo de Mamouzet fu un vero conquistatore delle terre abruzzesi, benché alla stessa maniera di Fortebraccio, si macchiò di delitti e atrocità abusando del suo potere.

Nel 1070-71, annettendo i feudi vestini di Penne e Città Sant'Angelo, arrivò fino a Carpineto[112], dove si trovava la fiorente abbazia di San Bartolomeo, ed ebbe numerosi contrasti col vescovo di Valva Trasmondo. Dopo la sua morte nel 1087, il conte Ugo continuò a portare a termine la sua campagna di conquista dell'Abruzzo, tanto da decidere l'elezione di due abati di Casauria. La presenza normanna in loco fu favorita dal conte Roberto I di Loritello, signore di Campobasso e di Chieti, e dunque anche di Ortona, Lanciano e Vasto, che aveva sotto il comando il luogotenente Malmozzetto, che da Lanciano si diresse a Popoli, imprigionando il vescovo Trasmondo nel 1078. Malmozzetto stabilì la sede del potere a Manoppello (si pensa nell'area del castello che si trova presso il piazzale Garibaldi, accanto la chiesa di San Pancrazio), fece eleggere il vescovo di Valva Giovanni, abate di Carpineto della Nora a San Bartolomeo, fece promuovere il suo cappellano Gilberto ad abate di San Clemente nel 1090[113], e alla sua morte il successore Grimoaldo II. Per far questo, Malmozzetto dovette espugnare la fortezza dell'abbazia, saccheggiandola gravemente, e facendola successivamente ricostruire dai suoi accoliti. La sua politica spietata riguardò anche la valle dell'Aterno e di Navelli, perché occupò anche le rocche di Penne, e San Pio. Alla ribellione di Prezza, Malmozzetto partì con 7 figli, nel tentativo di congiungersi con la schiera di Roberto di Loritello presso il fiume Liri. Prezza fu cinta d'assedio, ma Malmozzetto non riuscì ad espugnarla, fu fatto prigioniero, e vi morì nel 1097.

 
La Cattedrale di Santa Maria Assunta di Teramo, ricostruita tra il 1058 e il 1076 dal vescovo Guido II, dopo la distruzione della vecchia sede vescovile da parte di Roberto di Bassavilla

La leggenda vuole che Malmozzetto fu tratto in inganno nel castello dalla contessa Sansonesca di cui era innamorato, venendo catturato, mentre nell'assedio morivano 5 figli. Tale leggenda è riportata anche dal Priori, quando Malmozzetto fu imprigionato dalla principessa nel suo mantello per via degli speroni, e che a un sui cenno, il fratello intervenne catturandolo e portando nel castello.[114]Il vescovo di Valva Giovanni in seguito ai fatti, delegò Guglielmo Drogone detto "Tassone" come governatore di Popoli[115], il quale era dipendente da Roberto di Loritello. Successivamente si accese una controversia sui confini di Popoli delimitati da Malmozzetto, ma non resi ufficiali a causa della sua morte, e Drogone chiese in cambio le torri di Vittorito, San Pelino e San Clemente per il passaggio delle sue truppe contro i Marsi. Avendole in concessione temporanea, dopo la spedizione, Tassone o Drogone checché si dica, si rifiutò di riconsegnarle a Valva, e accrebbe così il suo potere su Manoppello a discapito del vescovo. Nel 1103 Tassone lasciò a Riccardo conte di Manoppello le proprie terre per andare in Terra Santa.

Nel 1112 Pasquale II inviò al vescovo Gualtiero una bolla che riguardava i confini della diocesi; a Riccardo successe il figlio Roberto, nel 1140 a causa dei crimini di cui si era macchiato, i monaci di San Clemente lo denunciarono a re Ruggero II di Sicilia, il quale inviò il figlio Alfonso per conquistare l'area dell'insula Piscariae di San Clemente e le gole di Popoli. Roberto fuggì e Popoli fu assegnata a Boemondo di Tarsia, indicato da Ruggero II. Ruggero II morì nel 1154 e il figlio Guglielmo II assegnò il feudo di Loritello, che aveva la sede amministrativa nel comune molisano di Rotello, da cui dipendeva appunto Popoli e le torri di Vittorito, San Pelino ecc., al cugino Roberto Zamparone, che nel 1155 tradirà papa Adriano IV e così anche Guglielmo II, dato che lo Zamparone si schiera col nuovo conquistatore svevo Federico I Barbarossa.

Boemondo da Frisa fu il primo ad esercitare l'ufficio di Giustiziere Teatino, allorché gli venne affidata la contea di Manoppello, che aveva, si ricordi, anche Chieti tra i suoi possedimenti, istituendo la sua residenza nella fiorente città di Lanciano, che faceva parte del dominio.
Lanciano nel 1154 passò sotto il dominio di Guglielmo il "Malo", il quale lasciò il contado della Marca Teatina e di Lanciano al cugino Roberto di Bassavilla, ossia Roberto III di Loritello, che si comportò come un vero despota, tradendo Guglielmo II[116]. A Lanciano, Roberto è ricordato per aver cacciato gli ebrei coloni del quartiere Sacca, riducendo inoltre la città alla miseria. Nel 1156 il Conte Gualtieri figlio di Boemondo condusse un acerrimo combattimento a Lanciano contro Roberto, limitandolo nei suoi poteri. Costui intanto continuava recare danno e scorrerie nella zona frentana, per cui re Guglielmo dichiarò il conte "nemico della patria", scacciandolo definitivamente dal regno. Morto Guglielmo II d'Altavilla nel 1189, il Regno di Sicilia passò sotto la dominazione sveva, ed ebbe come imperatore dapprima Enrico VI di Svevia, a cui nel 1197 succedette Federico II di Svevia.

Cronologia

700 circa: Muore il Vescovo San Panfilo di Sulmona, e viene costruita una Cattedrale in suo onore. La leggenda racconta che il padre ordinò a Panfilo di salire sopra un carro e di scendere da Pacile fino alla valle del fiume Gizio. In quel punto la montagna era molto ripida e il carro sarebbe precipitato. Invece, sembra che le ruote del carro siano affondate nella roccia, in modo che Panfilo potesse scendere lentamente a valle. Si racconta che ancora oggi si possono scorgere, sui fianchi del monte, le orme dei buoi e le scanalature prodotte dalle ruote del carro.

 
San Clemente a Casauria

Nel X secolo i Bizantini riconquistano la Puglia settentrionale e il Gargano, ridando impulso allo sviluppo dei centri costieri che aprono al commercio marittimo le comunità agrarie della retrostante regione collinare. Gli sconvolgimenti politici del territorio Bizantino, nell'XI secolo, sono estranei ai porti abruzzesi, i quali possono sfruttare a loro vantaggio la crescente domanda di viveri da parte di Venezia, con la quale inizia una discreta relazione commerciale fino al consolidamento delle città portuali che avverrà con Federico II.

Secondo Medioevo: Svevi e AngioiniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Giustizierato d'Abruzzo, Abruzzo Citra e Abruzzo Ultra.

Dalla Contea di Celano al Giustizierato d'AbruzzoModifica

 
Ritratto di Federico II con il falco

I Normanni, con il potenziamento delle autonomie nell'ambito di un sostanziale accentramento, crearono una fitta rete di subgiurisdizioni molto attive. A questa realtà, che attingeva alla tradizione dei "comitati" e "gastaldati" franco-longobardi, pose fine Federico II di Svevia, che tentò di eliminare ogni forma di autonomia locale, cercando di burocratizzare la giurisdizione in un unico sistema centralizzato dell'impero, con a capo del Meridione la Sicilia. I punti nevralgici della resistenza abruzzese furono costituiti dai conti di Celano e dai signori di Poppleto (oggi Coppito, frazione aquilana). I conti di Celano nel frattempo erano cresciuti a dismisura quanto a territori conquistati, estendendosi lungo la via Tiburtina Valeria, il Molise e anche la fascia costiera vastese come testimonia il castello di Monteodorisio, il cui toponimo deriva esattamente dal conte Odorisio I dei Marsi. Benché Federico all'inizio del Duecento avesse mantenuto buoni rapporti con il conte Pietro, con il figlio Tommaso, tali rapporti crollarono drasticamente nel 1223, e dopo i combattimenti a Roccamandolfi (CB), Celano fu sottoposta a un duro assedio, e le condizioni di resa furono dettate dall'imperatore il 15 aprile 1223.

La clausola finale del documento prevedeva che, a garanzia del patto, il conte di Celano e del Molise consegnasse in ostaggio il figlio nelle mani del Maestro dei Cavalieri Teutonici; in seguito Federico concesse al conte dei Marsi il giustizierato del comitato, ma gli toglieva quei poteri che in virtù delle vecchie leggi franco-longobarde gli consentiva lo strapotere della provincia Marsicana, dichiarando fedele obbedienza all'imperatore, e che qualsiasi avvenimento politico o che avrebbe avuto a che fare con procedimenti giudiziari avrebbe dovuto essere compilato e mandato all'imperatore, che ne avrebbe deciso il verdetto della sentenza. Sebbene da una parte la contea di Celano si salvò, malgrado la distruzione della città, della rocca, ad eccezione della chiesa di San Giovanni, la collera di Federico II contro Poppleto fu più dura.

Nel 1223 nella donazione al figlio Corrado IV di Svevia, oltre a Gaeta, i signori di Poppleto Rainone di Prata da Rainaldo di Spoleto[120] e Ruggero di Galluzzo, Todino di Amiterno e il traditore Corrado di Lucinardo venivano venduti come vassalli insieme al feudo della valle d'Aterno. Costoro si macchiarono del tradimento, difendendo la causa della Chiesa di Roma contro lo strapotere di Federico, dato che Amiterno e il vicino castello di Poppleto si trovavano in territorio di proprietà del Vaticano, i signori di Poppleto osarono dunque ribellarsi con più veemenza, nel 1228 e la repressione di Federico fu violenta. Nel giugno l'esercito assediò il castello, Federico tolse ai signori di Poppleto il dominio dei feudi della vallata dell'Aterno, e furono scacciati verso Capitignano (AQ), perdendo quasi completamente il loro potere sulla conca aquilana.

 
Veduta di Avezzano, del Monte Tino e del Fucino in un dipinto di Jean-Joseph-Xavier Bidauld

Federico esercitò un sicuro controllo sull'Abruzzo, dove specialmente nella zona marsicana ed amiternina venivano esercitate forti azioni di disturbo da parte della Chiesa, essendo noti gli aspri contrasti tra papato e dinastia sveva. Da una parte perché i monasteri di Farfa e Cassino non intendevano perdere le loro rendite negli storici territori marsicani, dall'altra per il ridisegno dei confini tra il Lazio e il comitato di Amiterno. Gli abitanti dei castelli antichi di Amiterno e Forcona, ma anche di Colle Branconio, Arischia, Poppleto, Bagno, Civitatomassa, Tornimparte, Paganica, Roio e Bazzano guardavano alla figura del pontefice come un potenziale alleato contro Federico II. Papa Gregorio IX rispose alle attese degli abitanti di Amiterno, che richiedevano protezione e il permesso di gettare le basi per una nuova città, L'Aquila, con una lettera, in cui si dice: «Vi lamentate esponendoci le innumerevoli tribolazioni e le infinite amarezze alle quali fino a questo momento vi ha sottoposti l'imperatore Federico, nemico di Dio e della Chiesa, attraverso i suoi ministri, i quali oltre a rapinare i vostri beni dei quali fanno vergognoso uso, arrivano al punto di lasciarvi appena di che vivere e non hanno remore nel chiedervi prestazioni di angherie per angherie, come se non foste servi e non liberi [...] Per queste ragioni voi ci chiedete di procurare la vostra liberazione, togliendo voi e le vostre terre alla soggezione feudale di Federico, per l'indegnità del feudatario e ciò, voi dite è possibile in quanto è cosa notoria che le vostre terre e voi stessi sono costituite un feudo di Romana Chiesa»[121]

Anche se durante il papato di Gregorio queste promesse non vennero mantenute, era nata comunque l'idea della fondazione dell'attuale L'Aquila. L'ultimo grande assedio di Federico in Abruzzo, fu quello di Città Sant'Angelo, ribellatasi nel 1239, quando il colle fortificato dove si trova la chiesa di Sant'Agostino, fu cinto d'assedio e distrutto. La politica di Federico II tuttavia non fu sempre repressiva, ma riorganizzò l'attività pastorale della transumanza ammodernando i tratturi, favorendo l'installazione dei Monaci Cistercensi, confermando all'abbazia di Santa Maria di Casanova di Villa Celiera molte "grance" (luoghi di approvvigionamento delle abbazie) e tra queste quella di Santa Maria del Monte di Campo Imperatore, provvide a regimare il lago Fucino, privo di emissario, che rendeva le terre della Marsica paludose e a rischio inondazioni. Nel 1240 mandò un tal Pissone giustiziere d'Abruzzo affinché sorvegliasse i lavori, cui aveva sovrinteso Ettore Montefuscolo, già giustiziere, onde ripulire i canali[122]. Nel 1223 nacque dunque, con la caduta della contea dei Marsi, l'unificazione di tutti i possedimenti normanni dal Sangro all'Aprutium teramano, dalla fortezza di Pescara a Popoli, da Penne a Sulmona, da Lanciano a Vasto. Nel 1233 soltanto fu formalizzata la costituzione del Giustizierato d'Abruzzo con città capitale Sulmona.

Sotto l'imperatore Federico II di Svevia, furono diversi i personaggi di rilievo nel "giustizierato". Gualtieri di Palearia, vescovo della città pugliese di Troia, divenne cancelliere del regno e tutore del piccolo Federico, e venne successivamente promosso vescovo di Catania. Discendeva da una famiglia collepetrana installata dalla metà del XII secolo nella Valle Siciliana. Il conte di Manoppello Gualtieri di Palearia, nipote dell'omonimo cancelliere, fu uno dei più fedeli seguaci di Federico II. Lo seguì in Terra Santa per la sesta crociata, dove morì il fratello Berardo nella battaglia contro i Ciprioti. Al ritorno svolse vari incarichi, vicario imperiale nel regno di Arles, capitano generale dell'esercito in Sicilia nel 1247, fino alla difesa della marca di Ancona. Altro valido comandante di Federico fu Simone di Chieti, sebbene sia ignota la sua origine. Sicuro che avesse stretti rapporti con la città teatina, perché quando divenne podestà di Vicenza, fu seguito dal giudice Cipriano di Chieti. Soccorse Ravenna durante un assedio, comandò le truppe nella presa di Viterbo, combattendo per oltre un anno. Prima della disfatta dei rapporti con Celano, Federico fu intimo anche del conte Pietro Berardi, il quale riuscì a riottenere il potere nella Marsica durante l'anarchia militare, quando il sovrano siciliano era ancora troppo giovane[123]. A Pietro e Berardo I conte di Loreto Aprutino fu affidato il compito di sorvegliare Federico, da parte della regina Costanza d'Altavilla.
Alla fine del suo regno, quando era stato già creato il Giustizierato, Federico nominò suo figlio Riccardo Conte di Chieti, Federico d'Antiochia Conte di Albe e di Celano, mentre nel 1241 l'imperatore soggiornerà per tutta l'estate ad Avezzano, per sovrintendere ai lavori di ripulitura dei canali romani di Claudio per il deflusso delle acque nel Fucino.

La prima fondazione di Aquila (1254)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'Aquila.
 
Moneta ritraente Corrado IV, colui che avrebbe redatto il privilegio di fondazione della città aquilana

Nel 1229 gli abitanti dei castelli attorno L'Aquila decisero di ribellarsi a Federico II e ai baroni che avevano stretto alleanza con lui, come i Berardi di Celano. Dopo essersi rivolti a papa Gregorio X, che concesse il permesso di edificare una nuova città in terre demaniali del Vaticano, l'iniziativa non si concretizzò. Gli aquilani ottengono nuovamente il permesso della costruzione di una nuova grande città in funzione antifeudale, di cui è rimasta testimonianza nel Diploma di Federico II[124], conservato negli archivi cittadini, dove si esortano i castelli di Amiternum e Forcona a unirsi per formare un unico centro.

 
Papa Gregorio X, che autorizzò la costruzione di una città tra Amiterno e Forcona

La trattativa fu avviata tra il 27 luglio e il 7 settembre 1229, con ambasciatori amiternini inviati al pontefice, i quali riferirono delle vessazioni a cui gli abitanti erano sottoposti dallo strapotere di Federico II, con tasse, imprigionamenti, condanne a morte e mutilazioni varie per chi disobbediva alla legge. Nelle lettere gli abitanti chiedevano a Gregorio, trovandosi nel demanio della Chiesa Romana, di riconoscere tale realtà di fatto, e anche di fondare una città nuova nella località di Acculi. Benché il progetto si sviluppò una trentina di anni più tardi, la fondazione della città è stata vista come un atto politico, e controversie sono sorte attorno al diploma di Federico II, visto come uno dei patrocinatori di tale nascita, poiché com si è visto, il documento nel 1254 fu firmato dal figlio Corrado, anche se la leggenda e la tradizione continui a riportare il nome del padre, quale patrocinatore.

Le vicende della fondazione dell'Aquila sono raccontate da Buccio di Ranallo da Poppleto (oggi Coppito, frazione dell'Aquila), autore di una Cronica rimata che narra la storia della città dal 1254 fino al 1362 (anno che precede la sua stessa morte). Buccio parla di riunioni segrete presso San Vittorino e Santa Giusta di Bazzano, segno dei malumori dei cittadini per la mancata autorizzazione della fondazione della città. Tali riunioni sarebbero dovute terminare in un eccidio di massa, per scatenare una rivolta. A fatto compiuto, i cittadini mandarono un tal Jacopo de Senizo (o da Sinizzo) dal pontefice per richiedere nuovamente il permesso di fondazione della città, che fu accordato grazie anche alla mediazione di Corrado IV di Svevia[125]. Dunque il diploma federiciano sarebbe quello firmato da Corrado (poiché Federico morì nel 1250), dove si sancisce la nascita della città nella località "Acculi" (o Aquila) al fine di impedire il passaggio dei predoni e dei saccheggiatori nella vasta area della conca controllata da alcuni castelli già esistenti, come Forcona e Amiterno. Vennero stabiliti i confini della città, confiscate le terre e i boschi, si dette la licenza di universitas, e dunque aboliti gli obblighi feudali, oltre all'abbattimento delle varie rocche feudali che si trovavano dentro il territorio, come ad esempio un certo castrum Cassari.
[126]Il racconto epico di Buccio di Ranallo è stato giudicato non completamente attendibile, poiché lo storico visse un centinaio di anni dopo la fondazione, e poiché la stessa materia della Cronaca è piena di patetismi e di commenti personali; non attendibile è stata giudicata la vicenda della congiura dei baroni e il successivo intervento di Jacopo da Sinizzo presso il Papa per far concedere a Corrado il diploma di fondazione. L'operazione di Corrado di Svevia di pacificare le lotte intestine dei baroni nel regno, ossia quella di creare una città simbolica per tale pacificazione, affinché fosse anche un punto di riferimento militare al confine tra Regno di Napoli e Stato Pontificio, sembra essere quella più plausibile.
Non si hanno molte notizie sulla prima città, poiché quella attuale è il frutto della ricostruzione angioina del 1265 dopo il 1259, quando venne distrutta da Manfredi di Svevia. Lo storico Anton Ludovico Antinori cita un documento che parla del 1255, quando la città era ancora in fase di popolamento.

«Non si cessava dall'edificare la città e già si cominciava ad abitare, né trascurava chiunque veniva a far valere il privilegio reale di Corrado, liberandosi con pagamento del vassallaggio del proprio Barone. Si trova un istrumento pubblico per mano di Gualtieri di Bazzano notaio e Maestro Donadeo Giudice della città dell'Aquila, fatto in quest'anno nella Città stessa presso la casa de' figlioli di Ruggieri da Sant'Eusanio, con cui Rinaldo ee Taddeo, figliuoli del fu Tommaso di Berardo di Gherardo di Rocca di Mezzo, ancor essi cittadini aquilani, liberarono ed assolverono Matteo e Domenico di Giovanni di Niccolò e i loro fratelli consobrini di essi e fatti pur cittadini dell'Aquila, per sé e i loro eredi in perpetuo, da ogni peso e vassallaggio riceverono sei libre e mezza di provvisini per la vigesima a tenor del diploma di re Corrado, in vigor del quale divenuti erano a tale liberazione.»

(Anton Ludovico Antinori)

[127]

Sviluppo della transumanza e la via degli AbruzziModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Via degli Abruzzi.
 
Mura di Peltuinum presso il tratturo magno

Sin dall'epoca italico-romana l'Abruzzo era stato attraversato da varie strade naturali, usate da viandanti, mercanti e pastori per i traffici di collegamento tra la Puglia e Roma, di cui l'Abruzzo era un importante veicolo, ancora oggi si parla di "via degli Abruzzi", attraversabile mediante la via Salaria, la via Claudia Nova, la via Tiburtina Valeria, la via Traiano Frentana. Con l'apertura di queste importanti strade da parte di Roma, in cui si inserivano i tratturi, tra i quali quello magno che da Amiternum portava a Foggia, usato sino al XVIII secolo, l'economia abruzzese del ceto medio-basso continuò per secoli a basarsi sulla pastorizia e la transumanza, veicolata nel tardo medioevo dalle leggi reali, come quella di Alfonso I d'Aragona per la regolamentazione dei traffici, e dalle pretese dei vari nobili e feudatari diversi dei territori abruzzesi, con cui ricavavano grossi proventi.

La cosiddetta "via degli Abruzzi" che partiva dai confini occidentali d'Amiterno (oggi L'Aquila) e Avezzano andava a finire verso Vasto sulla costa abruzzese, per scendere nella Puglia foggiana: i percorsi erano interrotti da piccole dogane per il pedaggio, da cappelle per i pastori, cippi miliari per calcolare il percorso, e da torri di avvistamento, edificate dai conti dei Marsi, e castelli veri e propri come la Rocca Calascio della baronia di Carapelle, la Rocca Orsini di Tagliacozzo, la torre di Sperone dei Marsi, o il castello di Bominaco. Dal XIII secolo partì una colonizzazione dei tratturi delle principali famiglie locali, come i Di Capua, i Sangro, i Piccolomini, gli Orsini, i De Lanzo, poi nel XVI secolo i Farnese, i Colonna, mentre nel XIV secolo operavano i Caldora e i Cantelmo.
Con l'ammodernamento delle vie nel tardo Medioevo, da Sulmona e L'Aquila, le vie principali si diramavano in diverse strade, che percorrevano i valichi della Majella, una direttrice, il tracciato delle vecchia via Valeria, portava lungo il Pescara ad Aterno, e a Chieti, mentre più a sud mediante il valico della Forchetta si passava da Palena, costeggiando la montagna fino a raggiungere l'importante città di Lanciano, per poter raggiungere il mare di Ortona e Vasto.

 
Maiolica di Castelli ritraente un pastore dell'Abruzzp (1520 ca.), conservato nel Museo del Louvre

Nel XIV secolo si segnala, grazie soprattutto a queste moderne vie di comunicazione, la presenza di ricchi commercianti come gli Acciaiuoli di Ortona e i Bardi di Sulmona, il passaggio di intellettuali come Giovanni Boccaccio[128]. Sulmona era un centro commerciale a cielo aperto per la ricchezza dei mercati, anche se venne fiaccata dalla peste del 1348 e dal terremoto dell'anno seguente.

Il commercio tuttavia continuò a proliferare, sia nella città di Ovidio, che nella seconda città dell'area della Majella, quale Guardiagrele, poiché Ladislao di Durazzo le concesse il diritto di battere moneta, e nel Quattrocento videro lo sviluppo crescente dell'oreficeria, il cui massimo esponente fu Nicola da Guardiagrele. Dopo l'istituzione della dogana regia a Foggia nel 1447, la Majella e la Val Pescara contavano 58 tratturelli circa, nel XV secolo fu introdotto, durante il governo della famiglia Cantelmo di Popoli una tassa sul valore del foraggio.
Nel XVI.VII secolo molte città allora libere vennero infeudate dai nuovi proprietari provenienti da Napoli, come i Caracciolo, che si stabilirono a Tocco da Casauria. Le città di Sulmona e Pescocostanzo pagarono ingenti somme per conservare un minimo d'autonomia.[129]Il Settecento fu l'ultimo grande periodo felice dell'attività commerciale abruzzese, in cui le città principali che ne beneficiarono furono Lanciano, Vasto e Ortona. A partire dalle occupazioni francesi del 1799, con le leggi napoleoniche del 1806, e dei successivi moti per l'unificazione italiana, con le leggi piemontesi e la successiva emigrazione al nord Italia, la transumanza abruzzese subirà gravi colpi, andando in lenta decadenza fino al rischio di scomparire.

Da Manfredi di Svevia alla battaglia dei Piani PalentiniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Tagliacozzo.

«Con quella che sentio di colpi doglie
per constatare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove senz'arme il vecchio Alardo.»

(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVIII)
 
Scena della battaglia di Tagliacozzo (1268)

Alla morte di Federico II nel 1250, gli successe il figlio Corrado IV di Svevia, ma ne tenne la reggenza Manfredi di Sicilia a causa dell'età troppo giovane. Proprio in un diploma di Corrado nel 1252 si sa che fu eletto Conte di Albe Federico d'Antiochia, un figlio bastardo di Federico II[130]. Tal Federico morì nel 1256, suo padre Corrado era morto nel 1254, e in suo luogo Manfredi scelse il figlio Corrado, nominato Conte di Celano. Federico d'Antiochia si era dimostrato molto irriconoscente con il pontefice di Roma, dopo esser stato catturato e rinchiuso nel castello di Montecchio, fuggì in Abruzzo per difendere i suoi territori, nel momento in cui Manfredi si scontrava con Carlo I d'Angiò per i possedimenti in Sicilia. Nel 1267 entrava in Italia Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV, per tentare la riconquista del regno svevo, fu sostenuto da Corrado di Antiochia, ottenendo le terre di Albe e Celano, ma sui Piani Palentini di Tagliacozzo il 23 agosto 1268 al fianco di Corradino nella battaglia di Tagliacozzo, cantata anche da Dante Alighieri nella Divina Commedia. Le cose però andarono male, Corradino riuscì a fuggire, ma fu preso più tardi e ucciso, Corrado venne fatto prigioniero sul campo ma risparmiato per intercessione del Cardinale Giovanni Gaetano Orsini, futuro papa Niccolò III. Il castello di Albe e gli altri presidi ghibellini della Valle Roveto subirono rappresaglie da Carlo d'Angiò.[131].

Corradino intendeva riconquistare il dominio della Sicilia, dopo il fallimento di Manfredi a Benevento nel 1266. In febbraio 1268 la guarnigione di Lucera composta da saraceni si era ribellata a Carlo, opponendo resistenza all'assedio dentro la fortezza. Corradino colse l'occasione per bloccare l'avversario e non farlo arrivare a Roma. In primavera attraversò la Toscana, poi entrò nel Lazio papale, sfilando sotto Viterbo, e il 24 luglio entrò a Roma, accolto dalla popolazione, ma non dalla nobiltà, più fedele a Carlo. La rivolta di Lucera suggerì la strategia di puntare sulla città pugliese costringendo Carlo alla battaglia, seguendo la via Latina, che passava per la Campania, ma questa era bloccata dagli angioini. Rimaneva allora la via Tiburtina Valeria che passava per la Marsica, e Corradino lasciò Roma il 18 agosto. Carlo nel frattempo era rimasto a guardare, poiché disponeva di una rete di spie a Roma che lo informarono in anticipo dei piani di Corradino, e lo precedette in Abruzzo con un esercito di 4.5000 cavalieri. Con l'aiuto del fidato Alardo de Valery Carlo progettò la battaglia per distruggere il casato svevo, che si combatté il 23 agosto.
I Piani Palentini si trovano tra Magliano de' Marsi e Avezzano, lungo la strada per Tagliacozzo, da cui il nome della battaglia, i due eserciti si scontrarono presso il torrente Rafia, alla confluenza con l'Imele presso Scurcola Marsicana. Nell'esercito angioino, indossava le insegne Henry de Cosances per ingannare Corradino, mentre Carlo guidava personalmente 800 tra i suoi migliori cavalieri nascosti tra le colline. Corradino mosse all'attacco, uccidendo Henry, scambiandolo per Carlo, cosicché il vero angioino poté mettere in atto il suo attacco a sorpresa. Corradino fuggì con l'amico Federico di Baden, ma prezzo Anzio fu tradito e consegnato a Carlo che lo decapitò a Napoli.
A testimonianza dell'importanza politica della battaglia, c'è la costruzione un monastero, la purtroppo diruta abbazia di Santa Maria della Vittoria, alle porte di Scurcola, della quale restano il portale rimontato presso la nuova chiesa santuario di Santa Maria della Vittoria al fianco della rocca di Scurcola, con la preziosa statua votiva della Vergine della Vittoria col Bambino, di chiara ispirazione gotico-francese, voluta dal re Carlo d'Angiò per celebrare la sconfitta degli svevi.

Nel 2019 in occasione dell'anniversario della battaglia, è stata inaugurata, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, una statua in bronzo ritraente il poeta Dante Alighieri, nell'atto di declamare il famoso verso della Divina Commedia, riguardante l'evento. La statua si trova presso la stazione di Tagliacozzo.

Carlo I dunque fu il signore indiscusso dell'Abruzzo, con suo figlio Carlo II sino alla fine del Duecento. Il figlio si concentrò specialmente sul favorire lo sviluppo della risorta città dell'Aquila, dopo la distruzione di Manfredi del 1259, e la ricostruzione nel 1265. Nella Marsica la Valle Roveto passò dopo secoli di sottomissione alla Chiesa al Regno di Napoli, e nel 1293 dai registri si apprende che contessa d'Albe fu una tal Filippa di Celano, discendent di Tommaso Berardi[132], colui che si era scontrato con Federico II.

Cronologia
 
Regno di Sicilia 1154

Durante il regno di Federico II si ebbe la costruzione di eccezionali opere civili, come l'acquedotto medioevale di Sulmona, uno dei monumenti dell'epoca più importanti dell'Abruzzo. Sulmona diventa una città fiorente, per bellezza architettonica e cultura nei monasteri. Vengono abbellite la Cattedrale e le chiese di San Francesco della Scarpa e Santa Maria della Tomba, tanto da conquistarsi presto l'appellativo di Siena degli Abruzzi. Federico, nella sua opera di ricostruzione dei vecchi castelli normanni, giunge attraverso la costa a Ortona e Vasto, ricostruendo i castelli, fino a Termoli, essendo compresa nell'Abruzzo Citra, costruendo il poderoso Castello Svevo.

  • 1230: Federico II concede ai signori della conca aquilana (Bazzano, Roio, Camarda, Paganica, Assergi, Coppito) di fondare la città di Aquila (L'Aquila). La sua fondazione però, secondo Buccio di Ranallo, è posticipata al 1254, sotto l'aria di leggenda, che è raffigurata dai 99 mascheroni della Fontana delle 99 cannelle, rappresentanti i signori dei vari castelli attigui che si unirono per la costruzione.
  • 6 settembre 1258: Il capitano ortonese Leone Acciaiuoli parte per una spedizione nell'isola di Chio da Ortona, con il compito di cercare le sacre reliquie di San Tommaso Apostolo. Trova la tomba nell'isola greca, e riporta la lapide antica con le ossa nella Cattedrale a Ortona, sotto solenni cerimonie. San Tommaso diventerà il santo patrono della città marinara. Inizio delle ostilità con Lanciano per il possesso della breve fascia costiera di San Vito Chietino, dove costruire un nuovo porto per il traffico commerciale.
  • 23 agosto 1268: Battaglia di Tagliacozzo (o di Scurcola, o dei Piani Palentini), battaglia citata da Dante Alighieri, con il motivo della rivalità tra ghibellini e angioini: Corradino di Svevia erede diretto della corona di Sicilia viene sconfitto da Carlo I d'Angiò che s'insedia quale nuovo re di Sicilia e dà origine alla nuova dinastia degli Angio' di Sicilia.
  • 1273: Carlo I d'Angiò divide il territorio tra l'Aprutium Ulteriore e Citeriore, con linea di confine il fiume Pescara-Aterno. Il 5 ottobre 1273 Carlo I d'Angiò sancì col diploma di Alife la suddivisione dell'Abruzzo, considerato un distretto troppo esteso per essere ben amministrato e difeso, trovandosi all'estremo limite settentrionale del regno. Si preferì seguire un confine naturale, il corso del fiume Pescara, determinando a nord il "Giustizierato d'Abruzzo Ulteriore" (Ultra flumine Piscaria), ed a sud il "Giustizierato d'Abruzzo Citeriore" (Citra flumine Piscaria), con capitale Chieti.

Eremitaggio abruzzese e Celestino VModifica

La storia dell'eremitaggio in Abruzzo è millenaria, perché questa pratica fu introdotta dai monaci basiliani già nell'VIII secolo d.C., quando durante le persecuzioni bizantine di Costantinopoli emigrarono in Italia, giungendo anche in Abruzzo, portando la nuova tradizione dell'ascetismo religioso. Molte tracce della loro presenza si hanno nelle grotte della Majella, dove i monaci si appartavano, vivendo una vita grama e piena di stenti e privazioni, in piena comunione spiritica con Dio. La tradizione, prima dell'arrivo di Celestino V, vuole che in Abruzzo peregrinassero certo Sant'Onofrio, per cui in suo onore sono stati realizzati degli affreschi nell'oratorio di San Pellegrino a Bominaco, San Pellegrino eremita, altro semi-leggendario personaggio, e poi l'eremo di Sant'Onofrio al Morrone di Sulmona, costruito da Pietro Angelerio, che volle intitolarlo proprio a questo santo; ma anche altri santi quali San Nicola Pellegrino o Greco, venerato nella chiesa dei Francescani a Guardiagrele, ma anche a Rosello, poi San Falco, venerato a Palena, Sant'Orante, venerato a Ortucchio.

 
La Badia Morronese di Sulmona

Pietro Angelerio, futuro papa Celestino V, nacque tra il 1209 e il 1215 presso Isernia o Sant'Angelo Limosano, nel Molise[133]). In età giovanile trascorse un breve periodo nella chiesa abbazia di Santa Maria di Faifoli a Montagano (CB), manifestando notevole predisposizione alla solitudine e all'ascetismo, e nel 1239 si ritirò in una caverna isolata sopra il Monte Morrone, venendo successivamente soprannominato "Pietro da Morrone". Tale grotta costituisce oggi l'eremo della Madonna dell'Altare di Palena, posto al confine tra le due province di Chieti e dell'Aquila, sul valico della Forchetta che porto all'altopiano delle Cinquemiglia. Tornato agli inizi degli anni '40 del Duecento sul Morrone dopo un periodo a Roma, vi rimase sino al 1246 presso la chiesa di Santa Maria di Segezzano nei dintorni di Castel di Sangro (vi verrà eretto l'ex monastero di Santa Maria Maddalena), passando successivamente alla Majella via Campo di Giove.

Dopo aver costituito una congregazione ecclesiastica nominata "Compagnia dei frati di Pietro da Morrone", riconosciuta poi da papa Gregorio X come ramo dell'ordine Benedettino, Pietro si spostò nell'eremo sul Monte Morrone, che dedicherà a Sant'Onofrio eremita. Di qui successivamente deciderà di dare una sede più grande e stabile ai monaci dell'ordine, che nel frattempo si accresceva, costruendo la grande Abbazia di Santo Spirito al Morrone sulla piana vicino il tempio di Ercole Curino, detta anche "Badia Morronese". Nel 1273 Pietro si recò a piedi in pieno inverno a Lione dove stavano cominciando i lavori del Concilio II voluto da Gregorio X, con scopo di impedire che il suo ordine venisse soppresso, raggiungendo l'obiettivo. La risolutezza di Pietro e il suo ascetismo presto gli fecero guadagnare la fama di santo e taumaturgo, e molti pellegrini venivano sotto l'eremo di Sant'Onofrio per chiedergli udienza.

Negli anni successivi la vocazione ascetica di Pietro divenne sempre più radicale, così come il suo distacco dal mondo terreno, dato che ormai i Celestini operavano per conto proprio, diffondendo la parola dell'Angelerio attraverso la grande badia. Negli anni '90 del Duecento ci fu un periodo di crisi per la Chiesa cattolica, alla morte di papa Niccolò IV il 4 aprile 1292 si riunì il conclave per l'elezione del pontefice. A causa del numero ridotto dei porporati, nessun candidato riuscì ad ottenere la maggioranza, e nel 1294 la Chiesa era ancora senza un capo, dacché Pietro spedì a Roma uan lettera, predicendo gravi sciagure per questo fatto. Il Cardinale Decano prese a cuore l'interesse di Pietro per i fatti romani, e propose di farlo eleggere pontefice, data la grande fama inoltre di cui godeva l'Angelerio in Abruzzo.

 
Ritratto di Celestino V ad opera di Giulio Cesare Bedeschini

Tale fama in Abruzzo di Pietro, prima del 1294, era stata confermata dal fatto che al ritorno dal viaggio a Lione, a L'Aquila egli volle che fosse edificata la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, capolavoro d'arte romanica abruzzese. Prima della costruzione, l'area di Collemaggio era occupata dalla piccola edicola di Santa Maria dell'Assunzione sul Colle di Majo, dove Pietro trovò rifugio nel 1275, sognano la Vergine Maria, che gli chiese la costruzione della nuova basilica, completata nel biennio 1287-88.[134]Dentro la basilica l'eremita venne incoronato il 29 agosto 1294, dopo essere stato prelevato dal sovrano Carlo II d'Angiò a Sulmona presso l'eremo di Sant'Onofrio, e per questo Celestino V emanò per il perdono dei peccati la "Bolla del Perdono", in qualità di nuovo pontefice.

Cronologia
 
Statua raffigurante Celestino V

Uno dei primi atti ufficiali del nuovo papa fu l'emissione della cosiddetta "Bolla del Perdono"[135], bolla che elargisce l'indulgenza plenaria a tutti coloro che confessati e pentiti dei propri peccati si rechino nella basilica di Santa Maria di Collemaggio della città di L'Aquila dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29. In pratica Celestino V istituì a Collemaggio il primo vero Giubileo, successivamente copiato dal successore (per molti usurpatore) per bloccare l'afflusso di pellegrini verso Aquila. Fu così istituita la Perdonanza, celebrazione religiosa ancora oggi tenuta nel capoluogo abruzzese.

Il nuovo Pontefice si affidò, incondizionatamente, nelle mani di Carlo d'Angiò, nominandolo "maresciallo" del futuro Conclave. Ratificò immediatamente il trattato tra Carlo d'Angiò e Giacomo II d'Aragona, mediante il quale fu stabilito che, alla morte di quest'ultimo, la Sicilia sarebbe ritornata agli angioini.

  • 18 settembre 1294: Papa Celestino indisse il suo primo e unico Concistoro, nominando ben 13 nuovi Cardinali.

Dietro consiglio di Carlo d'Angiò, trasferì la sede della Curia da L'Aquila a Napoli fissando la sua residenza in Castel Nuovo, ove fu allestita una piccola stanza, arredata in modo molto spartano e dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare.

  • 13 dicembre 1294: Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi di dissuasione avanzati da Carlo d'Angiò, il 13 dicembre 1294, Celestino V, nel corso di un Concistoro, diede lettura di una bolla, appositamente preparata per l'occasione, nella quale si contemplava la possibilità di una abdicazione del Pontefice per gravi motivi. Dopo di che recitò la formula della rinuncia al Soglio Pontificio.

Pietro da Morrone, dopo l'abdicazione, fu rinchiuso nella rocca di Fumone, nel Sud dello Stato Pontificio (attualmente in Provincia di Frosinone), ove morì il 19 maggio 1296. Temporaneamente trovò sepoltura nel monastero di Sant'Antonio a Ferentino. In seguito le sue spoglie furono traslate nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, presso L'Aquila; nella chiesa, cioè, ove era stato incoronato Papa. Pochi anni dopo fu canonizzato da papa Clemente V, a seguito di sollecitazione da parte del re Filippo IV di Francia.

Il potere angioinoModifica

Gli Angiò a Chieti e LancianoModifica

Chieti, accresciutasi assai grazie alle concessioni franco-provenzali, dato che dall'843 d.C. era una città autonoma, sede del comitato Teatino dal 926 per volere di Ottone di Sassonia. Dopo le conquiste normanne e sveve, riottenne l'autonomia grazie a Carlo I d'Angiò, perché nel 1233 con Federico fu sottoposta al controllo di Sulmona, compresa nel nuovo Giustizierato, divenendo capoluogo dell'Abruzzo Citeriore, che si staccò insieme all'Ulteriore negli anni '70 del Duecento.

Nella città durante il regno di Carlo I e II, e poi Roberto, proliferarono i commerci, e vennero eretti nuovi monasteri, come quello dei Celestini della Civitella, dei Francescani sopra San Lorenzo al Corso, delle Clarisse e dei Domenicani sul Corso. Al livello architettonico, emblematica è la Porta Pescara, presso il rione Trivigliano, con lo stemma angioino, e il portale di Nicola Mancino della chiesa di Santa Maria della Civitella, nella cui lunetta è rappresentato il sovrano Carlo d'Angiò.

 
Facciata della chiesa di Santa Maria Maggiore a Lanciano, ex sede della cattedra vescovile

Per quanto riguarda Lanciano, nel 1156 il conte Gualtieri, figlio di Boemondo di Frisa, condusse un acerrimo combattimento contro Roberto III di Loritello conte di Manoppello, che teneva sotto il suo controllo la città. Roberto fu scacciato, alla morte di Guglielmo II d'Altavilla Lanciano nel 1189 passò nel regio demanio, e successivamente sotto la dominazione sveva, ed ebbe come imperatore Enrico VI di Svevia, a cui nel 1197 succedette Federico II. Con l'introduzione di Lanciano nel nuovo giustizierato del Regno avvenne la divisione in province, e così la città nel 1273 per volere di Carlo I d'Angiò passò nella provincia d'Abruzzo Citeriore, con capoluogo Chieti e città principali di Lanciano, Ortona e Vasto, mentre il giustizierato veniva diviso in altri due Abruzzi, quello Ultra I, con capoluogo Teramo e città di Penne, Atri e Città Sant'Angelo, e Ultra II con capoluogo L'Aquila e città di Sulmona e Avezzano. Il confine dei due Abruzzi era delimitato dalla foce del Pescara presso il porto di Aterno.

Ben presto Lanciano divenne la seconda città dell'Abruzzo Citeriore per importanza politica e commerciale, divenendo "città demaniale"[136]. Infatti essa ricevette i benefici del sovrano di Sicilia Federico II ed attrasse in occasione delle fiere annuali numerosi forestieri e mercanti. Il prestigio di Lanciano iniziò anche a minare l'equilibrio diplomatico con la vicina Ortona, anch'essa con una lunga storia di tradizione commerciale, e l'acutizzarsi delle dispute qualche secolo più avanti sfoceranno in una vera e propria guerra.
Manfredi di Svevia confermò i privilegi di Federico, compresa la demanialità, e durante l'intera dominazione sveva Lanciano rimase libera, non asservita a un signore, e direttamente soggetta alla corona. Durante la dominazione sveva, Lanciano fu florida anche dal punto di vista dell'urbanistica, perché già dalla fine del governo di Malmozzetto, si erano andati costituendo i nuclei di Civitanova presso un'area boschiva del Colle Selva, attorno la chiesa di Santa Maria Maggiore, mentre l'abitato franco-longobardo del Borgo sul Colle Pietroso, si estese sempre di più, fino ad occupare una vasta area collinare dove si trovavano soltanto la chiesa di San Legonziano, dal XIII secolo monastero di San Francesco, e il vecchio tempio di Giunone, dove nel 1259 venne eretta la chiesa di Santa Lucia[137].

 
Abruzzo Citra e Ultra I, con in vista lo sbocco del fiume Aterno sul porto di Pescara

Lanciano non fu coinvolta nelle vicende di potere di Manfredi e Corradino, sconfitto nel 1268 a Tagliacozzo. Nel 1273 l'Abruzzo fu governato da un solo giustiziere per vent'anni, secondo il volere di Carlo I d'Angiò, e scorporato in due tronconi: Citra ed Ultra, con confine il fiume Pescara. Nel nuovo governo dell'Abruzzo Citeriore, il magistrato incaricato di governare, prese dimora anche a Lanciano. Nel centro storico presero dimora anche gli ebrei provenienti da Napoli nel XII secolo, cacciati da Roberto di Loritello nel 1156 dalla Sacca, e successivamente riammessi[138]. Gli ebrei a Lanciano contribuirono all'accrescimento dell'economia, anche se però furono spesso osteggiati, come nel caso del 1426 con San Giovanni da Capestrano.

Pescara: dagli Svevi agli AngioiniModifica

Pescara non rientrò nelle mire espansioniste di Federico II, il quale non provvide nemmeno a riedificarne l'antico castello normanno con le mura di cinta Fatto complice del luogo putrido dell'antica Aterno, quasi completamente spopolata e dotata solo di guardie e marinai, è anche la frequente incursione piratesca sulla costa adriatica, problema che Pescara ebbe sino al XVI secolo.

 
Carlo II d'Angiò nel 1304 concesse la demanialità a Lanciano, e istituì la figura del mastrogiurato per le feste

Il primo signore di Pescara, sotto il potere degli Angiò fu Sordello da Goito di Mantova[139], poeta del sirventese citato anche da Dante Alighieri nel Purgatorio, dove si era rifugiato, e seguì Carlo I d'Angiò nella sua lotta contro Manfredi, e Sordello fu ricompensato con dei feudi in Abruzzo, tra cui Civitaquana, Palena e Monteodorisio. Sordello morì nel 1269 senza potersi godere il feudo pescarese, che tornò al regio demanio. Con i pagamenti dei tributi, il governo comprò due galee e un galeone per pattugliare l'Adriatico e impedire gli assalti dei pirati, a cui Pescara era spesso soggetta. Come praticato già al tempo dei Romani, il commercio del sale attraverso il fiume Aterno era molto redditizio[140], e gli Angioini sfruttarono questa risorsa, per continuare a rifornire l'Abruzzo e anche Roma del sale marino pescarese. Uno strumento notarile infatti cita la riparazione del palazzo del fondaco nel 1270, mentre da mappe medievali, e poi sei-settecentesche, si sa che esisteva addirittura una "Porta Salaria" per il passaggio delle barche, porta ricostruita poi con la fortezza spagnola, dunque si testimonia che il porto, benché ancora piccolo, fosse un centro dinamico, solamente al livello di scalo commerciale, tuttavia.

In quel tempo di aperse anche una controversia contro Chieti per il passaggio delle merci via terra, e due volte dovette intervenire Roberto d'Angiò. Nel 1314 Pescara fu concessa in feudo a Tommaso Stendardo, e questo non fece che aumentare i prelievi delle tasse, poiché il porto già doveva versare le tasse alla proprietaria abbazia di San Giovanni in Venere, che reclamava il pedaggio per il traffico delle merci.

Nel 1349, 1363 e 1384 vennero emanati dei diplomi che esentavano la città dal pagamento delle tasse, visto il clima senz'altro precario in cui viveva il porto a causa di allagamenti, paludi che scatenavano epidemie di malaria, e attacchi turchi dal mare. Nel 1381 Giovanna I di Napoli dette Pescara in feudo a Rainaldo Orsini, nel 1390 passò a Luigi di Savoia per volere di Luigi II di Taranto. Nel 1392 passò a Francesco del Borgo, vicario di Ladislao I di Durazzo, signore di Pescara fino al 1409, e fu colui che con il Caldora, prima di Carlo V rinforzò le mura del bastione (via dei Bastioni), con la costruzione di nuove torri di vedetta.
Alla sua morte Pescara tornò nel regio demanio, assegnato da Giovanna II nel 1419 a Francesco Riccardi di Ortona, poco dopo si trovò negli scontri tra Alfonso I di Napoli e Renato d'Angiò per la conquista del trono partenopeo. Il capitano Jacopo Caldora nel 1439 s'impadronì del fortino di Pescara, insieme ai feudi di Ortona e Vasto, ricostruendo i castelli. Alla morte del Caldora nel 1443 e alla rovine del figlio Antonio, Alfonso d'Aragona nominò marchese di Pescara Berardo Gaspare d'Aquino, il quale nel 1460 per breve tempo lo concesse ancora ad Antonio Caldora, figlio di Jacopo, salvo poi confiscarglielo definitivamente.

Quando Giovanni d'Angiò, figlio di Renato, scatenò una guerra contro gli Aragona, l'università di Chieti approfittò della debolezza di Berardo d'Aquino per richiedere Pescara, per mezzo di Matteo di Capua, viceré in Abruzzo di Ferrante d'Aragona[141]. Il viceré acconsentì, dichiarando decaduto il feudo di Berardo, e la signoria di Chieti su Pescara durò sino al 1528, insieme ad altri castelli: Montesilvano Paese, Spoltore e Cepagatti. Fattore di golosità di Chieti per il piccolo paese fortezza era soprattutto il porto, per le sue rendite dei traffici, per le gabelle sul transito del ponte, quelle sulla pesca, sul traffico del sale e degli armenti, e approfittando del fatto che il paese fosse quasi disabitato per la malaria, fu per la città teatina un vero affare. Nel 1482 Pescara fu pesantemente danneggiata dalle milizie veneziane, in un attacco dimostrativo contro le pretese aragonesi al Ducato di Milano, poiché Pescara era ritenuta un posto strategico, al confine tra i due Abruzzi[142]. Anche Ortona infatti subì lo stesso trattamento. Pescara, dal momento dell'estrema decadenza alla rinascita spagnola, venne conquistata da Carlo VIII di Francia per breve tempo nel 1504, quando i francesi discesero in Abruzzo, e la fortezza presa a cannonate. Di qui la necessità, quando la città passerà al dominio spagnolo di Carlo V, di ricostruire daccapo la fortezza.

L'Aquila dal 1259 al XIV secoloModifica

Il numero 99 e i Templari dell'Aquila
 
Carta della pianta dell'Aquila nel 1575, elaborata da Girolamo Pico Fonticulano

Il numero 99 è molto importante per la città, perché già dalla leggenda, accolta dallo storico Buccio di Ranallo nella Cronaca rimata del 1363, nella ricostruzione della città del 1265, fu scelto un piano di urbanistica davvero particolare e originale, ossia che i vari castelli della conca aquilana avrebbero fondato nella piana di Acculi (o Acquili, presso l'attuale fontana delle 99 cannelle), diversi "locali" dove inserire le case coloniche dei mercanti, ribellandosi allo strapotere feudale dei vari signorotti, e stabilire una grande sede amministrativa i confini del territorio pontificio, contro il governo autoritario di Federico II di Svevia. Lo storico Bernardino Cirillo negli Annali della città dell'Aquila del 1570, elencando i vari castelli che fondarono la città, quasi tutti ancora esistenti oggi, fa comprendere che la leggenda del 99 si avvicinava molto alla verità.[143]

Nel 1272 lo scultore Tancredi di Pentima, per omaggiare il mito della fondazione, realizzò la celebre fontana delle 99 cannelle al Borgo Rivera, con i mascheroni a forma umana, mostruosa o animale, che in realtà però sono 93. Evidentemente alcuni andarono persi con i vari interventi di sistemazione del monumento, e il numero 99 è collegato anche alla presenza di piazze, palazzi signorili e chiese. A causa dei vari terremoti, soprattutto con quello del 1703, vari monumenti andarono distrutti, ma sempre leggendo i diversi trattati del corpus delle Cronache aquilane, si può intendere che anche questo numero, almeno per quanto riguardasse le chiese, esclusi i conventi e i monasteri realizzati più avanti del XIII secolo, e giudicando dai nomi stessi delle singole parrocchie, che sono un duplicato della parrocchie dei castelli della conca, si avvicinasse alla verità, malgrado la leggenda.

Secondo altre voci, l'impianto urbano della città combacia con Gerusalemme, l'impianto urbano della città combacia con Gerusalemme, e come evidenziano gli studi di Luca Ceccarelli e Paolo Cautilli[144], le due città sorgono su colline: L'Aquila a 731 mt. di altitudine, e Gerusalemme 750 mt., e ponendo le due mappe della città una sopra l'altra si ottiene una sovrapposizione quasi precisa, che vede corrispondere il sud dell'Aquila al nord di Gerusalemme. Simbolico è il numero 99: 9 sono le lampade nelle Grotte vaticane, 9 erano i Templari che scavarono per 9 anni nel tempio di Salomone, la stanza dove si trovava l'Arca dell'Alleanza misurava 9x9 mt., l'ordine dei Templari fu istituito nell'anno 1099, 99.16 il numero delle lunazioni che si verificano nel corso di 8 anni alla latitudine dell'Aquila; le coordinate della città sono latitudine 42",21' (la cui somma 4 + 2 + 2 + = 9), longitudine 13"23' (somma 1+3+2+3=9). Gerusalemme ha come numero 66, il valore numero corrispondente alla parola di Dio.

Con la morte di Corrado nel 1254, Manfredi assunse la reggenza del regno, il quale si scontrò con papa Innocenzo IV per il dominio temporale del Regno di Sicilia. A Innocenzo succedette papa Alessandro IV, che aveva rapporti con la diocesi di Forcona, e si impegnò a fondare un partito guelfo in Aquila, promuovendo una campagna bellica contro Manfredi, in una lettera al popolo del 1256, e in un'altra dell'anno successivo, quando venne trasferita da Forcona la cattedra episcopale nella nuova cattedrale della città. Interessante notare come in queste lettere la città veniva chiamata "Communi Aquilano"[145]. Manfredi nel 1258 si fece eleggere a Palermo re di Sicilia, e rafforzò la sua campagna di compressione delle autonomie concesse dai suoi predecessori. Buccio commenta:

 
La fontana delle 99 cannelle, che simboleggia il mito della nuova fondazione del 1265

«Benché lo re Manfredo poi venne in signoria / Et contra della Ecclesia con forza e tirannia / Colli mali regnicoly, che gran copia ne avia: / Quale era per offitio et quale per leccaria. / Tanto co re Manfredo tucti se adoperaro / Con tucti quanti li altri che d'Abruzo camparo / Perché sconciasse l'Aquila jamai non refinaro, / Fi che, a lloro petetione tucta la deruparo.»

(Buccio di Ranallo, Cronaca rimata, XXIV-XXV)

In seguito al disastro, Carlo I ricevette anche un'ambasciata dei popolani, al che il sovrano rispose, secondo Buccio: Refayte l'Aquila ché io vollio in veritate! La moneta promessa per termene portate. La città dunque venne ricostruita, anche se durante l'edificazione si ebbero delle controversie, perché nel frattempo la diocesi forconese era stata assorbita dalla diocesi di Rieti, e sarebbe stato assurdo avere una città con due sedi vescovili. Infatti il papa Clemente IV si pose contro alla ricostruzione, appoggiando la causa dei baroni feudatari, poiché il territorio oltretutto si trovava nello Stato della Chiesa, compresa Rieti[146]. Carlo tuttavia non tenne in considerazione le lamentele, e spinse fortemente per la ricostruzione. Nella Cronaca di Buccio si fa riferimento anche alla battaglia di Tagliacozzo nei Piani Palentini, quando il re Carlo chiese aiuto agli aquilani contro Corradino di Svevia. Gli aquilani intervennero per ingraziarsi il re e per evitare un ritorno svevo, anche perché qualche anno prima si erano verificati disordini con la "liberazione" degli schiavi, rallentata dai baroni e da Rambotto, il loro rappresentate, che ucciso dagli schiavi stessi, e dall'abbattimento incontrollato delle rocche nel territorio della conca. La vittoria a Tagliacozzo di Carlo giovò molto alla città, con l'afflusso sempre più cospicuo di cittadini dai vari borghi circostanti e l'avvio di un florido mercato con traffici commerciali lungo le principali vie dei tratturi.

Nonostante nei primi anni della ricostruzione fu massiccio l'afflusso dei villici, i baroni dei castelli ricostruirono le rocche, anche alle pendici del Gran Sasso d'Italia presso Assergi, il Vasto e Genca, per contrastare il flusso. In quest'epoca figurò il tribuno della plebe Niccolò dell'Isola, che prese dure posizioni contro le baronie dei castelli.

«Uno jorno fece fare un grande adunamento
Lui se levò in popolo et fé quisto parlamento;
Dixe: «Signuri dicovi dello meo intendimento:
Queste rocche de intorno fao grande impedimento
-Levete le coragera et giamole a derrupare,
Et quello che è facto non avremo ad fare!
Nullio signore saccio che possa contrariare
Se facto è, collo re ben l'haveremo accordare!»»

(Buccio di Ranallo, Cronaca rimata)

[147]

L'indignazione di Carlo II crebbe, che mandò il figlio Carlo Martello con l'incaricò di uccidere Niccolò, che infatti morirà avvelenato in circostanze misteriose. Dopo i funerali celebrati con commossa partecipazione popolar, e scoppiò una guerra intestina tra i castellani, specialmente tra Paganica e Bazzano per i domini del quartiere di Santa Giusta, con sconfitta della prima (1293).

L'amministrazione della città nell'ambito politico venne data ad un capitano regio, che risiedeva presso il palazzo di rappresentanza nei pressi di Piazza Mercato (o del Duomo, ossia l'attuale Palazzo Margherita, detto prima del XVI secolo il Palazzo Regio, prospettante sulla piazza del Palazzo. Successivamente, il Camerlengo acquisì anche il potere politico, divenendo presidente del consiglio cittadino (che ebbe vari nomi e composizione nel corso dei secoli). La città, autonoma, anche se sotto la sovranità del regno di Sicilia prima e del regno di Napoli poi, salvo un breve periodo in cui fece parte dello Stato Pontificio, fu governata da una diarchia composta dal consiglio e dal capitano regio, cui si aggiunse, nel XIV secolo, il conte Lalle I Camponeschi, che da privato cittadino, divenne il terzo lato di una nuova triarchia.

Già in precedenza, la città era divenuta una quasi signoria sotto Niccolò dell'Isola, nominato Cavaliere del Popolo, ma poi massacrato dal popolo stesso quando il suo potere cominciava a diventare troppo grande. Anche il Camponeschi, Gran Cancelliere del regno di Napoli, oltre che Conte di Montorio al Vomano e quasi "signore" dell'Aquila, finì ucciso, ma, questa volta, per ordine del principe Luigi di Taranto. Il terzo e ultimo "signore" della città fu Ludovico Franchi, che sfidò anche i papi ospitando Alfonso I d'Este, cacciato da Ferrara, e i figli di Giampaolo Baglioni, l'ultimo signore di Perugia. Tuttavia, quando il suo potere cominciò a diventare troppo grande, gli Aquilani, sempre gelosi della loro libertà, si lamentarono presso il re di Napoli, che lo fece deporre e imprigionare.

 
Facciata della chiesa di Santa Giusta, nell'aspetto tardo romanico del dopo-sisma 1349

Per quanto riguarda i commerci i le Arti, queste ultime erano sorte già prima del 1331, come scrive Buccio di Ranallo, poiché le cita nel momento della traslazione del corpo di Celestino V a Collemaggio: Tutte le Arti annarovi, chiascuna con gran gente / Ciascheduna Arte fé ad Santo Pietro presente[148]. Nel 1355 Aquila si dette un reggimento delle Arti simile a quelle degli altri comuni. In quest'epoca in città scoppia anche una lotta commerciale tra i borghesi commercianti e i nobili possidenti, che video coinvolta la famiglia Camponeschi e Filippo da Taranto, dove l'elemento che fece esplodere la guerra fu un tentato ritorno nostalgico al feudalesimo. Le famiglie che si scontrarono furono i Pretatti e i Camponeschi, i primi esponenti del vecchio feudalesimo e molto vicini al governo di Napoli, gli ultimi promotori della nuova politica "comunale", ed amati dai ceti meno abbienti. I Camponeschi, specialmente nella persona del cavaliere Pietro Lalle Maggiore o Lalle I (da non confondere con il successivo Pietro Lalle Camponeschi), promossero il libro commercio, lo sviluppo delle arti, della cultura, insomma di una politica che mirava a integrare il concetto di città-territorio.

Lalle Maggiore, approfittando di una guerra di successione tra famiglie, nel momento in cui fu assassinato Andrea di Carloberto d'Ungheria, marito di Giovanna I di Napoli, e nipote di Roberto I d'Angiò.[149]
Il matrimonio era stato celebrato nel 1345, ma Andrea venne ucciso dalla moglie, scatenando l'ira del fratello Ludovico, anche perché Giovanna s'era sposata nuovamente con Ludovico di Taranto, figlio di Filippo, Lalle Camponeschi, nelle lotte di Tarantino e dell'Ungaro, parteggiò per quest'ultimo, anche perché sperava di bloccare un ritorno al potere dei Pretatti. Nel 1347 Ludovico d'Ungheria passò in città, e Lalle credette di veder definitivamente consolidata la sua presenza al potere cittadino, poiché venne nominato Conestabile del Regno e comandante delle milizie, e seguì Ludovico a Napoli Con il successivo accomodamento dell'Ungaro con Giovanna di Napoli, venne nominato Filippo di Taranto governatore degli Abruzzi, che permise il rientro in città dei Pretatti. Camponeschi, comportandosi similmente come Cola di Rienzo, sollevò i populares contro la famiglia rappresentante della vecchia tirannia feudale, e nella città si susseguono numerosi scontri, con l'incendio e la distruzione del Palazzo del Capitano. Filippo acquartierò l'esercito alle porte della città, ma poi decise di tornare a Napoli, seguito da Lalle, il quale tentò una pacificazione. Buccio scrisse:

«Cavalcò tanto presto come chi in prescia ha da gire
Lu conte nostro Lalle lu volse pur seguire
Fine de là ad Bazzano non se volse partire
-Quando fo tra le forme: et lui se adcomiatone
All'hora Misser Filippo ad lui se voltone;
Preselo per le braccia, de poi così parlone:
Non te porrà partire con me verrai prescione.»

(Buccio di Ranallo)

La cattura e l'uccisione di Pietro Primo suscitò indignazione tra i cittadini tanto che il palazzo venne nuovamente assaltato, il capitano regio costretto alla fuga. Dopo la rivolta però gli aquilani subirono la vendetta della Corona di Napoli, con il ritorno dei Pretatti, e il rischio della perdita della demanialità. Buccio descrive che venne istituito in città un consiglio straordinario di 68 magistrati, che avrebbero amministrato la cosa pubblica, questi Sessantotto inviarono ambascerie di pace a Filippo, fecero rientrare il capitano, e mandarono altri legati ai sovrani di Napoli. Il sovrano angioino, per l'amore del suo avo Carlo che rifondò la città, concesse il perdono e nuovi benefici, come il diploma di Giovanna del 22 ottobre 1371, dove si concedeva la libertà d'elezione dei rappresentanti delle Arti. Tuttavia questa carta non concedeva la piena libertà, poiché ogni due anni occorreva rieleggere i rappresentanti, impedendo così la costituzione di vere e proprie dinastie economiche, come volevano gli aquilani; ad esempio nel 1368 Giovanna rifiutò una proposta dei cittadini di aumentare i membri del consiglio comunale a 100 uomini, ripartiti tra i maggiori esponenti dei quattro quartieri, ristabilendo semplicemente gli antichi privilegi concessi di Carlo I e II, di città demaniale esente dalla tassazione reale, ma soprattutto l'ufficializzazione delle Arti come parte dell'organismo amministrativo della città, ripartite in precise categorie le une dalle altre. Il governo dei Sessantotto fu sciolto e rieletto un nuovo governo dei rappresentanti artigiani e commercianti delle Arti, sotto la giurisdizione del Capitano regio

La Frentania nel tardo periodo angioinoModifica

Il lodo di pace tra Lanciano e Ortona
 
Chiesa della Madonna delle Grazie a Ortona, fondata in merito alle clausole del lodo di pace tra Lanciano e Ortona del 1427

Ratificato con la riappacificazione tra le rappresentanze di Lanciano e Ortona nella Cattedrale di San Tommaso Apostolo di quest'ultima, l'accordo previde il desiderio di San Giovanni di Capestrano di erigere due chiese che avrebbe accolto l'Ordine dei Frati Minori Osservanti. Le chiese edificate qualche anno più tardi il 1427 sono la chiesa di Santa Maria delle Grazie fuori la città di Ortona, il cui ordine successivamente fu trasferito nel convento della Madonna delle Grazie in Piazza San Francesco, e la chiesa di "Sant'Angelo della Pace" nel luogo dove esisteva una precedente cona, appena fuori le mura di Lanciano. Questa chiesa, che divenne un vero e proprio monastero oggi noto col nome di Sant'Antonio di Padova, è ancora l'unica ancora in funzione, che mantiene vivo il ricordo della sua fondazione. Infatti nell'interno barocco con i mosaici della seconda metà del Novecento, nella campata di destra si trova un dipinto che rappresenta il momento simbolico del lodo di pace tra Lanciano e Ortona nella Cattedrale.

Lanciano, nel periodo di transizione tra Svevi e Angioini, perse la storica demanialità municipale guadagnata per breve tempo con Carlo I, venendo infeudata a Landolfo di Cautenay nel 1269, e alla sua morte gli succedette Matilde, che nel 1279 delegò il governo a Giovanni Di Montanson e Roberto De Mese[150]. Matilde poi si sposò con Filippo di Fiandra, detto anche Conte di Loritello perché stabilì il potere nel paese attuale di Rotello in Molise.

Lanciano fu direttamente governata da Filippo, ricadendo in una pensosa situazione simile a quella di Malmozzetto, tanto che i lancianesi si ribellarono, chiedendo nel 1302 a carlo II d'Angiò di cambiare signore. Carlo II concesse l'indulto per i disordini scoppiati nel momento di cacciare Filippo, e nel 1304 venne istituita la carica del "mastrogiurato", che aveva il compito di amministrare la città nei periodi di festa.[151].
Sotto il successore di Carlo, Roberto I d'Angiò, Lanciano trascorse un sereno periodo economico, e venne confermati dei privilegi compreso la demanialità statale, e sorsero le prime idee di allargarsi commercialmente anche presso lo scalo fluviale d San Vito Chietino, perché il feudo non era più dell'abbazia di San Giovanni in Venere. Nel frattempo il governo passò a Giovanna I di Napoli, sposatasi in seconde nozze con Luigi Principe di Taranto, vennero confermati i privilegi, tanto che Lanciano raggiungendo i 6.000 abitanti, divenne una delle città più grandi d'Abruzzo. In questo periodo relativamente felice per la città, iniziarono i primi dissapori con la storica rivale Ortona.

Il momento dello scoppio della guerra tra Lanciano rappresenta un momento particolare della storia d'Abruzzo, nella branca delle speculazioni economiche, che finivano per coinvolgere direttamente anche la politica dei vari signori della zona. Infatti agli albori della lotta commerciale vennero coinvolte anche le famiglie dei Quatrario di Sulmona, esiliati nella città, e i patrizi di Chieti, da anni ostili allo sviluppo economico lancianese.[152]Si narra che la storia rivalità tra Lanciano e Ortona fosse nata il 4 ottobre 1250, quando venne incendiata una nave lancianese nel porto di Ortona. Gli ortonesi, dato che Lanciano allora non aveva ancora un sbocco marino, aumentarono le tasse per far usufruire i lancianesi del porto, fino a rispedire, con l'acuirsi della rabbia, le navi mercantili straniere che dovevano raggiungere Lanciano per le grandi fiere. Tali scaramucce durarono fino a una prima battuta d'arresto nel 1252 quando il 24 gennaio si giunse ad una tregua, che prevedeva il rimborso da parte di Ortona del danno della nave bruciata, oltre ad esentare dai dazi i mercanti di Lanciano.

I lancianesi si sarebbero impegnati a liberare i prigionieri catturati l'anno prima. Tale pace durò a lungo fino al 10 giugno 1321, quando il principe Roberto concesse ai lancianesi il privilegio in cui si affermava che le navi mercantili straniere non avrebbero più dovuto attraccare a Ortona raggiungere la città frentana. Gli ortonesi si infuriarono e assalirono le navi mercantili lancianesi nei pressi di Francavilla al Mare.[153]Così nacque il progetto esposto alla regina Giovanna di costruire il porto di San Vito, permesso accordato nel 1365. I lavori si interruppero nel 1380 per l'acuirsi delle discordie di confine tra le due città, perché gli ortonesi dopo Giovanna si appellarono al re Ladislao, che ordinò la sospensione di lavori pena una multa di 1000 ducati. I lancianesi progettarono la costruzione dello scalo alla foce del Sangro, ma la regina Giovanna II di Napoli su richiesta ortonese vietò i lancianesi l'uso di tutti gli scali posti tra Ortona e Vasto, e ancora il condottiero Muzio Attendolo Sforza, amico del nobile ortonese Francesco Riccardi, nonché al servizio di Giovanna, fece in modo che tutta quella fascia costiera appartenesse al potere d'Ortona.
In quel particolare momento storico in cui l'Abruzzo veniva direttamente coinvolto nella "guerra di successione" della corona aragonese-angioina di Napoli, Lanciano si appellò al luogotenente Braccio da Montone affinché per mezzo di Alfonso d'Aragona il 23 gennaio 1421 ottenessero il nuovo permesso di costruire il porto di San Vito. Ortona reagì incendiando ancora le navi lancianesi, costoro catturarono un gruppo di ortonesi per risposta. La battaglia avvenne sul fiume Feltrino, i lancianesi respinsero i soldati e fecero dei prigionieri, su cui si vendicarono barbaramente, mutilandoli dei nasi e delle orecchie, con cui fabbricarono una colonna infame, per la cui calcina usarono anche il sangue dei prigionieri trucidati, posta sul portico della Zecca, alla fine del Corso Roma.

Gli ortonesi risposero, attaccando direttamente il porto di San Vito come una banda di pirati, facendo dei prigionieri, e la situazione di guerra era diventata talmente insostenibile, che Alfonso convocò nel 1423 a Napoli i sindaci delle due città per evitare una vera carneficina. Nel frattempo la guerra continuava lungo l'Adriatico, e dovette intervenire il frate San Giovanni da Capestrano, che giunse a Lanciano il 6 dicembre 1426, e mandò un suo confratello a Ortona, per stipulare il trattato di pace[154]. Nel 1427 ci fu il famoso "lodo" di Giovanni di Capestrano, ratificato il 17 febbraio nella Cattedrale di San Tommaso Apostolo a Ortona, e si decise che, in base alla concessione del feudo di San Vito dall'abate di San Giovanni in Venere, i lancianesi avrebbero avuto l'autorizzazione di edificare finalmente il porto.

 
Quartiere Sacca di Lanciano, con la chiesa di San Nicola

Per i fatti politici, la regina Giovanna I di Napoli nel 1372 si arrese a Carlo III di Napoli e riprese il dominio del regno per conto della Casa d'Ungheria. Al nuovo re Lanciano giurò fedeltà, i cittadini offrirono appoggio militare, ricevendone benefici. Per la battaglia combattuta a Bari dal re contro Luigi II d'Angiò, Carlo III confermò i privilegi, lo stato demaniale, e i castelli di Frisa, Sant'Apollinare, Guastameroli, e concesse il progetto dell'edificazione del nuovo porto a San Vito, quello per cui si scatenò la guerra contro Ortona. Nel 1401 si aggiunsero altri feudi di Pizzoferrato, Quadri, Fallo, Sant'Angelo del Pesco, Civitaluparella, Pescopennataro, Rosello e Rizzacorno di Castelfrentano.

Il regio demanio fu confermato da Giovanna II di Napoli nel 1414, e si alleò con il sovrano Alfonso I d'Aragona, che ricoprì di favori la città, dotandola di mura nuove di cinta. I rapporti tra Lanciano e Giovanna II però si guastarono, e costei revocò il regio demanio, alleandosi con Luigi III d'Angiò, facendo sorgere in città due partiti che favorivano Giovanna e Luigi con il condottiero Muzio Attendolo Sforza, gli altri Alfonso I, che aveva come capitano Braccio da Montone, che attaccò la città nel 1423 per la maggioranza del partito angioino. Lanciano ovviamente non subì lo stesso assedio dei castelli della Majella come Pacentro e Castel di Sangro, o come L'Aquila stessa nel 1424, ma si crearono situazioni di forte tensione.

Cronologia
 
papa Innocenzo VII, nato a Sulmona
  • 1340: Lanciano, con 6.500 abitanti è la città più popolosa dell'Abruzzo. Il centro ha una sorta di controllo da "città-stato" nella val di Sangro dell'ex Frentania, come ricca zona commerciale di prodotti agricoli e marittimi. Ogni anno a settembre si svolgono delle fiere del mercato, che attirano i mercanti di tutto il circondario. Inoltre è già meta di pellegrinaggio dall'VIII secolo per il Miracolo eucaristico.
  • 1348 - 1349: terremoto sull'Appennino abruzzese. Nel 1348 viene distrutta la Badia di San Clemente a Casauria nella valle della Pescara. Nel 1349 il sisma distrugge quasi completamente L'Aquila. Una prima scossa si generò il 7 settembre 1349 avvertita anche a Roma dove rimase danneggiata la Torre dei Conti e la Torre delle Milizie ai bordi degli antichi Mercati Trajanei e anche la basilica di San Paolo fuori le Mura. Altre forti scosse il 9 e 10 settembre fecero gravissimi danni all'Aquila provocando 800 morti e attivando un esodo della popolazione verso le campagne e i villaggi circostanti. I terremoti furono avvertiti nel reatino, nella conca del Fucino e nella Valle Roveto fino a Sora. Si verificarono danni perfino nell'abbazia di Montecassino dove cedette la basilica.[155] Si stima che in quella serie di scosse si sia raggiunta un'intensità pari al X grado della Scala Mercalli.
 
Interno affrescato dell'Oratorio di San Pellegrino di Bominaco

Quando Roberto d'Angiò (13091343) morì, il regno di Napoli attraversò un periodo di crisi. Il re Luigi I d'Ungheria, per vendicare il fratello, si lanciò alla conquista del Regno, mentre Giovanna I d'Angiò (1327 - 1382) e il marito si rifugiavano presso la corte papale di Avignone (1348). Quando Luigi I ritirò le sue truppe per l'arrivo della peste nera, Giovanna I tornò a Napoli, subendo, nel 1350, una nuova incursione dell'esercito ungherese, conclusasi anche questa con un nulla di fatto.

  • 1360: il Duca d'Andria distrugge Marruvium (ossia San Benedetto).
 
Castello Cantelmo di Pettorano sul Gizio

A partire dal 1380 Giovanna I dovette scontrarsi con il nipote e cognato Carlo di Durazzo: dopo averlo nominato erede al trono, la regina gli aveva revocato i diritti di successione preferendogli il cugino Luigi I d'Angiò, fratello del re di Francia. Carlo di Durazzo fece assassinare la regina (1382) e si impadronì del regno, ma fu assassinato a sua volta nel 1386 in Ungheria. Salì al trono Giovanna II di Napoli (14141435), sorella di Ladislao I d'Angiò. Priva di eredi diretti, Giovanna nominò suo successore prima Alfonso, re d'Aragona, ed in seguito Renato d'Angiò. Braccio da Montone andò in aiuto della regina di Napoli, scomunicata dal Papa, controllando tutti i territori dell'Abruzzo e parteggiando per Alfonso V d'Aragona contro gli angioini del ramo francese.

  • 1384: terremoto tra Teramo ed Atri.
  • 1398: terremoto a L'Aquila, con danneggiamenti alle costruzioni
  • 1418: estinzione della vecchia dinastia dei Berardi, attuali conti di Celano dopo i Marsi.
  • 1420-24: per conto della regina Giovanna II, Braccio da Montone è signore di Teramo.
  • 1423: la città dell'Aquila si ribellò, guidata dalla famiglia Camponeschi[156], e Giovanna II diede incarico al condottiero Muzio Attendolo Sforza di andare a riconquistarla. Nel tentativo di guadare il fiume Pescara un suo paggio rischiò di affogare e Muzio, nel tentativo di salvarlo, fu travolto dalle acque.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra dell'Aquila.

Scoppio della cosiddetta "Guerra dell'Aquila", nel 1423, in cui Braccio assedia tutti i borghi che fondarono la città nel 1254, riducendoli a rovine, per impedire successivi aiuti per l'assedio di L'Aquila. La città non verrà mai espugnata, secondo la tecnica di Braccio di prenderla per fame, acquartierando le truppe fuori le mura. La città viene salvata da Jacopo Caldora e da Antonino Piccolomini.

  • 2 giugno 1424: durante la battaglia finale ad Aquila tra aragonesi e angioini, Braccio da Montone rimase gravemente ferito. Non volle cure e pochi giorni dopo morì. Il Papa lo fece seppellire in terra sconsacrata, vi rimase fino al 1432 quando, per iniziativa del nipote Niccolò della Stella Fortebraccio, i suoi resti furono tumulati nella Chiesa di San Francesco al Prato a Perugia.
  • Nello stesso anno 1424 viene distrutto il monastero di Bominaco da Braccio, successivamente ridimensionato.
  • 1426-27: Sin dal XIII secolo Ortona e la vicina Lanciano iniziarono a vivere pessimi rapporti, fino ad una dichiarata rivalità, per quanto riguardava il dominio del mare fino a Fossacesia. Lanciano, benché fosse nell'entroterra, aveva come città marinara feudataria San Vito Chietino, contesa con Ortona per decenni, essendo il borgo a 7 km dalla città. Nel XV secolo, precisamente nel 1426 esplose una vera e propria guerra di confine tra le due città, dato che gli ortonesi incendiarono una nave nemica. I lancianesi risposero catturando dei mercanti ortonesi, sfregiandoli con il taglio di naso e orecchie, che poi impastarono con mattoni per la fabbricazione di una colonna infame. Tale colonna, secondo le dicerie, sarebbe la terza circolare di un portico in corso Roma a Lanciano, al confine con piazza Plebiscito.

Dato che la guerra aveva avuto inizio, il 17 febbraio 1427 Giovanni da Capestrano fu convocato a Ortona per sancire la pace tra le due città, per mezzo della Diocesi. Infatti tale lodo fu stipulato nella Cattedrale di San Tommaso.

Il terremoto dell'Aquila e di Sulmona del 1349Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto dell'Appennino centro-meridionale del 1349.
 
Facciata tardo romanica della Basilica di Santa Maria di Collemaggio: l'aspetto è quello della ricostruzione dopo il terremoto del 1349

Questo terremoto è il primo sufficientemente documentato, che sconvolse la neonata città d'Abruzzo dell'Aquila, e fu l'ultimo di una serie di scosse che colpirono L'Aquila e il resto dell'Abruzzo peligno-marsicano già dal 1315, che come registra Buccio di Ranallo. La magnitudo di questo terremoto sarebbe stata di 5.5 gradi della scala Richter, ma non ci furono particolari danni. Nel 1348 e nel 1349 una serie di terremoti con epicentro a L'Aquila e nell'alto Molise oppure nella catena del Sirente-Velino misero in ginocchio la città, con una magnitudo di 6.5 della scala Richter. La devastazione del terremoto venne annotata dal poeta Giovanni Quatrario da Sulmona, che parlava della devastazione di Sulmona e della crisi del commercio. Il terremoto dovette colpire la città in maniera abbastanza seria, anche se oggi, con i grandi restauri gotici della metà del Trecento, e del dopo sisma 1456 non è possibile comprendere cosa andò distrutto e cosa conservato. La cronaca di Buccio di Ranallo, testimone oculare di quegli eventi, benché con la tipica enfasi dell'autore, testimonia chiaramente la devastazione che ci fu nella città aquilana. Lo storico Matteo Villani di Firenze testimonia nella Nuova cronica: «La città dell'Aquila ne fu quasi distrutta, che tutte le chiese e grandi dificj della città caddono con grande mortalità d'huomini e di femmine; [...] ed erano sì grandi (le scosse) che in piana terra era fatica all'uomo di potersi tenere in piedi.»[157]

Il terremoto si verificò la notte tra il 9 e il 10 settembre di quell'anno, Buccio stima che le vittime furono sulle 800 unità, con il crollo degli edifici e delle chiese: «Subitamente venne sì gran terremuto, / Dalla morte de Christo non fu mayore veduto; Appena homo trovònsenci che non gesse stortuto. / De persone ottocento d'Aquila fo stimate che per lo terremuto foro morte et sotterrate.»

Anche le mura civiche furono danneggiate, e a quest'anno risale la chiusura di Porta Leoni, come ricorda lo storico Alessandro de Ritiiis da Collebrincioni nella Chronica Civitatis Aquilae, perché fu occupata dalle macerie. Tra le chiese maggiormente danneggiate risultò il convento di San Francesco a Palazzo, le cui macerie furono ammassate a Porta Leone, che fu riaperta solo nel XX secolo. Con il terremoto del 1349 e di quello del 1703, l'Aquila rischiò seriamente lo spopolamento, già fiaccata dalla peste nera, insieme a Sulmona. Determinante fu l'azione di Lalle I camponeschi, conte di Montorio, capostipite della signoria, che si doperò molto per prestare i soccorsi e realizzare baraccamenti di fortuna, per non far emigrare la popolazione.

Il QuattrocentoModifica

Nella prima metà del XV secolo la pastorizia abruzzese ha il suo massimo splendore. Almeno la metà della popolazione d'Abruzzo dipendeva dalla pastorizia, sia direttamente che indirettamente. Vi erano oltre 3 milioni di ovini e 30000 pastori. Tale sviluppo fu dovuto alla pratica della transumanza. La transumanza abruzzese aveva lo sbocco nelle fiere mercantili di Foggia, e partiva dai vari tratturi del territorio aquilano e majellano, come il famoso Tratturo L'Aquila-Foggia, il più grande, o il Tratturo Pescasseroli-Candela. Vi erano tratturi anche a Sulmona e a Lanciano.
Nello stesso periodo Jacopo Caldora si arroga il diritto di comprare gran parte dei vecchi castelli della Majella e dei centri fortificati della costa, come Pacentro, Civitaluparella, Castel di Sangro, Ortona e Vasto. Castelli ancora presenti oggi sono quello di Pacentro e quello di Vasto. A Ortona il castello aragonese in origine era proprietà dei Caldora, assieme alle mura caldoriane di via Gabriele D'Annunzio, oggi in parte accorpate alle abitazioni civili.

Teramo: lotta dei partiti Melatino-De ValleModifica

 
Palazzo Melatino a Teramo
 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Teramo.

La città di Teramo nelle vicende dell'Abruzzo, fino al XVI secolo, fu sempre poco coinvolta, data la vicinanza con le Marche. Infatti fino a quel periodo rimase sempre legata ai fatti storici di Ascoli Piceno, ad esempio durante il dominio svevo le mura furono attaccate dagli ascolani, nel XIV secolo fu esemplare del signore-vescovo Niccolò degli Arcioni che fece restaurare il Duomo, mentre sempre in quest'epoca si affermò la potente famiglia dei Melatino, di cui rest ancora l'abitazione medievale, che contraddistingue il centro storico teramano. La famiglia Melatino di origine lombarda, prese il suo nome dal Castello Melatino, vicino a Teramo, residenza già dal XIII secolo. Successivamente il castello andò in rovina e si trasferirono nel centro, nel quartiere di San Leonardo, mantenendo un ruolo molto importante nell'ambito politico; i primi nomi della famiglia appaiono nei registi del 1160[158]. Maccabeo, signore di Melatino, Campora e Nepezzano, Il suo discendente Matteo figlio, Cavaliere di Federico II, fu ricompensato con i feudi di Squillace. Nel 1335 Guglielmo Melatino fu governatore di Anagni per il re Roberto, mentre Berardo fu il podestà di Firenze nel 1347. Enrico Melatino fu Capitano di Campli nel 1394, e divenne il principale fautore della lotta contro Antonello della Valle, capo di un partito avversario ai Melatino, che prevalendo su di esso divenne signore di Teramo. Enrico Melatino nel 1390, per questo successo, si alleò con gli Acquaviva di Atri per uccidere il Della Valle, e Andrea duca di Atri, divenuto signore di Teramo, per un voltafaccia contro il Melatino, coltivando il desiderio di estendere i domini del piccolo ducato di Atri al ghiotto boccone di Teramo, fu ucciso da Enrico dopo una drastica rottura dei rapporti, per mezzo di congiura. La vendetta degli Acquaviva fu tremenda, Teramo venne assediata ed Enrico trucidato. Da ciò la famiglia Melatino cadde lentamente in disgrazia, anche se sino al XV secolo saranno frequenti le lotte intestine, gli esili, e le congiure dei Melatino contro i De Valle, ecc, che verranno rinominati, al tempo dello storico locale Muzio de' Muzii (XVII sec) "Spennati - Mazzaclocchi"; gli ultimi membri di rilievo furono Mariano Melatino, balivo del giudice regionale dell'Aquila nel 1456.[159]

La Marsica tra gli Orsini e i PiccolominiModifica

Il ramo di ManoppelloModifica

 
Torre Orsini di Guardiagrele, unico elemento superstite dell'antico castello

La famiglia romana Orsini comparve in Abruzzo con Orso di Bobone nel XII secolo[160], e penetrarono lentamente nel XIII secolo dalla Piana del Cavaliere di Carsoli, conquistando il Castello di Oricola, stabilendo successivamente la sede amministrativa della contea nel Palazzo ducale di Tagliacozzo, e infine con una serie di guerre e assedi, penetrarono sempre di più nella Marsica, verso il Fucino. La contessa Tommasa, unica figlia di Gualtieri di Pagliara Conte di Manoppello, sposò Simone, conte di Chieti. In seconde nozze sposò Oddone di Hohenburg conte di Chieti. In terze nozze sposò Giordano d'Agliano dal quale ebbe Filippa. Filippa sposò Goffredo di Milly, dal quale ebbe Filippa, sposata con Ugo di Sully.
Dal matrimonio nacque Giovanni Gualtieri di Sully che sposò Tommasina di Sangro, che generò Ugolino e Maria. Maria di Sully sposò Napoleone Orsini intorno al 1340 e portò tutti i possedimenti e i titoli al casato degli Orsini. Napoleone acquisì molti territori d'Abruzzo, divenendo Conte di Manoppello, San Valentino in Abruzzo Citeriore e Palearia. Gli Orsini si stabilirono anche nella Marsica, divenendo signori di Avezzano e Tagliacozzo e poi a Pacentro e nel Lazio a Bracciano ed Amatrice nel Circondario di Cittaducale. Napoleone morì nel 1369 e gli successe Giovanni che morì nel 1383, e sua volta lasciò il titolo a Napoleone II. Nel 1405 gli Orsini acquisirono Manoppello Turri (oggi Turrivalignani), Lettomanoppello, Casale in Contrada (Casalincontrada), Roccamorice e Manerio. Questi feudi vennero venduti all'universitas di Chieti, negli anni seguenti, che accrebbero il potere della famiglia Valignani. Nel 1348 Niccolò Orsini di Pierpaolo, figlio di Napoleone III, era signore di Manoppello

Nel 1450 Orso Orsini, ultimo fratello di Giovanpaolo, divenne signore di Manoppello, e ricevette da re Alfonso d'Aragona la Valle Siciliana di Castelli e San Valentino d'Abruzzo Citra. La grande contea di Manoppello includeva anche i paesi di Roccamontepiano, Fara Filiorum Petri e Rapino. Nella seconda metà del Quattrocento gli Orsini, ritenuti ribelli, furono privati di questi feudi che passarono, come detto, ai Valignani. Pardo Orsini riconquistò i feudi che infine perse definitivamente con la discesa di Carlo VIII nel 1495. Gli rimase solo la Valle Siciliana e altre signorie del tutto irrilevanti per un saldo controllo territoriale. Nel 1523 rinunciò definitivamente anche alla Valle Siciliana e si mise al servizio di Francesco I di Francia, nella lotta tra il re e Carlo V di Spagna. Nel 1527 Manoppello, dopo essere stato ancora per poco sede degli Orsini, tornò nelle mani dei Colonna. Gli Orsini restarono Guardiagrele e poche altre signorie del contado. Camillo Pardo Orsini si ritirò a vita privata a Roma, dove infine morì nel 1553, e con lui si estinse il ramo di Manoppello.[161].

Gli Orsini e i Colonna nella MarsicaModifica

 
Disegno ottocentesco del Castello Orsini-Colonna di Avezzano

Nel XV secolo le contee marsicane sono teatro di lotta tra gli Orsini e i Colonna. Nella prima metà del '400 Giovanni Antonio Orsini Del Balzo divenne signore di Avezzano e delle contee di Albe e Tagliacozzo con tutte le aree fino ai confini storici con il Lazio segnati dalla Valle Roveto a sud e dalla Piana del Cavaliere ad ovest[162]. Con la conquista di Trasacco ebbero inizio gli scontri con i Colonna. Nel 1443 il re Alfonso V d'Aragona riconobbe il feudo proprietà degli Orsini, alla morte di Giovanni Antonio, non essendoci eredi, le due contee passarono al demanio regio per 5 anni. Salito al trono Ferdinando I di Napoli, dopo la metà del Quattrocento, confiscò i beni delle contee e vi pose un capitano con incarichi militari, politici e penali. Durante la congiura dei baroni, gli Orsini si schierarono dalla parte del re, mentre i Colonna rimasero neutrali, nella speranza di poter tornare al controllo della Marsica. La discesa di Giovanni II di Lorena nel 1459 fece in modo che la Marsica fosse teatro di continue rivolte, che ebbero fine grazie agli alleati di Napoli, tra cui Federico da Montefeltro, i quali cacciarono gli angioini e conquistarono Avezzano. Qualche anno più tardi, allontanato definitivamente il capitano Jacopo Piccinino, gli Orsini tornarono a regnare su Avezzano e Albe.

Quest'ultima contea però fu venduta a Fabrizio I Colonna[163], che necessitava di denaro per riconquistare Otranto dai turchi nel 1480. Re Ferdinando I alla luce dell'appoggio degli Orsini a Papa Sisto IV, nella guerra con Venezia contro Ferrara, espulse la famiglia dal regno, e donò Tagliacozzo ai Colonna. Solo dopo la costituzione della lega che comprese le due avversarie Napoli e Venezia, fu concesso agli Orsini di riprendere i loro territori nella Marsica. Giovanni Colonna non volle però cedere la rocca di Albe, cosicché gli Orsini devastarono i possedimenti campagna romana. Eletto Papa Innocenzo VIII, che appoggiò al contrario di Sisto IV i Colonna, la Marsica divenne nuovamente luogo di guerre, soprattutto per accaparrarsi la città di Avezzano, da sempre favorevole ai Colonna. Virginio Orsini invase la Marsica, Fabrizio Colonna fu accolto con entusiasmo invece da Albe, che dopo la pace del 1486 tornò agli Orsini. La politica cosiddetta "guerrafondaia" degli Orsini non fu accettata dalla contea di Albe, nel 1490 Gentile Virginio Orsini trasformò il castello di Avezzano, inglobando la torre medievale del XII secolo. La configurazione in rocca rinascimentale del maniero si deve a Marcantonio Colonna, che nella seconda metà del Cinquecento prese pieno possesso della città e delle terre marsicane.

I Piccolomini di CelanoModifica

Per quanto riguarda l'altra famiglia avversaria degli Orsini e degli storici Berardi di Celano, i Piccolomini di Napoli, l'ingresso al potere nella Marsica conquistando l'ex contea di Celano avvenne nella metà del XV secolo. Il conte Antonio Piccolomini, duca di Amalfi dal 1461 avendo sposato Maria d'Aragona, figlia del re Ferdinando I, fu capostipite del casato Piccolomini-D'Aragona nel Regno di Napoli[164], che tenne il ducato amalfitano fino al secondo decennio del XVII secolo. Seguì per questo una serie di cariche e privilegi per Antonio, che già aveva fatto carriera di castellano a Roma per conto di Papa Pio II. Il 27 maggio 1463 Ferdinando lo nominò maestro giustiziere del Regno e generale delle armi. Il 12 febbraio 1463 fu investito come Conte di Celano e Gagliano, barone di Balsorano, Pescina e Carapelle Calvisio, marchese di Capestrano.
Tuttavia i membri della vecchia casata si opposero. Ruggero Accrocciamuro, a causa di rivolte, andò in Francia preventivamente, e tornò nel momento dello scoppio della congiura dei baroni, offrendo nel 1485 il suo aiuto a Papa Innocenzo VIII che si schierò con i baroni. Unitosi anche a Fabrizio Colonna, rimase per breve tempo a Celano, fino a quando gli Orsini espulsero i Colonna grazie al sovrano. Antonio Piccolomini era morto nel 1493, gli era succeduto il figlio Alfonso: Ruggerotto si recò a L'Aquila e fece testamento a favore di questa città.

Nei pressi di Pratola Peligna si incontrò con Alfonso con cui scoppiò una lite, e dove trovò la morte[165]. Suo figlio fu Lionello, e con lui si estinse la dinastia storica dei Berardi di Celano. Antonio Maria Piccolomini dunque fu signore di Celano, Agello (Aielli), Sant'Eugenia (Santa Jona), Paterno, San Pelino, Ovindoli, Robori, Cerchio, Colle Armenio, Pescina, Città Marsicana (San Benedetto dei Marsi), Venere, Castel Vivo (oggi distrutto), Ortucchio, San Rufino, Luco che ebbe il diritto di pesca nel lago, poi Bisegna, Aschi Alto, Speron d'Asino (Sperone di Gioia dei Marsi), Cocullo, Lido, Baronia Sublaco, Castel Gagliardo, Castel d'Ilerio (Castel di Ieri), Castelvecchio Subequo, Secinaro, Goriano Sicoli e Gagliano Aterno.

Per Celano ci fu una predilezione speciale: Antonio Piccolomini fortificò nuovamente il castello, nell'aspetto contemporaneo, lo ornò con opere di fortificazione all'avanguardia, cingendolo di un nuovo grande fossato circondato da mura con torrette di guardia. Al castello di Ortucchio sostituì una nuova struttura, mantenendo la torre puntone centrale, e migliorò considerevolmente l'impianto murario per facilitare il traffico della pesca. Tuttavia la politica di Antonio fu prettamente fiscalista, e non mancarono dissidi con la popolazione. Alla sua morte, come detto successe Alfonso Piccolomini, che difese la Marsica contro i Francesi, restando fedele agli Aragona. Sposò Giovanna, marchesa di Gerace, che gli generò Alfonso II, il quale fu fedele allo spagnolo Carlo V. L'ultimo conte uomo di Celano fu Innico Piccolomini, poiché la famiglia iniziò ad intrecciare rapporti con i D'Avalos del Vasto e con i Caracciolo. Per la morte di suo fratello primogenito Antonio, ereditò la contea e altri feudi, costruì il convento del Carmine, l'ospedale di San Rocco per i poveri, e morì a 43 anni. Costanza Piccolomini, sua figlia, vendette a Camilla Peretti la contea di Celano per 200 mila ducati, e si ritirò nel convento delle Domenicane a Napoli. Tal Camilla Peretti divenne contessa, sposata con Giovan Battista Mignucci di Montalto, che nel 1566 assunse il cognome di Perretti.

La guerra di successione angioino-aragonese (1420-1424)Modifica

 
Braccio da Montone

Nell'ambito della guerra di successione tra il casato dei d'Angiò e quello degli Aragona, l'Abruzzo rimase profondamente coinvolto, specialmente Sulmona e L'Aquila. In quel tempo il capitano molisano Jacopo Caldora era uno dei più famosi uomini d'arme del Regno di Napoli, fedele al partito angioino di Giovanna II d'Angiò, che era a capo di un vero e proprio esercito di mercenari nomadi. Benché dal 1424 fosse stato in possesso del Giustizierato d'Abruzzo e del Contado di Molise e della Capitanata, non volle mai essere chiamato "principe" o onorato con titoli nobiliari. Nel 1414 alla morte di Ladislao di Durazzo, molti capitani del Regno si misero al servizio di Jacopo.

Appena la regina Giovanna II di Napoli, sorella di Ladislao di Durazzo, saliva al trono, Jacopo insieme a Paolo Orsini con un numero notevole di cavalieri si trasferiva a Roma e presidiava Castel Sant'Angelo, opponendo una valida resistenza contro l'invasore Braccio da Montone che era a capo dell'esercito aragonese di Alfonso. Braccio (o anche Fortebraccio), tentò l'assedio, ma aspettò le truppe di Muzio Attendolo Sforza, assoldato da Giovanna, ricacciando Jacopo e arrestandolo. Liberatosi, nel 1415 si schierò con Pandofello Alopo contro Giovanna II[166], suo amante e favorito, ma poi passò all'altra sponda politica, mirando a conquistare L'Aquila insieme ad Antonuccio Camponeschi. L'operazione militare fallì a causa dell'arrivo di Muzio Attendolo Sforza, al servizio di Giovanna e Luigi III d'Angiò che aveva scelto la via della riappacificazione con la regina, su pressione dei baroni del regno, sposando Giacomo II di Borbone-La Marche, conte della Marca.[167] In cambio di tali accordi, Jacopo otteneva la nomina di governatore della città di L'Aquila per un anno. Giacomo II faceva arrestare l'Alopo e lo Sforza, il quale uccise il favorito di Giovanna II. Nel 1416 Jacopo entrava in contrasto con Giacomo II, a settembre Antonuccio Camponeschi sottoscriveva una tregua con Jean de Saligny, gran connestabile del Borbone. A garanzia del patto mandava il figlio Antonio come ostaggio e restituiva i territori usurpati.

 
Giovanna II di Napoli

Giacomo II, malvisto nel regno, decise di rinunciare al potere, e così la regina nominava gran siniscalco del regno il favorito Sergianni Caracciolo[168]. Nel 1417 da Giovanna fu fatto Capitano di Agnone Jacopo Caldora, ottenendo anche Minervino e Manfredonia, e in virtù della fedeltà del capitano, lo mandò insieme a Muzio Attendolo Sforza a Frosinone per intavolare una trattativa con Braccio da Montone e ristabilire l'equilibrio del rapporto papato-regno di Napoli. Muzio Attendolo Sforza mandò avanti Perdicasso Barile perché temeva inganni, tanto che l'esercito sforzesco, già acquartierato presso Badia di Frosinone, non vedendo le insegne, sospettò un attacco e fece prigioniero il Caldora. Fu liberato nel 1418 da Sergianni Caracciolo, che si conquistò l'inimicizia dello Sforza, a tal punto che fu costretto all'esilio in Basilicata.

Jacopo Caldora, insieme a Marino da Somma, riprendeva Agnone nel 1419, si faceva eleggere capitano e assistette alla riconciliazione a Napoli tra Giovanna II e papa Martino V. La pace però durò poco perché i rapporti si incrinarono, tant'è che Martino V scomunicò Giovanna. Della situazione in nuova crisi approfittò Muzio Attendolo Sforza che avviava negoziati con gli angioini ricomparsi con Luigi III d'Angiò, alleato del papa. Braccio da Montone si mise al servizio del pontefice, mentre Luigi III nominava lo Sforza viceré di Napoli. Giovanna II chiese aiuto ad Alfonso V d'Aragona, al quale prometteva la corona del Regno. L'aiuto arrivò subito attraverso il luogotenente Ramon Perillòs che giunse a Napoli con 22 galee, mentre Giovanna trattava con Fortebraccio, promettendogli le città di Capua e L'Aquila.
Jacopo rimase fedele a Giovanna e si batté contro l'esercito dello Sforza, quando nel settembre di quell'anno questi si preparava ad assediare Napoli da Porta Marina. Jacopo Caldora tentò una sortita esterna con Bernardino Ubaldini ed Orso Orsini, ma dopo uno scontro cruento fu costretto a ritirarsi in Abruzzo.

 
Muzio Attendolo Sforza

All'inizio del 1421 Braccio era partito da Perugia per aspettare Alfonso a Napoli, e il 7 giugno entrò nella capitale dove Giovanna lo nominò gran connestabile, Jacopo Caldora si contrappose all'avanzata braccesca in Abruzzo, e fortificò il castello di Pacentro[169], intervenendo anche a Sulmona, cacciando i funzionari di Giovanna II, considerata ormai doppiogiochista e traditrice della Casa d'Angiò. Jacopo dispiegò le sue forze militari su tutti i castelli della conca Peligna, fino a Castel di Sangro, la principale "porta d'Abruzzo" venendo da Napoli. Dato che Braccio avanzò con un esercito molto più numeroso, Jacopo perse i castelli di Campo di Giove e Castel di Sangro, ritirandosi momentaneamente in Terra di Lavoro. Nel frattempo Fortebraccio con 4.000 cavalieri forniti da Alfonso, aveva campo libero per conquistare l'Abruzzo. Gli scontri contro Luigi III continuarono anche nel territorio di Capua, e alla fine Braccio e Muzio Attendolo si allearono per unirsi al servizio di Giovanna II: il primo conservò il governo dell'Abruzzo, l'altro ne rimase gran connestabile con il consenso di Alfonso e Sergianni Caracciolo.
Alla rottura dei rapporti tra Giovanna II e Alfonso, nel 1423, sostenuta dai patrizi napoletani, essa chiese l'intervento di Braccio, che volle essere nominato Principe di Capua, inviando 4000 cavalieri. Il 7 maggio discese e prese possesso ancora degli Abruzzi, trovando però resistenza a L'Aquila, che gli sbarrò l'accesso con Luigi d'Angiò. Alfonso V allora decise di distruggere definitivamente il casato Angioino facendo arrestare Sergianni, mentre Giovanna chiedeva aiuto a Muzio Attendolo Sforza. Alfonso però ebbe la meglio nello scontro, e Giovanna fuggì ad Anversa, dove riuscì a far liberare Sergianni e a revocare la corona di Napoli ad Alfonso, nominando successore Luigi III.

Alfonso sollecitava intanto Fortebraccio a lasciar perdere L'Aquila, ma costui inviò Jacopo Caldora con 1200 cavalieri che nel giugno arrivò a Capua con Bernardino Ubaldini, Arrigo della Tacca, Riccio da Montechiaro ed Orso Orsini. Superata la foce del fiume Volturno, Jacopo fu nominato signore di Conversano, ma rimase a Napoli organizzando la difesa della capitale. Alfonso V, il 15 ottobre 1423, vista la situazione, tornava in Spagna, mentre lo Sforza, sollecitato da papa Martino, concentrava le truppe all'Aquila per liberarla dall'assedio di Braccio.

 
Il castello di San Pio delle Camere sulla piana di Navelli, uno degli esempi della terra bruciata di Braccio da Montone durante l'assedio dell'Aquila

L'assedio di L'Aquila (1424)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra dell'Aquila.

Lo sfregio di Braccio fu di prendere d'assedio i castelli che fondarono la città nel 1265 sotto la protezione di Carlo d'Angiò, affinché la città restasse senza viveri e uomini per combattere: uno ad uno i castelli furono presi e caddero, mentre altri, come Navelli, Rocca di Mezzo, Fontecchio, opposero fiera resistenza. Nei Cantari della guerra di Braccio di un anonimo aquilano, viene descritta la guerra del Fortebraccio: Presto fo cassu lo seu capetano / che in primamente li fò factu honore, ossia che inizialmente Braccio tentò una mediazione, ma i piani di sabotaggio politico degli aquilani, che cercavano lo scontro vero e proprio, delinearono il crollo della diplomazia. A Napoli un intrigo di Alfonso d'Aragona portò all'arresto di Sergianni Caracciolo, fedelissimo di Giovanna II, e poi al tentato arresto della regina stessa, che chiamò in aiuto Muzio Sforza, che presso Villa Celiera (Pescara), sconfisse gli aragonesi il 30 maggio 1423[170], giungendo poi a Napoli. Una forte coalizione della regina Giovanna, papa Martino V, il duca di Milano Filippo Maria Visconti e Aquila stessa oppose resistenza alle mire espansioniste di Braccio.
Il duca di Milano appoggiò Giovanna che scelse il condottiero Jacopo Caldora con i suoi 300 fanti, Francesco Sforza con 800 cavalli, e Muzio Attendolo, che si scontrarono contro Braccio nella battaglia il 2 giugno 1424, prezzo Bazzano.

Braccio piazzò il suo quartier generale a Sant'Anza[171], prendendo gli altri castelli di Paganica, Poggio Picenze, Fagnano Alto, Ocre, San Demetrio ne' Vestini, Barisciano. Per ridurre alla fame la città, assaltò il mulino della Riviera, e i centri agricoli di Roio e Rocca di Cambio, mentre cadevano Tussio, San Pio delle Camere, Caporciano.

«E prese Fossa, prese Sanctu Sanu
In quel medesmo jorno veramente;
Poy se nne annò a campi a Bariscianu
E quattro jorni stecte, el dir non mente;
Forniti quattro jorni, per certanu
Al volere de Braccio ongiù consente;
Leporaneche in via se lly dé a lluy,
Fangianus'arrenneo al jorny duy.»

(Cantari della guerra di Braccio di Nicola da Borbona)

Dopo ciò, Braccio assediò il castello di Stiffe, nel comune di San Demetrio ne' Vestini, che era governato da Antonuccio de Simone, che riuscì a fermare l'avanzata grazie a dei collegamenti militari con Rocca di Mezzo, i quali con rapide incursioni e imboscate brevi, sfiancarono l'esercito braccesco. Braccio rinnovò l'assalto, e l'aquilano Pietro Navarrino andò a chiedere aiuto agli armati di Fontecchio[172]. Braccio, che nel frattempo era acquartierato presso Campo di Pile, decise di comandare personalmente l'assalto a Stiffe per raderla al suolo. Gli aquilani allora si prodigarono in un'azione di sfottò vero e proprio contro Braccio, facendo uscire dalle mura 3 mila cavalieri da Porta Barete per poi rientrare a Porta Rivera: l'armata era composta dai migliori uomini dei quarti, e l'azione ebbe effetto, poiché Braccio si concentrò nel cingere d'assedio le mura di Aquila, constatando la sua sconfitta nel cercare di distruggere Stiffe.

Muzio Attendolo giunse con 4 mila uomini in città, cinta d'assedio, ma morì annegando nel fiume Aterno il 4 gennaio 1424, mentre alcuni castelli si ribellavano alle guarnigioni braccesche: Tussio, San Pio, Barisciano, e insieme al condottiero Jacopo Caldora intervennero in un nuovo grande scontro prezzo Bazzano

 
Miniatura allegorica contenuta nell'opera Antiquitates italicæ medii ævi, scritta dallo storico Ludovico Antonio Muratori, raffigurante l'ingresso fastoso a L'Aquila della Regina del Regno di Napoli Giovanna II d'Angiò-Durazzo (a destra, seduta sulla portantina), accompagnata dal gran connestabile Jacopo Caldora (al centro, in groppa al cavallo) ed il suo esercito, al termine della guerra del 1424 contro Braccio da Montone. La Regina e il condottiero vengono accolti da Antonuccio Camponeschi (a sinistra, sventolante la bandiera della libertà), governatore della città.

Dopo la morte di Muzio Attendolo, il figlio Francesco prese immediatamente il controllo dell'esercito, volgendo le truppe per Benevento per incontrarsi ad Anversa con Giovanna II. Nel mese di aprile Filippo Maria Visconti, che giocò un ruolo importante nella presa dell'Aquila, mandò il denaro a Jacopo per sostenere l'esercito, affinché Giovanna II tornasse a Napoli. Jacopo fu ricoperto di onori e gli fu data carta bianca per andare in Abruzzo a combattere contro Fortebraccio. Jacopo partì con Francesco Sforza, Micheletto Attendolo, Luigi di San Severino e Ludovico Colonna e acquartierò le truppe nella piana San Lorenzo, sotto la basilica di Santa Maria di Collemaggio.
Alla fine della battaglia, le cronache, arricchite di particolari semi-epici, riferiscono che Braccio dopo aver subito patimenti, fu portato davanti a Jacopo, che lo avrebbe ucciso.[173] Altri dicono che Francesco Sforza per farlo morire subito abbia sabotato l'operazione chirurgica del medico di campo, che lo stava operando alla testa. Subito dopo la vittoria, Jacopo Caldora inseguì il traditore Niccolò Piccinino a Paganica, presso Bazzano, il quale arrendendosi consegno 60.000 fiorini. Jacopo rioccupò immediatamente i castelli del circondario che erano ancora preda degli irriducibili bracceschi, come il Vasto d'Assergi e Ocre.

La dinastia Caldora in AbruzzoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Caldora.
 
Jacopo Caldora, nel ritratto di condottiero eseguito da Leonardo da Vinci

Dal momento vittorioso aquilano, Jacopo Caldora divenne il capitano di ventura più famoso del Regno di Napoli, e anche lo Stato Pontificio sotto papa Martino V si avvalse delle sue capacità nel 1425, quando lo assoldò per una serie di spedizioni in Umbria. Posto l'accampamento a Perugia, Jacopo si diresse a Città di Castello per recuperare i territori che erano stati di Fortebraccio. Nel mese di luglio dello stesso anno, alleato di Pietro Colonna, governatore della Marca, con 3000 fanti e 1500 cavalieri, spostò l'esercito da Ancarano verso Ascoli Piceno. Il condottiero fu ricompensato con una serie di feudi in Abruzzo, che si estendevano dalla Majella all'Altopiano delle Cinquemiglia, dall'alto Sangro al Vasto, e molti castelli, che oggi portano il nome di Caldora, sono ancora esistenti, come a Pacentro, Campo di Giove, Civitaluparella, Vasto, Ortona e Carpinone. Il condottiero morì nel 1439 durante una delle sue imprese contro Alfonso V d'Aragona a Colle Sannita. Renato d'Angiò aveva invocato il suo aiuto per riconquistare i vecchi territori angioini, e il fedele capitano preparò l'attacco, morendo poco dopo però, probabilmente per un colpo apoplettico.[174]

La dinastia dei Caldora che seguì a Jacopo fu composta dal fratello di lui Raimondo e dai figli Antonio e Berlingiero. Sebbene la dinastia caldoresca fu breve, va ricordato per importanza il figlio primogenito di Jacopo: Antonio, anch'egli capitano di ventura, che ereditò la signoria del padre nell'Abruzzo e Molise. A causa della sua condotta ambigua nello scegliere il partito politico più favorevole, Antonio si inimicò Alfonso d'Aragona, venendo sconfitto il 28 giugno 1442 nella battaglia di Sessano, poi ricacciato da Carpinone e Pescolanciano, dove aveva i suoi feudi. Benché dopo la prigionia venne perdonato da Alfonso, il Caldora aveva perso gran parte del suo territorio, e cedette anche il contado di Trivento e altre terre d'Abruzzo che possedeva, soprattutto nella piana vastese di Monteodorisio. Malgrado ciò, la condotta di Antonio continuò ad essere ambigua, e partecipò alla "congiura dei baroni" del 1460, e venne ricatturato da Ferrante d'Aragona nel 1464, che combatteva con il tenente Giacomo Carafa. Si ritiene che la sua caduta fosse avvenuta proprio nel castello di Civitaluparella, che in seguito venne saccheggiato e distrutto, mentre secondo altri Antonio sarebbe stato fatto prigioniero nel castello di Vasto.

Fatto sta che i documenti attestano che Vasto fu assediata nel 1464 perché fortificata con poderose mura e cannoni proprio da Jacopo Caldora, e da lì Antonio sarebbe scappato nell'alto Sangro a Civitaluparella. Il marchese aveva lasciato al Vasto Raniero di Lagnì a capo del presidio militare, e il re Ferrante riuscì grazie al tradimento della famiglia locale dei Salvi a conquistare la città, catturando il sovrintendente per mezzo di Giacomo Carafa. Antonio Caldora, benché non fosse stato catturato, morì in esilio, e gli successero i propri figli e nipoti. L'ultimo discendente, benché la famiglia aveva perso tutta la sua credibilità, fu Berlingiero III Caldora, il quale nel 1528 militò nella lotta tra Francia e Spagna per il dominio del Regno. Appoggiò la causa francese del generale Odet de Foix, visconte di Lautrec, recuperò una parte dei feudi che erano stati dei suoi avi, ma con la vittoria degli spagnoli li perdette nuovamente. Intenzionato ad emigrare in Francia, Berlingiero morì nel 1550 mentre attraversava il fiume Stura di Demonte, nell'odierno Piemonte[175].

La dinastia dei CantelmoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Cantelmo.
 
Stemma dei Cantelmo

In Abruzzo i Cantelmo vennero con Giacomo nel 1284, che fu nominato Giustiziere dell'Abruzzo Citeriore da Carlo II d'Angiò. Da allora i Cantelmo ebbero molti feudi tra gli Abruzzi e il Molise, come Acciano, Acquaviva delle Croci, Alfedena, Bomba, Campo di Giove, Casalbordino, Forcapalena (Palena), Montorio al Vomano, Pacentro, Pentima (Corfinio), Prezza, Rivisondoli, Vittorito. Data l'importanza della rocca di Popoli, posta a confine tra i "tre Abruzzi", di cui era soprannominata la chiave, perché attraverso le gole permetteva il passaggio all'Abruzzo di Chieti, stando nell'Abruzzo Ulteriore II aquilano, e attraversando l'Aterno-Pescara si poteva facilmente accedere all'Abruzzo Ultra I teramano-pennese, dunque per questi vantaggi, i Cantelmo si fecero nominare conti del paese, stabilendo nella rocca la propria sede del potere, e dal XV secolo eressero un palazzo nobiliare più dentro le mura, per controllare meglio le attività cittadine.

A Giacomo Cantelmo succedette il figlio Restaino, gran capitano del Regno nel 1301, poi Simone, giustiziere della Terra di Lavoro e Molise nel 1320, Antonio Cantelmo che nella guerra dell'Aquila si schierò al fianco di Fortebraccio, Andrea capitano di Fiandra e Catalogna nel 1645; Giuseppe primo duca di Popoli durante il dominio spagnolo, schieratosi al fianco di Carlo V contro i francesi.

I Cantelmo nella storia medievale d'Abruzzo, si scontrarono con i Caldora per il possesso dei castelli nella valle Peligna. Tra questi si ricordano il fortino di Pacentro, di estremo interesse strategico, e la rocchetta di Campo di Giove. Quest'ultimo paese nel 1316 era dei baroni di Colledimacine Ruggero e nipoti Corrado e Andrea di Bifero. I paesani si ribellarono contro di essi e Carlo II d'Angiò nominò barone Bartolomeo Piscitello, che governò sino al 1334.

 
Torre maestra del castello Caldora-Cantelmo di Pacentro

La vicina Cansano era stata già presa dai Cantelmo nel 1326, e verrà riconquistata dopo la presenza caldoresca nel 1439. Benché Campo di Giove venisse affidata al Barone Bartolomeo De Capite di Sulmona, fu sempre contesa tra i Caldora (di partito angioino) e i Cantelmo (aragonesi), insieme ad altri feudi dell'alto Gizio, come Rocca Pia (all'epoca Roccavalleoscura), Pettorano sul Gizio e Prezza. Nel 1383 Campo di Giove fu conquistata da Giacomo Cantelmo, che nelle sommosse contro Carlo III d'Angiò si ritirò presso Pacentro, poi Pettorano e infine Prezza, poiché era inseguito dalle truppe reali per alto tradimento. Giacomo si comportò in maniera scellerata danneggiando e saccheggiando, e visto che i sulmonesi fecero appello al re, si scatenò una piccola guerra tra Caldora e Cantelmo per il possesso di Campo di Giove.[176]Più avanti negli anni, quando Jacopo Caldora nei primi anni del '400 era riuscito a imporsi nella gola di Pacentro e Cansano prendendo i feudi, la regina Giovanna II di Napoli lo privò dei suoi possedimenti, dandoli a Francesco Cantelmo, Conte di Popoli. Seguirono anni di lotte, fino alla riconquista di Campo di Giove nel 1421 dal Caldora, tanto che nei documenti la zona era chiamata "Castrum Jovis". Durante la guerra tra Jacopo e Fortebraccio, costui imperversò per la valle Peligna, prendendo Pacentro, bruciando Campo di Giove, conquistando la rocca di Castel di Sangro, arrivando fino ai borghi del Gizio. Nel 1443 tutto il comprensorio peligno tornò in mano ai Cantelmo, nella persona di Onofrio Gaspare Conte di Popoli, vista la rovina dei Caldora per mezzo del conte Antonio.

Ladislao di Durazzo e la numismatica abruzzeseModifica

Ladislao di Durazzo fu un personaggio molto amato in Abruzzo, perché concesse all'inizio del '400, e mediante i suoi successori fino a Carlo VIII d'Angiò alla fine del secolo, la facoltà alle maggiori città abruzzesi di battere moneta, dotandosi di una propria Zecca. Non a caso i principali centri di produzione furono Chieti (1495-98), Lanciano, di cui resta ancora il portico presso la Piazza del Plebiscito, Guardiagrele (di cui resta la Casa Marini), Sulmona e Teramo.

 
Fronte e retro di un bolognino di Guardiagrele.

La numismatica a Sulmona prese avvio grazie alle concessioni di Ladislao di Durazzo del 1406 e del 1410[177]: i cittadini ebbero tanto caro il valore della loro terra che a somiglianza delle monete mantovane, il nome e l'effigie di Ovidio improntavano, adottando per insegna del comune le quattro iniziali dell'emistichio Sulmo mihi patria est (S.M.P.E.), tratta dal verso della raccolta ovidiana "Tristia", iscrivendole in oro sul campo rosso del loro scudo, e ripetendole nelle monete e nei sigilli. Vennero coniati bolognini di Carlo III di Durazzo, tornesi e carlini, sotto le reggenze di Carlo, Ladislao, Renato, Alfonso, Ferdinando d'Aragona, Carlo VIII e Federico III.

Le varie raffigurazioni patriottiche sulmonesi erano il busto di San Panfilo, più frequente quello di San Pietro Celestino. Sulmona insieme all'Aquila batté monete durante le guerre civili dell'Abruzzo combattute tra Ludovico d'Angiò e Carlo di Durazzo; la zecca di Napoli era rimasta inattiva e la produzione si spostò nella valle Peligna, per finanziare le truppe e agevolare i traffici nella provincia ai confini dello Stato della Chiesa. Carlo di Durazzo continuò a mantenere aperta la zecca a Sulmona, facendo battere marchi durazzeschi il 28 dicembre 1407, concedendo di mettere le iniziali SMPE d'oro in campo rosso. Delle nuove monete stampate dalla reggenza di Alfonso in poi, la cui stampa fu accordata col diploma, cioè mezzanini (carlini), bolognini da 50 al ducato, tornesi e doppi denari da 6 al bolognino, non si conosce che il bolognino, ultimo coniato nel regno, con le solite iniziali e il busto di San Panfilo.

Anche durante la guerra di Giovanna II, nei primi anni del regno di Ferdinando I, Sulmona ottenne nuova conferma della zecca dal figlio Renato, di cui però non resta nulla. Ritornata la città all'obbedienza di Ferdinando, la zecca fu riaperta, come prova il carlino D. + ferdinandvs:d:r:r:sicilie:v. Vtriusque. Arme inquartate di Aragona e di Napoli, col re seduto sopra due leoncini, lo scettro gigliato, il globo crocigero in mano, nell'altra una s, iniziale dello zecchiere.
Nella reggenza di Carlo VIII si intravede una decadenza della stampa di monete, poiché sono solo copie delle precedenti, senza originalità artistica. Il 18 agosto 1496 Sulmona, rientrata nel dominio aragonese dopo l'occupazione francese, chiedeva a Ferdinando II il ripristino della zecca, ma alla sua morte il prestigio andò perduto. L'ultima moneta prodotta a Sulmona risale al 1528, due anni dopo l'infeudamento della città da parte di Carlo V a Carlo di Lannoy, duca di Lautrec[178]. Carlo aveva concesso nuovamente alla città di battere moneta con diploma del 29 aprile, ma alla morte di Lautrec, con i successivi feudatari, il diploma non ebbe più valore.

Cronologia
  • 1442: gli Abruzzi fanno parte del Regno di Napoli, sotto gli aragonesi. Con Alfonso V d'Aragona il regno di Napoli è unificato a quello di Sicilia. Nel 1442, Napoli, in mano a Renato d'Angiò e assediata dagli Aragonesi, fu costretta alla resa. Questo segnò la fine della dominazione angioina sul meridione d'Italia. Alfonso V d'Aragona, che fu poi detto il Magnanimo, riunificò il regno di Napoli alla Sicilia. Le opere di costruzione di Alfonso sono le mura aragonesi di Lanciano, di cui rimane la fascia di via del Torrione, con la torre cilindrica, la ricostruzione di una delle Torri Montanare sempre di Lanciano, il castello aragonese di Ortona e il Castello ducale di Crecchio, modificato successivamente dalla famiglia De Riseis.
  • 1444: Bernardino da Siena giunge a L'Aquila da Viterbo, e ammalatosi, muore in odore di santità. Immediatamente diventa santo patrono della città e viene fondata una Basilica in suo onore.
  • 1445: fondazione della fortezza di Civitella del Tronto.
  • 1455, 1459, 1462: terremoti all'Aquila. Il più grave è quest'ultimo, in cui viene seriamente danneggiata la Basilica di San Bernardino, e ricostruita in forme rinascimentali.
  • 1456: forti scosse di terremoto si verificarono negli Abruzzi, specialmente nel Citeriore, con danni e morti specialmente a L'Aquila, Ortona e Sulmona. La prima scossa avvenne nella notte tra il 4 e il 5 dicembre e altre ne seguirono nei giorni successivi. (Romanel. Scov. Frent., tomo 2, cap. 22) con rovine di edifici e strage di abitanti. In Teramo (scrive lo storico Muzio Muzj), ...caddero molte case, colla morte di dugento e più persone. Più o meno di danno risentirono le altre città e luoghi del Regno (Murat. ad anno 1456).
  • 1461: forte terremoto a L'Aquila. L'intensità si stima abbia raggiunto il X grado della Scala Mercalli a L'Aquila e il grado VIII della Scala Mercalli a Lucoli. I Peretti divengono nuovi signori della Contea di Celano.
  • 1460-1496: È guerra tra le nobili famiglie romane dei Colonna e degli Orsini per il predominio delle contee di Albe e Tagliacozzo.
  • 1472: È portata a compimento la città di fondazione di Giulia Nova, voluta dal duca Giulio Antonio Acquaviva[179]. La città diventa nota in ambito religioso per il Duomo di San Flaviano, dove vengono trasportate le reliquie del santo.
  • 1496: I Colonna sono riconosciuti quali nuovi duchi di Tagliacozzo. La contea di Albe cessa di esistere e viene annessa al ducato di Tagliacozzo.

Rinascimento e periodo spagnoloModifica

Il rinascimento abruzzeseModifica

 
Facciata di San Bernardino, di Nicola Filotesio d'Amatrice

L'Arte rinascimentale entrò in regione sia grazie al vasto programma culturale delle famiglie patrizie, come gli Acquaviva di Atri, i Camponeschi de L'Aquila e i Melatino di Teramo, che alle nuove tecniche sperimentali di artisti come Nicola Filotesio, Andrea De Litio, Nicola da Guardiagrele e Silvestro dell'Aquila. In Aquila il sisma del 1461 fece in modo che il patrimonio venisse restaurato secondo il nuovo schema toscano, con influenze anche romane. Nel 1524 fu avviata la facciata della basilica di San Bernardino da Cola dell'Amatrice, ispirata a un progetto di Michelangelo Buonarroti, a testimoniare il manifesto del rinascimento aquilano. Artisti come Silvestro di Giacomo, Giovanni di Biasuccio, Andrea Aquilano e Francesco da Montereale beneficiarono del mecenatismo degli Alfieri, dei Porcinari e dei Branconio per rendere migliore la città. Nel teramano, Andrea De Litio realizzò splendidi dipinti nella Basilica di Santa Maria Assunta, nello stesso periodo in cui Saturnino Gatti aquilano realizzava degli affreschi a Collemaggio e a San Panfilo di Tornimparte.

 
Piazza Buozzi a Giulianova, dove si trova il duomo di San Flaviano, in un'illustrazione di Pagliaccetti

L'architetto Antonio di Lodi realizzò le principali torri campanarie delle chiese del teramano, come quelle del Duomo di Santa Maria Assunta, della Basilica di Santa Maria ad Atri, della chiesa di Santa Maria in Platea a Campli, e via dicendo, che si caratterizzano per l'armonia delle proporzioni, e per il tamburo della sommità, decorato da smalti policromi e archetti, e dalle cuspidi coniche oppure ottagonali. La stessa città di Atri, sede del ducato degli Acquaviva, divenne florido centro culturale, rinnovando il suo aspetto medievale in quello rinascimentale, con il cambiamento stilistico di palazzi e chiese, come quelle di Sant'Agostino, Santa Chiara, San Domenico e il Duomo stesso. Il duca Giulio Antonio Acquaviva nel 1471 dette vita a un progetto di "città ideale", ricostruendo l'antico Castrum Novum di San Flaviano col nome di "Giulianova", città a pianta quadrangolare con tre ordini di torri simmetriche per lato, e al centro del piazzale la cupola sferica del Duomo di San Falviano. Il pittore Andrea De Litio ad Atri fu impegnato in diversi momenti, dal 1461 al 1480 specialmente, quando fu chiamato ad affrescare le Storie di Gesù e Maria nella basilica, realizzando il manifesto pittorico dell'arte abruzzese rinascimentale.

 
Il forte spagnolo di L'Aquila

Nel 1510 Carlo V dette via a un progetto di fortificazione dei castelli abruzzesi lungo la costa, tra cui la fortezza di Pescara, posta a confine tra i due Abruzzi Ultra e Citra, presso il fiume, anche se i lavori iniziarono negli anni '30. Nel 1534 fu avviato anche il Forte spagnolo a L'Aquila. Entrambe queste strutture, molto simili nella fabbrica (anche se oggi la fortezza pescarese è quasi scomparsa), rispondevano ai nuovi canoni di difesa, con imponenti bastioni lanceolati angolari che spezzavano il perimetro murario della fabbrica. La fortezza pescarese era poligonale trapezoidale con 5 punte maggiori, quella aquilana con quattro grandi bastioni.
Nel 1574 venne ampliata anche la fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo militare del Regno di Napoli a confine con le Marche, e venne dotata di un palazzo del governatore, di un'armeria e di una cappella, oltre a un sofistica sistema idrico di raccolta in cisterne. Nell'hinterland teramano vennero restaurate preziose chiese, come Sant'Andrea di Castelbasso, San Giovanni di Campli, Santa Maria del Soccorso a Tortoreto, con prezioso ciclo pittorico. Nel rinascimento abruzzese si sviluppò anche l'arte della ceramica, i cui centri di massima produzione furono Castelli, Rapino, Lanciano, Loreto Aprutino. Le botteghe, specialmente quella famosa della famiglia Grue-Gentile, sperimentarono varie tipologie della cromatura degli oggetti in ceramica. A Lanciano e Castelli perfino l'arte sacra risentì della nuova corrente, come dimostrano le facciate di alcune chiese (San Rocco a Castelli, Santa Liberata e Santa Maria dell'Iconicella a Lanciano). Ultimo esempio della pittura abruzzese rinascimentale è l'affresco del Giudizio universale nella chiesa di Santa Maria in Piano a Loreto Aprutino, il cui motivo del Cristo nella mandorla attorniato da angeli e santi, con ai piedi i dannati e le anime redente, è riproposto anche nei cicli aquilani della Collegiata di San Silvestro.

Il terremoto di Sulmona del 1456Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto dell'Italia centro-meridionale del 1456.
 
Portale di San Panfilo a Sulmona, tardogotico, di Nicola Salvitti

Anche l'Abruzzo rimase profondamente coinvolto nel terremoto detto "del Sannio", del 5 dicembre 1456, che ebbe ben 5 epicentri distribuiti lungo la catena degli Appennini sanniti che vanno dalla regione alla Basilicata, scatenando un'attivazione di diverse faglie. L'epicentro principale fu a Benevento, che rimase quasi distrutta, con una scossa di magnitudo 7.2 circa della scala Richter, e con 30.000 vittime.[180] Lo sciame sismico, per il riattivarsi di numerose faglie distribuite in un vasto territorio, durò almeno 3 anni, durante i quali si verificarono altri forti terremoti concatenati alla faglia del Matese: Bojano risultò distrutta e sopra il monte di Civita Superiore si creò una frana ancora oggi visibile. Una delle repliche più disastrose ci fu il 30 dicembre, nelle zone epicentrali della valle del Pescara, probabilmente sul Monte Majella, dove si trova la faglia di Sulmona, mentre un'altra faglia si attivò in Irpinia.

A Isernia ci furono crolli e 1500 morti, a Campobasso, la vecchia fortezza angioina fu cancellata insieme a parte dell'antico abitato sopra il colle, che venne infatti ricostruito insieme al castello dal capitano Nicola di Monforte[181]; altre città verso la costa di Termoli, Portocannone, Santa Croce di Magliano vennero rase al suolo, insieme ad altre località come Ariano Irpino, Vinchiaturo, Grottaminarda, Roccaraso, Rivisondoli, Castel di Sangro, Frosolone e Colli a Volturno, che subivano contemporaneamente il terremoto della Majella, con crolli di edifici e migliaia di morti.
L'evidenza di questo terremoto oggi è visibile soprattutto nel tessuto urbano del centro storico di Sulmona, dove la ricostruzione degli edifici, come il Duomo di San Panfilo, la basilica dell'Annunziata, la chiesa di Santa Maria della Tomba, avvenne seguendo uno schema tardo-gotico, benché il gotico fosse già comparso nel XIII secolo, come dimostrano i portali dell'ex chiesa di Sant'Agostino, rimontato in San Filippo Neri, e quello del complesso della chiesa di San Francesco della Scarpa. I danni si estesero anche a Teramo e L'Aquila, che in quel tempo stava avviando la costruzione della fabbrica di San Bernardino, ma non furono particolarmente gravi.

Il rinascimento aquilano: dal terremoto del 1461 al '500Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto dell'Aquila del 1461.
 
Il portale di San Bernardino, eseguito da Cola dell'Amatrice

La città, già gravata dal terremoto del 1456 e da altre scosse degli anni seguenti, nel 1461 fu scossa da un altro grave terremoto, che ebbe la faglia tra Roio e Poggio Picenze, venendo definito come il "gemello" del terremoto dell'Aquila del 2009. Le cronache, insieme ai trattati storici di Bernardino Cirillo e Anton Ludovico Antinori, parlano di scosse iniziate già nel 1460, e che durarono fino al 1462[182]. Nelle cronache il giorno della forte scossa è il 27 novembre, avvenuta durante la notte. Ci furono edifici danneggiati, 80 vittime, e altre nei paesi attorno, con la distruzione totale dei castelli di Castelnuovo di San Pio delle Camere e di Onna, la rovina di Poggio Picenze, Sant'Eusanio Forconese, per cui infatti il paese fu ricostruito più a valle della fortezza. Nella città aquilana i gravi danni riguardarono il quarto San Giovanni e quello di San Pietro.

Il Cirillo parla della rovina del presbiterio di Colllemaggio, di danni più lievi alla fabbrica di San Bernardino perché ancora in costruzione, di crolli nelle principali chiese di Santa Maria di Paganica, Santa Giusta, San Pietro, San Giovanni d'Amiterno, crollò il Palazzo del Capitano Regio e la chiesa di San Giacomo a Porta Paganica scomparve, nella zona dove oggi si trova la chiesetta del Crocifisso.

 
Il Mausoleo di San Bernardino di Silvestro di Giacomo da Sulmona, conservato nella basilica aquilana

In questo tempo però la città seppe risollevarsi abbastanza in fretta. Già prima del terremoto, L'Aquila fu famosa anche per la prolungata dimora di tre grandi santi francescani: San Bernardino da Siena, San Giovanni da Capestrano e San Giacomo della Marca. Alla morte di San Bernardino, avvenuta il 20 maggio 1444 proprio nel capoluogo abruzzese, la cittadinanza chiese e ottenne da papa Eugenio IV il permesso di custodirne le spoglie. Venne così edificata la monumentale Basilica di San Bernardino per volontà dell'amico San Giovanni da Capestrano. Sul finire del secolo le guerre con Rieti, le lotte intestine tra famiglie e i continui terremoti determinarono l'inizio della decadenza. San Giovanni di Capestrano fondò il convento di San Giuliano fuori le mura, mentre San Bernardino giunse a predicare in città verso la fine della sua vita, e intrecciò rapporti con la ricca famiglia dei Notari, ossia i fratelli Jacopo e Nicola di Nanni del quartiere Santa Maria, che finanziarono la costruzione della chiesa di Santa Maria del Soccorso presso il cimitero, e successivamente la costruzione della Basilica di San Bernardino, la cui facciata fu realizzata nel Cinquecento da Cola dell'Amatrice, che firmerà altre opere aquilane, ed il ricco mausoleo del santo fu portato a termine da Silvestro dell'Aquila (1489).

Silvestro fu scultore e intagliatore, e realizzò dei mirabili monumenti ancora oggi presenti, ispirandosi ai modelli toscani, ma il ricettacolo d'arte di San Bernardino ospita anche la Resurrezione di Andrea della Robbia (1500 ca). Valenti artisti come Raffaello Sanzio intrecciarono rapporti con la ricca famiglia Branconio, che dipinse la Visitazione per la chiesa di San Silvestro, dove la famiglia aveva la cappella privata, e un Ritratto con amico, probabilmente il nobile Giovanni Battista Branconio. Nell'ambito pittorico si distinsero l'aquilano Saturnino Gatti (XV sec) con il ciclo di affreschi di Collemaggio e quello molto più elaborato di Tornimparte, Andrea De Litio della Marsica con alcuni affreschi di lunette e pale dipinte oggi conservate nel Museo Nazionale d'Abruzzo, e infine nel Cinquecento Francesco da Montereale.

Nel campo culturale la città si sviluppò nella corrente del Rinascimento esattamente nella seconda metà del '400, con il simbolico arrivo di Adamo di Rotweill, discepolo di Guthemberg, nell'ottobre 1481, dove stampò alcuni libri, mentre nel 1525 ufficialmente le stamperie aquilane tesseranno rapporti con Fabriano per l'acquisto della carta. Nel 1484 si costituì la società degli Stampatori Aquilani beneficiata dal conte Giovanni di Montorio. Tra i promotori della cultura ci fu la famiglia Gaglioffi, che commerciò con il fiorentino Niccolò Acciaiuoli[183], per cui in una lettera si menziona un codice stampato del Decameron di Boccaccio, dunque esempio di una grande circolazione della letteratura toscana negli Abruzzi, tra le due principali città di Sulmona e quella amiternina. In questo periodo la letteratura aquilana fiorì con dei "Laudari" religiosi e con l'erudizione storica sulla scia della Cronaca di Buccio di Ranallo.
Altri autori furono Francesco Angeluccio di Bazzano che compose la Cronaca delle cose dell'Aquila dall'anno 1436 al 1488. Altri promotori della cultura, dopo Camponeschi, furono Jacopo della Marca, legato di Ferrante, e il cardinale Amico Agnifili, mentre l'attività storica proseguiva con Niccolò da Borbona (Cronaca della guerra dell'Aquila) e con Bernardino da Fossa (Cronaca aquilana del 1423). Altri autori, di cui oggi non si ha nulla se non testimonianze indirette, furono Angelo Fonticulano, che scrisse un De bello Bracciano, edito all'Aquila dall'editore Vivio nel 1582, Biagio Pico che scrisse una Regola di grammatica speculativa sulle parti declinabili del discorso (dunque un esempio di studio linguistico), e Girolamo Pico Fonticulano che scrisse una Geometria, oltre che a proporre interventi di ordine urbanistico nella città. Battista Alessandro Jaconelli tradusse in volgare le Vite parallele di Plutarco, ispirandosi ai tentativi di volgarizzamento di Antonio di Todi. L'ultimo incunabolo di Rotweill sarà la Grammatica di Giovanni Suplizio da Veroli, e nella società degli stampatori succederà Eusanio Stella con Giovanni Picardi de Hamell e Luigi Francigna.

Il Ducato di Atri e le guerre contro TeramoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Ducato di Atri e Acquaviva (famiglia).
 
Stemma dei Duchi Acquaviva - D'Aragona

Gli Acquaviva erano famiglia feudale d'origini abruzzesi, perché proveniente dal feudo di Acquaviva nella Valle Siciliana di Castelli[184]. Fu una delle sette grandi case del Regno, iscritta alla nobiltà di Napoli, di Benevento e di Palermo, imparentata con i sovrani aragonesi per concessione di Ferdinando I d'Aragona, in data 30 aprile 1479. Capostipite della casa fu Rainaldo d'Acquaviva, il quale da Enrico VI di Svevia ottenne varie terre nella regione teramana, nel 1195. A tali feudi d'aggiunsero molti altri del territorio Aprutino presso il fiume Vomano. Antonio Acquaviva fu il primo a portare i titoli di conte di San Flaviano, ossia Giulianova, e di Montorio, concessigli da Carlo III di Durazzo nel 1382[185]. Egli stesso comprò la piccola città di Atri per concessione di Ladislao nel 1393.Suo figlio Andrea Matteo I gli succedette nel 1395, sostenendo Ladislao di Durazzo, e iniziò a guerreggiare contro la città di Teramo per il possesso di feudi. Venne infatti ucciso dalla famiglia dei Melatini in una congiura, alleati di Antonio Acquaviva, che con il loro aiuto aveva occupato la città nel 1407. Il popolo vendicò la morte del duca squartando gli uccisori catturati in un'imboscata. Uno dei figli di Andrea Matteo, Giosia Acquaviva combatté a Ponza contro i Genovesi, venendo fatto prigioniero insieme ad Alfonso il Magnanimo.

Da lui nacque Giulio Antonio Acquaviva, il quale da Caterina di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, principe di Taranto, ebbe in dote la terra di Puglia, che costituì la contea di Conversano. È in questo momento che la città di Atri inizia un vero e proprio processo di sviluppo urbano e culturale, tanto da rappresentare il manifesto del rinascimento abruzzese in contrapposizione a quello di maniera aquilano. Atri venne abbellita da palazzi signorili, le chiese antiche furono restaurate, come San Nicola, San Francesco, Sant'Agostino e soprattutto il Duomo di Santa Maria Assunta, ornato di una torre campanaria eseguita da Antonino da Lodi, che mostra molte somiglianze con la torre della Cattedrale di Teramo e con quella del Duomo di Chieti. Inoltre per la cattedrale atriana venne chiamato il pittore Andrea De Litio, che seguì il mirabile ciclo pittorico delle Storie di vita di Gesù e Maria.

Nel frattempo Giulio Antonio Acquaviva, sia per soddisfare un progetto di "città rinascimentale ideale", sia per fortificare meglio i suoi possedimenti marini, dato che l'antico porto romano di Torre di Cerrano era diventato inservibile, fortificò l'antica cittadella di Castro San Flaviano (o Castro Novo), funestato dai pirati e della malaria, nonché negli ultimi anni dalle guerre dei luogotenenti fuoriusciti dalle grazie del sovrano di Napoli, come Niccolò Piccinino, che attaccò il castello; "San Flaviano" dal nome del santo le cui reliquie erano conservate nel duomo, e costruì la città di Giulianova, dotata di un preciso schema planimetrico, con tre torri di controllo per ciascun lato del perimetro murario quadrangolare. Giulio Antonio partecipò anche alla congiura dei baroni contro Ferdinando d'Aragona, ma riconciliatosi col re, gli fu concesso il nome del casato napoletano-spagnolo, e dopo aver terminato il progetto di Giulianova, morì nell'assalto di Otranto contro i turchi nel 1481.

 
Il Palazzo Duchi Acquaviva ad Atri, oggi sede comunale

Nella famiglia figurarono anche uomini di lettere e di chiesa, come Andrea Matteo III, marchese di Bitonto e figlio di Giulio Antonio, che riunì nelle sue mani i feudi d'Abruzzo e di Puglia nella terra di Conversano. Accademico pontaniano, traduttore di Plutarco, mecenate dei letterati, come il Pontano e il Sannazaro, dei quali stampò le opere in una tipografia da lui fondata, Andrea Matteo congiurò contro Ferdinando d'Aragona nel 1486.
Tuttavia venne perdonato, e ottenne altri feudi: questo periodo il ducato di Atri vede il suo apogeo, quando controllava praticamente la metà dell'attuale provincia di Teramo, con i feudi di Giulianova, Castel Belfiore (Silvi Alta), Montorio al Vomano, Mosciano Sant'Angelo, Corropoli, Controguerra, Tortoreto, Bisenti.
Con la guerra tra francesi e spagnoli, gli Acquaviva furono favorevoli a questi ultimi, ma poi con un voltafaccia abbandonarono Ferdinando il Cattolico a favore dei francesi. Da Giovanni Girolamo d'Acquaviva nacquero Giulio Acquaviva (1546-1574), che fu inviato da Pio V a Madrid per presentare a Filippo II di Spagna nel 1568, venendo creato due anni dopo cardinale; poi Ottavio Acquaviva (1560-1612), compendiatore della Summa tomistica, che fu elevato alla porpora da papa Gregorio XIV (1591) e nominato arcivescovo di Napoli da Leone XI (1605); infine Rodolfo Acquaviva che morì predicando la fede cattolica in India. Nelle ultime fasi della vita del ducato, gli Acquaviva come si è visto si insediarono nel collegio cardinalizio romano-napoletano, e insieme ad Ottavio ci fu Giovan Girolamo II, duca di Atri, il quale visse sino al 1709, e difese senza successo la fortezza di Pescara contro Carlo VI d'Asburgo. Essendo caduta in disgrazia la famiglia atriana, Ferdinando IV di Borbone raccolse quel che rimaneva della famiglia nel ramo dei duchi di Conversano e Nardò (1790).

Durante il loro dominio, i duchi d'Acquaviva ebbero numerosi contrasti con la vicina Teramo, già a partire dal XIII secolo. Dopo la congiura del 1407, nel 1521 scoppiò un nuovo scontro, quando Andrea Matteo Acquaviva che aveva in possesso i territori del Vomano, volle rivenderli per finanziare la guerra contro la Francia. Secondo altri invece l'origine dell'assassinio sarebbe stata l'infatuazione di Andrea per la figlia di Enrico Melatino, signore di Teramo.[186]I teramani si ribellarono più volte agli Acquaviva, fino a raggiungere la dichiarazione di guerra anni più avanti, e organizzarono una rivolta, invocando anche l'intervento della Madonna delle Grazie nel santuario a cui erano devoti. Il patrono San Berardo da Pagliara secondo la leggenda intervenne in soccorso la notte del 17 novembre 1521, con un'apparizione in cielo di due figure, una in veste bianca e l'altra col mantello rosso a coprire l'armatura. Le truppe atriane di Andrea Matteo fuggirono per lo spavento e l'assedio di Teramo cessò immediatamente. E da questo deriverebbe il doppio colore bianco e rosso dello stemma civico, il bianco ad indicare la Vergine, il rosso invece San Berardo.

 
La Madonna del Veronese nel santuario dello Splendore a Giulianova

Durante il governo di Atri, a Giulianova si verificò un fatto miracoloso: il 22 aprile 1557 apparve la Madonna "dello Splendore", come dice la cronaca del priore don Pietro Capullo. Presso un colle fuori l'abitato, nell'ora di mezzogiorno la Vergine apparve al contadino Bertolino, e gli chiese di andare in città a testimoniare il prodigio, avendo scelto il colle come luogo per far erigere una dimora di Dio.[187]Il contadino andò in città al palazzo del governatore, il duca d'Acquaviva, che lo cacciò tra gli scherni. Il giorno dopo il contadino si recò sul luogo dell'apparizione, presso l'ulivo, e gli apparve nuovamente la Vergine per rincuorarlo. Bertolino tornò in città per annunciare il miracolo, ma fu preso a bastonate, e la Madonna intervenne paralizzando il fustigatore. Il governatore Acquaviva allora si convinse del miracolo, e organizzò una processione col parroco fino al colle dell'ulivo, dove la vergine fece sgorgare sotto l'albero una sorgente d'acqua curativa per i mali del corpo, e che avrebbe posto fine alla pestilenza e alla malaria che affliggeva Giulianova, a causa delle numerose paludi. Di qui venne successivamente fondato il complesso monastico con relativa compagnia, e la chiesa santuario della Madonna dello Splendore.

Il miracolo del Volto Santo di ManoppelloModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Volto Santo di Manoppello.
 
Volto Santo di Manoppello

Una reliquia molto venerata in Abruzzo insieme al luogo sacro dello Splendore di Giulianova, è il volto Santo di Manoppello, conservato nell'omonimo santuario, nel XVI secolo convento dei Padri Cappuccini, fuori l'abitato. Nel 1506 in una lettera al pontefice papa Giulio II, si racconta che sotto il governo di Massimiliano signore di Manoppello per conto degli Asburgo, il dottore e studioso Giacomo Antonio Leonelli ricevette da un misterioso pellegrino, presso la parrocchiale di San Nicola in paese, un fardello, e poi scomparve. Il dottore svolse il rotolo e scoperse l'immagine sacra di Cristo. Non riuscendo a trovare l'uomo misterioso, il Leonelli convenne che doveva trattarsi di un angelo mandato da Dio.
Per proteggere la reliquia, il Leonelli la tenne chiusa nell'armadio, e rimase lì per un centinaio d'anni, finché il pronipote Pancrazio Petrucci volle tenerla per sé, causando la disgrazia della famiglia, tanto che dovette venderla per pagare i debiti, al dottore Donato Antonio De Fabritiis (1618). Il telo dell'icona sacra era molto malridotto, e solo la parte con il disegno dell'immagine, era ben conservato, tanto che il De Fabritiis dovette considerare la cosa prodigiosa, e si rivolse ai Cappuccini di Manoppello, che riconobbero l'Immagine miracolosa, e vollero tenerla in esposizione nel monastero.
Con gli anni il prestigio dei miracoli dell'immagine valicò i confini d'Abruzzo, tanto che la chiesa, benché restaurata in maniera grossolana e raffazzonata negli anni '60 per essere trasformata in santuario, è uno dei luoghi sacri più frequentati della regione, visitato nel 2006 anche da papa Benedetto XVI.

Gli spagnoli in AbruzzoModifica

Guerra franco-spagnola e la caduta de L'AquilaModifica

Anche l'Abruzzo, all'alba del 1500, subì la conquista dapprima francese, e poi spagnola delle truppe di Carlo V d'Asburgo. Il tutto iniziò dall'Aquila. Prima ancora nel 1501, quando Fabrizio Colonna conquistò la città, pose a capo il magistrato Ludovico Franchi, successivamente confermato capitano della Città da Consalvo de Cordova e conte di Montorio. Presso il palazzo vennero erette le insegne di Luigi XII di Francia, mentre Geronimo Gaglioffi cercò di rovesciare il governo. Grazie ai francesi, Aquila annetté i feudi di Ofena, Castel del Monte, Penne, Vittorito, Città Sant'Angelo, arrivando a ridisegnare i confini del comitatus, ora di proporzioni enormi per la regione degli Abruzzi. Tuttavia la felicità dei cittadini fu breve, perché nel 1503 appunto Fabrizio Colonna rientrò in città, mettendo a capo del governo nuovamente il Franchi. Ci fu un periodo di pace ventennale, anche se la politica di Ludovico Franchi era tutta votata all'intreccio di rapporti di servilismo con il nuovo governo spagnolo.

«Con tutto ciò si vivea allegramente et si facevano feste dai quartieri rappresentandosi dalla gioventù varie sorti di spettacoli di cose antiche di molta ricreazione delle compagnie dei Confrati, oltre quelle dei giovani particolari et fra l'altre furon rappresentate dalla Compagnia di San Leonardo i misterii di S. Paolo et dai confrati di S. Massimo quei di Moise nella legge vecchia, ridotte amendue Historie in verso volgare, l'una di Giannantonio di Mastro Melchiorre et l'altra da Tommaso di Martino, giovani di bell'ingegno amendui.»

(Bernardino Cirillo, Annali della città dell'Aquila)

Ludovico Franchi confiscò beni alle potenti famiglie Camponeschi-Gaglioffi, e il clima di pace durò qualche decennio, quando alla sua morte Gaspare de Simoni, favorito di Lorenzo de' Medici nelle armi si propose come contraltare della dinastia Franchi[188]. Alcuni esili vengono emanati, e a Napoli si decide di intervenire contro una città che aveva dato rifugio ai figli di Giampaolo Baglioni, un funzionario bandito da Leone X, e che intendeva darlo anche ad Alfonso I d'Este, nemico di papa Giulio II. Ludovico Franchi venne arrestato e rinchiuso nel fortino di Castelnuovo di San Pio, mentre un sovrintendente, tal Ludovico Montalto, venne mandato da Napoli ad Aquila nel 1521. Il commissario regio andò ad ispezionare i metodi con cui si eleggevano i membri della Camera del Consiglio, e soppresse momentaneamente il plebiscito, eleggendo lui personalmente per due anni i membri del Consiglio, un aspetto di "normalizzazione" secondo la Corona ispanico-napoletana, della vita cittadina, intendendo togliere definitivamente il privilegio di semi-autonomia[189].
Un fatto singolare e sospetto accadde dopo la confisca dei beni dei Franchi, quando il bandito Giovanni Aquilano venne assoldato per attaccare il palazzo di Annibale Pica, uccidendo il fratello Lorenzo. Il sicario Giovanni però alla fine fu catturato, processato pubblicamente davanti il Palazzo del Capitano, impiccato e squartato. La città visse circa tre anni di semi-indigenza a causa delle leggi del Montalto, una delle quali prevedeva il foraggiamento delle truppe militari di passaggio per gli Appennini, come quelle del viceré Carlo di Lanois (o di Lannoy) in marcia per la Lombardia. Successivamente ci fu la peste, che decimò la popolazione, e fece spostare la sede del governo a Paganica.

 
Carlo V

Gli aquilani approfittarono dello scontro tra Carlo V e Francesco I di Francia, nelle persone dei figli di Ludovico Franchi, che scelsero il partito francese seguendo gli Orsini. Nella speranza di riconquistare libertà e privilegi perduti, gli aquilani si unirono alla lega antispagnola capeggiata dai francesi, cui vennero nel 1527 aperte le porte della città, che tuttavia venne sconfitta nel 1529. L'Aquila venne occupata militarmente da Filiberto d'Orange[190], viceré e luogotenente del Regno di Napoli, saccheggiata e costretta a versare nelle casse spagnole una esosa tassa. Inoltre la città venne distaccata dal suo contado, che venne spartito in feudi e dato in possesso a capitani dell'esercito imperiale, infliggendo un colpo durissimo alla sua economia[191].

«Nell'Abruzzi il viceré liberò di prigione il conte vecchio di Montorio, perché ricuperasse l'Aquila, fu fatto prigione dai figliuoli [...] Ma l'Aquila i figlioli del Conte di Montorio diffidando di potervi stare sicuri altrimenti liberarono il Padre, il quale subito col favore della fattione imperiale ne scacciò i figliuoli e la fattione avversa [...] Succedette la cosa dell'Aquila felicemente: perché come Pietro Navarra vi s'accostò, il Principe di Melfi se ne partì e v'entrò in nome del Re di Francia di Vescovo di Città, figliolo del Conte di Montorio. [...] Aggiungesi a questi movimenti, che nell'Abruzzi Gianjacopo Franco entrò per il Re di Francia nella Matrice, che è vicina all'Aquila, per il che tutto il Paese era sollevato; e nell'Aquila si stava con sospetto, dove era Sciarra Colonna con seicento fanti [...] Dettesi nella fine dell'anno [1528] l'Aquila alla Lega per opera del Vescovo di quella città e del Conte di Montorio e d'altri fuoriusciti e che dette causa l'essere malte trattata dagli Imperiali.»

(Francesco Guicciardini, Storia d'Italia[192])

La rivolta del 1527 a favore dei francesi, si dimostrò un abile pretesto colto dagli spagnoli per condannare la città a sostenere totalmente le spese della costruzione di un nuovo castello, versando 100.000 ducati annui. La costruzione del Forte spagnolo, che necessitava di enorme spazio, comportò la distruzione di un intero quartiere, ossia una porzione occidentale di Santa Maria, e vennero fuse anche le campane della città, tra cui la "campana della Giustizia" sulla torre civica del Palazzo, in segno di spregio e di umiliazione verso la città ribelle. Addirittura vennero troncati i campanili di Santa Maria del Carmine e Santa Maria Paganica onde evitare possibili rappresaglie degli aquilani contro il castello.

 
Bastione del castello spagnolo

Nelle intenzioni del viceré, il Forte doveva assolvere una duplice funzione: quella di baluardo difensivo nell'estremo confine settentrionale del regno di Carlo V, e quella di punto di controllo per il traffico della lana lungo l'asse che collegava Napoli a Firenze. Ma ciò che prostrò definitivamente il desiderio di autonomia della città fu l'annullamento di tutti i privilegi storici risalenti alla casa D'Angiò, e ovviamente il successivo infeudamento con tutti i territori dei castelli circostanti. Gli aquilani però cercarono di riparare alla sventura inviando da Carlo V il sindaco Mariangelo Accursio, con la proposta di pagare 90.000 ducati per una reintegra dei privilegi storici, ma il sovrano rimise la vicenda al viceré Pietro de Toledo[193], che il 15 marzo 1452, dopo una lunga controversia stabilì "teoricamente" la reintegrazione dei beni, ossia dei castelli circostanti. Ma i baroni e signori si opposero rivendicando sempre il motivo dei privilegi dei feudi ora divenuti autonomi, rifiutando la proposta di un nuovo giogo dei mercanti della città. Addirittura queste varie universitates pretesero che i beni dei vari castelli dentro le mura dell'Aquila non fossero più registrati nel catasto civico, ma in quello del rispettivo castello.
Si accese una lunga controversia che durò fino al '700, dove i possidenti delle terre dentro le mura dovevano pagare le tasse alla città, mentre la questione dell'autonomia dei vari castelli si trascinò fino alla prima metà del Novecento, quando nel 1927 venne ridisegnata l'unità amministrativa della città.

Pietro de Toledo delegò Ettore Gesualdo di riesaminare le esazioni, il quale si recò il 23 dicembre 1549 in città per la registrazione catastale dei beni fuori e dentro le mura. I castelli di Civitaretenga e Tussio si ribellarono nel 1561, mandando una contro notifica, e ne nacque un'odissea giudiziaria protrattasi fino al Settecento. La vertenza fu firmata nel 1578 anche da altri castelli, e per la Regia camera venne mandato un commissario nel maggio 1601: Pietro Valcarel, che prese in esame i documenti risalenti sin al periodo di Federico II, alla presenza del magistrato Giovanbattista De Rosa. Il commissario si recò anche a Collemaggio, esaminando una carta del 1524 dove si intimava ai castelli l'obbligo di fornire la cera, poi andò a Santa Maria Paganica, dove il parroco confermò l'amministrazione del castello di Paganica, testimonianza data anche dai preti di Santa Maria del Poggio e San Pietro di Sassa, aggiungendo che le sepolture venivano effettuate nelle chiese relative ai castelli originari[194]. Altri commissariamenti e controlli dei catasti ci furono fino al 1653, dove si prese visione del fatto che la città dell'Aquila fosse un caso unico nel Regno di Napoli, dove gran parte dei beni erano spartiti secondo un preciso ordine, e che gran parte di essi erano amministrati dagli arcipreti delle chiese, in relazione con le originarie parrocchie dei castelli.

Lo Stato Farnesiano in Abruzzo, da Margherita d'Austria ai De SterlichModifica

Con la conquista spagnola, gran parte dell'Abruzzo fu infeudato, e le antiche demanialità delle città non ancora sotto il signore feudatario, concesse dalla Casa d'Aragona, furono annullate. Dunque di colpo città come L'Aquila, Penne, Sulmona e Lanciano si trovarono sotto un signore incaricato dal sovrano di Napoli, a dover pagare sia le tasse al suddetto governatore, sia alla Corona. Una porzione della Marsica andò in feudo a Fabrizio Colonna, e così anche Sulmona, Atessa e Lanciano, mentre con un intreccio matrimoniale, la contessa Margherita d'Austria d'Asburgo, duchessa di Parma, installava con Ottavio Farnese una sorta di "stato farnesiano" in Abruzzo tra L'Aquila e Penne, e poi anche Ortona, dove Madama Margherita vi morì.

«Intanto Margarita d'Austria che da tempo aveva cercato dal re suo fratello la città dell'Aquila per sua dimora la ottenne in quest'anno [1572]; fatta governatrice perpetua di essa sgregando il Re la città dal Governo del Preside d'Abruzzi, riservate le terze cause e le seconde appellazioni alla gran corte della Vicaria, concedette alla Governatrice le prime e le seconde cause per tutto il tempo della vita di lei.»

(Anton Ludovico Antinori, Annali degli Abruzzi[195])

Fu Margherita d'Austria, figlia di Carlo V, a donare a L'Aquila e all'Abruzzo vestino pennese un momento particolare splendente alla fine del XVI secolo. La sovrana, già governatrice dei Paesi Bassi, fece ritorno in Italia e nel 1568 per dedicarsi all'amministrazione dei feudi abruzzesi ottenuti dal matrimonio con Ottavio Farnese, dimostrò notevoli capacità, dando impulso all'economia locale, e alla cultura, risolvendo delicate questioni territoriali. Alloggiando a Cittaducale, allora nell'Abruzzo, Margherita da Montereale arrivò a L'Aquila nel maggio 1569, accolta trionfalmente

 
Margherita d'Austria

La Madama però si stabilì nel capoluogo abruzzese solo nel 1572, una volta ottenuto dal fratello Filippo II di Spagna il governo della città. La Madama trovò dimora nel Palazzo del Capitano (oggi Palazzo Margherita), restaurandolo notevolmente, usato come sede di ricevimenti principeschi e cenacolo culturale. La città aquilana dunque fece parte dello Stato Farnesiano degli Abruzzi insieme a Penne, Farindola, Montorio al Vomano, San Valentino in Abruzzo Citeriore, ma non fu "infeudata", benché gestita come una magistratura atipica, che ovviamente non concedeva spazi di progetti di ritorno all'autonomia. I feudi della conca amiternina vennero venduti mediante compravendita, segnando la frammentazione di quell'unico contado aquilano che dette ricchezze alla città. Per questo la politica di Margherita fu ben accetta dagli aquilani dopo anni di carestie, depauperamenti e sconvolgimenti politici da parte degli Spagnoli.

 
Il Palazzo del Capitano, sede della corte di Madama Margherita

La "corte aquilana" si riuniva presso il Palazzo del Capitano, dove Margherita chiamò vari ufficiali come il notaio Bernardino Porzio, i nobili Sebastiano Romano, Pietro Yvagnes, Ferdinando da Pile, l'arcidiacono don Vincenzo Colantoni, l'arciprete Ascanio Vetusti di San Biagio d'Amiterno, don Giovanni Agnifili di Lucoli, il protonotaio Carlo Alifero, insieme ad altri notai ed eminenti personalità provenienti dai vari castelli della conca, per garantire un legame diplomatico di pace e riunificazione simbolica. Tra di essi figurò anche il bolognese Francesco De Marchi, il primo scalatore ufficiale del Gran Sasso d'Italia nel 1573, passando per Campo Imperatore di Assergi.
Benché Margherita non avesse i pieni poteri delle corti attigue di Napoli, di Ferrara e di Firenze, fece di tutto per ritagliarsi un piccolo spazio che somigliasse in tutto e per tutto a una corte nobiliare, e andò avanti con la sua politica di modifiche e ammodernamenti della città, come la creazione di una moderna fattoria "la Cascina" a Campo di Pile, sul modello delle fattorie di Fiandra, che negli anni si arricchì grazie ai pascoli e alle acque del Vetoio[196].

Nel 1583 Margherita tornò in Abruzzo, interessandosi al feudo marittimo di Ortona, dove costruirà il suo Palazzo Farnese, e tracciando un cordone commerciale con Sulmona ed Aquila, quest'ultima nel frattempo rappresentata in sua vece dai cortigiani di fiducia. Nel 1584 l'Aquila fu amministrata da don Ottavio Zugnica, concentrandosi sulla micro-attività imprenditoriale della Cascina di Pile. In questi anni i documenti testimoniano anche l'insanabile decadenza della Compagnia dell Arti, che nel Medioevo era tra i primi posti nell'amministrazione pubblica della città. Soltanto i viaggi della transumanza nella Puglia foggiana non conobbero crisi, ed anzi i capi di bestiame aumentarono a dismisura nei registri della Dogana di Foggia. Con la morte di Margherita nel 1586 ad Ortona, si concluse un breve periodo idillico in cui la città amiternina, benché non tornata agli antichi fasti, ebbe modo di farsi conoscere al livello europeo come piccolo ricettacolo d'arte e di cultura, e spazio fecondo dove instaurare una parvenza di governo di corte. Tuttavia per la città fu una sconfitta per quanto riguardava il desiderio della riunione del comitatus della conca e dei castelli, ormai definitivamente separati dall'autonomia cittadina, e destinati ad essere feudi di vari signori e baroni cadetti.

  • I De Sterlich-Aliprandi di Penne: Penne entrò nei possessi di Margherita e Ottavio nel 1539. Margherita d'Austria e il marito Ottavio fecero visita penne, capitale dei domini farnesiani degli Abruzzi, nel 1540, prendendo sede in un palazzo, ancora oggi detto "palazzo Margarita", ospitati dalla famiglia Scorpione. La presenza di Margheirta a Penne dette un notevole contributo alla trasformazione tardo-rinascimentale della città, come oggi la si vede, con i palazzi gentilizi e le chiese barocche, completamente realizzati in mattone.[197]Questa famiglia entrò in stretti rapporti con gli Asburgo nel 1542, quando Margherita dette in moglie Violante di Roscio da Capri a Girolamo degli Scorpioni, con una dote di 2000 scudi. Il palazzo Margherita di Penne oggi ospita le Suore della Santa Famiglia, e conserva ancora il tipico stile farnesiano rinascimentale. Oltre a Penne, i Farnese ebbero i feudi di Campli, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Farindola, Ortona e L'Aquila. Benché il dominio dei Farnese a Penne durò per almeno due secoli, fu relativamente tormentato da carestie e da incursioni dei Francesi, contro cui gli Spagnoli si fronteggiavano per il territorio. Il potere del vescovo si ridusse sempre di più, già minato all'epoca aragonese, e gli antichi privilegi si ridussero a poche concessioni amministrative su scarsi campi politici della città.
 
Stemma degli Aliprandi sul palazzo omonimo di Penne

Dal punto di vista delle famiglie influenti nella città, oltre alla figura del governatore Farnese, che rispondeva al signore del ducato di Parma, nel Cinquecento si distinsero in città gli Aliprandi.

La nobiltà a Penne è sempre stata d'importazione, e la città è sempre stata vista come uno dei principali baluardi dei confini settentrionali del Regno di Napoli. Degli Aliprandi il capostipite fu Giovanni, fiammingo, mentre per altri originario di Mondovì. Lo stemma familiare era una semplice aquila incoronata con la testa volta a sinistra e le zampe aperte. Nel Seicento l'originario scudetto d'argento fu messo a scudo gheronato di rosso e d'argento, ricostruito con un affresco ottocentesco presso l'altare della cappella privata di Palazzo Aliprandi, nella città. In questo palazzo risiedeva la famiglia, che lo fece ricostruite in forme mirabili nel 1773, in stile barocco, posto attorno a un ampio cortile. Con il matrimonio di Filippo Aliprandi con la figlia dei Marchesi di Cermignano De Sterlich avvenne la fusione delle due famiglie.

 
Medaglia del 1567 ritraente Margherita

Un ramo della famiglia Aliprandi, originaria di Milano, si trasferì in Abruzzo con Giovanni che, in qualità di maggiordomo e confidente personale di Margherita d'Austria, la seguì intorno al 1575. Il figlio di Giovanni, Odoardo, si stabilì a Penne dopo aver ricevuto riconoscimenti e privilegi da Filippo II, re di Spagna. Nel 1670, Antonio, figlio di Odoardo, ebbe il possesso del feudo di Nocciano. Gli Aliprandi si estinsero nel 1910 con la morte del barone e parlamentare Diego.[198] Con l'estinzione dei Farnese del ducato di Parma nel 1731, che aveva in dominio anche i feudi degli Abruzzi, il territorio pennese passò in mano a Carlo III di Borbone di Napoli. In quest'epoca a Penne giocò ruolo importante il casato dei de Sterlich di Cermignano, piccolo borgo teramano nei pressi della città, dove avevano la residenza gentilizia. Il casato è di origini austriache, il duca Guglielmo venne in Italia quando sposò la regina di Napoli Giovanna II di Durazzo.

Già dal '500 i De Sterlich erano insediati a Cermignano, e poi a Penne, insieme all'altra famiglia dei De Cesaris, che avevano il palazzo di rappresentanza anche nella vicina Spoltore. Il palazzo gentilizio De Sterlich si trovava, a Penne, nel quartiere "rione di Mezzo", con proprietario don Alfonso, e un secondo palazzo stava nel Rione da Piedi, in comune con Alberto Castiglioni, di proprietà di Rodolfo de Sterlich. Il loro stemma era uno scudo rosso sormontato da corona, con burella d'argento. Nel XVIII secolo Filippo Aliprandi sposò donna Geltrude De Sterlich, fondendo le due famiglie, che si trasferirono nel Palazzo Aliprandi, unendo in una sola proprietà anche i feudi del teramano, come Cermignano, Bisenti, Bellante, Campli. La famiglia De Sterlich-Aliprandi del ramo di Penne-Cermignano ebbe un grave lutto il 14 marzo 1908, quando morì a 15 anno Caterina, figlia del barone Adolfo, defunta insieme alle sorelle Adelaide e Maria. Estintosi il ramo cadetto dalla parte femminile, rimase il barone Diego De Sterlich Aliprandi, nato nel 1819 e morto nel 1910, il quale nominò suo erede il baronetto Diego, nato nel 1898, figlio del marchese Adolfo De Sterlich. Nel frattempo il palazzo pennese era diventato un museo di articoli sacri, di antiquariato e di maioliche pregiate, e andò nei possedimenti comunali, poiché don Diego De Sterlich sperperò tutto il patrimonio in scommesse, morendo in miseria nel 1976.

 
Il Palazzo Farnese di Ortona, voluto da Margherita e mai completato
  • Madama Margherita ad Ortona: la sovrana dal 1579 al 1581 stette nelle Fiandre, affiancando il figlio Alessandro come governatore di quel paese, ma a causa della sua ostilità con Filippo II di Spagna, ne revocò la nomina il 13 dicembre. Tornata in Abruzzo, soggiornò dapprima all'Aquila e poi andò a Ortona, dove provvide ad edificare un nuovo palazzo signorile che non vide mai completato, perché morì nel 1586, nel Palazzo dei Riccardi, presso la Cattedrale di San Tommaso. Tuttavia Madama Margherita riuscì a lasciare alla città il progetto di porre la sua nuova residenza signorile abruzzese. Nell'inverno 1583 la madama scelse il sito dove costruire la residenza, in un'area che era di proprietà dell'ex convento di San Francesco d'Assisi, e all'architetto Giacomo Della Porta fu dato l'incarico di disegnare il progetto. La progettazione avvenne in quegli anni, e durante l'abbattimento delle case della zona via Orientale vennero trovate tre medaglie, poi montate sulla facciata. Il processo di costruzione del palazzo ebbe varie battute d'arresto, e fu terminato almeno un secolo dopo la morte di Margherita, ma ancora oggi costituisce un mirabile esempio del rinascimento nordico trapiantato in Abruzzo.

Le scorrerie turche del 1566Modifica

 
Pyali Pasha, il comandante dei pirati turchi che saccheggiarono l'Abruzzo

Nel 1566, alla fine di luglio, l'Abruzzo e il Molise furono presi d'assalto, nelle loro coste, dai turchi ottomani, capitanati dall'ammiraglio Piyale Paşa (o Pashà). L'attacco iniziò da Giulianova e continuò a sud alla fortezza di Pescara, da circa un ventennio ricostruita completamente per volere di Carlo V. Ma la fortezza, benché il porto venisse raso al suolo, non venne presa, data la possenza e l'efficacia dei nuovi bastioni della pianta pentagonale del maschio, e fu decisivo anche il contributo militare del duca Girolamo II d'Acquaviva di Atri, il quale organizzò la resistenza del bastioni, respingendo i colpi d'artiglieria, e ricacciando i pirati. A quel punto Piali Pashà ordinò l'invasione del litorale a sud, molto meno difeso: la mattina del 31 luglio 7.000 turchi sbarcarono presso il fiume Foro con l'obiettivo di fare rifornimento e saccheggiarono i paesi attorno. Furono messi a ferro e fuoco i paesi di Francavilla al Mare, dove vennero incendiate le chiese e i palazzi, catturano 500 prigionieri, e trafugarono l'arca d'argento dove era custodito il corpo di San Franco. Rimase per fortuna in salvo solo l'ostensorio prezioso di Nicola da Guardiagrele, oggi unico elemento storico della chiesa madre di Francavilla, che fu distrutta completamente nel 1943.

Il 1º agosto gli ottomani si diressero ancora più a sud, per raggiungere Ortona, penetrando, risalendo il fiume, anche nella vallata del Foro, raggiungendo Tollo, Miglianico e Ripa Teatina. Malgrado la superiorità numerica, ci furono esempi di eroismo civile della popolazione, come nell'assedio della torre di Tollo, dove i cittadini con la pece bollente ricacciarono gli invasori. Tollo era allora feudo dei Ramignani di Chieti, e poi dei Nolli, munito di solide mura e di tre torri di controllo. La popolazione nel frattempo, dall'Alento era scappata a Villamagna, che si trovava sopra un colle difficile da raggiungere, e infatti non venne assediato. Lo stesso giorno però i turchi entrarono a Ortona, devastando il castello, saccheggiando i palazzi e le chiese, e bruciarono la Cattedrale di San Tommaso Apostolo, per fortuna non riuscendo a trafugare le preziose reliquie del santo apostolo, portate dall'isola di Chios nel 1258 in città dal capitano Leone Acciaiuoli; però furono distrutti il monastero di Santa Maria di Costantinopoli, da cui gli ottomani, sbarcati a "Cala dei Saraceni", avendo risalito il fiume Moro, saccheggiarono la basilica abbazia di San Marco, attraverso il monastero dei Celestini di Santa Maria riuscirono ad entrare attraverso le mura a Porta Caldari e bruciarono le case. Dopo aver cercato di prendere anche Vasto, i turchi proseguirono verso Termoli e Montenero di Bisaccia, dove rubarono il bestiame delle campagne, schiavizzando i pastori. Vennero fatti schiavi anche i cittadini d'etnia slava, perché la fascia costiera con la missione di Giorgio Skandenberg cent'anni prima era stata colonizzata, e grazie a un militare disertore ottomano, questo gruppo di prigionieri ebbe salva la vita.
Il 2 agosto gli ottomani di Pashà sbarcarono a Termoli, riuscendo facilmente ad espugnare il castello svevo, anche perché la popolazione preferì scappare nelle colline circostanti. Gli ottomani, vedendo che la popolazione aveva preventivamente abbandonato la città con i propri averi, si sfogarono depredando la Cattedrale di San Basso. Qui secondo la leggenda, la Madonna implorata dal popolo scacciò gli ottomani, facendo trovare protezione alla gente sopra un cole, dove edificarono una chiesa dedicata alla Vittoria, mentre gli ottomani proseguivano imperterriti verso Guglionesi e Campomarino, finché l'intervento della Corona non ricacciò indietro i turchi.

  • L'attacco di Ortona e il miracolo del Crocifisso:
 
Facciata della Cattedrale di San Giuseppe, all'epoca di Santa Margherita, poi riconvertita in Sant'Agostino, prima dell'intitolazione del XIX secolo. La chiesa fu completamente distrutta dai turchi meno la facciata gotica che rimase in piedi. Il rosone tuttavia andò perso, e quello di oggi è una ricostruzione del 1927

Qualche giorno prima dell'arrivo dei turchi il 1 agosto, nella chiesa di Santa Caterina di Ortona, nell'oratorio del Crocifisso, si sarebbe verificato il miracolo del sanguinamento del costato di Cristo crocifisso tra la Vergine addolorata e San Giovanni apostolo. L'affresco risalente al 1327 circa, facente parte dell'ex monastero di Sant'Anna delle Benedettine, avrebbe sanguinato 48 giorni prima della presa di Ortona, quando le monache già sapevano dei saccheggi di Francavilla e Pescara, supplicando l'immagine sacra. Sgorgato il sangue, le monache lo conservarono in un'ampolla e compresero che avrebbero dovuto abbandonare la città perché indifendibile. Si racconta che durante la distruzione della città, il monastero di Santa Caterina non venne toccato, e nemmeno l'oratorio del Crocifisso, mentre le monache vi pregavano all'interno.[199]

  • L'attacco a Vasto del 1 agosto: quel giorno 100 galee turche sbarcarono presso Punta Penna, distruggendo il villaggio, e presso la Marina, risalendo il colle. Già lungo il passaggio da Ortona a Vasto gli ottomani non si erano risparmiati nell'assediare San Vito Chietino, senza però arrivare a Lanciano, poi incendiarono l'abbazia di San Giovanni in Venere e furono più spietati con la millenaria abbazia di Santo Stefano in Rivomaris di Casalbordino, ridotto in macerie. Benché Vasto abbia saputo resistere grazie alla fortezza del castello Caldoresco, 160 case furono bruciate, venne devastata la chiesa di Santa Maria Maggiore, insieme ai conventi di Santo Spirito, Santa Lucia e di Sant'Onofrio, e l'antica chiesa di Santa Margherita con il convento degli Agostiniani fu rasa al suolo, con solo la facciata gotica rimasta in piedi. Solo le salde mura con le torri di controllo, e il coraggio dei vastesi riuscirono a impedire la distruzione totale della città, e i turchi vennero ricacciati sotto la balza di San Michele e il Muro delle Lame, presso la chiesa di San Pietro.

La ricostruzione di Pescara dagli spagnoliModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Fortino del Pescara.

Lo storico Enzo Fimiani riporta una relazione del viceré di Napoli del 1566, che descriveva la fortezza nuova di Pescara, quasi completata in quegli anni, come "muy fuerte [...] nuebamnente forteficada", inserendola tra le principali del Regno.[200] Detta anche "Real Piazza di Pescara", fu fatta erigere daccapo da Carlo V d'Asburgo nel 1510, i lavori però vennero avviati solo nel 1534 circa col duca d'Alba, e con progetto dell'architetto Eraldo di Balreduc, insieme a un nuovo sistema di torri di controllo lungo la costa del Regno, rinforzato soprattutto dopo l'assedio turco del 1556, la fortezza era a pianta trapezoidale irregolare, con sette grandi bastioni angolari.

 
Mappa moderna con la ricostruzione dell'area della fortezza di Pescara

In una piantina di Pescara del 1560 si mostra come le murature del lato ovest fossero state rinforzate rispetto a quelle di nord. Vennero realizzati 5 bastioni sulla riva sud per proteggere Pescara vecchia e l'attraversamento del fiume, che tagliava obliquamente in due il complesso, mentre i due tratti con i bastioni della zona nord erano ancora in costruzione, ossia il bastione Cappuccini e il San Vitale. A sud-ovest i bastioni Sant'Antonio e San Rocco erano dotati di alti terrapieni, ampi fossati ricolmi d'acqua di fiume, massicce mura perimetrali e bocche di cannone. Presso l'incrocio degli attuali viali di Vittoria Colonna e Guglielmo Marconi c'era un altro bastione, e presso Piazza Unione l'antica torre bizantina detta "Propugnaculum", che controllava il traffico di Porta Marina (era in via del Porto, da piazza Unione).

Ipotizzato che per i bastioni della nuova fortezza (San Vitale, San Rocco, Sant'Antonio, San Giacomo, San Nicola, San Cristoforo) esistessero delle piccole chiese corrispondenti a ciascun puntone, dato che fino al 1943 resisteva l'antica chiesa di San Giacomo presso via dei Bastioni, accanto la chiesa del Rosario, oppure la cappella di San Rocco nell'area di via Conte di Ruvo.

 
Disegno dell'antica piazzaforte di Pescara

Nelle mappe storiche la Piazza d'Armi era l'attuale Piazza Garibaldi, con la chiesa di San Cetteo o del Sacramento, situata presso le casermette, che poi nel XVIII secolo divennero bagno penale borbonico.
Il percorso attraversato dalle mura corrispondeva alla direttrice di viale D'Annunzio, che da sud comunicava con l'antica Porta Ortona, che attraversa poi Piazza Garibaldi e giunge dall'altra parte del fiume, a nord, sorvolando l'area di Porta Salaria, fino a via Caduta del Forte, dove si trovava il bastione di Castellammare Adriatico, insieme al bastione San Vitale, demolito per la costruzione del Cinema teatro Massimo. La seconda direttrice era il l'attuale via Vittoria Colonna insieme alla parallela via Conte di Ruvo, che confinava ad est con le mura bizantine del viale Marconi e con la torre Propugnaculum della Piazza Unione (prima degli anni '30 detta anche piazza Ponte o piazza Vittorio Emanuele), ed a ovest con la cinta del viale Orazio. Come detto, dell'antica cittadella settecentesca resta poco, ossia la porzione del viale D'Annunzio, ampiamente ricostruita con palazzetti liberty negli anni '20, il corso Manthoné, via delle Caserme e via dei Bastioni, che da Piazza Garibaldi terminano in Piazza Unione. Tuttavia l'alternarsi di ricostruzioni otto-novecentesche, come le case di Gabriele D'Annunzio e di Ennio Flaiano, e di palazzi moderni in seguito alle distruzioni della seconda guerra mondiale, hanno completamente alterato la fisionomia della vecchia città e l'orografia del perimetro della fortezza, le cui mura di base sono state interrate sotto il manto stradale per permettere la costruzione di nuovi edifici.

Questo antico quartiere inoltre dalla seconda metà dell'800 iniziò ad essere chiamato "Porta Nuova", per via della demolizione dell'antichissima chiesa di Santa Maria di Gerusalemme, posta all'ingresso del sagrato di San Cetteo nel 1892. Agli inizi del Novecento (1902) rimanevano solo l'arco trionfale della chiesa di Gerusalemme e la torre campanaria, collegata con l'altra torre di San Cetteo. Demolito anche l'arco già negli anni '20, insieme al campanile di San Cetteo (pericolante), e di conseguenza anche la chiesa venne abbattuta per la riconsacrazione nel 1933 della nuova cattedrale di Cesare Bazzani, il quartiere cambiò per sempre fisionomia, ma continuò a mantenere il toponimo Porta Nuova.

 
Veduta del primo '900 del viale G. D'Annunzio, allora viale Umberto I, il campanile della storica chiesa del SS. Sacramento, prima della demolizione e ricostruzione in cattedrale di San Cetteo

Il poeta Gabriele d'Annunzio, alla fine dell'800, riuscì ancora ad ammirare i vecchi fasti della fortezza, essendo nato lungo la via delle Caserme e corso Manthoné, nella zona sud-est, a pochi passi dalla piazza comunale di Pescara vecchia, e ciò lo rammenta nelle sue poesie giovanili, e nel memoriale del Notturno (1921). Perfino il re Vittorio Emanuele II in visita in città nel 1860 durante la sua traversata del Regno, ammirò la possenza della fortezza, anche perché era tristemente nota come lo "Spielberg d'Abruzzo" già nella seconda metà del '700, dove venivano rinchiusi i prigionieri politici, e dall'800 i rivoltosi contro la Corona borbonica. La voracità delle amministrazioni comunali e degli imprenditori che si succedettero dal primo '900 in poi, con il desiderio si "svecchiare" la vecchia città, di immaginare un'unica entità territoriale Castellammare-Pescara, concretizzatasi nel 1927, fecero in modo che la storia della città, complici anche i bombardamenti del 1943, venisse di fatto cancellata. Le antiche mura della fortezza, divenute inservibili e d'ostacolo, furono rapidamente abbattute, tutta l'area sud di Pescara di viale Umberto I (oggi viale G. D'Annunzio), viale Vittoria Colonna, viale Conte di Ruvo, Piazza XX Settembre, corso Manthoné fu trasformata con la costruzione di edifici civili in stile liberty, come il Palazzo "Vicentino Michetti" col teatro omonimo e il Palazzo Perenich di Antonino Liberi; e lo stesso accadde più avanti per Castellammare, dove venne smantellato per ultimo il bastione San Vitale, sopra cui fu costruito il Palazzo del Cinema teatro Massimo, che scimmiotta l'antico impianto militare. Dell'antica struttura spagnola insomma rimase soltanto il lungo bastione di via delle Caserme, dove nel 1982 fu installato perennemente il Museo delle Genti d'Abruzzo.
La fortezza a lungo, nel XVI secolo, fu legata alle figure di Girolamo I d'Acquaviva, che la'amministrò insieme alla marchesa Vittoria Colonna. Infatti a loro sono dedicati dei bassorilievi con targa commemorativa incastonati nelle mura degli argini del fiume, nei pressi del Ponte Risorgimento.

Chieti e Lanciano tra francesi e spagnoliModifica

Il potere dei Valignani e la pesteModifica

 
Veduta storica di Chieti dalla piana di Santa Barbara

Dalla fine del XVI secolo al XVIII secolo la città di Chieti acquistò notevole pregio per via della famiglia napoletana dei Valignani, molto legata alla casata d'Angiò, e successivamente agli Aragona. Nel 1443 Alfonso I d'Aragona la nominò "Regia Metropolis Utriusque Aprutinae Provinciae Princeps"[201], ossia città regia capitale di ambedue le province abruzzesi di Teramo e del contado teatino. Tale frase è incisa anche nello stemma civico, che prese l'attuale aspetto nel XVI secolo, con l'immagine dell'eroe Achille a cavallo, che sarebbe stato il mitico fondatore della città. Si narra infatti che nel XVII secolo in Piazza San Giustino esistesse una colonna slanciata con la statua a cavallo dell'eroe, successivamente trafugata dagli spagnoli, e di conseguenza ricostruita nel cortile del Palazzo Municipale.

 
Palazzo-torre di Nicolò Toppi

Per quanto riguarda i Valignani, si insediarono a Chieti nel XV secolo, e la prima persona di spicco è il vescovo Colantonio Valignano, che fece erigere la torre del palazzo arcivescovile nel 1470. Il potere in città si consolidò con Ferdinando il Cattolico, quando Chieti aveva i feudi della Val Pescara di Spoltore, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Torrevecchia, Forcabobolina, e poi sulla Majella Pacentro, Canzano, Campo di Giove. In quest'epoca Giulio Valignano fu cavallerizzo maggiore di Giovanna d'Aragona, moglie di Ferdinando, ed ebbe i feudi di Cepagatti, Miglianico, Turrivalignani, Lettomanoppello. Giulio sposò Porfida Comneo, figlio di Musacchio d'Epiro.
Giovanni Antonio Valignani, conte palatino, servì Carlo V d'Asburgo in Spagna, ed ebbe la concessione di inserire l'aquila imperiale nello stemma, e di usare il motto "Decoravit integritatem et servavit odorem"[202]Nel frattempo la famiglia acquistava altri feudi della vallata e della zona dell'Alento del Foro: Giovanbattista Valignani nel 1558 barone di Roccamorice e Cepagatti fu condottiero del viceré Alvarez de Toledo, duca d'Alba, per la conquista di Roma con lo scopo di punire papa Paolo IV, con un esercito a capo di Pompeo Colonna. Nel 1594 Fabrizio Valignani aveva le terre di Fallascoso, Pennadomo, ed acquistò dagli Acquaviva i feudi teramani di Ripattoni, Castelbasso per 7.000 ducati. Metà della terra del barone di Scorrano, ossia dei De Sterlich marchesi di Cermignano, nel 1608 andò ai Valignani.

Come detto, la città di Chieti beneficiò molto al livello urbano e culturale della presenza di questa famiglia, anche se non mancarono dissidi e lotte intestine, come l'episodio contro Niccolò Toppi. Il giudice del rione Santa Maria nel 1647 fu costretto a lasciare la città per Napoli, dopo che la sua casa era stata saccheggiata. A causa della lotta ci fu la controversia tra il Toppi e Ferdinando Caracciolo, duca di Castel di Sangro e marchese di Tocco, per l'acquisto della città di Chieti. Niccolò Toppi si prestò a Ferdinando quale suo agente, e la popolazione con i Valignani si ribellò scatenando varie scaramucce fino all'incendio della casa del giudice.

 
Stemma civico di Chieti, con Achille a cavallo e il cartiglio con la scritta aragonese TEATE REGIA METROPOLIS VTRIVSQUE APRUTINAE PROVINCIAE PRINCEPS

Nel 1515 l'Arcidiocesi Teatina di Chieti perse il dominio di Lanciano e Ortona, perché fu ricostituita l'Arcidiocesi di Lanciano-Ortona, detta anche Frentana. Chieti nel XVII secolo subì una nuova ricostruzione, quasi ex novo, dal punto di vista urbanistico; favorita dal potere ecclesiastico della Controriforma, si prodigò nella costruzione di imponenti edifici, tra cui il palazzo del Seminario diocesano, che si aggiunsero ad altre importanti opere erette principalmente il secolo prima (Torre arcivescovile, ammodernamento della Cattedrale di San Giustino[203][204]). Specialmente le chiese e la Cattedrale furono ricostruite quasi da zero, con un'impostazione prettamente barocca, e furono chiamati importanti artisti dal nord e dal sud Italia: maggiormente rappresentati da Ludovico de Majo e Giovan Battista Gianni. A Chieti nell'epoca barocca nacque anche il pittore Giovan Battista Spinelli, molto attivo nell'arte sacra sia teatina che del territorio circostante, operando fino a Ortona. Furono fondati nuovi monasteri, come la chiesa conventuale di Santa Chiara, il monastero di San Giovanni Battista dei Cappuccini e la chiesa di San Domenico, nonché la chiesa della Trinità. Inoltre le vecchie mura medievali vennero abbattute, o inglobate nei nuovi edifici, facendo sparire per sempre la città medievale teatina, lasciando solo Porta Pescara intatta.

Nel 1646, a causa di debiti di Filippo IV di Spagna nei confronti di Ladislao IV di Polonia, Chieti, legata indissolubilmente al casato di Spagna per i vincoli con i Valignani, fu venduta a Ferdinando Caracciolo, duca di Castel di Sangro; l'oligarchia patrizia teatina si oppose e nel 1647 la città fu riacquistata e reintegrata nel demanio regio dell'Abruzzo Citeriore. Esplode un conflitto tra i vari baroni della città, temendo il crollo dell'antica nobiltà terriera, sanato provvisoriamente il 22 aprile 1647 per l'ingresso del duca di Castel di Sangro. Tuttavia il governo spagnolo insediatosi non si dimostrò crudele come accadde nelle città di L'Aquila o di Lanciano, ma annetté semplicemente una realtà politico-economica già sviluppatasi e prospera nel regno di Spagna, mantenendo intatti i rapporti politici. Nel 1647 un'ambasciata di 600 cittadini teatini si recò a Napoli per chiedere la restituzione dei diritti demaniali contro i baroni. Avendo richiesto un'offerta di denaro, il viceré duca d'Argos si rimise al preside Pignatelli, ma il 1 agosto, con le rivolte di Masaniello a Napoli, anche a Chieti i popolari insorsero contro i nobili, fagocitata dal vescovo Valignani, contrario alla speculazione dei baroni sulla città. Nel gennaio 1648 l'equilibrio si risolse, dato che era anche morto Ferrante Caracciolo, tornando in città il protagonismo dei Valignani e delle grandi Confraternite religiose della Trinità, dei Celestini e del Monte dei Morti a San Giustino, istituita nel 1603 da Innocenzo X.
La città crebbe sempre di più di popolazione, superando i 6 mila abitanti nel 1738.

 
Scorcio del quartiere Civitella

Nel 1656, a causa di una grave epidemia di peste che colpì anche Lanciano, la città vide ridotta la propria popolazione, nonché i membri del Parlamento Teatino. Nei primi anni del '700 Chieti fu colpita dal forte terremoto dell'Aquila del 1703 che troncò la cuspide del campanile monumentale della Cattedrale. Il nuovo terremoto della Maiella del 1706 danneggerà ulteriormente la struttura e gli altri palazzi cittadini. Successivamente tuttavia, grazie a Federico Valignani, a Chieti tornerà a svilupparsi un nuovo dinamismo culturale nel movimento poetico dell'Arcadia. Nel 1711 Carlo VI concederà ai Valignani il titolo di "Duchi di Alanno" in merito al nuovo feudo acquistato, e la famiglia teatina inizierà a perdere potere, per debiti e mancanza di eredi maschi: Olimpia Valignani infatti si mariterà con Michele Bassi, barone di Carpineto Sinello, nel vastese.

Con la pestilenza che si protrasse dal 5 agosto 1656 al 31 maggio 1657 morirono circa 1200 su 12 mila abitanti. Il 4 agosto, dopo alcuni isolati focolai, scoppiò il morbo, come ricorda Nicolino. Le guarnigioni furono inviati alle porte maggiori della città, con l'ordine di sprangarle di giorno, mentre vennero istituiti dei lazzaretti per contrastare l'avanzata del flagello: uno a Palazzo Valignani adiacente la chiesa dell'Annunziata, un altro dei Padri Cappuccini presso la chiesa di San Giovanni, mentre il resto della popolazione scappava nelle campagne.[205]Nella delibera comunale del 3 settembre il Camerlengo don Filippo De Letto propose di ricorrere all'aiuto della Vergine, affinché intercedendo per Dio, avrebbe potuto salvare la città. Il Consiglio approvò la proposta che deliberò di dare incarico al clero della Cattedrale di cantare ogni giorno dopo la Messa e dopo il Vespro l'antifona della Concezione. L'8 settembre il Camerlengo stesso pregò la Vergine con una solenne processione, finché la peste cessò intorno al 7 settembre 1656, viglia della Concezione di Maria Vergine. In onore del prodigio, venne eretta la chiesa della Madonna della Misericordia. Nel frattempo la città andò accrescendosi sempre maggiormente. In una carta di Giovan Battista Pacichelli viene mostrata la città dal versante di Bucchianico (est), facendo apparire un impianto a spina di pesce con due biforcazioni finali verso sud-est, ossia i quartieri della Civitella e di Sant'Andrea.

 
Botteghe medievali di Nicola de Rubeis (Lanciano)

Lanciano e la guerra degli Antoniani e PetronianiModifica

La città di Lanciano era la seconda in Abruzzo dopo Chieti per popolazione e stabilità economica, dopo le conquiste spagnole. I mercati, i traffici e le annuali fiere, insieme ai proventi delle vaste terre della valle Frentana alla foce del Sangro, e il controllo del porto di San Vito Chietino, avevano scalzato la minaccia di Ortona, tanto che nemmeno i turchi nel 1566 si spinsero nell'entroterra per provare a saccheggiare la città. La città venne amministrata per un cinquantennio dalla famiglia Ricci. Nel 1421 per interessamento del doge di Venezia e di Giovanna II di Napoli, Pippo Ricci ebbe il consenso di gestire all'unanimità il controllo del traffici mercantili di San Vito. Alfonso I d'Aragona confermò la gestione del porto per la fedeltà della città. Durante il governo di Ferdinando il Cattolico nella città si avviò anche la fabbricazione degli aghi, i cui fabbri erano volgarmente detti "agorai"[206], da cui anche il nome dei una via del rione Lancianovecchio. Nel 1515, come già detto, Lanciano riuscì ad ottenere l'istituzione di una diocesi a sé, accorpando anche i territori di Ortona, Frisa, Castel Frentano, Crecchio, Orsogna, Canosa Sannita, volendosi rendere sempre più indipendente dalla storica rivale Chieti. Tuttavia si trattò di una mezza-conquista, poiché Chieti fece in modo che la diocesi avesse un ristretto territorio pastorale, rispetto a quello teatino.[207]

Nel '500 il potere passò a Pietro e Denno Ricci, costui fece fabbricare anche il convento di Santa Maria Nuova presso le torri Montanare. L'inizio della crisi di Lanciano avvenne per mano di sé stessa, e il resto fu insieme di conseguenze storico-naturali, come invasioni e carestie, per cui la città s'indebitò fino al collo. Alla fine del Quattrocento nella Casa d'Aragona iniziarono delle dispute di potere tra partito francese e quello spagnolo per ottenere la corona d'Asburgo. Più o meno in tutto l'Abruzzo, e anche nel resto del regno, si crearono i tipici partiti alla maniera dei guelfi e ghibellini, ma la vicenda di Lanciano venne ricordata per le stragi dei Petroniani e Antoniani. Costoro appoggiavano rispettivamente le due cause francese e spagnola, rappresentati dalle potenti famiglie dei Ricci e dei Florio.
L'avvio delle confraternite partitocratiche ci fu nel 1493, in un crescendo di lotte e ostilità che culminò con un tentativo d'assalto degli Antoniani dei Florio a Lanciano, sventato da Denno Ricci nel 1501. Nel 1505 Pietro Ricci, mastrogiurato della città, offrì protezione alla vedova di Bernardino da Pelliccioni, ucciso dai fratelli perché accusato di tradimento. Pietro Ricci degli Antoniani (anche nella casata infatti c'erano divisioni), uccise egli stesso l'omonimo parente mastrogiurato. I suoi fedeli reagirono con minacce e tentativi di congiura. Il 20 ottobre 1512 venne proclamata una tregua, durata sino all'anno seguente, quando Sallustio Florio degli Antoniani venne ammazzato da Riccio dei Ricci ed Achille suo fratello. I Florio si ricompattarono con il partito antoniano e risposero con il sangue. Nel 1516 Raffaele Florio e Pietro Ricci uccisero Filippo e Tuccio Ricci dei Petroniani, e l'evento sconvolse la cittadinanza, tanto che s'iniziò una mobilitazione per proclamare la pace. La giustizia nel 1519 imprigionò Bernardino Ricci e Achille suo fratello, i mandanti dei sicari, ma fuggirono.

 
Prospetto ottocentesco di Piazza del Plebiscito con la Basilica della Madonna del Ponte

Nel 1527 gli Antoniani tornarono alla carica, gettando la città nel caos per conquistare il potere. L'anno seguente, con l'arrivo dei francesi in Abruzzo, costoro ne approfittarono della situazione d'anarchia militare per continuare con le loro scorribande. Nel 1529 Tuccio Ricci difese Lanciano dalla carica francese, scontrandosi anche con la famiglia Florio. Quando Tuccio dovette assentarsi con la guarnigione, gli Antoniani penetrarono grazie ai francesi, depredando ancora la città. Tuccio intervenne, e assegnò il governo ad Antonio Ricci, mentre la guerra tra francesi e spagnoli vedeva vincere questi ultimi. Tuccio ne trasse vantaggio attirando gli Antoniani in uno scontro a Paglieta, che si risolse in una carneficina per costoro. A Lanciano venne installata una guarnigione spagnola, troppo esigua però per tenere le due famiglie a bada, tanto che c furono nuove congiura, dove perirono Sallustio minore di Florio e un parente di Riccio. Antonio Ricci da Barletta dovette tornare in città insieme alle truppe francesi, e cinse d'assedio Lanciano il 14 maggio 1530. Dopo di ciò, la città ripassò agli spagnoli, che esercitarono, insieme a Fabrizio I Colonna che aveva il feudo di Atessa, una cruenta politica fiscale che indebolì molto l'economia cittadina, tanto che i cittadini si ribellarono. La posizione politica della città si trovò gravemente compromessa, Lanciano venne accusata di tradimento, Carlo V d'Asburgo abrogò i vecchi privilegi angioino-aragonesi, e i villaggi attorno la valle venne infeudati a nuovi cadetti della corona spagnola.

 
Fernando Francesco d'Avalos

Virgilio Florio con i fedeli Antoniani penetrò nel Palazzo Ricci (che doveva trovarsi presso il Largo Tappia, oggi occupato dal Palazzo Vergilj), gettò benzina sul fuoco compiendo una mattanza, dove trovarono la morte 5 membri del casato e i servi. Ci furono altri assalti nel 1532 e nell'ultimo Antonio Ricci vi morì. Due anni dopo l'università di Lanciano decise di porre termine ai delitti e agli scontri armati, e la pace fu sancita dal capitano Sciarra Colonna.
Negli anni seguenti la città si trovò ingarbugliata in questioni burocratiche che vedevano la cittadinanza contro il governo spagnolo in lotta per riavere gli antichi privilegi della demanialità. Dopo l'intervento di Alessandro Pallavicino, che intendeva battere credito proprio a Lanciano[208], Lanciano rischiò il tracollo finanziario e venne infeudata a Fernando Francesco d'Avalos marchese del Vasto, subendo una grave umiliazione, per 56.4000 ducati. Fernando pose il palazzo di rappresentanza dove oggi sorge il Palazzo De Crecchio, e amministrò la città senza adottare la politica fiscalista e repressiva degli spagnoli. La città balzò alle cronache ancora per le rivolte che si susseguirono sulla scia del Masaniello di Napoli; a Lanciano ci fu Carlo Mozzagrugno, che nel 1648 si ribellò al marchese del Vasto, venendo poi ucciso.

A causa di carestie e della politica spagnolo-vastese, le fiere furono ridimensionate, complici anche la peste, il brigantaggio che coinvolse anche Vasto. Lo stesso aspetto urbanistico non cambiò affatto, e la vita sociale subì una stagnazione fino alla metà del Settecento. La città si riprenderà solo nel 1734, quando Carlo III di Borbone soppiantò la dinastia austriaca.

La Marsica nel vice-reame spagnoloModifica

Quando i Colonna nel 1504, dopo varie guerre di potere contro gli Orsini divennero i signori assoluti di Avezzano e dei territori marsicani, l'ex territorio del contado di Celano venne ripartito in due tronconi, ossia il Contado di Tagliacozzo ad ovest e l'ex contado di Celano con la baronia di Pescina. Nonostante ad Avezzano fosse stata stanziata la sede del potere, il territorio degli ex Piccolomini di Pescina, Ortucchio e Trasacco divenne oggetto di contesa di vari baroni, cosicché il potere della conca fucense divenne molto frammentario, con piccole lotte interne. Il clima non facile della Marsica favorì scorrerie di banditi, e soprusi da parte dell'Aquila, che esigeva vettovaglie e uomini per le sue azioni belliche contro la Spagna[209]Più volte la Marsica si trovò senza una sede amministrativa vera e propria, perché veniva spostata in continuazione tra Celano, Pescina, Tagliacozzo. Avezzano era ancora troppo piccola per emergere, e così durante il periodo del governo di Carlo V d'Asburgo, la Marsica divenne terra di stazionamento delle truppe del vice regno, a cui la popolazione doveva fornire alloggio e cibo.

 
Carta territoriale della diocesi Marsicana di Diego de Revillas (1735)

Come detto specialmente pericoloso fu il banditismo, secondo alcuni fagocitato dalle stesse nobili famiglie che si spartivano il territorio: i Colonna, Peretti, Savelli, Bovadilla, gli Sforza, i Cesarini, che intendevano praticare un "fuoriuscitismo politico-nobiliare" molto pericoloso per il Regno di Napoli, dato che essi rispondevano all'autorità romana, con evidente repressione spagnola.[210]Gli scontri si risolsero con una battaglia del 1647 da parte di Antonio Quinzi, nobile aquilano, appoggiato dai francesi insieme alle truppe dei banditi di Giulio Pezzola, che si protrasse tra i castelli di Celano, Avezzano e Scurcola Marsicana. I vari vescovi della diocesi dei Marsi, con seconda sede a Pescina, dove erano state traslate le sacre reliquie di San Berardo dei Marsi nella Collegiata di Santa Maria delle Grazie, cercarono con minacce e scomuniche di allentare la morsa tirannica dei vari baroni, ma senza successo. Così la Marsica fino alla metà del XVIII secolo, con la restaurazione di Carlo III di Borbone, divenne ricettacolo di sbandati, condannati e ladri, mentre i baroni conducevano una vita a sé nell'ozio e nell'agio nelle fortezze.

La Prammatica V del 1558 fu emanata da Napoli per rimettere in ordine le province del regno, anche per migliorare il sistema giuridico per il controllo delle situazioni turbolente. Così anche i baroni marsicani dovettero sottostare ai nuovi regolamenti, e rispondere al Sacro Regio Consiglio.[211]Nel 1707 il Regno di Napoli fu governato dagli austriaci, e la sede amministrativa della Marsica fu spostata ad Avezzano, dove venne istituito nel 1861 il tribunale. La situazione però non migliorò, perché ai benestanti della città quali Filippo Jatosti, Ladislao Mattei, Giovanni Filippo Minucci, furono imposte tasse esose per il sostentamento delle truppe di guardia in tutta la provincia storica.
In quest'epoca nella Marsica nacque e visse lo storico Muzio Febonio, il quale nella Historia Marsorum descrisse le origini del popolo, e le vicende nel Medioevo, divenendo una fonte affidabile per le vicende storiche del territorio dalle origini al XVII secolo.

 
Santuario di Pietraquaria di Avezzano in una stampa del 1791 di Fedele De Bernardinis

In quest'epoca la città di Avezzano prese il definitivo assetto urbano che era integro sino al terremoto della Marsica del 1915, quando la città e molti altri centri della Marsica furono quasi completamente distrutti dalle forti scosse sismiche. Attraverso le mappe storiche del XVIII secolo e soprattutto del 1830, si può comprendere l'aspetto antico della città, oramai quasi completamente scomparso, tranne alcuni esempi come il Castello Orsini-Colonna. La città era a pianta ellittica irregolare, protetta da cinta muraria alternata da torri di guardia, opera degli Orsini e dei Colonna, dove si aprivano tre porte: porta San Rocco a nord, con la chiesa omonima dentro le mura; porta San Bartolomeo ad est, che si apriva presso la chiesa scomparsa di Sant'Andrea, ossia l'antichissima chiesa di San Salvatore del X secolo; a sud, presso il castello, c'era porta San Francesco, collegata con la chiesa omonima, la cui via portava fino al Convento dei Cappuccini, ricostruito ex novo nel quartiere Frati dopo il 1915.

Prendendo la strada principale dal castello, chiamata poi Corso Umberto I, si poteva trovare il palazzo della Sottintendenza provinciale, e la collegiata di San Bartolomeo, di cui dopo il 1915 rimase in piedi una parte del portale. Il sistema viario e di costruzione delle case era tipicamente tardo-medievale rinascimentale, con piccoli slarghi che si trovavano in corrispondenza dei sagrati delle chiese, che erano molte: la Santissima Trinità, ad est chiesa e convento di Santa Maria in Vico, la chiesa di San Rocco e il convento di Santa Caterina da Siena. Tutte queste strutture, insieme ai palazzi gentilizi, crollarono nel 1915, anche se alcune delle chiese ricostruite conservano i toponimi delle antiche parrocchie. Fuori porta San Francesco, in corrispondenza del largo del castello, si trova il parco Torlonia, con la villa dei principi romani, anch'essa distrutta nel 1915, e ricostruita in stile eclettico. Sopra il monte Salviano si trova il Santuario della Madonna di Pietraquaria, miracolosamente scampato al disastro tellurico
È quasi impossible riconoscere l'antico tracciato urbano di Avezzano, poiché sopra le fondamenta delle antiche case è stata ricostruita la città nuova: certo è che dal largo di San Bartolomeo, percorrendo viale XX Settembre, si può comprendere che la città antica sorgeva proprio lì, dacché la direttrice parte da piazza castello, e sfocia in piazza Risorgimento, la piazza centrale ricostruita da zero e in posizione diversa dal baricentro dell'antica collegiata, e lì troneggia la nuova Cattedrale dei Marsi dedicata a San Bartolomeo.

Cronologia

Alla fine del XV secolo il re Carlo VIII di Francia pretese il trono del regno di Napoli. La lotta tra spagnoli e francesi si protrasse fino alla metà del XVI secolo. Le conseguenze per le città dell'Abruzzo furono catastrofiche: essendosi schierate coi francesi, sotto il dominio spagnolo furono trasformate in fortezze e l'Abruzzo ridotto ad un territorio militarizzato di confine del regno di Napoli.

 
Duomo di Guardiagrele nella costruzione dopo il terremoto della Majella del 1706

Il SettecentoModifica

Il Marchesato d'Avalos a VastoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: D'Avalos e Palazzo d'Avalos.
 
Ferrante Francesco d'Avalos

Dopo essere appartenuta a Jacopo Caldora, Vasto visse un periodo stagnante, divenendo presidio degli Aragona. La sua economia e la sua vitalità sociale si riebbero soltanto quando la città fu infeudata alla famiglia napoletana D'Avalos, il cui capostipite Innigo I, morto nel 1484, ebbe da Alfonso I d'Aragona il feudo istoniese, con i figli Alfonso, Rodrigo e Inico il Giovane. I d'Avalos godettero di grande prestigio nel Regno e vennero iscritti nell'albo d'oro di Napoli[213]. Innigo I si distinse nella battaglia di Ponza del 1435, nel 1450 sposò Antonella d'Aquino, ed ottenne i feudi di Pescara, Loreto Aprutino e Monteodorisio, divenendone il marchese. Più importante fu Ferdinando Francesco, morto nel 1525, che fu marchese di Pescara e conte di Loreto, ottenendo il governo dell'isola di Ischia, sposandosi con Vittoria Colonna. Fu valente militare, prese parte nel 1512 alla battaglia di Ravenna contro i francesi, nel 1513 partecipò alla campagna di Lombardia conquistando Voghera, e poi si distinse a Vicenza ricacciando i veneziani.

 
Il Palazzo d'Avalos a Vasto, sede del potere

I D'Avalos, alla stessa maniera degli Acquaviva di Atri, promossero un vasto programma culturale, economico, politico e sociale che lanciò definitivamente Vasto verso la prosperità commerciale, divenendo presto una delle maggiori città dell'Adriatico dopo Pescara e Ortona. Nel XVI secolo al livello culturale Vasto promosse il canto, e si manifestò il movimento dei madrigalisti, dei quali il più celebre autore divenne Bernardino Carnefresca, detto "Lupacchino del Vasto", attivo a Milano; famoso fu anche Giovanni Battista Petrilli. Nel corso del XVII secolo il più celebre esponente della famiglia napoletana fu don Diego d'Avalos, che si sposò con donna Francesca Carafa, e che promosse la costruzione della prima scuola ecclesiastica d'educazione giovanile, gestita dai Padri Lucchesi, ossia l'attuale complesso della chiesa del Carmine, consacrata il 6 novembre 1690. Don Diego, uomo molto ambizioso, fece costruire per sé stesso anche una sfarzosa villa presso Punta Penna, con un originale progetto a bastioni a mandorla, seguendo lo stile del castello Caldora, e tal edificio è il Palazzo della Penna.

 
La chiesa del Carmine a Vasto, voluta da don Diego d'Avalos per i Padri Lucchesi

Nel corso del '700 il potere dei d'Avalos raggiunse probabilmente il suo apogeo con il marchese don Cesare Michelangelo d'Avalos. Personaggio potente e prepotente, strenuo oppositore del governo centrale e geloso dei suoi privilegi feudali, egli si pose al centro di un vasto complotto volto a rovesciare il potere spagnolo nel regno e sostituirlo con quello austriaco. Costretto all'esilio a Vienna, poté alfine ritornare a Vasto nel 1707. Il suo ritorno coincise con significative iniziative volte a trasformare ed abbellire la città che egli aveva eletto a capitale dei suoi possedimenti. Il marchese ordinò tra le altre cose il restauro del palazzo familiare, elargendo inoltre fondi per il restauro delle due chiese di San Pietro e Santa Maria Maggiore. Il 24 ottobre 1723 consegnò l'omaggio del "Toson d'Oro" al principe romano Fabrizio Colonna in segno di riconoscenza con una festa sfarzosa a cui parteciparono molti nobili d'Abruzzo, di Roma e di Napoli. Morto nel 1729, fu sepolto nella chiesa di San Francesco di Paola in città. Nel 1751 le reliquie del corpo di San Teodoro, conservate nella chiesa omonima, anche se una leggenda vuole che siano proprio le spoglie di don Cesare.
Altra importante famiglia vastese nel corso del '700 fu quella dei Mayo, di origini molisane. Giovanni Battista Mayo fu il capostipite, e la famiglia fece fortuna nella prosperosa città. Nel 1770 fu molto famoso Venceslao Mayo, poeta e scrittore, che si trovò suo malgrado coinvolto nelle giornate della "repubblica Vastese" del 1799.

In questo secolo Vasto visse sì un periodo di grande crescita e sviluppo, ma non riuscì mai a risolvere, almeno sino al '900, i gravi problemi della peste, della malaria, e delle condotte idriche degli acquedotti romani, che spesso causavano stagnazioni sotterranee, con improvvise frane nel centro cittadino. Nel 1656 l'Abruzzo fu colpito dalla peste, insieme alla Calabria e la Puglia. La popolazione supplicò San Michele, che non era ancora il patrono della città, ma San Teodoro, e con solenne processione l'arcivescovo Giovanni Alfonso Lucchese si recò sino alla collinetta dove si trovava l'antica cona del santo. La processione avvenne il 4 novembre, e il flagello non colpì gravemente la città, ma solo i villaggi di campagna.

 
Melchiorre Delfico

Il settecento abruzzese è ricordato principalmente per i due grandi terremoti che colpirono L'Aquila e Sulmona proprio all'inizio del secolo. Tralasciando un attimo questo aspetto, nelle città principali della regione ci fu un clima molto tranquillo che garantì prosperità, come a Teramo, Lanciano, Vasto e Chieti. L'economia dell'agricoltura e della pastorizia permise l'arricchimento dei feudatari, mentre all'interno dei centri si sviluppavano quelle correnti artistiche che ricevevano l'eco romana, come l'arcadia, e successivamente l'illuminismo. Per il primo movimento in Chieti e in Vasto si costituirono delle "colonie", come venivano chiamate, di illustri letterati, il cui massimo esponente fu il barone Federico Valignani che fondò a Chieti la "Colonia Tegea", e scrisse un poema che in versi celebrava la storia della città, mentre sempre a Chieti nacque l'illuminista Ferdinando Galiani, che pose le basi dell'economia moderna in Abruzzo.
Anche Teramo fu un fervido centro culturale, perché già dal Seicento aveva partorito il filologo Muzio de Muzii, che si interessò di storia patria, e successivamente si distinse nel campo filologico e filosofico Melchiorre Delfico, che raccolse una gran quantità di materiale per studiare la storia della sua città, insieme allo storico Nicola Palma, che ancora oggi è studiato per la storia dei vari avvenimenti accaduti nella città aprutina. A L'Aquila nel frattempo era stato fondato il monastero della Compagnia di Gesù di Sant'Ignazio presso la chiesa di Santa Margherita, insieme a quello delle suore di Santa Teresa d'Avila nel rione San Pietro. L'attività culturale risultò più o meno stagnante, poiché si limitò a proseguire le orme dell'Arcadia romana con circoli privati di nobili che si dilettavano di cultura. Molto valente invece fu l'attività storico-archivistica del Cardinale Anton Ludovico Antinori, che compose i monumentali volumi degli Annali degli Abruzzi e l' Historia Frentanorum, quando andò a fare il vescovo a Lanciano.

Il "Grande terremoto" dell'Aquila del 1703Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto dell'Aquila del 1703.
 
Interno della basilica di San Bernardino, ricostruito dopo il 1703, con il bel soffitto di Ferdinando Mosca

La città dell'Aquila, che malgrado le privazioni spagnole, aveva continuato a prosperare grazie ai traffici commerciali, al passaggio dei pastori transumanti sui tratturi, ed ai mercati cittadini, alle soglie del '700 fu colpita gravemente da un nuovo terribile terremoto. Il 2 febbraio 1703 un forte terremoto sconvolse la città e l'Appennino centrale abruzzese, con una magnitudo di 6.7 gradi della scala Richter: le vittime in totale furono circa 6.000[214]. Si sarebbe verificato nella faglia a nord-ovest tra Barete e Montereale, e si trattò del più forte terremoto che sconquassò l'Abruzzo nella storia, anche perché la città fu fiaccata già da un precedente terremoto, la cui magnitudo superò i 6 gradi, il 12 gennaio dello stesso anno. La città rischiò quasi di scomparire per la grave entità dei danni agli edifici, alle persone, con distruzioni, crolli e migliaia di morti. Si ricorda infatti che quel giorno "della Candelora" i fedeli si trovavano nella già danneggiata chiesa di San Domenico a pregare, e furono sorpresi dalla scossa, che fece crollare il tetto, uccidendo 600 persone[215]. Questo terremoto fu l'ultimo di una serie di scosse che interessarono l'Appennino centrale tra L'Aquila e Norcia, poiché nel 1702 un terremoto colpì la città, insieme ad Amatrice. Lo storico Antinori negli Annali, essendo stato quasi contemporaneo degli avvenimenti, descrisse la situazione catastrofica, parlando di una città ridotta totalmente in macerie, nella cui valle per almeno un giorno la terra tremò in continuazione con più scosse, e dove in alcuni punti la terra s'aperse in voragini.

Le cittadine coinvolte insieme a L'Aquila nell'Abruzzo furono Assergi, Coppito, Aragno, Paganica, Ocre, Cittaducale, Cagnano Amiterno, Camarda, Civitatomassa e Barete, ma i danni furono così forti che tutto il circondario della valle Aternina ne risentì, come testimonia l'architettura oggi quasi prevalentemente barocco negli interni delle chiese, mentre gli esterni conservano un aspetto medievale. La ricostruzione fu celere, anche se fu avviata circa 10 anni dopo la distruzione, e la città cambiò volto per sempre, prendendo l'equilibrato aspetto dell'architettura medievale-rinascimentale. Si salvarono solo pochi esempi di facciate romanico-gotiche, come San Silvestro, Collemaggio, Santa Giusta, Santa Maria Paganica, San Pietro di Sassa, mentre il resto veniva celermente ricostruito secondo il nuovo canone artistico. Esemplari sono gli interni di San Bernardino eseguito da Ferdinando Mosca e fino al 1968 della basilica di Collemaggio, eseguito da Panfilo Ranalli. Alcuni esempi di chiese ricostruite ex novo, insieme a molti attuali palazzi, sono la chiesa delle Anime Sante in Piazza Duomo e la chiesa di Sant'Agostino, ricostruita completamente insieme al nuovo Duomo di San Massimo, perché entrambe furono rase al suolo. Del duomo vecchio resta solo una parete con finestre gotiche in via Roio.

Il terremoto di Sulmona del 1706Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto della Maiella del 1706.

«Nel mentovato dì 3 di novembre, poco prima delle 21, sentissi prima sbalzar la terra, e poi per qualche considerabile spazio di tempo muoversi come da polo all'altro con moto uguale, ben gagliardo [...] Il Gamberale è tutto spianato finora si son trovati lì 100 morti. Borrello ha sofferto assai, Popoli similmente ha patito, ma assai più di lui è stato sfracassato Pettorano, cui più del tremuoto ha nociuto il fuoco, che si accese al cader degli edifici. Archi e Bomba furono gravemente danneggiate, come ancora Pacentro. In Pratola sono cadute molte case, ed altre minaccian rovina, Castiglione, Rajano, Rocchetta, Revisondoli, tutti disfatti. Nella città di Agnone sono cadue cinque case [...] Insomma, non vi è luogo di Abruzzo Citra, specialmente di que' situati alle falde della Majella, che non abbia molto patito.»

(Commento del viceré di Napoli Juan Manuel Fernández Pacheco)
 
Il Duomo di San Panfilo: la parte bassa della facciata è chiaramente medievale, mentre la zona superiore col campanile è settecentesca

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1706 due fortissime scosse di terremoto (magnitudo calcolata intorno a 6.8 gradi Richter) sconquassarono la parte sud dell'Abruzzo a confine col Molise, nelle province dell'Abruzzo Ultra II aquilano, dell'Abruzzo Citeriore teatino e del contado di Isernia. La faglia fu riconosciuta sul Monte Morrone-Coccia, presso Campo di Giove: la città di Sulmona fu completamente distrutta, e danni gravissimi si ebbero nei comuni limitrofi di Campo di Giove, Lama dei Peligni, Pacentro, Cansano, Corfinio, Palena, Gamberale, Manoppello, Caramanico Terme, Popoli e Bussi sul Tirino. L'Aquila, già pesantemente danneggiata nel 1703, subì ulteriori danni, la scossa fu avvertita anche nel Lazio, nella Campania e nella Puglia foggiana. Nella valle Peligna le vittime furono 2.400, e più di mille soltanto a Sulmona. Testimonianze storiche sono oggi giunte a noi, in una relazione del viceré Marchese di Vigliena. Nella sua relazione, oltre alla descrizione dei danni nei vari centri limitrofi della Majella, si parla soprattutto della desolazione di Sulmona, un tempo definita la "Siena degli Abruzzi". Solo il convento dei Cappuccini, il campanile della chiesa dell'Annunziata e il Palazzo del questore Galparo Monti erano rimasti in piedi, e nel resto tutti gli edifici erano abbattuti con gravissimi danni. Lo storico Di Pietro, benché vissuto posteriormente il terremoto, parlò di calamità divina, descrivendo la condizione degli edifici distrutti, ma dell'immediato desiderio di ricostruzione, che iniziò nel 1715 proprio con la Cattedrale.[216]Tra la popolazione, fuggita nelle campagne, si diffuse il panico, temendo il castigo divino per il terremoto, nella Majella si aperse una frana, da cui uscì zolfo. La testimonianza del fumo di zolfo uscente dalla Majella la dette anche il duca Acquaviva di Atri, venuto in città per offrire denaro e soccorsi. La ricostruzione avvenne abbastanza celermente, ma molti secoli di storia medievale e rinascimentale della città andarono perduti per sempre, poiché molte chiese e palazzi dovettero esser ricostruiti daccapo, e ciò si vede nelle chiese di Santa Chiara, della Santissima Annunziata nel Duomo di San Panfilo, nelle chiese di San Gaetano, San Pietro, nella chiesa di San Filippo Neri, nella chiesa del Carmine. Fino alla metà dell'800 inoltre il complesso di Sant'Agostino rimase in abbandono, e sopravviveva solo la facciata che si trovava presso Piazza Vittorio Emanuele (oggi Piazzale Carlo Tresca), che fu smontata e ricollocata presso la chiesa di San Filippo su Piazza Garibaldi, visto l'alto valore storico del portale gotico.
Solo sparuti elementi medievali sopravvissero alla catastrofe del 1706, ossia la chiesa di Santa Maria della Tomba, il cui interno fu ripristinato negli anni '60 in stile gotico, la casa di Giovanni Sardi e la porzione dell'acquedotto svevo nella piazza.

Occupazione francese del 1798-99Modifica

I francesi nella MarsicaModifica

 
Avezzano nel 1830

Allo scoppio della rivoluzione francese del 1789, la Marsica si trovava in una situazione molto precaria. Carlo III di Borbone e Ferdinando IV di Borbone avevano anzi imposto tasse assai onerose, e ciò favorì un clima di assenza totale di sviluppo, e stagnazione della vita sociale ed economica, con la pescar lacustre e la pastorizia transumante. Per questo la nobile famiglia Sforza-Bovadilla che aveva in feudo Celano e Tagliacozzo accolse l'arrivo dei francesi nel 1799, quando venne proclamata a Napoli la repubblica partenopea. La gente aveva perso ogni fiducia nella corona Napoletana, a causa dei vari danni che subì la Marsica, insieme alla Valle Roveto, a partire dagli anni '70 del secolo. Ad esempio il 24 gennaio 1778 un terremoto provocò dei danni a Celano e nei paesi circostanti, nel 1796 ci fu una grave carestia causata dalle forti nevicate e da ingenti piogge, che fecero aumentare di molto la capienza del Fucino, che inondò i centri circumlacuali di Luco, Trasacco, Ortucchio e Celano.
C'erano tutti i precedenti per accogliere l'arrivo del generale Championnet con le truppe francesi. Tuttavia le opposizioni, specialmente da parte della diocesi dei Marsi, furono molto forti: l'arcivescovo di Pescina Monsignor Giuseppe Bolognese rifiutò le proposte "giacobine", impedendo perfino l'innalzamento dell'albero della libertà. Il clima talmente critico fece scoppiare una rivolta popolare. Tuttavia l'occupazione militare delle città da parte di Championnet furono malviste, e iniziarono le tensioni, tanto che il capo-massa Giuseppe Pronio, nominato da Ferdinando IV "capo" del tribunale di Chieti per gestire meglio le operazioni militari di disturbo contro l'avanzata francese, partì da Introdacqua nel febbraio 1799 andando a Pescina e poi Avezzano per farsi consegnare 2000 ducati, per mantenere l'armata di sbandati che governava. Conseganata nuovamente la nomina a don Filippo Colonna di governare Celano e i comuni della Marsica, per garantire l'ordine economico, il Pronio si scontrò con i francesi a Magliano de' Marsi, dopo aver cercato di bloccare l'arrivo stesso delle truppe ad Oricola nella Piana del Cavaliere.

I francesi a L'AquilaModifica

 
Il generale Championnet

Nella seconda metà del Settecento la città era in gran parte ricostruita, e la collaborazione per la ricostruzione favorì la riunione tra signori e gli armentari, come si vide durante l'invasione francese del 1799, quando saranno proprio i ceti medio-bassi a insorgere per la difesa dell'antico regime. La pace di Vienna del 1738 pose fine alla dominazione austriaca seguita alla spagnola e sul finire del secolo il Regno di Napoli venne invaso dai francesi. I francesi nel 1798 giunsero in Sabina, sconfiggendo Viterbo, e penetrarono negli Abruzzi, giungendo in dicembre all'Aquila. Le campane della città suonarono in allarme nel momento in cui i francesi arrivarono a Cittareale, e la popolazione chiamata alle armi si riunì in Piazza Maggiore: il patrizio Giovanni Pica, il Marchese de Torres e il barone Francesco Rivera convocarono il parlamento per istituire un corpo civico di guardia con a capo Gaspare Antoniani. Anche nei comuni circostanti fu fatto così, e il capo supremo delle masse era Giovanni Salomone di Arischia, mentre il generale Championnet divideva per l'Abruzzo due corpi d'armata, quello dell'ala destra di Duhesme e l'altro di Lemoine, quest'ultima venuta all'Aquila, mentre l'altra discendeva attraverso le Marche verso Teramo, per ricongiungersi con la prima a Sulmona.
Il primo scontro tra il corpo civico aquilano e le truppe francesi avvenne al Borghetto, presso Borgo Velino (RI), il 9 dicembre 1798, onde evitare che le milizie raggiungessero Antrodoco[217].

Tuttavia l'inesperienza militare delle masse non riuscì a frenare a lungo le truppe, tanto che giunsero sotto le mura il 16 dicembre, mandando un emissario ad intimare la resa. Il generale Lemoine con il capo delle milizie Pluncket, attese 5 ore la risposta negativa della città, e al calare della notte gli aquilani iniziarono a sparare contro l'esercito dalle finestre, dalle torri dei campanili, e dai cannoni del Castello spagnolo, dove era acquartierato il comandante Pluncket. Nonostante gli sforzi aquilani, la città fu occupata militarmente[218], mentre il grosso dell'esercito scendeva a Sulmona via Popoli. I due generali borbonici Tschoudi e de Gambis imitarono Pluncket, rifugiandosi nella fortezza spagnola, mentre l'esercito francese saccheggiò il possibile, fucilando i campanari e fondendo i bronzi delle chiese, per impedire eventuali richiami di rinforzi. Gli abruzzesi allora si avvalsero dei corni dei pastori, e il 24 gennaio 1799 lo riconobbe anche il generale Championnet in una lettera dove definiva codesti "lazzaroni" come "eroi". Nonostante L'Aquila fosse stata occupata, il generale Salomone imperversava come un bandito per i villaggi circostanti, per distribuire armi e incitare la popolazione a scacciare il nemico, con continue guerriglie e imboscate brevi, che tennero occupati i francesi, finché le masse approfittarono dello sfinimento del nemico per assaltare L'Aquila e liberarla, non prima di un grave massacro civile, con ritiro provvisorio a Roio, Bazzano e Barete. Nel febbraio 1799 i francesi massacrarono i prigionieri, e ciò servì alle masse come nuova spinta di coraggio e vendetta. Infatti Salomone convocò il parlamento nella chiesa della Madonna di Roio Poggio, dove 70 caporali giurarono fedeltà.

«Quanno fu alla 'Mpretatora
Oh! che passu! alla malora!
Quanno fùruru a Viglianu,
ne se ìano pianu pianu.
Quanno fu alla Colonnella,
li pigliò la trimarella.
Quanno fu a Rocca 'e Cornu,
circondati 'ntornu 'ntornu.
Quanno furono alle Rutti,
gli annu fatti quasci tutti.
Quanno furono 'Ntreocu
'gni montagna facea focu.
Quanno furo a lu Borghittu
li buttéano l'ogghiu frittu!»

(Canto popolare aquilano del 1799)
 
Il castello spagnolo in un'incisione del 898. Nel 1799 i francesi si trncerarono nella fortezza per combattere i ribelli

La città amiternina fu nuovamente messa sotto assedio, e i francesi furono costretti a rinchiudersi nel castello spagnolo; l'assedio durò 20 giorni, e la vittoria tardò a venire poiché un drappello francese giunse da Antrodoco. Tuttavia i francesi aquilani, nonostante fossero riusciti a scappare dal castello, si trovarono bloccati tra due fronti, e capitolarono, abbandonando la città nel giorno di Pasqua. Nel ritiro non esitarono a compiere l'ennesima scellerata vendetta contro gli aquilani, irrompendo nel convento di San Bernardino, trucidando 27 frati e un buon numero di cittadini inermi, profanarono la tomba del santo di Siena per rubarne l'argento, insieme ai calici ed altri oggetti metallici per fonderli.
Non appena i francesi lasciarono la città alla volta di Rieti, con i cannoni e gli ori sacri, vennero assaltati dalle truppe del Salomone e trucidati, di 300 soldati se ne salvarono 80, e gli stessi comandanti furono massacrati, cosicché il rubato potesse essere riconsegnato alla città.
Inoltre dato che per il resto dei prigionieri francesi si paventava un eccidio di massa per rappresaglia della popolazione, il generale Lemoine richiamò le truppe attorno L'Aquila, dove passarono il 2 maggio, senza però attaccarla. Salomone provvide a un nuovo attacco a sorpresa presso il passo di Rocca di Corno, e li attaccò alle porte di Antrodoco[219]. Ma non appena le truppe passarono per il paese, furono attaccati dagli stessi civili e massacrati in ricordo degli eccidi del dicembre 1798, perirono in tutto circa 500 uomini. Nella relazione che Salomone mandò il 29 luglio a Ferdinando I delle Due Sicilie, si parlò di 3500 francesi che la mattina del 2 maggio erano passati a L'Aquila, tornati al punto di controllo di Rieti in soli 1000, spogliati, feriti, disarmati e abbattuti nell'animo. Intanto nella rappresaglia aquilana contro i francesi, il comandante Pluncket che si era nascosto insieme ad altri caporali nel castello, fu catturato e ucciso.

Francesi a SulmonaModifica

 
Il castello di Roccacasale, vicino a Sulmona, come si presenta oggi, dopo la furiosa battaglia di Giuseppe Pronio contro i francesi

Un considerevole episodio della storia sulmonese riguarda i tumulti abruzzesi contro i francesi nel 1798-99. In seguito ai fatti politici che coinvolsero Ferdinando I delle Due Sicilie, all'arrivo dei francesi di Gioacchino Murat nel 1798, il 15 dicembre le masse del Regno di Napoli, capeggiate dai nobili filoborbonici, dettero via ad insurrezioni e squadre di controllo di matrice antigiacobina. L'arrivo dei francesi in Abruzzo iniziò con la conquista di Rieti e Terni alla volta di L'Aquila, quando il generale Lemoine sconfitte le truppe del generale Sanfilippo a Terni, entrò a Cittaducale senza incontrare alcuna resistenza. Il Camerlengo dell'Aquila Giovanni Pica indisse una pubblica riunione nella Cattedrale di San Massimo per incitare la popolazione a prendere le armi, per ostacolare l'avanzata francese presso Antrodoco, ma l'inesperienza militare delle masse determinò anche questa sconfitta, e Lemoine entrò a L'Aquila il 16 dicembre, conquistando il Castello spagnolo e ponendo il quartier generale. Il bando di guerra dell'amministrazione provvisoria della città del generale Lemoine venne fatto pervenire a Duhesme, avvisandolo dei suoi movimento verso Sulmona. Il messaggio fu ricevuto a Tocco da Casauria, nel quale si contenevano le disposizioni generali per occupare e amministrare la città, con obbligo di donare armi, campane, denari, e di abbandonare la fede cattolica, cedendo i tesori delle chiese e delle congreghe.
Lemoine, lasciato un presidio a L'Aquila, partì verso il mare di Pescara, passando per Sulmona e Popoli, dove l'attendeva il generale Duhesme, che aveva conquistato l'Abruzzo settentrionale di Teramo, passando per il Tronto. Passata la valle Peligna e l'alto Sangro, i francesi arrivarono il 23 dicembre a Pescara, dove la fortezza borbonica fu occupata. Il 16 dicembre fu terminato il saccheggio dell'Aquila, e tumulti si ebbero anche a Sulmona. Le truppe francesi si dimostravano sprezzanti, irruente e voraci nei confronti delle ricchezze delle città e della miseria della popolazione. Ad esempio a Popoli, nell'atto notarile di Michele Antonio Carosi, si comprende come i francesi intirizziti dal freddo, si fossero abbandonati immediatamente al saccheggio, con fuga della popolazione. Il 24 dicembre i francesi entrarono a Popoli mettendo a ferro e fuoco il paese[220], devastando anche le chiese, senza ritegno, occupando la taverna ducale per il pagamento dei dazi, fecero il quartier generale nella casa di don Vincenzo De Vera, e dopo aver depredato le dispense, incendiarono l'abitazione[221]

«Avvertiti dal passaggio del gen. Lemoine, che arrivavano altre truppe francesi, gli abitanti [Castel di Sangro] avevano atterrate le porte, merlate le case, trasformato i conventi e sinanco le chiese in vere fortezze, ove corsero a pigliar la difensiva molti degli insorti scampati al combattimento di Miranda. Furono prese a cannonate la porte, ma senz'alcun frutto, cosicché si dovette ordinare la scalata delle mura di cinta. Grazie alla loro invitta bravura, le truppe penetrarono nella città, dove le aspettava tutto quello che il furore e la disperazione hanno sempre suggerito contro un nemico. Sui nostri prodi si faceva piovere il fuoco dai merli con le barricate fatte appositamente. S'aggiunga una pioggia di tizzoni accesi, d'olio, e in mancanza di questo, di acqua bollente. Ogni passo necessitava un nuovo assalto o un nuovo atto di eroismo: infatti non si poté spegnere il fuoco delle case che l'impadronirsi di esse, e non fu possibile impadronirsene se non sfondando le porte a colpi di scure. Questa poco lieta vittoria costò il sacrificio di molti uomini al battaglione della 64ma e alla legione cisalpina; meno male che furono vendicati quanto più possibile. E il massacro non si limitò alla città.»

(dalle memorie di Paul Thiébault)
 
Paul Thièbault

In questo momento in Abruzzo si ebbero i primi focali del brigantaggio, poiché i contadini di Popoli, dopo che ebbero ritrovate le donne con i bambini morti assiderati, poiché erano fuggiti dal paese, si accordarono per scacciare il nemico. Il popolese Pietro Rico presso il lanificio Cantelmo uccise a fucilate il generale Point, secondo di Lemoine, che rispose con efferata durezza, scatenando la guerra civile. I popolesi resistettero, ma essendo meno equipaggiati e in minor numero, presto abbandonarono la città, i francesi rientrarono a Popoli e nuovamente la saccheggiarono, stavolta per vendetta, ma non mancarono episodi di eroismo civile, come una donna che con una pietra uccise un capitano francese, ma venne giustiziata immediatamente. Tutto ciò avvenne il 25 dicembre, giorno di Natale.
I francesi, dopo aver saccheggiato L'Aquila e il suo contado, la Marsica ed Avezzano, nei primi di gennaio del 1799 si diressero verso Napoli., dovendo passare per Sulmona. Il generale Duhesme dette ordini a Rusca, Monnier e Thiébault di presidiare i principali centri di Pratola Peligna, Corfinio (allora Pentima) e Roccacasale onde evitare nuovi tumulti, poiché in quel periodo l'introdacquese Giuseppe Pronio, prefetto di Chieti, aveva iniziato una campagna antifrancese più organizzata degli isolati tumulti popolari. Giuseppe Pronio infatti volle attaccare i francesi presso il castello di Roccacasale.[222]La battaglia iniziò presso l'eremo di San Terenziano di Corfinio, dove Pronio fece rovinare nella strada da Popoli a Sulmona una gran quantità di sassi, accompagnata da sparatorie. Il capitano Rusca si vendicò contro la popolazione di Roccacasale con esecuzioni sommarie, credendo che i cittadini parteggiassero per il Pronio. Costui si accordò con il barone Giuseppe Maria De Sanctis, per bloccare l'avanzata francese, per cui scoppiò una guerriglia durata 5 giorni, terminata il 14 gennaio con l'arrivo di rinforzi francesi. Pronio si asserragliò nel castello medievale posto in cima al paese, resistendo 3 giorni, fino alla morte quando salì sulla torre maestra per difenderla. Il 5 gennaio i francesi compirono a Roccacasale una tremenda carneficina di civili, credendoli cospirazionisti, come si legge nell'archivio parrocchiale del comune.

Nonostante la morte di Giuseppe Pronio, si costituì una nuova lega anti-francese dei comuni di Bugnara, Anversa degli Abruzzi e Introdacqua capeggiata dal sacerdote don Gaetano Gatta e da Giovanni Raffaele d'Espinosa, che combatterono i francesi a Roccacasale il 15 marzo. I francesi alla fine procedettero verso Sulmona, non prima di aver compiuto l'ennesimo saccheggio. Il 24 dicembre 1798 le truppe di Lemoine erano entrate a Sulmona, senza che i cittadini opponessero resistenza, e la città non fu saccheggiata, data l'importanza militare che poteva avere. Tuttavia ci furono alcuni episodi d resistenza, con 30 fucilati; Lemoine vi ripasserà il 29 dicembre, e combatterà contro Giuseppe Pronio presso Corfinio; intanto il capitano Rusca, concluso il saccheggio di Popoli, rioccupò Sulmona il 2 gennaio 1799, seguito da Duhesme, e scoppiò la rivolta popolare. Pronio all'alba del 4 gennaio con la sua banda di pastori, contadini e carcerati giunse alla chiesa di San Domenico da Porta Iapasseri, dove si trovavano le truppe del Duhesme, e si unì alle truppe di Giovanni Raffale d'Espinosa: simulando di nascondere zappe sotto i pastrani e mantelle, aprirono il fuoco al segnale contro i francesi, e ben presto il sestiere fu cinto d'assedio: Giuseppe Pronio appiccò il fuoco alla caserma del convento, costringendo il grosso delle truppe a fuggire, il combattimento durò tutto il giorno, con gettiti d'acqua bollente, tegole, sedie, sassi, e tanto forte fu la reazione della popolazione civile che si unì alle truppe armate che i francesi dovettero abbandonare la città.
Costoro però in breve tempo ricevettero rinforzi da L'Aquila e attaccarono nuovamente Sulmona, e stavolta Pronio dovette ritirarsi a Introdacqua, seminando la strada di alberi abbattuti per rallentare l'inseguimento. Sulmona temette un grave saccheggio, impedito però dal fatto dell'arrivo del generale Lemoine per acquartierare l'esercito, tuttavia Duhesme fece fucilare gli insorti: i francesi rimasero a guardia della città fino al 5 gennaio, quando le trippe di Duhesme partirono il 9 per Isernia.

La vendetta degli abruzzesi però giunse presso Castel di Sangro, nel passaggio di Rocca Valleoscura (oggi Rocca Pia) e Pettorano sul Gizio, il 10 gennaio 1799. Giuseppe Pronio, temendo che anche la sua Introdacqua venisse attaccata, decise di non attaccare i francesi nel passo di Valleoscura, benché avesse potuto compiere una vera carneficina per le favorevoli condizioni geologiche del passo. All'arrivo presso Castel di Sangro, i francesi trovarono la strada sbarrata da barricate, mentre in paese il popolo aveva sbarrato porte e trasformato le chiese ed i conventi in vere fortezze militari. Il generale Thiébault attaccò Castel di Sangro, e dopo sanguinosi combattimenti riuscì ad espugnarla, avendo perso però moltissimi uomini. Altri uomini mandati da Sulmona in soccorso dei francesi dalla brigata di Monnier, vennero uccisi dal freddo inverno presso Pettorano, moderno assiderati.

I francesi a Teramo e LancianoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Teramo.
 
Piazza Ettore Orsini a Teramo con la cattedrale, dove i francesi nel 1799 piantarono l'albero della libertà

Nel 1798 Melchiorre Delfico venne nominato portolano della città di Teramo. La situazione si aggravò con l'arrivo dei francesi, quando il Delfico, da sempre fedele della Corona, venne accusato di giacobinismo. Il sospetto di una sua cospirazione antimonarchica si fece sempre più forte, tanto che il 27 settembre venne arrestato nel Palazzo Delfico, ma liberato l'11 dicembre per mancanza di prove, con l'arrivo imminente dei francesi di Duhesme. Venne fatto capo della nuova municipalità, nominato presidente dell'Amministrazione Centrale dell'Alto Abruzzo, per essere poi chiamato il 12 gennaio 1700 a presiedere a Pescara al Supremo Consiglio, l'organo politico più importante d'Abruzzo nell'epoca dell'occupazione francese, dove prendevano parte sia i repubblicani locali che i generali dell'esercito. Il 28 dicembre 1798 il generale Duhesme proclamava divisi i Dipartimenti d'Abruzzo Alta e Abruzzo Basso. Il 12 febbraio 1799 a Pescara venne introdotto dal consiglio un Piano che prevedeva un nuovo ordinamento giuridico in cui di innovativo c'era l'istanza egualitaria, la riforma del sistema giudiziario, il decentramento dell'autorità, l'amministrazione gratuita della giustizia e la corresponsione di uno stipendio ai giudici, l'assistenza gratuita ai poveri, il decentramento dell'autorità. Insomma il clima a Teramo e Pescara era all'inizio più che ottimo per una collaborazione partenopea-francese, al fine di svecchiare il vecchio ordine monarchico, ma le insorgenza antifrancesi fecero lentamente tracollare l'equilibrio teramano, tanto che il Delfico nel 28 aprile 1799 lamenta il cattivo stato di abbandono a cui erano state lasciate le province abruzzesi, poiché la popolazione era in rivolta e l'esercito di Duhesme e Championnet per costantemente impegnato nel reprimere le scorribande di Giuseppe Pronio tra L'Aquila e Sulmona. Quando l'esercito decise di abbandonare l'Abruzzo e Teramo, la città aprutina era stata messa a dura prova dal saccheggio francese, poiché i conventi di San Francesco e San Domenico erano stati occupati e devastati, l'invasione si era perpetuata mediante il Corso San Giorgio, con uccisione di alcuni cittadini, e infine lo sfregio più grande fu fatto al Duomo di Santa Maria Assunta, quando gli arredi sacri vennero trafugati, gli argenti e gli ori saccheggiati per fondere palle di cannone, e le campane per fabbricare i cannoni stessi. Lo stesso Delfico dovette fuggire e cambiare nome.[223]

 
Piazza del Plebiscito a Lanciano, dove venne impiantato l'albero della libertà del 1799

Il 1799 a Lanciano rappresentò un momento storico di confusione e anarchia popolare. Lo storico Omobono Delle Bocache, che visse in prima persona gli avvenimenti, scrive che il 6 febbraio la popolazione insorse contro i fautori della Repubblica Partenopea, assalendo il Tribunale, distruggendo le carte relative alle amministrazioni precedenti, per accaparrarsi le terre. Lo stato di confusione generale portò i francesi a costituire un corpo di guardia civica per garantire l'ordine. Il 20 febbraio le truppe di Gioacchino Murat giunsero alle porte, intimando la resa alla popolazione. Dopo essere stata conquistata, in città fu posto come sindaco Felice Giuliani, e in piazza veniva eretto l'albero della libertà[224]. Il 27 aprile i francesi partirono per Pescara, ed i filoborbonici ne approfittarono per scatenare l'anarchia, che iniziò il 7 maggio, con l'arrivo del generale Giuseppe Pronio, capo del comitato battagliero anti-francese riconosciuto dal sovrano Ferdinando IV. Dato che le truppe francesi, impegnate a Vasto, non poterono tornare a riportare l'ordine, il governo repubblicano fu dichiarato decaduto il 12 maggio, e fu ristabilita la municipalità precedente. Lo stesso avvenne anche nella vicina Atessa, dove i nobili cacciati dalla città, si riunirono con i francesi in una cascina a Montemarcone per organizzare la ripresa della città, e partire poi alla volta di Guardiagrele per incendiarla.

I francesi tornarono a Lanciano nel 1804 durante il governo di Giuseppe Bonaparte delle province d'Abruzzo. A Lanciano soggiorno il generale De Soult nel Palazzo De Giorgio, ossia Palazzo del Capitano, per garantire l'ordine nel 1806, quando tornò al potere la casa Borbone, a Lanciano venne istituito un tribunale straordinario dal teramano Francesco Carbone, che si dette alla persecuzione dei simpatizzanti della repubblica.

I francesi a Vasto e la Repubblica vasteseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica Vastese.
 
Incisione della fontana del Largo Lucio Valerio Pudente, oggi posta in Piazza Barbacani, in omaggio allo studente che guidò la rivolta vastese

Il 29 novembre 1798 il generale Championnet sconfisse i napoletani sul Tronto, ricacciandoli indietro, e con il generale Duhesme organizzò una spedizione in Abruzzo, dividendosi in due tronconi, che si sarebbero dovuti riunire a Sulmona, attraversando L'Aquila e Teramo, per poi dirigersi attraverso Popoli a Pescara. Il 20 dicembre Duhesme conquistò la fortezza di Civitella del Tronto e muoveva verso Pescara, e col bando dell'8 dicembre, il sovrano Ferdinando IV di Borbone abbandonava la capitale. A Vasto le notizie furono accolte con clamore, e venne proclamata la mobilitazione generale, parroci esclusi, e vennero coinvolti i signori Pasquale Genova, Levino Mayo, Antonio Tiberi, Arcangelo e Giuseppantonio De Pompeis, e le altre persone più facoltose della città per organizzare la resistenza contro i francesi. Fu costituita un'armata capitanata da Andrea Rulli, governatore di Chieti, ma non se ne fece nulla perché si trattava solo di un gruppo di sbandati che non avrebbe potuto fronteggiare un esercito equipaggiato.

Decaduto il governo vastese, la popolazione, complice anche il fatto che la Corona napoletana poco si era interessata negli ultimi anni alle esigenze dei cittadini (carestie, indennizzi non pagati), con la compiacenza dei vari marchesi, signori e baroni, si trovò in preda alla più totale anarchia. E ne approfittò per saccheggiare le barche delle merci provenienti da Pescara verso la Puglia, mettendosi al servizio di Paolo Codagnone e Filippo Tambelli, evasi dal carcere di Napoli[225]. Costoro mandarono del legati a Lanciano per accordarsi col generale Mounier, e infatti il Tambelli e l'Ortensis vennero nominati municipalisti della città. Il 5 gennaio 1799 vennero dichiarati decaduti tutti gli incarichi e i privilegi regi, sostituiti con altro e con l'obbligo di fregiarsi della coccarda tricolore. Il quartier generale fu posto nel Palazzo d'Avalos, abbandonato in fretta e furia dal marchese Tommaso. La nobiltà tentò di organizzare una resistenza, inviando a Pescara Vincenzo Mayo, il Codagnone e il Tambelli, ma furono trucidati dal popolo; la notizia arrivò il 2 febbraio e la banda dei vastesi arruolati vide numerose defezioni. Tali genti erano ex ergastolani, ladri, banditi, contadini e avanzi di galera d'ogni sorta, che approfittarono dell'instabile clima politico in città per darsi alla rapina, al saccheggio e all'omicidio. Mentre alcuni membri della nobiltà venivano uccisi per strada, furono nominati generali del Municipio il barone Pasquale Genova, Francesco Maria Marchesani e Venceslao Mayo.

 
Torre di Bassano in Piazza Rossetti, dove vennero fucilato i rivoltosi

Tra gli episodi di sangue si ricorda l'arresto di Giovanni Barbarotta, studente a Napoli, quando gridò: "morte al giacobino!"; rischiò la fucilazione in piazza, ma riuscì a salvarsi grazie a un membro del popolo che lo fece eleggere capo del governo municipale. Ammazzati invece furono i municipalisti Pietrocola e Ortensio, ammutinatisi e catturati a Casalbordino, fucilati a Porta Castello il 6 gennaio, denudati e privati del capo. I cadaveri, in segno di monito, rimasero in piazza Rossetti fino al 2 marzo, quando la pietà del generale Luigi Gouthard indusse la popolazione a seppellirli, anche per evitare un contagio. La febbre della fame e del saccheggio contagiò anche i popolani dei vicini centri di San Buono, Lentella, Dogliola, Fresagrandinaria, mentre a Vasto i più facoltosi preti delle parrocchie venivano catturati e rinchiusi nel Collegio della Madre di Dio presso la chiesa del Carmine, che venne riempito di sterpaglie per essere dato alle fiamme, ma il tribuno popolare Nicola Marchesani riuscì ad evitare la catastrofe, ottenendo il perdono del generale francese per lo stato d'anarchia a Vasto, che però non fu concesso ai generali Mayo, Marchesani, Genova e Cieri per le loro inadempienze.

Il clima di furore popolare non s'arrestava, il 12 febbraio venne saccheggiata la casa del parroco di Santa Maria Maggiore, divelta la porta dell'ex convento di Santo Spirito (oggi Teatro Rossetti), distrutte le tombe dei defunti per cercare oggetti preziosi. L'arciprete Serafino Monacelli fu arrestato e minacciato di morte, portato in città, messo alla berlina, e costretto a sposare i rivoluzionari con prostitute nella chiesa di Sant'Agostino. Nuovamente alcuni nobili insieme a dei prelati furono rinchiusi dentro il Palazzo del Collegio del Carmine e minacciati di morte, ma il tribuno Giovanni Barbarotta riuscì ancora ad evitare la carneficina, facendoli scappare con uno stratagemma dentro il convento di San Francesco di Paola. La folla se ne accorse, e il 19 febbraio tentò di forzare le porte del convento per catturare Raffaele De Luca, uno dei vari gentiluomini vastesi, ma il popolo fu allontanato a fucilate dal priore Padre Bruni.
Nel frattempo l'organo amministrativo del nuovo municipio veniva costituito sotto la supervisione dei francesi, e vennero eletti Alessandro Muzii, Nicolantonio Cardone, Francesco Bucci, Giovanni Barbarotta, Carlo De Nardis avvocato dei poveri, Arcangelo De Pompeis capitano della guardia. Il generale Gouthard per ristabilire l'ordine repubblicano, pretese dopo i vari danni, che i vastesi pagassero 2.000 ducati, e un contributo straordinario di 5.000 ducati per evitare la fucilazione dei generali Mayo, Genova e soci. S'iniziarono i processi contro i rivoltosi autori di saccheggi e omicidi, e vennero fucilati presso la Torre di Bassano[226].

Di conseguenza, il generale tornò a Lanciano, lasciando il comandante Larieu, che si acquartierò al Palazzo d'Avalos, e lasciando i suoi segretari nel vicino Palazzo Mayo. A causa di incomprensioni, il generale Larieu fu molto severo con la popolazione nell'applicare le leggi tanto che la Municipalità si appellò nuovamente a Gouthard per ristabilire l'ordine. Larieu allora minacciò di distruggere la Municipalità stessa, comportandosi come un tiranno, tanto che il generale Gouthard si vide costretto a porre Vasto sotto assedio il 18 marzo, portandosi dietro 50 ostaggi vastesi, che scapparono, e vennero fucilati a Serracapriola qualche giorno dopo. Nello stesso momento Giuseppe Pronio, comandante abruzzese della resistenza borbonica, si trovò alle porte di Vasto il 28 marzo[227]. Il nuovo commissario straordinario Nicola Neri, paventando tradimenti a favore del Pronio, bloccò la Municipalità. Dopo un contrattempo in cui dovette rioccupare Lanciano, il Pronio giunse nuovamente a maggio presso Vasto, e nel mezzogiorno del 18 maggio 1799 terminò la repubblica Vastese, nonostante il Neri abbia combattuto strenuamente, scappando poi dal muro delle Lame.

In questo periodo tumultuoso crebbe il giovane poeta Gabriele Rossetti, che diventerà famoso dieci anni più tardi con i suoi sonetti anti-borbonici, per cui dovette lasciare Vasto ed emigrare a Londra insieme ad altri compatrioti quali Ugo Foscolo. Rossetti rimase una figura chiave nel panorama letterario vastese, benché avesse trascorso gran parte della sua vita all'estero. La città nel 1806 fu amministrata da Giuseppe Bonaparte, e dopo la restaurazione borbonica venne inaugurato nel 1819 presso l'ex convento di Santo Spirito il Real Teatro San Ferdinando in onore di Ferdinando II delle Due Sicilie, che venne a visitare la città insieme ad altre dell'Abruzzo. Qualche anno prima sempre in onore del sovrano a Chieti era stato inaugurato il primo teatro d'opera della regione.

Cronologia
 
Carta illustrativa de L'Aquila prima del terremoto del 1703

Pescara tra il Settecento e l'OttocentoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Pescara.
 
Foto storica di Castellammare Adriatico: in vista il corso Vittorio Emanuele (1910), all'altezza dell'incrocio con Corso Umberto I

Da quando venne edificata la grande fortezza trapezoidale, la cittadella di Pescara, popolata più da militari che da civili, visse ugualmente periodi alterni, essendo una cosiddetta "città-caserma", dove venivano rinchiusi prigionieri politici e malviventi; benché già nel XVIII secolo la fortezza abbia cominciato a cadere in decadenza, con il ridimensionamento del perimetro, e l'abbattimento di alcuni tratti delle mura già nel primo '800, per lo sviluppo della cittadina. Nel 1807 si era già costituito per decreto francese, proprio presso un nucleo di case attorno il santuario della Madonna dei Sette Dolori ai Colli, il municipio Castellammare Adriatico, compreso nel distretto di Teramo d'Abruzzo Ultra I. Nel 1881 il centro si sposterà più a valle, presso lo stabilimento Muzii, con la costruzione del nuovo municipio sul viale Bovio, e l'ampliamento del centro verso la stazione ferroviaria Centrale.

Nel 1707 il duca Gian Girolamo II Acquaviva, che reggeva la guarnigione della piazzaforte spagnola di Pescara, dovette difendere la fortezza durante la guerra di successione spagnola, contro gli attacchi militari degli austriaci. Il duca Acquaviva tenne bloccati per un mese oltre 9 mila austriaci con solo 800 uomini. Gli austriaci tornarono ad attaccare Pescara nel 1734: gli spagnoli sbarcarono a Livorno, unirono le loro forze col duca di Parma e di Piacenza Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, conquistando Napoli il 10 maggio. A comando del duca di Castropignano, gli spagnoli iniziarono l'assedio di Pescara il 20 giugno, ponendo il quartier generale presso il convento di San Giuseppe sposo di Maria, che si trovava nella zona nord-ovest, presso l'attuale nuova parrocchia in via Paolini. I colpi d'artiglieria sparati dalla fortezza però danneggiarono il convento, e l'assedio terminò presto con la presa della fortezza, difesa da 800 austriaci circa, il 4 agosto 1734. Tale convento infine fu chiuso nel 1811, riaperto nel 1819 e soppresso definitivamente nel 1866 con le leggi piemontesi.

 
Gabriele d'Annunzio fu uno degli ultimi testimoni oculari ad assistere al cambiamento profondo di pescara vecchia, essendo nato nel quartiere del bagno penale, presso Piazza Garibaldi, o del comune. Nel Notturno ricordò alcuni edifici oggi scomparsi della città, come il bastione e la chiesa di San Giacomo, anche se nel 1927 circa fu lui stesso a volere l'unione delle due città, ed a sollecitare la costruzione di una nuova chiesa dedicata a San Cetteo patrono, dove custodire le spoglie della madre Luisa De Benedictis

Durante gli anni della "repubblica partenopea" (1799), Pescara vide protagonisti gli insorti Gabriele Manthoné ed Ettore Carafa. I francesi, che avevano con Gioacchino Murat occupato gli Abruzzi, e successivamente nel 1806 per mezzo di Giuseppe Bonaparte, presero possesso della fortezza, e sancirono la separazione di Pescara vecchia dal nuovo comune che stava nascendo a nord-est, presso la costa orientale a nord del bastione San Vitale, chiamatosi "Castellammare Adriatico", lungo le due direttrici attuali del corso Vittorio Emanuele-Corso Umberto I, affidato all'amministrazione della provincia di Teramo, mentre Pescara restava a Chieti in Abruzzo Citeriore.
Pescara subì un altro assedio nel 1815 quando gli austriaci, appostatisi presso la Villa del Fuoco, cannoneggiarono la fortezza da ovest, costringendola alla resa. Con il governo partenopeo dei Borbone, tra il 1815 e il 1853 fu avviata una campagna di bonifica dell'area, con la costruzione dei canali, la bonifica delle paludi a nord (la Vallicella) e a sud (lago Palata). Nel 1838 nella fortezza fu rinchiuso anche il patriota pennese Clemente De Caesaris, che aveva organizzato la rivolta dei "martiri pennesi" contro la Corona partenopea, fucilati a Teramo nel 1837, ma riuscì a fuggire.

In seguito alle leggi sull'eversione dalla feudalità, Castellammare Adriatico, per la vicinanza alla costa e per il favorevole terreno pianeggiante, subì un rapido sviluppo economico e demografico dal 1881 al 1887, un piccolo sobborgo di pescatori, detto "Borgata Marina, si trovava sulla sponda nord del fiume, all'altezza del porto, e d era compresa come feudo del barone De Riseis. Anche la pesca divenne molto redditizia, dato che i mercanti non erano più costretti a pagare il dazio alla fortezza, e sulla sponda sinistra a nord del fiume si creò il piccolo villaggio del Borgo Marino, attraversato oggi da via Pietro Gobetti. Il borgo di Castellammare oggi corrisponde alla II Circoscrizione urbana di Pescara, e fino al primo Novecento era un piccolo paese a nord del fiume, che dal fascismo ad oggi subì un rapido incremento demografico, divenendo il polo vitale della moderna Pescara. In quel tempo era costituito dal viale Vittorio Emanuele che portava alla piazza della stazione centrale, da cui partiva il viale Umberto I fino al piazzale Crispi (poi piazza Buozzi nell'epoca del dopoguerra, e infine piazza I Maggio), e da lì fino al mare, con gli stabilimenti a palafitte sul mare, di cui si ricorda lo storico Padiglione Marino voluto dal sindaco Leopoldo Muzii, e sostituito nel 1923 dal teatro Pomponi, poi abbattuto nel 1963. Pochi erano gli edifici di interesse, se non la vecchia cappella di Sant'Anna del Palazzo Muzii, poi dalla fine dell'Ottocento vennero realizzati la nuova parrocchia del Sacro Cuore sul Largo Mercato o piazza Vittorio Emanuele II, presso lo slargo della stazione Centrale, il nuovo Palazzo Muzii sul corso Umberto I all'incrocio con viale Regina Margherita, gli edifici liberty del corso Umberto, via Cesare Battisti, via Mazzini, via Firenze, via Fabrizi, e il Palazzo di Città e del Governo in Piazza Italia, da Vincenzo Pilotti, opera di Regime degli anni '30.

I Borbone avviarono la prima fase di smantellamento parziale delle mura, riducendo la zona delle caserme a bagno penale per rinchiuderci i dissidenti politici e i sovversivi. La prigione, nota come lo "Spielberg d'Abruzzo" per il duro trattamento riservato ai detenuti, per le condizioni igienico-sanitarie disastrose e per le numerose morti causate dagli allagamenti delle celle per le piene del fiume, visi i problemi d'insabbiamento del fiume presso il porto, e l'aria salmastra-paludosa generata dalle numerose paludi del contado. Le piene del 1887 e del 1888 furono così tragiche che rischiarono di minacciare anche la nuova rete ferroviaria che aveva stazione a Portanuova e poi a Pescara Centrale, presso il Corso Vittorio Emanuele.

Nel periodo risorgimentale la fortezza borbonica, nel 1860, fu visitata dal re Vittorio Emanuele II, in viaggio per l'incontro di Teano con Giuseppe Garibaldi, giungendo sull'attuale Colle del Telegrafo, da cui si dominava il territorio dell'attuale città, fu sentito esclamare: "Oh che bel sito per una grande città... ". il 12 marzo del 1863, nasceva a Pescara Gabriele D'Annunzio. Nello stesso anno, e precisamente il 16 maggio del 1863, sempre alla presenza del re Vittorio Emanuele II, fu inaugurata la stazione ferroviaria di Castellammare, sulla linea adriatica e nel 1867 l'antica fortezza venne smantellata: si tratta di due eventi fondamentali per lo sviluppo della città, che abbandona il suo ruolo di bastione militare in favore di una definitiva vocazione per il commercio e le attività economiche in genere.

 
Palazzetto della vecchia stazione di Pescara Centrale, in Piazza della Repubblica

Viste le esigenze di svecchiare la città, data la nuova tecnologia, e le possibilità per la piccola realtà provinciale di diventare un importante punto di collegamento per i traffici ferroviari e stradali, ci furono una serie di interventi che interrarono la fortezza, per permettere le opere di nuova costruzione. Recenti scoperte infatti hanno trovato le tracce dei bastioni e delle mura sotto l'attuale piano di calpestio, e proprio tali mura sono diventate le fondamenta per la nuova città in costruzione. L'antico ponte romano che collegava le due rive del fiume nord-sud crollò nel 1703, e fu costruito un ponte levatoio di legno. Con l'arrivo della ferrovia, nel 1863 fu edificato il nuovo ponte di ferro, successivamente negli anni '30 ricostruito in forme monumentali da Cesare Bazzani, architetto anche della nuova Cattedrale.

Stando alle testimonianze di D'Annunzio, Pescara vecchia alla fine dell'800, malgrado le nuove opere di bonifica e modernizzazione dei trasporti e degli edifici, conservava ancora un vago aspetto dell'antica fortezza, e resistevano ancora i bastioni di San Giacomo, San Vitale e San Nicola. Successivamente venne aperto verso il parco della Pineta il moderno viale Umberto I (oggi viale D'Annunzio), che si collegava mediante il ponte ferrato a nord con la Stazione vecchia di Pescara Centrale, che stava nel comune di Castellammare, mentre il viale Marconi, aperto sempre dalla pineta, attraversava orizzontalmente la fortezza, giungendo nella zona del vecchio castello o bastione San Cristoforo in Piazza Unione (ex piazza del Ponte), e mediante il ponte, si collegava a nord con Castellammare lungo il corso Vittorio Emanuele.

L'OttocentoModifica

Fino al 1806 l'Abruzzo rimase sotto il governo francese, stavolta da parte della famiglia di Napoleone Bonaparte. Non fu un periodo particolarmente felice, visto il clima di alta tensione dell'assolutismo francese contro le prime manifestazioni della carboneria e degli ideali repubblicani. Ad esempio Chieti, principale città della provincia Citeriore, e L'Aquila, vennero militarizzate, le fortezze trasformate in carceri, vennero create le Prefetture, le Sottoprefetture, le Intendenze di Provincia e le Sottintendenze per garantire un miglior controllo amministrativo e giuridico dei circondari. Esemplare a Chieti fu la figura del generale Giuseppe Salvatore Pianell, che amministrò il controllo del corpo di polizia, mentre i principali conventi della città venivano militarizzati diventando scuole o caserme. Il simbolo della restaurazione borbonica in città fu la demolizione della chiesa di Sant'Ignazio per erigere l'attuale teatro Marrucino nel 1818, all'epoca "Real Teatro San Ferdinando".

 Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica Partenopea.
 
Il santuario della Madonna d'Appàri a Paganica in un disegno del 1875

A Napoli nel 1799 fu proclamata la Repubblica Partenopea sulla base dei principi egualitari della Rivoluzione francese. La Repubblica Partenopea ebbe vita breve, ma solo qualche anno più tardi le truppe napoleoniche si rimpossessarono del Regno di Napoli. Le amministrazioni cittadine furono riorganizzate e modernizzate: all'Aquila venne eliminata la storica suddivisione in Quarti e fece la sua comparsa, per la prima volta, la figura del "Sindaco". Successivamente, il Congresso di Vienna ristabilì gli ordinamenti precedenti e L'Aquila tornò sotto il controllo dei Borboni. Nel 1805 con le truppe di Gioacchino Murat, il Regno di Napoli e di conseguenza anche gli Abruzzi furono riconquistati dai francesi, e stavolta L'Aquila sarà pienamente acquiescente. Nel memoriale di Angelo Piccioli Barone di Carapelle Calvisio, che aderì al partito francese, si descrive l'ingresso delle truppe in città. Mentre sul Corso si trovava in una spezieria con il Marchese Quinzi, giunse un araldo a cavallo, gridando che i francesi da Cittareale erano arrivati alle porte delle mura, mentre il veterano Salomone di acquartierava con le truppe presso il Castello, mentre Francesco II di Napoli mandava un dispaccio di attaccare soltanto se in estrema necessità, poiché stavolta le truppe erano molte di più. Dato che nel dispaccio si leggeva anche il trasferimento immediato dello Stato Partenopeo in Sicilia, gli aquilani preferirono appoggiare i francesi, nel 1806 si costituì la guardia civica, anche con vigilanza dei nobili, nella speranza che al primo momento le sorti potessero volgere a loro favore come nel 1799.

Alcuni fenomeni di resistenza ai francesi ci furono, ma si trattò soltanto di alcune semplici imboscate di gente allo sbando, essendo venuto meno l'appoggio dei nobili, completamente asserviti al nuovo governo di matrice napoleonica, anche perché l'unica riforma drastica che ci fu con questo governo fu l'eversione dal feudalesimo, accolto con grande giubilo per il ceto medio. La questione del Gran Sasso fu risolta in breve con la compravendita degli appezzamenti di Monte San Franco, Assergi e Genca, mentre un primo tentativo di quotizzazione del transito delle pecore sul Tavoliere fu scelto il 21 maggio 1806, con l'eliminazione dei privilegi aragonesi. Del resto la legge non minacciava granché il pascolo e la transumanza, poiché nella relazione del 1833 del De Augustinis l'Abruzzo Ultra con le sue 500.000 pecore lungo il Tavoliere primeggiava su tutta l'Italia.

Durante il dominio francese, venne costituito il Distretto di Aquila, sciolto nel 1860, avente sede di capoluogo nell'unità amministrativa dell'Abruzzo Ultra II, mentre il I era governato da Teramo, e il Citra da Chieti.

Dal 1821 al 1848, i moti carbonariModifica

 
Gabriele Rossetti, poeta vastese
  • Carboneria a Chieti: riguardo la Carboneria che si formò in Italia dopo l'immediata restaurazione borbonica, anche Chieti ebbe la sua cellula comandata da Pietro Giuseppe Briot[229]. Nato nel 1771 da famiglia agiata, Briot si lasciò coinvolgere dalla rivoluzione francese del 1789, fu spettatore a Parigi del colpo di Stato giacobino, studiò i classici illuministi di Montesquieu e Rousseau. Nel 1806,l con l'occupazione napoleonica del regno di Napoli, a Briot venne dato l'incarico di amministrare la provincia teatina dell'Abruzzo Citeriore. A Chieti strinse legami con il fiore della cultura locale, e nel trasferire le leggi del nuovo regime, Briot trovò l'ostilità del decurionato civico per la fondazione di un giornale giudicato troppo liberale. Inoltre fondò una loggia massonica, i cui ideali vennero ripresi in Calabria e poi in tutto il regno. Oltre ad aver fondato la carboneria teatina, Briot tentò di migliorare le condizioni pubbliche con l'istituzione di scuole civili, opere di carità lavori vari.
 
Raffaele Mezzanotte

Dopo i fatti del 1821, a Chieti si tornò nella tranquillità, con la continuazione della'opera di storiografia e filologia, come dimostra la fondazione del giornale "Filologia abruzzese" di Pasquale De Virgiliis, a cui parteciparono Clemente De Caesaris, Giuseppe Devincenzi, Pasquale Liberatore, Angelo Camillo De Meis, Melchiorre Delfico, Silvio e Bertrando Spaventa. Dal punto di vista risorgimentale, a Chieti passarono alcuni patrioti che nei periodici appoggiavano la causa unificatrice, come Carlo Madonna di Lanciano, Cesare De Horatiis di Furci e Gian Vincenzo Pellicciotti di Gessopalena.

  • Carboneria a Vasto: agli inizi dell'800 la Carboneria era presente in città col nome "Vendita dei Filantropi Istoniesi". Gli affiliati si riunivano inizialmente nel sotterraneo del Portone Panzotte, dietro la chiesa di Santa Maria Maggiore, nel 1811 passarono al convento di Santo Spirito, poi a quello di San Francesco d'Assisi in Sant'Antonio e indine nei sotterranei di Palazzo d'Avalos, nel 1820, quando era a capo della compagnia don Romualdo Casilli. Con le repressioni di Ferdinando I delle Due Sicilie, la carboneria vastese ebbe subito fine, ma si ripresentò nel movimento della "Giovine Italia" di Mazzini nel 1848, con una cellula capitanata da Gaetano Crisci. Nel 1845 i patrioti vennero scoperti e denunciati come cospiratori, portati a Napoli furono processati, ma graziati per via di Roberto Betti di Vasto, in quel periodo intendente di Reggio Calabria. Tuttavia vasto scoppiò un fermento popolare contro la Corona, e ci furono vari disordini, tanto che il 16 novembre 1847 furono mandati 1000 uomini del colonnello Cutrofiano. Anche la notizia della concessione della Costituzione da parte di Ferdinando II delle Due Sicilie fu ben accolto a Vasto con dimostrazioni, che però esplosero in rivolta subito dopo che il re l'abrogò.
 
Palazzo dell'Esposizione o "L'Emiciclo" a L'Aquila, edificato dal Waldis nel 1888 e sede attuale del Consiglio Regionale dell'Abruzzo
  • Il Quarantotto aquilano: benché negli anni '20 dell'800 in Abruzzo ci siano state cellule della "carboneria" e moti mazziniani capeggiati da Clemente De Caesaris a Penne (1827), o incontri segreti a Chieti o a Vasto, la nobiltà aquilana e l'amministrazione municipale accettarono sempre più senza opporre resistenza gli eventi politici di Napoli. Nel 1821 presso la città si combatté la battaglia di Antrodoco degli insorti mazziniani, mentre intorno al 1841 circolava un giornale detto "Riforma della Giovine Italia", ispirato ai principi di Mazzini. Nel 1833, come a Penne, ci fu un tentativo di sollevazione armata popolare capeggiato dal patrizio Luigi Falconi, immediatamente soffocato.
    Dopo il 1841 si costituì una coalizione di gentiluomini quali Giacomo Dragonetti, Giuseppe Cappa e Pietro Marelli[230], che più che il desiderio di riunire l'Italia, intendevano modificare delle riforme come l'abolizione dei pesi fiscali o la diminuzione del prezzo del sale. La sommossa fagocitata dai loro promotori scoppiò l'8 settembre 1841. La rivolta però fu subito sedata, e mentre i nobili che vi parteciparono furono sanzionati con una pena di denaro da pagare, gli insorti popolari furono imprigionati o uccisi.

Nel 1848 fu mandato in città l'intendente Mariano d'Ayala, accolto festosamente dai cittadini, al grido di "Viva il Re! Abbasso la costituzione!". Il malcontento popolare era reso soprattutto dal fatto della mancata quotizzazione delle terre, per via della resistenza dei baroni, dopo l'eversione dal feudalesimo, con privatizzazione di intere montagne della conca aquilana. Il commissario d'Ayala represse dei moti di Pratola Peligna, e garantì un breve periodo di pace nel clima politico cittadino, fino al 27 maggio, quando il Ministro degli Interni Bozzelli inviò al commissario un dispaccio con l'ordine di rieleggere i deputati del Municipio. Il d'Ayala si ribellò, volendo egli stessi assumere il comando del governo, e chiamò a raccolta alcuni nobili che aspiravano alla carica di deputati, ma il tutto finì con la repressione dell'esercito borbonico.
Da questo momento in poi, la parola d'ordine dei i cittadini più in vista fu la gattopardesca acquiescenza per la stabilità amministrativa ed economica. Nel campo letterario culturale in questo periodo si distinse il filosofo d'ispirazione murattiana Giacinto Dragonetti, che istituì una personale biblioteca pubblica, dove si conservava la prima edizione dell’Enciclopedia di Diderot[231].

  • Carboneria marsicana: tutto iniziò a Pescasseroli con l'ex murattiano don Pietrantonio Sipari. Raggruppò una compagnia di 128 affiliati, facendo disegnare l'emblema del drago ucciso da colpi di lancia di un cavaliere. Il Gran Maestro era Gialloreto Tomassetti, cui si affiancarono altri personaggi influenti della Marsica, come lo stesso sindaco di Pescasseroli. Costoro riuscirono per l'Abruzzo Ulteriore a far eleggere i deputati Antonio Ferrante, Giuseppe Coletti, Vincenzo Mancini, il ricco don Francesco Saverio Incarnati e Giampietro Tabassi, per abolire le vecchie leggi come il maiorasco, diminuendo anche il dazio sul sale, abrogando l'ergastolo. Furono avviati i primi lavori della strada rotabile Paterno-Tagliacozzo. Questi tentativi di svecchiamento durarono sino al 29 gennaio 1821, quando per le sommosse in Sicilia, tornò in vigore la Costituzione concessa da Ferdinando I. Ad Avezzano fu eletto un governo straordinario presieduto da filoborbonici come Federico Guarini, che ostacolarono i progetti della carboneria, e scatenando la rivolta popolare. Guarini abbandonò la città per non essere ucciso, mentre l'esercito costituzionale, per arrestare definitivamente il movimento "giacobino" carbonaro, dovette combattere la battaglia di Antrodoco il 7 marzo, quando le truppe austriache di Giovanni Filippo Frimont entrarono dapprima a L'Aquila, poi nella Marsica costringendo carbonari alla fuga. Con l'occupazione di Avezzano, tornò il sistema di governo borbonico.

Il sacrificio dei Martiri Pennesi (1837)Modifica

 
Monumento ai Martiri Pennesi in Piazza XX Settembre.

L'Ottocento abruzzese, come nel resto dell'Italia, fu segnato principalmente dai rivolgimenti politici che si ebbero nel Regno delle Due Sicilie, quando dopo il 1815 andò in mano a Ferdinando I. Nei primi anni dell'800, l'Abruzzo restò ancora in mano ai francesi di Giuseppe Bonaparte nel 1806, che ridisegnò l'amministrazione geografica e dei capoluoghi della regione. Negli anni seguenti s'installò la carboneria nelle principali città, che gettava le basi per il movimento di Giuseppe Mazzini del 1848, e più avanti per il Risorgimento. Un caso particolarmente eclatante del risorgimento abruzzese è l'episodio dei Martiri Pennesi.

Penne nel corso dell'800, durante la secolare appartenenza al Regno di Napoli (divenuto poi Regno delle due Sicilie nel 1816), capoluogo di Distretto fino al 1837. In quest'anno avvenne la rivolta popolare dei "martiri Pennesi", fagocitata dall'anarchico intellettuale Clemente De Caesaris (1810-1837). I De Caesaris erano una famiglia molto nota penne, malgrado navigassero in cattive acque, poiché nel 1814 già il palazzo familiare era sede di incontri clandestini dei "carbonari". Nel 1837 Clemente infiammò il popolo con una serie di orazioni, come la famosa "Epistola al popolo", in cui diceva: i Re, i Signori, i ricchi si sono / divisi fra loro la terra, / inventando due tremende / parole, il mio e il tuo; / siepe di ferro fra te e i tuoi bisogni. / Nessuno ha diritto al superfluo / fino a che vi sarà un sol uomo / che manchi del necessario. Insieme ai Mazziniani, Clemente scatenò il moto il 23 luglio insieme a Domenico De Caesaris, che riuscì a fuggire dopo la repressione dell'esercito. Gli insorti furono processati a Teramo, 8 di loro furono fucilati il 21 settembre[232]. In ricordo dell'esecuzione a Penne nel 1913 verrà eretto un monumento commemorativo in Piazza XX Settembre, ad opera di Pasquale Morgante. Clemente venne arrestato il 7 marzo 1838 e tradotto nelle carceri di Teramo, dove scrisse poesie e lettere, con l'accusa di complicità con lo zio Domenico e il padre Nicola, subendo un processo per il quale scrisse una perduta Autodifesa. A Penne i cittadini, sebbene da una parte fosse ancora evidente il tipico sentimento secolare di ribellione popolare al potere, dall'altra si considerarono i De Caesaris come una famiglia maledetta. Clemente fu assolto, esiliato a Chieti, e nel 1848 con i moti italiani, organizzò una nuova rivolta, venendo arrestato nel 1849 col padre, lo zio, il cugino, con la nonna, la madre e la zia, infine condotto nel bagno penale di Pescara il 29 novembre 1850, condannato a otto anni insieme al cugino Antonio.

In vista dell'Unità d'Italia, Clemente riuscì a espugnare il forte pescarese senza spargimento di sangue, corrompendo con l'oro alcuni soldati, aprendo così la strada a Vittorio Emanuele II, che era in visita negli Abruzzi nel 1860, prima a Chieti e poi a Pescara. De Caesaris si conquistò le simpatie anche di Giuseppe Garibaldi, che lo definì "Prodittatore dei tre Abruzzi", con poteri assoluti; nel 1861 fu eletto deputato, ma si dimise. Intanto Penne entrò nel 1860 nel nuovo Regno Italiano, perdendo però il potere sul distretto francese dell'Abruzzo Ulteriore I, e venendo accorpata alla provincia di Teramo.

Il Risorgimento del 1861Modifica

 
Veduta di Chieti dalla villa comunale nel tardo '800

L'Abruzzo alla vigilia dell'Unità d'Italia del 1861, partecipò attivamente alla causa unificatrice, con poche dissidenze, se non quelle dei nobili e dei priori e dei vescovi. Già a L'Aquila il 20 novembre 1860 Giuseppe Mazzini stesso fu ospitato nel convento di San Giuseppe dei Minimi, e per la sua posizione di frontiera, secondo il patriota, avrebbe ricoperto un punto d'importanza strategica per le rivendicazioni unitarie. Le dimostrazioni a favore furono soprattutto popolari, e iniziarono tra il 1859 e il 1860 nelle principali città di Chieti, Lanciano, Vasto, Teramo.

Durante il Risorgimento (1860), dal punto di vista politico, Raffaele Mezzanotte appoggiò la causa sabauda, divenendo una figura di spicco nella battaglia per l'indipendenza italiana. Anche Federico Salomone ebbe il suo ruolo, e si arruolò nel 1860 tra le Camicie rosse garibaldine. Tuttavia molti teatini si unirono al fronte di opposizione all'invasione sabauda. Da una parte gli intellettuali borghesi salutavano festosamente il realizzarsi della causa unificatrice, mentre da parte della storica nobiltà c'era avversione profonda e legame tenace con la Casa Borbone. Il 18 ottobre 1860 il re Vittorio Emanuele II passò a Chieti in visita per il Regno, per incontrare a Teano Giuseppe Garibaldi. Vittorio Emanuele si fermò prima Giulianova, poi Castellammare Adriatico (Pescara), dopo esser passato da Chieti. Lì incontrò i liberali Giovanni e Giuseppe De Sanctis, monsignor Ricciardone vescovo di Penne. Il signor Dorinda dal suo palazzo sventolò il tricolore, appoggiato dai baroni Tabassi, ai fratelli Auriti, Filibero De Laurentiis, Decoroso Sigismondi, Raffaele Olivieri e Raffaele De Novellis. La cittadinanza accolse festosamente il re a cavallo, tappezzando i muri con le poesia del Pellicciotti, Vittorio Emanuele fu ricevuto al Palazzo d'Intendenza e dormì a Palazzo de Mayo. Il giorno dopo scese verso Sulmona percorrendo a piedi via Colonnetta, per ripartire dalla stazione dello Scalo.

 
Luigi De Crecchio, patriota lancianese durante il Risorgimento

Nel 1861 Chieti fu ricompensata con l'inaugurazione del primo liceo classico abruzzese presso il monastero di San Domenico: il Real Liceo "Giambattista Vico". Presso piazza Garibaldi fu costruita una nuova caserma per l'artiglieria dei carabinieri, la caserma "Vittorio Emanuele", successivamente intitolata a Francesco Spinucci. L'attività dell'erudizione continuò con i fratelli Spaventa, Camillo Masci, Angelo De Meis, Pietro Saraceni, mentre anche Chieti fu toccata nell'immediato dopo Unità dal fenomeno del brigantaggio. Presso Porta Reale (o Porta 'Mbisa) venivano eseguite le esecuzioni capitali. Nel 1869 alcuni briganti della "banda della Maiella", vennero decapitati a colpi di scure, e successivamente fu approvato l'uso della ghigliottina. L'erudizione continuò con esponenti di grande pregio al livello nazionale, come Gabriele d'Annunzio, che fece la conoscenza di Edoardo Scarfoglio e Costantino Barbella, Giuseppe Mezzanotte, Cesare De Lollis.
Il sovrano Vittorio Emanuele attraversò gran parte dell'Abruzzo a cavallo, da Teramo a Giulianova, da Sulmona a Chieti a Pescara e Vasto. Nella città di Lanciano si costituì un gruppo di intellettuali attorno al giornale pro-unità detto "La Majella", ed erano Raffaele Liberatore, Luigi De Crecchio, Silvio Spaventa, Carlo Tommasino, Francesco Masciangelo e Carlo Madonna. La città seguì con partecipazione le imprese di Giuseppe Garibaldi, e quando egli entrò a Napoli l'8 settembre 1860, un plebiscito in piazza votò la mozione di unione al nuovo regno. Altri intellettuali locali che si distinsero, andando a combattere anche con Garibaldi stesso, furono Nicodemo Bomba, Filippo Sbetico, Giacomo De Crecchio.

Alcuni sostengono che Vasto sia stata la prima città d'Abruzzo a votare a favore dell'entrata nel nuovo regno, con una festosa dimostrazione dell'11 agosto, alla notizia dell'entrata di Garibaldi a Reggio Calabria. Il plebiscito popolare fu organizzato dal magistrato Silvio Ciccarone, che occupò il palazzo municipale il 4 settembre, dichiarando decaduta la monarchia borbonica, e istituendo il plebiscito.

L'assedio di Civitella del Tronto del 1861Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Civitella del Tronto.
 
Entrata superiore alla fortezza di Civitella

Malgrado gli abruzzesi in maggioranza fossero favorevoli, l'esercito borbonico, che aveva il suo ultimo presidio, a confine con le Marche a Civitella del Tronto, decise per la resistenza ad oltranza. Il 15 ottobre 1860 le truppe del generale Enrico Cialdini entrarono nel Regno, il Maggiore Luigi Ascione dichiarò lo stato d'assedio. Nel novembre del 1860 le truppe savoiarde circondarono la fortezza e cominciò l'attacco. Il 6 dicembre fu ordinato lo sgombero coatto di tutti i cittadini, mentre la fortezza con soli 530 uomini continuava a resistere. Nel gennaio 1861 il generale Pinelli, incapace di prendere Civitella, si sfogò sulla popolazione con razzie e arresti. Mentre il 13 febbraio capitolava la fortezza di Gaeta con Francesco II, Civitella continuava a mantenere intatto il suo presidio, suscitando un caso nazionale, avendo eco anche all'estero, suscitando le simpatie di Maria Sofia di Baviera. Il 17 maggio venne dichiarato il nuovo regno d'Italia con sovrano Vittorio Emanuele II, ma Civitella ancora non capitolava, finché lo stesso Francesco II delle Due Sicilie non inviò un documento in cui si intimava la resa, e così gli assediati furono catturati, alcuni uccisi, altri deportati al forte di Fenestrelle. Il 22 marzo 1861 il ministro della guardia piemontese Manfredo Fanti procedette a una sorta di "damnatio memoriae", facendo distruggere il fortino militare della cima del complesso fortificato, insieme alle torri di controllo.

Cambiamenti amministrativi geografici nell'OttocentoModifica

 
Carta della Marsica nell'Historia Marsorum di Muzio Febonio (1678)
 Lo stesso argomento in dettaglio: Variazioni territoriali e amministrative di Abruzzi e Molise.

Già al tempo della costituzione del Regno di Napoli nel XIII secolo, e poi di quello delle Due Sicilie nel XIX secolo, il territorio abruzzese era legato a parte di quello molisano, in virtù degli antichi confini della province della Regio IV Samnium definita da Augusto, e poi ridimensionata da Diocleziano. L'Abruzzo vero e proprio si definì con la Casa di Svevia, Federico II creò il Giustizierato nel 1233 con capitale Sulmona, e nel 1273 esso fu diviso da Carlo I d'Angiò in Abruzzo Ultra I, Abruzzo Ultra II (o Abruzzi Ulteriori) e l'Abruzzo Citra. Quest'ultimo aveva capoluogo Chieti, e città principali Lanciano, Ortona e Vasto, insieme ad Atessa, Guardiagrele, avendo come confine il sud del Pescara verso l'Abruzzo Ultra I, e a sud con il Contado di Molise il fiume Trigno. La fortezza di Pescara sino al XVI secolo fece parte del comune di Chieti, fino a quando Carlo V non concesse il dominio alla famiglia d'Avalos del Vasto.

Dell'Abruzzo Citeriore faceva parte anche parte del contado molisano, tranne però l'Alto Molise di Isernia e neanche l'Alto Volturno di Castel San Vincenzo e le sue Mainarde. L'Abruzzo Ulteriore I si trovava a nord del Pescara, e comprendeva l'attuale provincia di Teramo, inclusa l'area vestina di Penne, Città Sant'Angelo e Loreto Aprutino, e confinava a sud-ovest con l'Abruzzo Ulteriore II, con capoluogo L'Aquila, e città di Sulmona, Avezzano e Castel di Sangro.
Nel 1806 il nuovo ordinamento amministrativo di Giuseppe Bonaparte, che scorporò in due gli Abruzzi Ulteriori, affidando i capoluoghi a Teramo e L'Aquila, e creando dei nuovi distretti con relativi capoluoghi all'interno dei tre Abruzzi: mettendo a capo di essi Avezzano, Lanciano, Sulmona, Vasto, Ortona, Penne, Città Sant'Angelo, e sottoponendo ad essi l'amministrazione di "circondari", dotati di un centro sede del municipio, che faceva le veci amministrative dei piccoli centri compresi nel circondario stesso.

L'Aquila fu riconosciuta ufficialmente nel 1863 capoluogo d'Abruzzo, il Contado di Molise venne scorporato costituendo una micro-regione dipendente dall'ex Abruzzo Citeriore, con capoluogo Campobasso, mentre parte della zona sud, come Venafro e Bojano con i relativi piccoli centri attorno del Matese, venne inclusa nella Terra di Lavoro. Questa macro-regione non aveva un ordinamento giuridico-amministrativo ben definito, e la città che più la rappresentava era Benevento, seguita da Caserta. Un'altra consistente parte dell'Abruzzo Ulteriore II, oggi perduta per le leggi del 1927, era il circondario di Cittaducale che comprendeva una buona parte dei comuni della provincia di Rieti, ancora inesistente sino al 1927, insieme ad altri centri più a sud, che confinavano con la Marsica, come Borgorose e Antrodoco.

I distretti e i circondari vennero aboliti nel 1861, e vennero istituiti vari comuni che prima erano soltanto frazioni, mentre l'ordinamento amministrativo veniva ripartito in tre province: L'Aquila, Teramo e Chieti, nonostante ci fossero state delle pressioni da parte di Sulmona e Avezzano con plebisciti per avere un quarto capoluogo. Questo quarto capoluogo arriverà nel 1927 con la creazione del comune unico di Pescara, che divenne capo di una provincia autonoma, che accorpò parte del territorio teatino di Spoltore, Cepagatti e San Valentino in Abruzzo Citeriore, parte di quello aquilano di Popoli e Bussi sul Tirino, e quello teramano di Montesilvano Marina, Penne, Città Sant'Angelo e Loreto Aprutino. Intanto vennero ridefiniti i confini col Molise, sulla costa con il centro di San Salvo, mentre sulle montagne con Trivento, Castiglione Messer Marino e Agnone, che passarono a Campobasso.

Il brigantaggio abruzzeseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Brigantaggio postunitario.
Il brigante Cuculetto da Penne

Si tratta di un caso unico in Abruzzo, riguardo il fenomeno del brigantaggio postunitario. Cuculetto, vero nome Emidio d'Angelo, nato nel 1843, di famiglia povera e ladra. Il 29 agosto 1864 il vescovo di Penne Monsignor Simonetti commissionò al ventunenne Cuculetto l'omicidio del nobile Francesco Di Giovanni. Per questo il giovane Emidio fu arrestato e trasferito nel carcere fortezza di Gaeta, da dove evase nel 1873. La sua intenzione era ben chiara, minacciare, terrorizzare e infine uccide colui che l'aveva fatto arrestare e tenere prigioniero per dieci anni. Dopo una serie di rapimenti e omicidi, svolti con imboscate nei campi e nei boschi nella tipica maniera dei briganti che combattevano contro l'esercito piemontese per la causa borbonica, il 25 novembre Cuculetto sorprese il priore Simonetti e lo finì a colpi di scure.
L'omicidio fece scalpore nel mondo ecclesiastico e fu indetta una caccia all'uomo per catturare Cuculetto, che infine venne preso nel paese di Loreto Aprutino, poco distante da Penne. Nonostante fosse stato condannato, alla fine per problemi di salute dati dalla vecchiaia, Cuculetto venne liberato e morì a tarda età nel monastero di Santa Chiara a Penne nel 1925. Malgrado la sua vita peccaminosa, fu sempre rispettato e accolto con gioia dalla gente che lo avvicinava.

  • La Banda della Majella: nonostante i primi clamori di gioia per far parte del nuovo Regno Unito, anche in Abruzzo si fecero evidenti i segni del malcontento popolare per la crisi economica. E presto anche la valle Peligna venne funestata dal fenomeno del brigantaggio postunitario; anzi ne divenne uno dei covi principali presso la montagna Majella, dove si costituì la "banda della Maiella"[233]. Nel 1861 una banda di oltre 50 membri imperversò nell'Abruzzo Citeriore, da Caramanico Terme a Guardiagrele, da Palena a Salle, da Pereto a Roccacasale. La comitiva brigantesca suscitò panico tra la popolazione, poiché le imboscate erano frequenti, con saccheggio del bestiame, sequestri di persona, estorsioni e omicidi isolati, ma raccolse anche l'adesione di scontenti braccianti del contado. A Sulmona si crearono barricate difensive presso le mura, che venne rifortificate, e ripristinando per un momento Porta Sant'Agostino all'ingresso della città. I briganti più noti della zona furono Domenico Valeri alias Cannone e Croce di Tola, i quali insieme ai loro accoliti trovavano facile rifugio nelle cave e nelle gole della Majella, dove spartire il bottino dopo le razzie.
    Tra i briganti più temuti nel 1861 c'era Antonio La Vella di Sulmona, che capitanava la "banda dei Sulmontini", che operò solamente nella valle Peligna, fino al Bosco di Sant'Antonio di Pescocostanzo, e non superò i 30 elementi. Attivissima fu la banda degli Introdacquesi, che aveva rifugio sul Monte Plaia, e presso Scanno, capeggiata da Pasquale Mancini, il quale con Luca da Caramanico emerse tra le fila dei carcerati latitanti, insieme agli sbandati dell'esercito borbonico. Nei dintorni di Pacentro, Roccacasale, Pratola Peligna e Popoli si compivano svariati omicidi, sequestri di persona, e il bandito più famoso di queste bande fu Primiano Marcucci di Campo di Giove, preso e ucciso nel 1866, che portò le sue scorribande fino ai confini di Chieti e del Molise di Venafro. Vincenzo Tamburrini, nel circondario di Sulmona, non compì omicidi, ma solo ruberie, e si fece beffe dei carabinieri presentandosi in vari travestimenti. La banda più longeva fu quella di Croce di Tola da Roccaraso, sciolta nel 1871 per cattura del capo, fucilato l'anno seguente. La repressione avvenne per via dell'esercito piemontese, anche se fu faticosa e dura alle pendici della Majella, dove venne costruito un piccolo fortino del Blockhaus, sopra il monte di Pretoro. In questa zona, al confine con Caramanico Terme e Serramonacesca, i banditi scolpirono la cosiddetta "tavola dei briganti" sul calcare della Majella, che recita: Leggete la mia memoria per i cari lettori. Nel 1820 nacque Vittorio Emanuele Re d'Italia. Prima era il regno dei fiori, ora è il regno della miseria[234], con una serie di nomi degli affiliati alle varie bande.
  • Il brigantaggio frentano: ebbe i massimi focolari nelle campagne tra Lanciano, Atessa e Paglieta. Dopo l'annessione del Regno di Napoli all'Italia nel 1861, Atessa divenne un comune prevalentemente legato alla vicina Lanciano. Già prima del 1861 anche ad Atessa si ebbero piccoli focolai di ribellione ai Borbone, con circoli di carbonari, che presero parte ai moti del 1821 e del 1848, partecipando attivamente e intellettualmente alle riunioni dei giornali che si tenevano a Vasto e Lanciano. Attività principale fu l'agricoltura. Nel periodo fascista Atessa fu accorpata a Lanciano con un podestà.
    Dopo il processo di unificazione però Atessa fu funestata dal fenomeno del brigantaggio postunitario, i cui massimi esponenti furono Domenico Valerio, Policarpo Romagnoli, Giuseppe Delle Donne, Luzio Colonna[235]. Il fenomeno ad Atessa iniziò nel 1866 con sequestri di persona, minacce, ricatti, devastazione dei campi, furti di cibo e animali. A differenza degli sbandati della Marsica e della Majella, che combattevano per un ideale irrealizzabile di ritorno dei Borboni, il brigantaggio di Atessa si caratterizzò per l'eccessiva e gratuita ferocia dei banditi, contro la popolazione inerme dei casali di campagna, con rapine, estorsioni, minacce e omicidi in agguati nella campagna. La popolazione nel 1863 reagì con violenza, data l'inefficienza del corpo di guardia di Lanciano, ed esemplare è stata l'uccisione del brigante Gennaro detto "il Milanese" a Paglieta.

Lo sviluppo industriale e intellettuale, il Cenacolo MichettianoModifica

Nonostante in Italia nell'immediata dopo unità ci furono fenomeni di risentimento verso il nuovo governo piemontese, in Abruzzo vennero messi in pratica importanti interventi di miglioramento della qualità della vita, di riforme agrarie e di migliorie sulle principali strade e vie di comunicazione. Nel 1878 venne inaugurata la stazione dell'Aquila con rete ferroviaria che portava a Sulmona e Avezzano, e a nord a Terni, nel 1863 era stata già inaugurata la stazione di Pescara centrale, in collegamento con gli scali di Giulianova e Ortona. Nel 1875 il Principe Alessandro Torlonia da Avezzano mise in pratica il progetto mastodontico di prosciugamento del lago Fucino per ricavare grossi ettari di terra per dare lavoro alla popolazione, dato che la pesca non era più redditizia.
Da qui nacquero anche le prime fabbriche, come lo zuccherificio di Avezzano, lanifici moderni a Sulmona, insieme alla storica fabbrica di confetti "Cav. Mario Pelino" (la prima bottega risaliva al 1783), impianti vari a Pescara sulla sponda del fiume, ed a Chieti Scalo.

 
Vanga e latte (1884) di Teofilo Patini da Castel di Sangro

Nell'ambito dei questi primi interventi di modernizzazione dell'Abruzzo, nella seconda metà dell'800 sorse un florido movimento culturale che abbracciava i principali settori della letteratura, della pittura, della scultura e della musica, rappresentati principalmente dagli intellettuali della costa adriatica: rispettivamente da Gabriele d'Annunzio, Edoardo Scarfoglio, Costantino Barbella, Benedetto Croce, Francesco Paolo Michetti e Francesco Paolo Tosti. Il Michetti si trasferì da Tocco di Casauria a Francavilla al Mare, seguendo le orme del pittore castellino Teofilo Patini riguardo l'espressionismo e il naturalismo abruzzese. Benché oggi il gruppo di artisti del "cenacolo michettiano-dannunziano" di Francavilla-Pescara sia il più noto della regione, nella seconda metà dell'Ottocento e all'inizio del Novecento il pittore Teofilo Patini di Castel di Sangro fu il primo grande rappresentante del naturalismo-realismo alla Courbet, dipingendo paesaggi aspri e genti povere delle montagne dell'Alto Sangro e dell'Aquila, dove lavorò soprattutto. Tra le sue tele si ricordano il "trittico sociale" di Vanga e latte (1884), L'erede (1885) Bestie da soma (1886). Secondo alcuni per la crudezza e la schiettezza dei soggetti e dei paesaggi ritratti, il Patini ispirò lo scrittore Ignazio Silone per i personaggi della Marsica in Fontamara (1933).

 
Il pittore Francesco Paolo Michetti

A proposito della Marsica, nel paese di Civita d'Antino nella metà dell'Ottocento il pittore danese Kristian Zahrtmann durante i suoi viaggi in Italia giungendo nella Marsica, trovò la sua "arcadia". Il ritmo monotono ma vitale delle genti, la scansione ciclica dei compiti, del lavoro della terra, attrassero particolarmente l'attenzione del pittore, tanto che per trent'anni vi trascorse l'estate presso la famiglia Cerroni, fondando una scuola estiva per artisti scandinavi. Ciò aumentò notevolmente il prestigio della terra marsicana, da secoli in preda al controllo dei vari signorotti, dove l'arte e l'erudizione era un vezzo fine a sé stesso per le classi aristocratiche, con argomento prettamente incentrato sul diritto o sulla storiografia, anziché sperimentare nuove forme di ricerca, come accadde per lo Zarthmann, e pittori seguaci, che parteciparono al circolo culturale di Civita d'Antino.
La Marsica, l'alto Sangro e la valle di Sulmona all'inizio dell'Ottocento erano state ritratte anche dallo scrittore inglese Edward Lear, autore di bozzetti e disegni di paesaggi abruzzesi per un diario personale scritto con le memorie di questo viaggio negli Abruzzi, che trovò i borghi particolarmente interessanti, soprattutto la Torre Febonio di Trasacco e il castello Piccolomini di Celano, che si affacciava sul lago Fucino.

Tornano al circolo di Francavilla, il Michetti comperò intorno al 1877 il convento di Santa Maria del Gesù, oggi "convento Michetti, sede del suo atelier e del cenacolo culturale con vari artisti, e prima di intrecciare rapporti con D'Annunzio, fu intimo del compositore ortonese Francesco Paolo Tosti. Nel 1884 fu sopite del convento anche Matilde Serao, giornalista napoletana moglie di Scarfoglio; nel 1882 Francavilla era stata già immortalata nella sua indole selvaggia e naturalisticamente sincera da D'Annunzio nella raccolta Canto novo, e il poeta descriverà questi ambienti e anche l'antica Pescara anche nelle raccolte di prose successive, come Terra vergine, Il libro delle vergini e San Pantaleone, dove insieme allo scrittore Giuseppe Mezzanotte, canalizzò il naturalismo verghiano in quello abruzzese, descrivendo lo stile di vita aspro e duro, ma sincero e affascinante dei pescatori e dei contadini locali. D'Annunzio nel convento di Michetti realizzò anche i romanzi Il piacere (1889) e Il trionfo della morte (1894), quest'ultimo ispirato a una vicenda vissuta in prima persona, insieme a Michetti e Tosti riguardo il pellegrinaggio macabro al santuario dei Miracolo di Casalbordino, esperienza immortalata da Michetti anche ne Il voto, benché riguardi la venerazione di San Pantaleone nel comune di Miglianico (CH).

Lo stesso D'Annunzio tornerà a parlare dell'Abruzzo all'inizio del Novecento, con le due tragedie La figlia di Jorio (1904) e La fiaccola sotto il moggio (1905), la prima ambientata nella grotta del Cavallone di Lama dei Peligni, la seconda nel castello dei Sangro ad Anversa degli Abruzzi. La prima tragedia intende rappresentare l'atto finale d'amore del poeta per la rappresentazione di quell'Abruzzo selvaggio, pastorale, antico e misterioso, le cui tradizioni culturali sono una mescolanza solida tra pagano e cristiano, tra tradizionale mitezza e propensione ai propri doveri e improvvisa selvaggia ferocia vendicativa, mentre la seconda tragedia contiene il tipico sentimento decadente di D'Annunzio, rappresentato dagli ultimi membri della nobile famiglia De Sbagro, che vivono nel castello ormai diroccato, in balia del tempo, della corruzione morale, e dell'autodistruzione fisica.

 
Il voto di Michetti (1882), ritraente il pellegrinaggio al santuario di Casalbordino

A rappresentare l'Abruzzo, in quegli anni culturalmente sconosciuto, furono anche il Barbella di Chieti, con le sue sculture di stampo naturalista, le cui ispirazioni furono date dalla quotidianità popolare abruzzese, il filosofo Benedetto Croce di Pescasseroli, famoso nel Paese, ricorderà per sempre la sua terra, compilando delle monografie storiche sulla cittadina marsicana, il compositore ortonese Tosti, in compagnia di D'Annunzio scrisse molte canzoni e "romanze" con testo in dialetto scritto da D'Annunzio stesso, tra cui la celebre Ideale. A Ortona in quel periodo si formò anche il ceramista, scultore e pittore Basilio Cascella, che dette inizio a una florida dinastia, ancora oggi attiva, soprattutto a Pescara, il cui massimo discendete fu Tommaso Cascella, autore del sacrario di Andrea Bafile a Guardiagrele e dell'interno della cattedrale di San Tommaso a Ortona, e Renato Cascella realizzatore de La Nave di Pescara (1986).

Cronologia

1855: il principe Torlonia di Avezzano inizia i lavori di prosciugamento del lago del Fucino, che termina nel 1876. Il vasto campo è colonizzato dalla contrada di Borgo Quattordici, dove risiedono i braccianti per la coltivazione delle patate.

 Lo stesso argomento in dettaglio: Variazioni territoriali e amministrative di Abruzzi e Molise, Brigantaggio postunitario e Assedio di Civitella.
  • 1861 il 20 marzo: dopo duecento drammatici giorni di assedio, capitola la fortezza di Civitella del Tronto, l'ultimo baluardo borbonico a cadere contro l'esercito italiano.
 
Targa sulla casa natale di Gabriele d'Annunzio a Pescara
  • 1861 il 15 dicembre: José Borjes, generale al servizio dell'ormai decaduto regno borbonico ed ex alleato del brigante lucano Carmine Crocco, viene fucilato a Tagliacozzo nel tentativo di raggiungere il re Francesco II.
  • 1861-1870: Il peggioramento delle condizioni socio-economiche rispetto al periodo preunitario determina il fenomeno dell'emigrazione e del brigantaggio legittimista: sulla Majella viene scolpita sulla roccia la Tavola dei Briganti con l'iscrizione: Nel 1820 nacque Vittorio Emanuele re d'Italia. Prima era il regno dei fiori, oggi è il regno della miseria. Il brigantaggio inizia nel 1861, furono 1.184 i briganti uccisi solo in Abruzzo a testimonianza della dura repressione del nuovo stato unitario. I gruppi di briganti che operavano nei territori della Majella e del Morrone erano circa una decina, attivi dal 1861 al 1867, che passarono alla storia con la denominazione comune di Banda della Majella. I briganti abruzzesi più famosi erano Antonio La Vella di Sulmona, Pasquale Mancini di Pacentro detto Mercante, i fratelli Marinucci di Sulmona, Fabiano Marcucci detto Primiano di Campo di Giove, Valerio detto Cannone, e poi Colafella, Di Sciascio, Marino e Scenna.
  • 27 febbraio 1862: muore a Isola del Gran Sasso d'Italia San Gabriele dell'Addolorata, dove negli ultimi anni si era ritirato per motivi di salute. Nel convento fuori il paese si sparge la voce della sua santità, e viene presto costruito nel '900 il Santuario i San Gabriele. Nel 1974 verrà iniziata la costruzione del Santuario Nuovo, davanti quello storico.
  • 1863: nasce a Pescara Gabriele d'Annunzio.
  • 1866: nasce a Pescasseroli Benedetto Croce.
  • 1874: terremoto a L'Aquila con danni contenuti.
  • 1876: fine dei lavori di prosciugamento del lago del Fucino[236].
  • 1877: varie campagne di scavi archeologici nella Marsica e nella Conca Peligna dell'archeologo sulmonese Antonio De Nino. Importanti ritrovamenti di edifici e reperti archeologici delle popolazioni italiche Marse e Peligne.
  • 1880: sviluppo della città di Avezzano, con l'inaugurazione di campi di coltivazione di patate sulla piana del Fucino.
  • 1881: terremoto nell'Abruzzo meridionale, con epicentro vicino a Orsogna. A Lanciano il sisma è stimato nell'VIII grado della Scala Mercalli. Danni contenuti, anche se Orsogna è danneggiata.

Il Novecento: dal terremoto della Marsica alla Seconda Guerra MondialeModifica

Il terremoto della Marsica del 1915Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto della Marsica del 1915.
Immagini a confronto per comprendere la distruzione del sisma del 1915 nella Marsica: il castello Orsini-Colonna di Avezzano prima e dopo il terremoto

La Marsica, da sempre soggetta ad eventi tellurici, dopo il prosciugamento del lago Fucino nel 1878 avvenuta per volere del Principe Alessandro Raffaele Torlonia di Avezzano, aveva conosciuto un periodo di rapido sviluppo economico, che viene considerato il momento più fiorente dell'economia abruzzese dell'immediato dopo-unità, rispetto ad altri territori gravati dalla crisi economica.

Tale breve momento di sviluppo, fu troncato della devastazione del terremoto di Avezzano, ricordato nella storia come uno dei più forti d'Italia. Già nel 1904 un terremoto di grande entità, ma meno dannoso, si era verificato nella zona, poiché delle fotografie testimoniano i danni avvenuti a Magliano de' Marsi, ma il terremoto del 1915 cancellò letteralmente molti centri, come Gioia dei Marsi, Lecce nei Marsi, San Benedetto dei Marsi, Cerchio e Collarmele, distruggendo il patrimonio storico-artistico, e costringendo la popolazione a ricostruire interi centri abitati ex novo.

Il 13 gennaio 1915 il terremoto, con epicentro tra la piana del Fucino e Gioia dei Marsi (verso Sperone Vecchio), avvenne intorno alle 7:00 di mattina, con una magnitudo di 7.0 gradi della scala Richter. Le vittime furono in tutto 30.000, e più di 3 mila ad Avezzano. La città, in costante crescita economica e demografica, venne rasa al suolo, e la maggior parte della popolazione morì. Il centro storico scomparve del tutto, le chiese furono azzerate, soprattutto la collegiata di San Bartolomeo, di cui rimase in piedi solo una parte del portale, insieme a San Rocco, Santa Maria in Vico e al convento dei Cappuccini. Soltanto la chiesa di San Giovanni Decollato rimase in piedi, seppur gravemente danneggiata, mentre il palazzo Torlonia rovinava a terra con pochi avanzi rimanenti in piedi, e lo storico castello Orsini-Colonna collassò su sé stesso, perdendo buona parte delle merlature delle torri, e la parte centrale, che sprofondò insieme agli appartamenti interni. Il terremoto non coinvolse solo la piana fucense, ma si estese anche nella Valle Roveto. Gravemente danneggiate anche città laziali come Sora, Isola del Liri e Borgorose. Danni ci furono anche a Roma e nei circondari dell'Aquila e Sulmona.

Il fascismoModifica

 
Palazzo di Città a Pescara

Il fascismo si diffuse in Abruzzo nel 1922, nonostante la maggior parte della popolazione fosse di tendenze socialiste. Infatti a Teramo le elezioni del 1913 ad esempio furono vinte da Guido Celli, che tenne testa anche al pescarese Giacomo Acerbo, che fu il firmatario della legge maggioritaria del 1925. Atti di violenza squadrista furono compiuti soprattutto nella Marsica tra il 1921 e il 1922, tra Pescina, Trasacco, poi a Piano d'Orta di Bolognano e Torre de' Passeri. Il fascismo ad Avezzano riuscì ad avviare una campagna di ricostruzione rapida della città dopo il sisma del 1915, modernizzando al contempo le tecnologie d'allevamento e dell'agricoltura, facendo della piana fucense, soprattutto dal 1938 in poi, un grande laboratorio innovativo, come Mussolini si apprestava a fare nell'agro pontino a Latina, Pomezia e Sabaudia. Decisivo fu l'incontro di Mussolini ad Avezzano nel 1938 con il vescovo dei Marsi per accelerare i tempi di ricostruzione, soprattutto della nuova cattedrale. Tra i fieri oppositori al fascismo, nella Marsica figurò lo scrittore e giornalista Ignazio Silone.
Chieti fu coinvolta direttamente nella storia del fascismo abruzzese, perché nel 1926 fu teatro del processo per la morte di Giacomo Matteotti, e per questo clima di silenzio e di oscurantismo, venne definita "città della camomilla". Il 1927 fu un anno cruciale per il ridimensionamento amministrativo abruzzese perché con la volontà di Tito Acerbo e Gabriele d'Annunzio, i due storici comuni di Pescara vecchia (provincia di Chieti) e Castellammare Adriatico (provincia di Teramo) vennero uniti in un grande centro, capoluogo di provincia omonima, che incluse parte dei territori storici di Chieti, L'Aquila e Teramo.

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Fontana luminosa di Nicola D'Antino a L'Aquila

Il podestà aquilano Adelchi Serena, con regio decreto del 1927, smantellava il circondario territoriale di Cittaducale, che si univa alla neonata provincia di Rieti nel Lazio, mentre L'Aquila accorpava a sé 7 comuni, che divennero parte delle oltre 50 frazioni della valle d'Aterno, e tali ex comuni sono Bagno, Paganica, Roio Piano, Arischia, Camarda e Sassa. Il piano fu approvato al fine di rendere L'Aquila una grande area metropolitana che contasse almeno 50.000 abitanti, e il fascismo da quell'anno in poi procedette con una serie di opere pubbliche monumentali per modernizzare le strade, le città come Chieti, Pescara, Teramo e L'Aquila stessa, con la creazione di palazzi pubblici e privati, insieme a sedi amministrative.

Durante il fascismo nel 1938 Avezzano crebbe notevolmente di prestigio, e si arrivò a pensare a una quinta provincia abruzzese, che però non venne istituita anche a causa della guerra. A partire dalla fine degli anni '20 inoltre la fascia costiera teramana si sviluppò notevolmente sia per quanto riguarda l'urbanistica che per il turismo balneare. Nacquero dal nulla nuclei abitativi quali Pineto, che divenne sede amministrativa da Mutignano, Alba Adriatica, frazione di Tortoreto, Roseto degli Abruzzi, allora frazione di Montepagano, poi Silvi Marina, allora frazione di Silvi Alta, e Montesilvano Marina, frazione di Montesilvano Colle, dove venne costruita la Colonia fascista "Stella Maris". La città di Francavilla al Mare venne notevolmente potenziata con la struttura del Kursaal Sirena, e godette di fama grazie alla presenza di Francesco Paolo Michetti.
L'architettura monumentale e la scultura razionalista in Abruzzo videro i massimi esponenti in Nicola D'Antino, Cesare Bazzani e Vincenzo Pilotti, attivi a L'Aquila e Pescara, che realizzarono la Fontana luminosa, la nuova Cattedrale di San Cetteo, e i principali palazzi del Comune e della Provincia a Pescara, insieme ai vari edifici delle Poste, dell'INAIL e dell'INPS. Alcuni palazzi come quello delle Corporazioni del Commercio a Chieti o dell'Opera Nazionale Dopolavoro dimostrano una grande vivacità eclettica, il primo per l'interpretazione del medioevo romanico-abruzzese, il secondo per essere uno dei simboli dell'arte fascista abruzzese, posto all'ingresso della villa comunale.

Nella notte del 26 settembre 1933 si verificò un forte terremoto nella Majella, non distruttivo come quello del 1706, ma comunque abbastanza potente da danneggiare gran parte dei centri del versante orientale, quali Palena, Gessopalena, Lama dei Peligni. Danni vistosi ci furono anche nei paesi vestini di Pescosansonesco e Salle, già gravati dal terremoto del 1915, i cui centri franarono a valle, e fu necessario ricostruirli daccapo. Questo è l'esempio di Salle Nuova, ricostruita come una piccola Latina fascista, poiché del paese vecchio era rimasto in piedi solo il castello medievale.

Campi di internamentoModifica

L'Abruzzo nelle prime fasi della seconda guerra mondiale non fu direttamente coinvolto, se non per la presenza di campi d'internamento fascisti costruiti a partire dal 1939. Nel 1940 erano operativi oltre una decina di campi, dove venivano rinchiusi prigionieri politici, dissidenti ed ebrei, tra i più noti il Campo di Fonte d'Amore a Sulmona, il Campo dell'Aquila, il Campo della Caserma Rebeggiani a Chieti, il campo di concentramento di Avezzano, il campo di Villa Marchesani a Vasto e il campo di Villa Sorge a Lanciano. La guerra in Abruzzo iniziò con il tragico bombardamento di Pescara nell'agosto-settembre 1943, dove perirono molti civili e molti edifici della città, lungo il corso Umberto I, furono distrutti. I campi in Abruzzo furono 15, molti dei quali ancora esistenti, poiché divisi in campi di internamento per prigionieri politici di guerra e dissidenti, rinchiusi per lo più in case o palazzi scelti, e poi i campi di prigionia e di lavoro, delle vere e propri carceri provviste di casermetta e sistema di controllo, di cui si ricordano la Caserma Rebeggiani di Chieti e il campo di Fonte d'Amore a Sulmona. In tutto i campi sono:

 
Disegno della Villa Marchesani a Vasto Marina, sede del campo di prigionia
  • Campo di prigionia 21 di Chieti (Chieti Scalo)
  • Campo di concentramento di Avezzano
  • Campo di internamento nell'asilo "Principessa di Piemonte" - Chieti
  • Campo di internamento Villa Marchesani - Vasto Marina, allora Istonio
  • Campo di smistamento di Lama dei Peligni
  • Campo di internamento di Casoli - Palazzo De Vincentiis-Tilli
  • Campo di prigionia femminile Villa Sorge - Lanciano
  • Campo di prigionia per i comunisti Jugoslavi - Tollo
  • Carcere di massima sicurezza della Badia Morronese - Sulmona
  • Campo di prigionia della fortezza di Civitella del Tronto
  • Campo di concentramento 78 di Fonte d'Amore - Sulmona
  • Campo della Badia Celestina "Santa Maria di Mejulano" - Corropoli
  • Campo di internamento dei cinesi nell'ex monastero di San Gabriele dell'Addolorata - Isola del Gran Sasso
  • Campo di internamento dell'ospedale psichiatrico Sant'Antonio - Teramo
  • Campo di Notaresco
  • Campo di internamento di Tortoreto Stazione - oggi comune di Alba Adriatica
  • Campo di concentramento degli zingari - Tossicia
  • Campo di internamento dell'Hotel Campo Imperatore

Il 3 marzo 1941 il campo dell'ex abbazia di Corropoli contava 18 internati, nel corso dei mesi successivi ci furono nuovi arrivi, nell'agosto 1941 il campo aveva 64 presenze, nella maggior parte irredentisti slavi e comunisti, tra cui anche donne, successivamente trasferite. Nel 1942-43 la situazione si inasprì sia a Corropoli che negli altri campi, onde evitare che i soggetti ritenuti più sovversivi fomentassero rivolte o tentativi di fuga, e il regime si fece più aspro nelle vessazioni fisiche, nel razionamento di cibo e di acqua

Tra questi campi si ricordano:

Campo di concentramento 78 di Fonte d'Amore

Si trova nella località omonima di Sulmona, e rappresenta uno dei campi di prigionia di guerra più grandi dell'Abruzzo, nonché uno dei meglio conservati. Durante l'occupazione tedesca, Sulmona assunse un ruolo importante per la mobilità delle truppe e dei materiali bellici, per via dello snodo ferroviario delle quattro linee dirette a Roma (via Avezzano), Pescara, Napoli (via Castel di Sangro), e Terni (via L'Aquila). A poca distanza a Pratola Peligna sorgeva uno stabilimento adibito a polveriera per la fabbricazione di munizioni, e ciò risultò un buon centro di acquartieramento delle truppe, e successivamente per la cattura di prigionieri politici, e di combattenti nemici da internare in campi di lavoro, data l'asprezza del territorio del Morrone. Sulmona si trovava inoltre nei pressi della "linea Gustav" fortificata dai tedeschi da Ortona fino a Cassino, e ciò comportava il rischio di incursioni aeree degli alleati, incursione che ci fu il 30 agosto 1943 presso la stazione ferroviaria. Il campo numero 78 di Fonte d'Amore venne costruito per imprigionare i militi anglosassoni, provenienti soprattutto dalle operazioni belliche in Africa, e venne realizzato ampliando un campo di guerra già esistente per le operazioni belliche del 1915-18. Il campo di prigionia fu inaugurato nel 1940 e continuò la sua attività fino al settembre 1943, quando dopo la notizia dell'armistizio, le guardia e i gerarchi nazifascisti abbandonarono il controllo della città, permettendo l'evasione di massa dei prigionieri, che furono aiutati dai pastori e dai cittadini locali a scalare la montagna, per raggiungere le città di collina e di pianura, nonché il gruppo ribelle della "Brigata Maiella", che preparava l'attacco contro i nazisti. Tuttavia da parte dei tedeschi che avevano il comando in città ci furono vari rastrellamenti di dissidenti politici e cospiratori contro il governo nazifascista, che favorivano la fuga dei prigionieri. Il campo oggi è in abbandono, benché sia ancora conservato, ed è costituito da una grande muraglia perimetrale che cinge il campo vero e proprio con le baracche dei prigionieri molto semplice, dal tetto a spioventi, e la baracca maggiore dove c'era la sede delle massime autorità.

Campo di internamento della Caserma Rebeggiani

 
Veduta del campo di internamento di Chieti Scalo

l campo era situato dove attualmente c'è il Centro Nazionale Amministrativa dell'Arma dei Carabinieri di Chieti, ossia la Caserma Rebeggiani. I prigionieri viaggiavano in treno fino a Chieti Scalo, dove ad attenderli c'erano le guardie dell'esercito e i carabinieri, fino ad entrare nel cortile lungo due campo da calcio, circondato da perimetro in muratura alta 4 metri, sormontata da filo spinato, con ogni 200 metri delle sentinelle. Benché la capienza massima fosse di 1000 internati, al 30 settembre 1942 erano presenti 600 unità superiori tra britannici, australiani, canadesi, neozelandesi, sudafricani, francesi, americani, e pian piano venne ridotto il numero con trasferimenti, in gran parte a campo di Fonte d'Amore a Sulmona. Il campo prima delle operazioni belliche fu usato anche come prigione dei dissidenti politici e delle famiglie ebree e rom, successivamente traslati nell'asilo Principessa di Piemonte. Nonostante il clima pressante, nel campo si svolgevano attività ricreative come lo sport, la ginnastica, lezioni d'italiano, di musica e di teatro. Tra gli internati ci fu anche il giocatore di cricket Bill Bowes. Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 tra i prigionieri ci furono scene di grande gioia, e ne approfittarono per continuare l'opera segreta di scavo di ben 4 tunnel sotterranei per evadere. Infatti tra i prigionieri c'era incertezza se a Chieti sarebbero arrivati prima gli alleati o i tedeschi per rastrellare i campi abruzzesi e spostare tutti negli stalag nazisti. Nel frattempo gli ufficiali italiani che pattugliavano il campo fuggirono per il precipitare della situazione, e i prigionieri restarono a fare la guardia a loro stessi.

  • Campo femminile di Villa Sorge

La villa si trova lungo viale G. Marconi a Lanciano, era composta di 3 piani, piano terra con 4 camere, primo piano con 5 e un secondo con 3, ed era proprietà dell'avvocato Filippo Sorge. Il 15 settembre 1940 risultavano internate a Villa Sorge 49 donne ebree con 4 bambini, anche se giù 71 internate erano state già alloggiate ivi, e successivamente smistate in altri campi. Le donne internate non erano solo della città, ma anche di altre zone dell'Europa. Gran parte delle notizie sono tratte dal racconto della prigioniera Maria Eisenstein, internata n. 6, che soggiornò alla villa tra il 4 luglio e il 13 dicembre 1940, in cui spiega le varie mansioni a cui le donne erano dedite (cucinare, lavare, pulire), per poi essere smistate e trasferite in altri alloggiamenti.

Eventi principali della guerraModifica

Da quando il sovrano Vittorio Emanuele III, in fuga da Roma, prese per una notte (8-9 settembre 1943) alloggio nel castello ducale di Crecchio, la guerra penetrò ufficialmente in Abruzzo. Il giorno seguente Vittorio Emanuele con la moglie Elena del Montenegro e il figlio Principe Umberto II, partiva da Ortona su una corvetta per raggiungere Brindisi e spostare lo Stato Maggiore in Puglia, venendo raggiunto anche dal Maresciallo Badoglio, che avrebbe dovuto soggiornare a Chieti presso Palazzo Mezzanotte, che invece venne occupato dai tedeschi, divenendo il presidio militare nazista principale dell'Abruzzo meridionale.
Immediatamente i tedeschi occuparono le postazioni principali (solitamente caserme, o sedi municipali) dei centri abruzzesi, imponendo un rigido coprifuoco alla cittadinanza, l'impedimento di allontanarsi dai comuni, il sequestro libero di beni, vettovaglie, bestiame e ortaggi per il proprio fabbisogno.

 
Aereo della Royal Air Force sorvola Vasto

Quando gli americani alleati dell'VIII Armata britannica, comandata dal Generale Bernard Law Montgomery penetrò in Abruzzo dal fiume Trigno, dopo aver conquistato Termoli e Foggia, i tedeschi nell'ottobre 1943 iniziarono le opere di fortificazione delle "linee" orizzontali tracciate da un capo all'altro dell'Adriatico verso il Tirreno, per volere del Generale tedesco Albert Kesselring, nel tentativo di arrestare o rallentare in tutti i modi l'avanzata nemica verso il nord Italia, dopo lo sbarco in Sicilia. Le opere di fortificazione in Abruzzo, lungo le principali linee Bernhard Stellung, la Gustav, la Viktor, la Barbara, riguardarono lo scavare trincee in luoghi ben difesi anche dal punto di vista naturale (doline, colli, forre, gole), con l'impiego da parte di nazisti di manovalanza prelevata dai vati centri di pertinenza, spesso giovani, molti di questi si dettero alla macchia per non rischiare la vita, chi si ribellava veniva ucciso, oppure per rappresaglia venivano prese delle persone a caso nei centri e fucilate.

Le opere di fortificazione riguardarono anche la distruzione delle principali strade statali e provinciali per raggiungere i principali centri, intere zone vennero appositamente minate per arrestare i carri armati Shermann, le ferrovie vennero distrutte appositamente, nei centri case scelte vennero minate dalle fondamenta e fatte saltare in aria, come a Ortona già dai primi del dicembre 1943, per impedire il passaggio alleato, oppure per creare posizioni di attacco a sorpresa; così anche i ponti sul fiume, in primis sul Sangro, vennero fatti esplodere l'uno dopo l'altro. Le operazioni militari effettive degli alleati del Generale Montgomery contro i tedeschi asserragliati sulle linee di difesa, avvennero con l'entrata in Abruzzo al di là del Trigno. Le battaglie si consumarono dal 22 al 27 ottobre tra le fosse di Montenero, San Salvo e Cupello, mentre Vasto il 28 novembre veniva abbandonata dai tedeschi senza gravi danni. Montgomery installò un presidio a Villa Marchesani, ma continuò ad avanzare verso il Sangro, poiché i tedeschi avevano fatto saltare tutti i ponti. Montgomery si servì dell'aiuto aereo degli alleati, che bombardarono il 31 Fossacesia e i centri attigui di Mozzagrogna e Lanciano, ma solo dopo due settimane di fatica, a causa delle cattive condizioni meteo, i neozelandesi, la divisione indiana e il corpo centrale britannico, riuscirono a valicare il Sangro per occupare Mozzagrogna, Lanciano e Castelfrentano. Ma i tedeschi si erano già tatticamente ritirati sul fiume Moro, tra Orsogna e Ortona.

Tra i fatti più gravi della guerra si ricordano:

 
Il corso principale di Ortona occupato dai cannoni canadesi (1943)
  • Bombardamenti di Avezzano: la città di Celano divenne sede ospedaliera, e quindi esente dai bombardamenti aerei. Invece la frazione di Paterno subì gravi bombardamenti a causa della vicinanza ad Albe, qui i tedeschi avevano installato il quartier generale presso il vecchio castello Orsini. Il deposito bomba venne fatto saltare in aria il 10 novembre 1943, e successivamente la cittadina subì un bombardamento, che colpì anche Avezzano, danneggiandola gravemente. Altri bombardamenti alleati si ebbero dal gennaio al giugno del 1944 con una distruzione pari a oltre il 70% del patrimonio architettonico appena ricostruito dopo il sisma del 1915. Ci fu nella Marsica un gran numero di morti e feriti. Nel 1961 venne concessa al comune la Medaglia d'Argento al merito civile.
 
Bombardamento di Lanciano (1943)
  • Bombardamento di Pescara: la città subì il bombardamento alleato il 31 agosto 1943, senza che la popolazione fosse avvertita dell'attacco, e di fatti l'attacco a sorpresa alleato via aereo provocò ingentissimi danni nella zona dell'attuale Piazza Salotto (all'ora Piazza Umberto I) e del lungomare, uccidendo migliaia di persone. Il piano degli alleati, sbarcati in Sicilia e comandati da Bernard Law Montgomery, progettavano di raggiungere Pescara per poter attraversare la storica direttrice della Tiburtina Valeria per arrivare a Roma, colpendo le linee di rifornimento nemico, che da Roma arrivavano a Pescara via traffico ferroviario. Il primo bombardamento ci fu dunque il 31 agosto, e l'obiettivo non fu lo scalo ferroviario o portuale, ma il nucleo abitato stesso nella zona del Corso Umberto I e Corso Vittorio Emanuele, allo scopo di generare panico tra la folla e confusione tra i tedeschi al fine di scongiurare opere di difesa: 800 furono i morti circa, e il successivo grande bombardamento avvenne il 14 settembre, che colpì la zona di Porta Nuova e Corso Manthoné, con 900 vittime. Nonostante la folla sventolasse fazzoletti bianchi in segno di resa, gli aerei sganciarono ugualmente le loro bombe, altri bombardamenti seguenti interessarono la Stazione Centrale, colpendo un rimorchio ferroviario dove la gente si era riversata per arraffare le merci alimentari, rimanendo coinvolta in una trappola mortale. Al momento della liberazione nel giugno 1944, Pescara era in gran parte ridotta in macerie, l'ultimo spregio fu effettuato dai nazisti, quando avevano già trafugato le campane delle chiese per farne dei cannoni, e mentre la sede municipale veniva spostata nella vicina Spoltore, i tedeschi abbandonavano la città, minando il principale punto di collegamento tra Porta Nuova e Castellammare, il Ponte Littorio.
 
Palazzo Mezzanotte a Chieti, sede del comando militare tedesco
  • Chieti città aperta

La città è stata riconosciuta con la Medaglia al Valor Militare soltanto nel 2018, dato che merita degna attenzione per gli venti bellici dell'Abruzzo. La città venne immediatamente occupata dai tedeschi dopo il passaggio di Badoglio tra il 9 e l'11 settembre, il presidio militare fu installato nel Palazzo Mezzanotte affacciato sulla piazza della Cattedrale; l'arcivescovo Monsignor Giuseppe Venturi immediatamente si mobilitò per proteggere la popolazione teatina, anche perché con i vari bombardamenti americani, soprattutto di Pescara il 4 settembre, che distrussero gran parte della grande città, la popolazione iniziò a sfollare verso Chieti, insieme ad altre genti dei comuni limitrofi. Monsignor Venturi si recò varie volte a Palazzo Mezzanotte a trattare coi tedeschi, rischiando la vita anche dirigendosi personalmente in auto a Roma durante la notte, onde ottenere lo status di "città libera" a Chieti. Il 21 dicembre fu ricevuto da papa Pio XII che gli dette l'appoggio per organizzare l'accoglienza degli sfollati d'Abruzzo, ma anche delle province delle altre regioni, come Foggia, tra le più colpite dai bombardamenti alleati.

Grazie agli accordi stipulati da Venturi con il Vaticano a Chieti il podestà Alberto Gasbarri, il suo vice Giuseppe Florio, Amedeo Faggiotto e Mario Castellari, diretto generale dell'istituto di Credito organizzarono l'accoglienza insieme al monsignor Eugenio Ruffo parroco della cattedrale; la tenacia di Venturi si dimostrò salvifica per la popolazione in varie circostanze di criticità, soprattutto quando a fine dicembre del 1943 i tedeschi vollero trasferirlo in vista di un possibile bombardamento alleato, che ci fu in più occasioni, mentre venivano dichiarate alcune zone franche nel centro, come la Piazza San Giustino, Porta Sant'Anna, via Principessa di Piemonte; ben presto Chieti da circa 30.000 abitanti quadruplicò il numero di cittadini, raggiungendo la saturazione, con gente stipata nelle cantine, nelle caserme, nei sotterranei, mentre si compivano alcune operazioni di sabotaggio contro i tedeschi. Infatti i tedeschi incarcerarono presso le prigioni di San Francesco da Paola dei componenti della "banda Palombaro", un gruppo di giovani della Majella che, con l'apertura dei campi di prigionia e di lavoro da parte degli alleati di lì a poco, andranno a comporre la Brigata Maiella nel gennaio 1944.

 
Pescara bombardata, macerie in via Ravenna

Chieti raggiunse lo status ufficiale di città aperta solo il 21 marzo 1944 con decreto di Valentin Feurstein, comandanti del 51simo Corpo delle Truppe di Montagna, responsabile delle operazioni militari tedesche nel territorio teatino, prontamente inviato al Monsignor Venturi. Il 25 marzo il vescovo celebrò una solenne messa nella cattedrale, per ringraziare il Signore di quell'evento, dopo che aveva atteso nella cattedrale il responso tutta la notte del venerdì 24 marzo.

  • Battaglia di Ortona - Martiri ottobrini di Lanciano - Battaglia del Sangro: dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il re Vittorio Emanuele III, con la moglie Elena e il figlio Umberto II partirono da Roma per raggiungere Pescara in direzione di Brindisi, ma furono costretti, a causa del bombardamento di quest'ultimo e della città stessa in agosto e settembre, a ripiegare a Crecchio, presso il castello De Riseis, a poca distanza dalla città di Ortona, da dove il 10 i reali sarebbero partiti dal porto per la Puglia. Dopo la partenza del re, tutto l'Abruzzo venne immediatamente occupato dai tedeschi, e vennero effettuati dei bombardamenti inglesi onde distruggere ponti e ferrovie, in modo da tagliare i vettovagliamenti. La liberazione della regione avvenne da Vasto, con le truppe del generale inglese Bernard Law Montgomery che, risalendo da Foggia, aveva intenzione di raggiungere Pescara, da cui, mediante la via Valeria, dirigersi immediatamente a Roma. La battaglia iniziò nella valle del Trigno sotto Vasto tra il 2 e il 3 novembre, contro i guastatori della XXVI Divisione Panzer. Il 5 novembre Vasto veniva liberata da Montgomery, che proseguiva lungo la statale Adriatica per Lanciano, e poi per Ortona. Tra il 29 e il 30 novembre molti furono i bombardamenti alleati, poiché i tedeschi resistevano ad oltranza, specialmente per non perdere Lanciano. In questa città tra il 5 e il 6 ottobre dei ragazzi capitanati da Trentino La Barba si ribellarono all'occupazione nemica con un'azione armata, e vennero trucidati. Nel frattempo veniva bombardata la cittadina di Fossacesia.
 
Simbolo della Brigata Maiella

Iniziava così la "battaglia del Sangro", quando Montgomery arrivò alle foci del fiume a Fossacesia, tentando di guadare il fiume dai ponti fatti saltare in aria dai tedeschi presso le campagne di Paglieta. Montgomery alla fine riuscì facilmente presso Mozzagrogna a ricacciare i tedeschi verso la Majella, anche se non calcolò che gli altri nazisti da Lanciano ripiegarono frettolosamente verso Ortona, fortificandola in ogni maniera possibile per impedire l'arrivo a Pescara. La città adriatica divenne così il capo a mare della "linea Gustav", che terminava a Cassino. Montgomery allora mandò avanti una squadra canadese capitanata da Paul Triquet, che dal 21 dicembre al 27 combatté strenuamente per le campagne ortonesi fino alla città vera e propria, casa per casa, poiché i tedeschi si erano asserragliati con i panzer e i cecchini nella città antica, minando tutte le case. Il 21 dicembre si macchiarono anche della distruzione della Cattedrale, perché la torre poteva fungere da faro per gli aerei alleati. La "battaglia di Ortona è ricordata anche per il "Natale di sangue", in cui i combattimenti non cessarono. Nella vicina Orsogna, anch'essa presa di mira per la posizione dai tedeschi, furono ripetuti i bombardamenti tra il 1943 e il '44, tanto che fu quasi rasa al suolo. Inoltre i tedeschi in ritirata verso Cassino sia da Ortona che dal Sangro, sospinti dalle armate canadesi e britanniche, adottarono la tecnica della "terra bruciata", ossia la distruzione totale dei borghi presso la linea Gustav, per rallentare l'inseguimento. Così nella fine del 1943 Gessopalena, Lama dei Peligni, Montenerodomo, Torricella Peligna, Quadri e Lettopalena furono letteralmente "minati" dalle fondamenta e fatti saltare in aria. La popolazione fu uccisa, o deportata nei campi montani di Campo di Giove. Nacque successivamente a Casoli, dichiarata "città libera", la Brigata Maiella con capo Ettore Troilo, che si unì agli alleati per ricacciare i nazisti nelle montagne intorno alla Majella e al Sangro.

 
Highlanders canadesi in contrada San Leonardo, Ortona, 20 dicembre 1943

A Lanciano si svolse, tra il 5 e il 6 ottobre 1943 un notevole episodio di guerriglia da parte di giovani lancianesi all'occupazione nazista. 47 tedeschi furono trucidati, mentre i morti lancianesi furono solo 23, ricordati ancora oggi come i "Martiri ottobrini". Tra questi vi fu il partigiano Trentino La Barba, autore della rappresaglia, catturato dai tedeschi, torturato e ucciso barbaramente. Neppure L'Aquila fu risparmiata dai bombardamenti. L'8 dicembre del 1943 insieme alla stazione andarono distrutti molti edifici pubblici e privati del capoluogo abruzzese. Oltre ai bombardamenti alleati (come ad Orsogna e a Francavilla al Mare che fu letteralmente rasa al suolo[237]), la popolazione subì le rappresaglie tedesche. Il 21 novembre 1943 a Pietransieri, nei pressi di Roccaraso vennero uccisi centoventotto civili su una popolazione di cinquecento abitanti. Le ragioni di questo crimine non sono mai state chiarite. I nazisti uccisero donne, anziani e bambini di pochi mesi. Rappresaglie di ogni tipo furono compiute dai tedeschi in tutta la Regione. Ad Onna, vicino a l'Aquila furono assassinati sedici civili ed altrettanti nel vicino centro di Filetto di Paganica. A Filetto si disse che fossero implicati anche alcuni fascisti locali. A Capistrello furono uccisi quindici civili la cui unica colpa era stata quella di aver nascosto del bestiame che le truppe di occupazione tedesche volevano requisire.

 
Ettore Troilo, comandante della "Brigata Maiella"

Nel mese di giugno del 1944 tutto l'Abruzzo fu liberato dalle truppe britanniche, polacche, italiane e statunitensi, accolte trionfalmente dalla popolazione.

Gli eccidi