Storia del Football Club Internazionale Milano

aspetto della storia

La storia del Football Club Internazionale Milano, società calcistica italiana con sede nel capoluogo della Lombardia, ebbe inizio il 9 marzo 1908, giorno della sua fondazione compiuta ad opera di quarantaquattro soci dissidenti del sodalizio concittadino del Milan.

Nel corso dei suoi 112 anni di esistenza, l'Inter ha conseguito la vittoria di 39 titoli ufficiali, terzo club italiano per numero di successi dietro la Juventus e il Milan. Il club risulta essere la sola squadra del Bel paese che, fin dalla propria stagione di debutto (la 1908-1909), ha gareggiato ininterrottamente nella massima serie del campionato nazionale e ha vinto almeno una competizione ufficiale in pressoché tutti i decenni di storia (eccezion fatta per gli anni 1940). La compagine nerazzurra, inoltre, è l'unica italiana ad aver realizzato il treble, ovvero la vittoria di campionato, coppa nazionale e Champions League nell'arco di una singola stagione.

L'Inter occupa il sesto posto (terzo tra i club italiani) nella speciale classifica dei migliori club europei del XX secolo stilata dall'Istituto Internazionale di Storia e Statistica del Calcio (IFFHS),[1] e trentadue personalità affiliate al club sono membri della Hall of Fame del calcio italiano (primato assoluto per club).[2]

Le originiModifica

La fondazione (1908)Modifica

«È il titolo di un nuovo Club sorto da pochi giorni a Milano. Il nuovo Club, nato da una deplorevole scissura che non pochi malintesi hanno creato in seno al Milan Club, è composto in maggioranza di attivi footballey e di parecchi appassionati. Il massimo buon volere ed i migliori propositi sono le basi della nuova società che per ora promette poche ma buone cose. Scopo precipuo del nuovo Club è di facilitare l'esercizio del calcio agli stranieri residenti a Milano e diffondere la passione fra la gioventù Milanese, alla quale vanno fatte speciali e assai lodevoli felicitazioni. I nostri auguri di vita lunga, prospera e, quel che più conta, concorde vadano al nuovo sodalizio, che troverà certo nei suoi fondatori quella buona volontà necessaria perché i buoni intendimenti manifestati abbiano il miglior successo.[3]»

(La Gazzetta dello Sport, marzo 1908)

Il Football Club Internazionale Milano nacque presso il ristorante milanese Orologio, in Piazza del Duomo 22,[4] alle ore 23:30 del 9 marzo 1908[5], con il nome di Foot-Ball Club Internazionale (solo nel 1967 verrà aggiunto Milano alla denominazione ufficiale, quando diventerà una S.p.A.[6]), per iniziativa di quarantaquattro dirigenti dissidenti del Milan. La motivazione che portò alla scissione fu il fatto che il club rossonero, il quale si trovava in una fase di crisi societaria sotto la guida del consigliere anziano Giannino Camperio, dopo aver inizialmente stabilito di non partecipare ai campionati 1907-1908 per protesta contro la politica nazionalistica della Federazione Italiana Giuoco Calcio, aveva poi deciso di scendere a patti con la FIGC imponendo il divieto di arruolare calciatori stranieri in aggiunta a quelli già presenti nella rosa.[7] Il nome scelto per la nuova squadra volle, quindi, simboleggiare la volontà cardine della società: dare la possibilità anche a giocatori non italiani di vestire questa maglia.[8] Dalla riunione uscì uno storico verbale, scritto sul retro di un foglio di carta da lettere intestata ad Umberto Muggiani, padre di Giorgio, che fu tra i più accesi fautori della nuova società,[9] il quale costituì l'atto ufficiale di nascita:

 
I quarantaquattro soci dissidenti del Milan che fondarono l'Internazionale il 9 marzo del 1908.

«9 marzo 1908. I signori fondatori si sono riuniti questa sera col fermo proposito di fondare il nuovo Club. Presenti i signori G.Muggiani - Bossard - Lana - Bertolini[10] - De Olma - Hintermann Enrico - Hintermann Arturo - Hintermann Carlo - Dell'Oro Pietro - Rietmann Ugo - Hans - Voelkel - Maner - Wipf - Ardussi Carlo. Dopo piccole discussioni d'occasione, il signor Muggiani propone si passi alla nomina di un consiglio provvisorio da confermarsi nella seduta di mercoledì 11 marzo. Nelle nomine vengono lasciate vacanti le cariche di Presidente e Vicepresidente. Furono nominati: a Segretario G.Muggiani; cassiere De Olma; economo Rietmann Hans; consiglieri 1° Dell'Oro Pietro 2° Paramithiotti. I presenti deliberano di non nominare una commissione di giuoco, ma bensì trovano necessaria la carica di economo. Muggiani propone di nominare quale socio onorario il Sig. Rag. Bosisio, segretario della Federazione Italiana del Foot-Ball. I presenti accettano tale proposta. Il nome del nuovo sodalizio è stato unanimemente accettato quale Foot-Ball Club Internazionale - Milano. La seduta viene tolta alle 11 1/2. Giorgio Muggiani[3]»

Il pittore futurista Giorgio Muggiani, tra i dissidenti del Milan, scelse i colori che avrebbero rappresentato l'emblema della società: il nero e l'azzurro. Quest'ultimo colore fu scelto perché all'epoca si usavano le matite a due colori, rosse da una parte e blu dall'altra quindi simbolicamente il blu era opposto al rosso.[11] Il pittore disegnò anche lo stemma: ispirato a quello dei club inglesi, riportava le lettere F, C, I, M sovrapposte in bianco su uno sfondo costituito da un cerchio dorato, circondato da un cerchio nero, che a sua volta era circondato da un cerchio azzurro.

Nella denominazione della società, Milano avrebbe dovuto essere l'appellativo principale, tuttavia si scopre ben presto che la compresenza del Milano e del Milan potrebbe dar adito a confusione e si stabilisce che la squadra dovrà chiamarsi con il nome programmatico per il quale è sorta: Internazionale.[8]

Primo presidente fu nominato il socio e consigliere Giovanni Paramithiotti e il primo capitano fu lo svizzero Hernst Marktl; la prima figura ad assumere de facto le funzioni dell'allenatore fu, invece, il secondo capitano della squadra, Virgilio Fossati, il quale morirà nel 1916 durante la prima guerra mondiale e verrà ricordato come il primo idolo dei tifosi del club meneghino.[8]

Gli esordi (1908-1909)Modifica

 
Una formazione dell'Inter nella stagione 1908-1909.

Nel primo anno l'Internazionale disputa solo amichevoli, tra le quali quella persa con l'Ausonia per 5-1, che viene registrata come la prima partita giocata dall'Inter,[12], una partita contro il Racing Libertas Club vinta per 4-0[12] e la Coppa Chiasso, giocata nella città svizzera, dove l'Inter batté l'Ausonia per 1-0 e arrivò in finale per sorteggio contro il Milan nel primo derby milanese della storia, vinto dai rossoneri per 2-1, in una finale da venticinque minuti per tempo.[12]

Al primo presidente Giovanni Paramithiotti successero nel 1909 Ettore Strauss e nel 1910 Carlo De Medici. La neonata società andava così a muovere i suoi primi passi nel campionato 1909, nell'ambito del girone lombardo dove si sarebbe dovuta scontrare con Milan e Milanese.[13] Il primo derby della storia contro il Milan, svoltosi il 10 gennaio 1909 all'Arena, coincise anche con la prima partita ufficiale dei nerazzurri e si chiuse con una vittoria rossonera per 3-2, dopo che la squadra capitanata da Marktl si era portata sull'1-1 grazie alla rete di Achille Gama.[13]

La formazione di quella prima stracittadina era: Cocchi; Kappler, Marktl; Niedermann, Fossati, Kummer; Gama, Du Chene, Hopf, Volke, Schuler.[13] Come si può notare, la stragrande maggioranza dei primi calciatori nerazzurri era di origine svizzera. Il girone in questione fu alla fine vinto dalla Milanese.[13]

Il primo scudetto (1909-1910)Modifica

 
La formazione dell'Inter che vinse il primo scudetto nel 1910.

In vista del torneo 1909-1910 che si sarebbe svolto con la formula del girone unico, ci fu un rinnovamento e della squadra dell'anno prima rimasero soltanto due titolari, Fossati e Schuler.[13] Tra i nuovi arrivi c'era il portiere Piero Campelli, che divenne uno dei maggiori punti di forza della squadra. L'Inter si issò in vetta alla classifica in coabitazione con la Pro Vercelli sino alla fine del campionato, costringendo la Federazione a indire uno spareggio a Vercelli per l'assegnazione del titolo.[13] Sorse allora una controversia in merito alla data dell'incontro: i vercellesi domandarono alla FIGC di disputare la sfida nel mese di maggio 1910, poiché impegnati in alcune amichevoli nelle settimane precedenti, una richiesta cui i nerazzurri si opposero; alla fine, dopo che la Pro Vercelli non partecipò all'amichevole fissata per il 17 aprile, la Federazione subodorò che la domanda di rinvio dello spareggio fosse un tentativo dei piemontesi di voler guadagnare tempo per recuperare i propri atleti infortunati e stabilì di far disputare l'incontro finale del campionato il 24 aprile.[13] Per protesta, i campioni in carica decisero di far scendere in campo la squadra ragazzi e il punteggio finale della partita fu 10-3 in favore dell'Inter.[14] Questi erano i nomi dei primi campioni nerazzurri: Campelli, Fronte, Zoller; Jenny, Fossati, Stebler; Capra, Payer, Peterlj, Aebi, Schuler.[13] Durante la stagione l'Inter, inoltre, vinse entrambi i derby in goleada: nella prima partita il mattatore fu Capra, autore di una tripletta, condita dai gol di Payer e Peterly, mentre nella seconda gara Engler e Peterly, con le loro doppiette e Capra, risposero alla segnatura iniziale di Mariani.[13]

Gli anni 1910 e 1920Modifica

Il periodo 1910-1919Modifica

 
Virgilio Fossati, il secondo capitano dell'Inter, nonché primo allenatore e primo idolo della tifoseria.

Allo scudetto seguirono quattro stagioni durante le quali la presidenza cambiò diverse volte: entrarono in carica Emilio Hirzel (1912), Luigi Ansbacher (1914) e nello stesso anno Giuseppe Visconti Di Modrone.[13] Dopo la deludente annata 1910-1911, l'Inter chiuse al quarto posto nel girone eliminatorio il campionato successivo.[13] Nel tentativo di rafforzare la squadra, nel 1912 venne preso Luigi Cevenini (noto anche come Cevenini III), vero e proprio fuoriclasse dell'epoca, il quale dopo aver rotto col Milan, decise di trasferirsi in nerazzurro portando con sé i propri fratelli, Aldo e Mario.[13] Il gap con la vetta si ridusse leggermente ma ancora una volta l'Inter rimase esclusa dalle finali, a causa di un terzo posto nel girone ligure-lombardo.[13] Nel 1913 la squadra venne ulteriormente rafforzata, in particolare con l'attaccante Julio Bavastro, che dette ai due fratelli Cevenini la possibilità di godere di una valida spalla d'attacco in grado di finalizzare al meglio la mole di gioco da loro svolta.[13] L'Inter riuscì a vincere il girone eliminatorio davanti a Juventus e Milan, ma nella fase successiva dovette arrendersi a Casale e Genoa.[13] Lo stesso andamento ebbe la stagione 1914-1915, coi nerazzurri primi nel loro girone eliminatorio e in quello di semifinale.[13] Nel girone di finale, però, il cammino nerazzurro fu interrotto dalla guerra, quando mancava una sola partita (Cevenini III fu il capocannoniere con 35 reti).[13] Molti dei giocatori interisti raggiunsero le prime linee e la società nerazzurra, come del resto le altre, pagò un prezzo salatissimo alla guerra: Fossati, Bavastro e Caimi persero la vita. Nel 1919 con la fine della guerra il calcio riprese il suo svolgimento.[13]

Il secondo scudetto (1919-1920)Modifica

 
L'Inter vittoriosa appena conclusa la Grande Guerra. Da sinistra Aebi, Agradi, Fossati II, Beltrame, Milesi e Cevenini III; accosciati, Francesconi, Campelli, Asti, Cevenini II e Conti.

Divenne presidente Giorgio Hülss (rimarrà soltanto in questa stagione), il quale scelse alla guida della squadra la coppia formata da Nino Resegotti e Francesco Mauro.[15] La compagine che andava ad affrontare il primo torneo del dopoguerra vedeva la presenza dei "vecchi" Aebi, Agradi, Asti e Campelli, oltre a quattro dei cinque fratelli Cevenini.[15] Inoltre entrarono in prima squadra Giuseppe Fossati, fratello di Virgilio, deceduto in guerra, e Leopoldo Conti, a inizio carriera.[15] Il suo arrivo all'Inter assunse le sembianze di un vero e proprio intrigo: conteso da due club minori milanesi, Conti fu atteso sotto casa da alcuni amici di fede nerazzurra, tra i quali Leone Boccali, il futuro dirigente de Il Calcio Illustrato, e convinto a vestire la maglia dell'Inter.[15]

Dopo aver vinto il girone lombardo con Brescia, Juventus Italia, Trevigliese, Cremonese e Libertas, i nerazzurri furono inseriti nel gruppo C di semifinale, insieme a Novara, Bologna, Torino, Andrea Doria ed Enotria Goliardo;[15] totalizzando 16 punti, superarono di tre lunghezze Novara e Bologna qualificandosi, con Juventus e Genoa, al girone finale, che avrebbe sancito la sfidante della vincente del torneo centromeridionale nella finalissima nazionale. Dopo aver battuto i bianconeri per 1-0, all'Inter fu sufficiente un pareggio col Genoa il 6 giugno 1920 per risultare il club primatista del Nord Italia.[15]

Il 20 giugno, infine, i nerazzurri vinsero il titolo tricolore, seppure con più fatica del previsto, battendo il Livorno 3-2 nella finalissima nazionale di Bologna.[15] Questi gli uomini che avevano composto l'undici titolare nel corso della stagione: Campelli, Francesconi, Beltrame, Milesi, Fossati, Scheidler, Conti, Aebi, Agradi, Cevenini III e Asti. Come già era successo dopo il primo scudetto di dieci anni prima, il successo segnò anche l'inizio di un periodo di stasi, che vide i nerazzurri piombare in una sorta di mediocrità.[15]

Il periodo 1920-1928Modifica

Francesco Mauro divenne il nuovo presidente nerazzurro e l'Inter, affidata a una commissione tecnica, andò ad affrontare il campionato successivo alla vittoria del secondo scudetto con una rosa pressoché immutata. Il girone preliminare lombardo venne vinto agevolmente contro Casteggio, Giovani Calciatori Legnanesi e Ausonia Pro Gorla.[15] Dopo questi primi impegni, cominciava il girone finale lombardo, nel quale l'Inter si trovò di fronte Legnano, U.S. Milanese, Milan, Saronno e Trevigliese.[15] L'avversaria più ostica si rivelò il Legnano, mentre il Milan riservò le proprie forze alle due stracittadine, pareggiate entrambe.[15] Passavano le prime quattro e per i nerazzurri non fu difficile superare anche questo turno.[15] Il girone di semifinale interregionale mise di fronte all'Inter la Pro Vercelli, la Torinese e il Bentegodi Verona.[15] I nerazzurri però fecero solamente tre punti a fronte dei dieci dei bianchi piemontesi e dei nove della Torinese, finendo al terzo posto nel girone.[15]

Nel campionato 1921-1922 l'Inter arrivò ultima e dovette affrontare due spareggi di qualificazione per garantirsi la permanenza nella massima serie del calcio italiano: il primo turno la squadra lo vinse a tavolino, per rinuncia dell'avversaria, lo Sport Club Italia di Milano.[15] Nel turno successivo la squadra sconfisse la P.G.F. Libertas di Firenze per 3-0 a Milano e pareggiò 1-1 in trasferta.[15] L'Inter rimase nel campionato di Prima Divisione (divenuto F.I.G.C.) e non retrocedette nella serie inferiore (vedere riquadro a lato).

La retrocessione sfiorata

La stagione 1921-1922 fu caratterizzata da due federazioni distinte, CCI e FIGC, che organizzarono due campionati indipendenti. L'Inter prese parte alla Prima Divisione della CCI, inserita nel Girone B della Lega Nord. Le partite del girone dell'Inter si conclusero il 26 marzo 1922, coi nerazzurri piazzatisi ultimi a quota 11 punti. A questo punto il regolamento CCI, il quale non prevedeva retrocessioni dirette nei gironi settentrionali, imponeva all'Inter di disputare uno spareggio interdivisionale contro la seconda classificata di Seconda Divisione (lo Sport Club Italia di Milano). In caso di vittoria, i nerazzurri avrebbero evitato la discesa nella serie inferiore e condannato lo Sport Club Italia alla permanenza in essa; un'eventuale sconfitta, invece, avrebbe condannato l'Inter alla relegazione e concesso all'altro club milanese l'ammissione in massima serie.[16][17]

Nel frattempo, tuttavia, la soluzione dei due campionati separati non aveva incontrato favori, e dopo aspre polemiche il 26 giugno 1922 i dirigenti della FIGC e della CCI si riunirono a Brusnengo per elaborare una nuova composizione unitaria dei gironi nella successiva stagione 1922-1923. Arbitro e mediatore fu Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport. Si giunse a un accordo fra le società rivali (noto come Compromesso Colombo), e il reintegro della CCI all'interno della FIGC derogò i precedenti regolamenti, comportando la sostituzione delle Categorie con sei "Divisioni" sul modello inglese.[18][19] La Prima e la Seconda furono dirette a livello nazionale da una sinergia di Lega Nord e Lega Sud, mentre le altre vennero demandate ai Comitati Regionali, confinati a un ruolo di secondo piano. Per determinare la composizione delle prime due Divisioni furono organizzati degli spareggi incrociati di ammissione tra squadre federali e confederate.

Il Compromesso, dunque, complicò la situazione dei nerazzurri, i quali si ritrovarono a dover disputare non più una, ma due sfide-salvezza. Il 2 luglio 1922 l'Inter vinse a tavolino (2-0) lo spareggio preliminare CCI in gara unica contro lo Sport Club Italia, che diede forfait non riuscendo a schierare in campo 11 giocatori. Il club meneghino approdò così al decisivo spareggio interfederale stabilito contro la Libertas Firenze. Il 9 luglio i nerazzurri si imposero a Milano contro i fiorentini per 3-0 (con doppietta di Aliatis e gol di Aebi) nella gara d'andata; infine, l'1-1 nel ritorno del 16 luglio a Firenze permise all'Inter di evitare la relegazione. Grazie a questo risultato, i nerazzurri sono l'unica squadra italiana ad aver militato ininterrottamente nella massima serie del campionato italiano di calcio fin dalla propria stagione di debutto (1908-1909) senza mai retrocedere in una serie inferiore.[20]

I nerazzurri, guidati da Bob Spottiswood, il primo allenatore professionista della storia del club, migliorarono sensibilmente le loro prestazioni nel campionato 1922-1923 ma non in maniera tale da colmare il divario con le squadre di vertice.[15] Il nuovo presidente, Enrico Olivetti, aveva condiviso la politica dei giovani, ma i risultati continuarono a latitare e non si andò oltre il terzo posto nel 1923-1924.[15] Nel 1924-1925 i nerazzurri, allenati da Paolo Schiedler si piazzarono quarti nel girone A della Lega Nord mentre la stagione successiva arrivarono quinti.[15]

Nel 1926 si arrivò ad una svolta: il nuovo presidente divenne Senatore Borletti mentre in panchina sedette l'ex giocatore interista Árpád Weisz, ungherese di origine ebrea.[15] Nel campionato 1926-1927 l'Inter arrivò prima a pari merito con la Juventus nel girone A.[15] Ma nel turno finale la formazione milanese chiuse al quinto posto.[15] Il campionato vinto dal Torino venne però considerato nullo e lo scudetto revocato per illecito sportivo.[15] In questa stagione l'Inter fece il suo esordio in Coppa Italia venendo eliminata al terzo turno. Nel 1927-1928 si arrivò ancora una volta nel girone finale ma stavolta i nerazzurri finirono al settimo posto. Questa stagione vide l'esordio del diciassettenne Giuseppe Meazza, che segnò 12 reti.[15]

Sempre nel 1926 venne inaugurato lo stadio di San Siro, che nei decenni successivi divenne il campo da gioco di entrambe le formazioni meneghine: l'apertura coincise proprio con un derby amichevole, terminato 6-3 in favore dei nerazzurri.[21]

1928: il cambio di denominazione in AmbrosianaModifica

 
L'undici interista con la maglia bianca rossocrociata indossata nella stagione 1928-29.

Con l'instaurazione e l'affermazione del regime fascista nel corso degli anni venti, l'Inter si vide costretta a cambiare ragione sociale: il Partito Fascista non apprezzava infatti il nome "Internazionale", che non rispettava la tradizionale italianità promossa dalla linea di governo e richiamava troppo esplicitamente l'Internazionale per antonomasia, vale a dire la Terza Internazionale comunista;[22] inoltre vi era la volontà da parte del regime di ridurre, ove era possibile, il numero di squadre ad una sola per città; infatti è in questo periodo che nascono squadre come il Napoli, la Fiorentina e la Roma tutte formazioni nate dalla fusione delle varie squadre cittadine (ad eccezione della Lazio che non rientrò nella fusione capitolina).[22] Pertanto, nell'estate del 1928, l'F.C. Internazionale si unì all'Unione Sportiva Milanese, ovvero la terza squadra di Milano, mutando nome e casacca: nacque così la Società Sportiva Ambrosiana, con tenuta bianca rossocrociata (colori di Milano) e segnata dal fascio littorio.[22] Senatore Borletti venne tolto dall'incarico e venne nominato l'ex presidente della U.S. Milanese Ernesto Torrusio, che divenne così l'undicesimo massimo dirigente della storia interista.[22]

L'8 settembre 1928[23] arrivò la ratifica ufficiale della fusione fra Inter e U.S. Milanese: «A seguito della fusione tra le società F.C. Internazionale e U.S. Milanese deliberata dalle superiori gerarchie ed effettuata dall'Ente Sportivo Provinciale Fascista di Milano, il Segretario del Partito, udito il parere del Commissario, ha ratificato le modalità della fusione stessa, la quale evita la dispersione delle forze calcistiche milanesi e consente l'entrata della Fiumana in Divisione Nazionale. La nuova società assume il nome di Società Sportiva Ambrosiana. La maglia sociale sarà bianca.»

Nel campionato 1928-29, con allenatore un altro ungherese, József Viola, venne raggiunto il sesto posto nel girone B.

Il terzo scudetto (1929-1930)Modifica

 
Una formazione vincitrice del 3º scudetto: da sinistra in piedi, Gianfardoni, Degani e Allemandi; accasciati, Rivolta, Viani e Castellazzi; seduti, Visentin, Serantoni, Meazza, Blasevich e Conti.
 
Árpád Weisz, ungherese di origine ebrea, vinse il primo campionato a girone unico nel 1930.[24] Morì ad Auschwitz nel 1944.[24]

Ernesto Torrusio nel 1929 lasciò la presidenza a Oreste Simonotti. La nuova divisa durò poco tempo e, di nuovo in nerazzurro (ma con il colletto a scacchi bianconeri, colori sociali dell'U.S. Milanese), la squadra allenata nuovamente da Árpád Weisz conquistò il terzo scudetto in occasione del primo campionato a girone unico senza suddivisioni geografiche, la Serie A del 1929-1930.[22] Dopo aver vinto a Livorno alla prima partita, i nerazzurri persero a Vercelli col minimo scarto.[22] Un pareggio a Roma con la Lazio e la vittoria contro la Cremonese, introdussero gli uomini di Weisz al primo derby stagionale, che fu vinto grazie alla rete di Meazza nel secondo tempo (anche nel ritorno i nerazzurri prevalsero sui rossoneri).[22] Il Balilla, con una tripletta, fu il protagonista della goleada col Padova, nella settima giornata; la domenica successiva l'Inter fu battuta a Testaccio dalla Roma dell'ex Fulvio Bernardini.[22] Il momento non felice fu confermato dalla sconfitta interna con la Triestina, che allontanò il vertice della classifica.[22] Alla quindicesima giornata Meazza e compagni andarono a vincere in casa della capolista Genoa per 4-1.[22] In seguito l'Inter riuscì a violare anche il campo della Juventus, nella giornata successiva, e a vincere titolo di campione d'inverno.[22] La stagione proseguì rifilando un 6-2 al Livorno e un 4-0 alla Pro Vercelli.[22] Alla ventiquattresima giornata i nerazzurri, vincendo a Padova, approfittarono della contemporanea sconfitta della Juventus a Modena.[22] Nella giornata successiva venne battuta la Roma per 6-0 con quaterna di Meazza: proprio l'attacco si dimostrò il reparto più efficiente della squadra, rifilando una goleada dietro l'altra alle rivali, tra le quali spiccò l'8-0 sulla Pro Patria alla ventottesima giornata.[22] L'ultimo sussulto avvenne alla terzultima giornata, quando a far visita all'Inter arrivò il Genoa secondo in classifica a quattro punti: i nerazzurri, in svantaggio di 3 reti nel primo tempo, riuscirono a pareggiare 3-3 nel secondo tempo grazie a Meazza che segnò la tripletta decisiva.[22] La matematica certezza arrivò solo la domenica successiva con la vittoria sulla Juventus, partita preceduta da un incidente automobilistico occorso a Luigi Allemandi, condito da una scazzottata, che costrinse il terzino ad arrivare allo stadio proprio poco prima che cominciasse la gara. L'Inter divenne la prima squadra a vincere la Serie A e Meazza si laureò capocannoniere con 31 reti in 33 gare disputate.[22][25]

In campo internazionale venne raggiunta la semifinale di Coppa Mitropa, coppa riservata ai club di Austria, Italia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia.[22]

Gli anni 1930 e 1940Modifica

Il periodo 1930-1937: l'arrivo di PozzaniModifica

 
Giuseppe Meazza: con 408 presenze e 288 gol totali è il miglior marcatore nella storia dell'Inter. Vinse tre volte il titolo di capocannoniere della Serie A.

Il quinto posto nel 1930-1931 portò un'aria di cambiamento alla società: il nuovo timoniere Ferdinando Pozzani cambiò allenatore ingaggiando István Tóth e ottenne dalla FIGC il permesso per assumere la denominazione di Ambrosiana-Inter dopo la ricostituzione dell'U.S. Milanese (rinata come polisportiva, calcisticamente solo nel 1945), sciogliendo così la fusione coatta con l'Ambrosiana.[26] Lo stravolgimento societario non portò risultati, che si limitarono al sesto posto in campionato.[27]

Il nuovo ritorno di Árpád Weisz, permise all'Ambrosiana nel 1932-1933 di arrivare seconda, otto punti dietro la Juventus.[27] Il 1933 fu anche l'anno dell'unica finale in Mitropa Cup. Dopo aver eliminato First Vienna e Sparta Praga, ai nerazzurri restava da battere l'Austria Vienna: dopo la vittoria per 2-1 a Milano, a Vienna i nerazzurri vennero sconfitti 3-1 dai padroni di casa.[27]

Nel girone d'andata del 1933-1934 l'Ambrosiana batté la Juventus 3-2 all'Arena Civica.[27] Con le sconfitte nel girone di ritorno con Fiorentina e Torino i nerazzurri ottennero un altro secondo posto, stavolta con lo scarto ridotto a quattro punti.[27]

Nell'anno successivo, segnato dalla scomparsa di "Tito" Frione, all'ultima giornata Inter e Juventus erano a pari punti: i bianconeri vinsero a Firenze, mentre i nerazzurri persero contro la Lazio, con rete dell'ex nerazzurro Felice Levratto e la stagione divenne per i ragazzi allenati da Gyula Feldmann l'anno del terzo secondo posto consecutivo.[27]

Passarono due anni dove in panchina si avvicendarono Albino Carraro (sostituto di Feldmann, esonerato) e Armando Castellazzi, ottenendo un quarto e un settimo posto in Serie A e una semifinale di Mitropa Cup.[27]

Il quarto scudetto e la prima Coppa Italia (1937-1939)Modifica

 
Una formazione dell'Ambrosiana-Inter vincitrice dello scudetto nel 1938.

Partita la stagione 1937-1938 con un pareggio per 3-3 a Lucca, l'Ambrosiana, guidata ancora da Castellazzi, raggiunse la vetta della classifica alla nona giornata, per effetto della vittoria sulla Juventus.[28] Al quindicesimo turno, ultimo del girone di andata, i nerazzurri vinsero il titolo di campione d'inverno con quattro lunghezze di vantaggio sul Bologna. Il girone di ritorno si aprì con la goleada ai danni della Lucchese; alla ventiduesima giornata la Juventus affiancò i nerazzurri, per poi staccarli di due lunghezze due domeniche dopo.[28] I punti di distanza divennero poi tre alla ventiseiesima giornata, quando l'Ambrosiana fu sconfitta sul campo del Liguria.[28] In seguito i bianconeri persero a Trieste e cedettero in casa contro il Liguria, ex Sampierdarenese, a 90 minuti dalla fine.[28] L'Ambrosiana-Inter balzò così in testa e attese l'ultima giornata con una classifica che vedeva in testa i nerazzurri con 39 punti, poi la Juventus con 38 e Bologna, Genoa e Milan terze a quota 37.[28]

La squadra vinse lo scudetto all'ultima giornata, per effetto della vittoria di Bari: l'annuncio venne dato dagli altoparlanti di San Siro mentre si giocava Milan-Juventus con 40.000 nerazzurri infiltrati.[28] In serata migliaia di tifosi nerazzurri aspettarono il ritorno dei giocatori alla stazione di Milano, per festeggiare il quarto scudetto. Ancora una volta decisivo Meazza, autore di 20 centri stagionali in 25 presenze: nella stessa estate il Balilla portò l'Italia al secondo trionfo mondiale.[28]

La società compensò il ritiro di mister Armando Castellazzi con Tony Cargnelli, teorico del sistema (modulo che sostituisce il classico metodo danubiano). La squadra così rinnovata arrivò terza in Serie A e vinse la sua prima Coppa Italia nel 1938-39 battendo in finale il Novara per 2-1 con gol di Ferraris II e Frossi.[28]

Il quinto scudetto (1939-1940)Modifica

 
L'undici che vinse il 5º scudetto nel 1939-40.

A tener banco nelle cronache dell'estate del 1939 fu un "caso" che riguardò Meazza che rimase escluso dalla rosa titolare dell'Ambrosiana per via di un embolo che colpì il suo piede sinistro, noto come "il piede gelato".[29] I nerazzurri guidarono il campionato 1939-1940 con Tony Cargnelli ancora in panchina, vincendo all'ultima giornata lo scontro diretto con il Bologna e festeggiando lo scudetto sul neutro di San Siro, campo del Milan, scelto perché il numero di spettatori era superiore alla capienza massima dell'Arena Civica. Dopo otto giorni Benito Mussolini annunciò l'entrata dell'Italia in guerra.[28]

Il periodo 1940-1945: l'arrivo di MasseroniModifica

Gli anni successivi, ceduto Meazza e con la seconda guerra mondiale in corso, non c'erano certezze sul futuro e non si facevano grossi investimenti.[30] La stagione 1940-1941 vide l'Inter, allenata dalla coppia Zamberletti-Peruchetti arrivare seconda, mentre nel torneo successivo la squadra ottenne un dodicesimo posto che ebbe il solo vantaggio di evitare la retrocessione.[30]

 
Amedeo Amadei esultante dopo la sua tripletta nel vittorioso derby di Milano (6-5) del 6 novembre 1949, tuttora la stracittadina meneghina dal maggiore numero di reti segnate.

Dati i risultati del biennio precedente, il presidente Ferdinando Pozzani si fece da parte in favore di Carlo Masseroni, un industriale della gomma che era anche un grande appassionato di ciclismo.[30] La sua prima mossa fu l'allontanamento del tecnico Ivo Fiorentini, avvicendato da Giovanni Ferrari, appena passato dal calcio giocato alla panchina.[30] Sotto la guida di quest'ultimo l'Inter ottenne il quarto posto nel torneo 1942-1943.[30] Ormai il conflitto mondiale era arrivato anche in Italia ed era arrivato il momento di fermare i campionati.[30] Dopo la caduta del regime fascista, il 27 ottobre 1945 Masseroni annunciò che «l'Ambrosiana torna, da oggi, a chiamarsi solo ed esclusivamente Internazionale».[30]

Il periodo 1945-1950: di nuovo InternazionaleModifica

Il primo torneo del dopoguerra fu anche quello che vide il ritorno dei gironi territoriali, resi necessari dalle difficoltà di movimento causate dalla distruzione delle infrastrutture viarie.[30] La squadra, affidata a Carlo Carcano, non andò oltre un quarto posto finale.[30] A gennaio del 1947 Carcano venne sostituito da Nino Nutrizio insieme all'allenatore-giocatore Giuseppe Meazza, tornato all'Inter a trentasei anni.[30] La coppia ottenne la salvezza nell'ultima partita da giocatore del Pepin.[30]

Soltanto Meazza venne confermato in panchina, poi comunque esonerato con il ritorno di Carcano.[30] Alla fine del 1947-1948, la terza piazza conquistata al giro di boa si ridusse al dodicesimo posto.[30] Nelle restanti giornate la squadra venne guidata dal gallese David John Astley che divenne il nuovo tecnico anche per la successiva stagione.

Nell'estate del 1948 Masseroni investì pesante sulla campagna acquisti ma i nuovi giocatori non offrirono il gioco richiesto da mister Astley, che venne sostituito a metà stagione da Giulio Cappelli. Quest'ultimo cominciò la rincorsa sul Torino grazie anche ai gol di Nyers, capocannoniere con 26 reti.[30] I nerazzurri tornarono nel gruppo di testa e diventarono il principale avversario dei granata.[30] Solo con lo 0-0 di Milano del 30 aprile 1949 i torinisti riuscirono ad assicurarsi la sicurezza del quinto tricolore di fila.[30] Quella contro i nerazzurri fu l'ultima partita ufficiale del Grande Torino poiché l'intera squadra scomparve il 4 maggio nella tragedia di Superga.[30]

L'annata successiva l'Inter arrivò terza nel torneo vinto dalla Juventus.[30]

Gli anni 1950Modifica

Biennio 1950-1952: i podi con OliveriModifica

Nel 1950 la panchina fu affidata al quarantenne tecnico Aldo Olivieri[31], che in due campionati raggiunse un secondo e terzo posto.[30]

1952-1955: il triennio di Foni e i due scudetti consecutiviModifica

 
Alfredo Foni, vincitore dello scudetto al suo debutto sulla panchina nerazzurra.

L'estate 1952 coincise con l'arrivo in panchina di Alfredo Foni, allenatore spesso criticato dalla stampa per un approccio tattico tendenzialmente difensivista.[32] Il nuovo tecnico riuscì ad imporre una quadratura di gioco e un senso del collettivo in uno spogliatoio imperniato sulle individualità — tra cui Lorenzi[33], Nyers[34], Skoglund[35] e Wilkes[36] il cui talento era tuttavia mitigato da problemi caratteriali.[32] Una prima innovazione fu compiuta con la rinuncia a Wilkes, ceduto al Torino[36], per concedere maggior spazio a Gino Armano[37]: questi venne schierato lungo l'esterno destro, risultando la prima «ala tornante» nella storia del calcio italiano.[38] Il successo nerazzurro del campionato 1952-53 venne costruito su una solida difesa, tanto che il portiere Giorgio Ghezzi — soprannominato Kamikaze per uno stile di gioco incline allo spettacolo —[39] risultò il meno battuto del torneo.[39] Guadagnato il comando della classifica già in autunno, i nerazzurri si mantennero imbattuti per ben 19 giornate[32]; il vantaggio accumulato sulle inseguitrici fu tale da raggiungere l'aritmetica certezza del primato con tre turni di anticipo.[40] A trionfo ormai acquisito, la Beneamata terminò il campionato con tre sconfitte consecutive.[41]

 
L'Inter 1953-54, la prima che seppe bissare il titolo ottenuto l'annata precedente. Nell'immagine una formazione della stagione: da sinistra Lorenzi, Skoglund, Nesti, Mazza, il capitano Giovannini e Nyers; accosciati Padulazzi, Armano, Neri, Ghezzi e Giacomazzi.

In avvio del campionato 1953-54 i milanesi fronteggiarono la temporanea esclusione di Nyers, posto fuori rosa per via di un mancato accordo col presidente Masseroni circa la retribuzione economica.[34] L'acclamazione dei sostenitori convinse la dirigenza a reintegrare il calciatore prima del derby contro il Milan, deciso proprio da una tripletta dell'apolide.[34] Contrastata da Fiorentina e Juventus nel girone d'andata, la squadra lombarda accusò un calo in febbraio salvo poi riprendersi in primavera e proseguire il duello con i bianconeri.[32] La netta vittoria per 6-0 contro i torinesi fu determinante per il bis in campionato, conseguito con un solo punto di margine sui rivali.[32] Per la sua terza stagione in panchina, Foni si accordò contestualmente con una Nazionale italiana reduce dal fallimento ai Mondiali elvetici[32]; incapace di ripetere i fasti del recente biennio, la formazione nerazzurra si classificò solamente ottava in campionato.[32] A fine torneo, nel maggio 1955, Masseroni cedette poi la società all'imprenditore Angelo Moratti.[42]

1955-1960: gli anni senza vittorieModifica

I primi anni della nuova gestione videro il presidente Moratti compiere un ingente turn-over in panchina, senza però che ai ricambi corrispondessero risultati.[42] Il miglior piazzamento fu il terzo posto nel campionato 1958-59, con i milanesi che piazzarono Angelillo in cima alla classifica dei marcatori[43]: l'attaccante mise a segno 33 gol in altrettante gare, record per i campionati a girone unico con 18 formazioni.[43]

 
L'italo-argentino Angelillo, miglior marcatore del torneo 1958-59 con 33 realizzazioni.[43][44]

Durante il torneo 1959-60, terminato al quarto posto, i nerazzurri subirono una delle più pesanti sconfitte di sempre nei derby perdendo 5-3 contro i rossoneri.[45]

Gli anni 1960Modifica

1960-1962: biennio d'assestamentoModifica

 
Un diciottenne Sandro Mazzola in contrasto sullo juventino Sarti nel controverso derby d'Italia del 10 giugno 1961, giocato in segno di protesta dall'Inter con la sua squadra De Martino.

Nell'estate 1960 la società affidò la propria panchina all'argentino Helenio Herrera[46], soprannominato Mago.[46] Per quanto riguarda il settore dirigenziale, si registrò invece l'arrivo di Italo Allodi.[47] Durante il campionato 1960-61 i nerazzurri terminarono in vetta il girone d'andata, ma una serie di incertezze nel ritorno favorì il sorpasso della Juventus.[48] Lo scontro diretto del 16 aprile 1961 fu inizialmente appannaggio dei meneghini, cui la vittoria venne riconosciuta sub iudice per un'invasione di campo[48]: la Corte d'Appello Federale invalidò tuttavia la sentenza col torneo ormai prossimo alla conclusione, decretando la ripetizione della gara.[48] Sconfitti a Catania nell'ultimo turno di campionato, i nerazzurri fallirono l'aggancio[49]: con il replay del derby d'Italia divenuto quindi ininfluente, la Beneamata — che schierò la propria formazione giovanile in segno di protesta verso la Federazione — fu travolta per 9-1[48], realizzando il punto della bandiera con l'esordiente Sandro Mazzola.[50]

Per la stagione seguente il Mago ottenne l'ingaggio del centrocampista Luis Suárez[51], mentre in attacco il britannico Gerry Hitchens rimpiazzò Angelillo[43]: inviso al tecnico non solamente per ragioni tattiche ma anche per fatti inerenti la vita personale[46], l'ex capocannoniere fu ceduto alla Roma.[43] L'Inter vinse il titolo di metà stagione nel torneo 1961-62 con cinque lunghezze di margine sul Milan[52], prima che un calo nella fase di ritorno comportasse l'aggancio e il sorpasso dei concittadini.[52][53] I nerazzurri conclusero al secondo posto, distanziati di cinque punti dai rivali[53]: le delusioni del recente biennio spinsero Moratti a rassegnare le dimissioni, revocate quando la stampa nazionale adombrò i calciatori interisti di ricorso a sostanze dopanti.[54] Tali accuse non trovarono riscontro.[54]

1963-1966: la Grande InterModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Grande Inter.

1962-1963: l'ottavo ScudettoModifica

 
Il capitano Armando Picchi col tecnico Herrera nella stagione 1962-63, coincisa con la nascita della Grande Inter.

Herrera mantenne il comando della formazione quando Edmondo Fabbri pareva ormai pronto ad insediarsi in panchina[46], con l'organico rinforzato dal terzino Burgnich e dall'interno Maschio.[55] In avvio di campionato l'Inter non parve in grado di aspirare al titolo, racimolando appena sette punti in altrettante uscite[48]: la svolta si verificò in autunno con l'acquisto del centravanti Di Giacomo dal Torino, cui venne invece dirottato Hitchens.[48] La partenza del britannico consentì il tesseramento dell'ala brasiliana Jair[55], con Herrera che concesse spazio anche ai ventenni Facchetti e Mazzola[48]; a vestire la fascia di capitano era Armando Picchi, schierato alle spalle dei difensori.[56]

Sorretti dal nuovo assetto tattico, i meneghini si resero autori di una rimonta che li vide conquistare 28 punti in 17 giornate[57][58]: pur mancando il titolo invernale a favore della Juventus[48], i nerazzurri compirono l'aggancio nel febbraio 1963.[59][60] Un pareggio nel derby — con Mazzola che segnò dopo 13" il gol più veloce di sempre nelle stracittadine —[61] valse il comando solitario, con l'imbattibilità poi persa a Bergamo.[48] L'immediata reazione portò i meneghini, il cui primato non venne insidiato, a vantare un distacco di quattro lunghezze sulla rivale bianconera[62][63]: il trionfo nello scontro diretto di Torino permise di ipotecare la vittoria finale[48], divenuta matematica a Roma il 5 maggio 1963.[64] Chiudendo il torneo davanti agli stessi piemontesi nonché ad un Milan appena laureatosi campione d'Europa, gli uomini di Herrera salirono sul trono nazionale a nove anni dall'ultima affermazione.[48][55]

1963-1964: la prima Coppa CampioniModifica

 
Una formazione dell'Inter nella stagione 1963-1964; in piedi: Sarti, Facchetti, Guarneri, Tagnin, Burgnich, Picchi; in prima fila: Jair, Petroni, Suárez, Mazzola e Corso.

In vista dell'impegno continentale — stante il tricolore che valse il debutto nella Coppa Campioni — la squadra venne potenziata dagli acquisti del portiere Sarti, del mediano Tagnin — utilizzato da secondo stopper —[65] e della punta Milani.[55] Lo scenario del campionato vide i nerazzurri insidiati dai concittadini rossoneri e dal Bologna dell'ex Bernardini, divenuto il principale concorrente nella fase di ritorno.[66] Il cammino dei petroniani fu ostacolato da un caso di doping tradottosi inizialmente nella penalità di tre punti, successivamente restituiti[66]: lombardi e felsinei conclusero quindi il torneo a pari merito, rendendo necessario uno spareggio.[66] All'appuntamento la formazione di Herrera giunse con i favori del pronostico, avendo conquistato al primo tentativo la coppa continentale[55]: eliminate nell'ordine Everton, Monaco, Partizan Belgrado e Borussia Dortmund, la Beneamata sconfisse nell'atto conclusivo il Real Madrid con doppietta di Mazzola e rete di Milani.[67]

Sul neutro di Roma, i meneghini dovettero però arrendersi alla compagine emiliana che prevalse per 2-0 con un'autorete di Facchetti e un gol di Nielsen.[68]

1964-1965: il nono Scudetto, la seconda Coppa Campioni e la prima Coppa IntercontinentaleModifica

 
I giocatori dell'Inter festeggiano sul campo di San Siro per la vittoria della loro seconda Coppa dei Campioni.

Decisa ad arricchire ulteriormente il proprio palmarès, l'Inter si presentò al via della stagione 1964-65 con nuovi volti: il centrale difensivo Malatrasi[69], l'ala Domenghini e l'attaccante Peiró.[70] La Beneamata sollevò nel settembre 1964 la Coppa Intercontinentale dopo tre sfide con l'argentino Independiente[55]: la vittoria dei sudamericani in casa e l'affermazione nerazzurra a Milano comportarono una «bella» sul campo neutro di Madrid, decisa dalla rete di Corso nei supplementari.[67]

In campionato l'undici di Herrera terminò la fase d'andata con sette punti di ritardo dal Milan[53], compiendo poi il sorpasso grazie ad un exploit che nei 15 turni conclusivi vide la formazione ottenere 28 punti sui 30 disponibili.[53] Impostasi nettamente nella stracittadina di ritorno col punteggio di 5-2[45], l'Inter consolidò il vantaggio sui rivali in primavera aggiudicandosi il tricolore nella giornata finale.[53][55] Ad impreziosire la stagione fu poi il bis europeo, centrato con una vittoria di misura sul Benfica[55]: nei turni precedenti la squadra aveva estromesso Dinamo Bucarest, Glasgow Rangers e Liverpool.[55]

Sfumò invece la Coppa Italia, persa di misura contro la Juventus nell'agosto 1965 con la nuova stagione ormai alle porte.[48]

1965-1966: il decimo Scudetto e la seconda Coppa IntercontinentaleModifica

 
L'undici del 1966 che avrebbe vinto la stella. Da sinistra in piedi: Sarti, Facchetti, Guarneri, Bedin, Burgnich e capitan Picchi. Accosciati da sinistra: Jair, Mazzola, Peiró, Suárez e Corso.

Conquistata un'altra Coppa Intercontinentale — sempre ai danni dell'Independiente —[67], la Beneamata si ripeté anche in campionato senza eccessivi affanni[55]: degno di nota il contributo offensivo del terzino Facchetti, capace di realizzare ben dieci reti.[67] La conquista del tricolore comportò la presenza sulle maglie da gioco di una stella dorata, simbolo volto a sottolineare la decima vittoria del titolo.[71]

Una delusione si consumò invece sul fronte europeo, dove i nerazzurri vennero sconfitti dal Real Madrid in semifinale.[67]

1966-1968: dall'epilogo a FraizzoliModifica

La stagione 1966-67 coincise col brusco epilogo della Grande Inter, dacché i nerazzurri persero nell'arco di una settimana la Coppa Campioni e il campionato: sconfitta in rimonta dal Celtic in ambito europeo, la compagine lombarda perse a Mantova nell'ultimo turno di campionato vedendosi superare in classifica dalla Juventus.[48] A decidere l'incontro fu una rete dell'ex Di Giacomo, favorita dall'incertezza del portiere Sarti.[52]

Concluso il torneo seguente con un incolore quinto posto, nella primavera 1968 Angelo Moratti cedette la società all'imprenditore tessile Ivanoe Fraizzoli.[72]

1968-1970: un biennio di transizioneModifica

Nelle prime due stagioni con Fraizzoli alla presidenza, la compagine milanese — guidata dapprima da Foni e successivamente da Heriberto Herrera — si classificò quarta e seconda in campionato.[73]

Gli anni 1970Modifica

1970-1972: l'undicesimo Scudetto e la finale di Coppa CampioniModifica

 
Una formazione dell'Inter campione d'Italia nel 1970-1971. Da sinistra, in piedi: Vieri, Boninsegna, Burgnich, Giubertoni, Facchetti e Corso; accosciati, da sinistra, il capitano Mazzola, Righetti, Pellizzaro, Frustalupi e Bedin.

All'inizio del torneo 1970-71 l'Inter — che in estate aveva ceduto Suárez alla Sampdoria — rischiò di vedersi confinata ai margini della lotta di vertice, dopo le sconfitte con Cagliari e Milan che provocarono l'esonero di Herrera.[74] Per sostituire il paraguaiano, Fraizzoli affidò la panchina a Giovanni Invernizzi che in precedenza si occupava del settore giovanile.[75] Trascinata dalle reti di Boninsegna, la squadra riuscì a compiere un inatteso aggancio nei confronti dei rivali rossoneri[75]: il sorpasso si concretizzò infine nella primavera 1971, dopo una vittoria sul Napoli rimasta celebre per le controversie circa l'arbitraggio.[76] I nerazzurri si aggiudicarono il titolo con due gare di anticipo, incamerando in tal modo l'undicesimo tricolore.[75]

 
Festeggiamenti per lo scudetto 1970-1971. La formazione titolare che scese in campo contro il Foggia nella partita che assegnò il titolo era composta da: Vieri, Bellugi, Facchetti, Bedin, Giubertoni, Burgnich, Jair, Bertini, Boninsegna, Mazzola, Corso.

La vittoria in campionato permise inoltre il ritorno sul palcoscenico europeo, cui la Beneamata si presentò con pochi rinforzi: tra questi il portiere di riserva Bordon, capace comunque di insidiare il titolare Lido Vieri a dispetto della giovane età[77], e il mediano Oriali.[78] Sconfitto agevolmente l'AEK Atene nei sedicesimi di finale della Coppa Campioni, la Beneamata incrociò il Borussia Mönchengladbach negli ottavi.[79] Durante la sfida di andata in Germania, sul punteggio di 2-1 per i teutonici, Boninsegna cadde a terra dopo essere stato centrato in testa da una lattina di Coca-Cola scagliata dai tifosi tedeschi sugli spalti.[80] Il risultato finale fu di 7-1 per il Borussia, con la società lombarda che presentò ricorso: il vicepresidente Prisco sostenne l'irregolarità nello svolgimento della partita, essendo questa proseguita dopo l'incidente.[79]

Al culmine di una diatriba sfociata anche sul piano legale, l'UEFA decretò l'annullamento della gara ordinandone la ripetizione.[79] A Milano i nerazzurri s'imposero per 4-2, mentre nel retour match la prestazione di Bordon — distintosi, tra l'altro, per un rigore parato a Sieloff[81] consentì di mantenere lo 0-0 e accedere ai quarti di finale.[79] La Beneamata ebbe poi ragione del belga Stantard Liegi e dello scozzese Celtic, superato ai rigori.[75] Nell'atto conclusivo gli uomini di Invernizzi capitolarono di fronte all'Ajax di Johan Cruijff, autore della doppietta decisiva.[82]

 
Mauro Bellugi in marcatura su Keizer nella finale della Coppa dei Campioni persa a Rotterdam contro l'Ajax.

1972-1977: gli anni buiModifica

Gli anni che fecero seguita alla finale di Coppa Campioni videro la squadra — alle prese con un ricambio generazionale —[55] rendersi autrice di un periodo sostanzialmente incolore, con stagioni in chiaroscuro malgrado il temporaneo ritorno di Helenio Herrera in panchina.[46]

Con il massimo obiettivo stagionale circoscritto alla qualificazione per la Coppa UEFA, l'unico traguardo significativo venne toccato nel 1977: la formazione di Giuseppe Chiappella disputò la finale di Coppa Italia perdendo contro il Milan, nell'ultima apparizione ufficiale di Sandro Mazzola.[83]

Il ciclo di Bersellini (1977-1982)Modifica

1977-1980: la seconda Coppa Italia e il dodicesimo ScudettoModifica

 
Graziano Bini riceve la seconda Coppa Italia della storia interista.

Ad aprire un ciclo vincente fu l'ingaggio di Eugenio Bersellini, soprannominato «sergente di ferro».[84] La stagione 1977-78 vide i nerazzurri tornare al successo, vincendo la Coppa Italia contro il Napoli: la sfida con i partenopei, conclusa per 2-1, coincise con l'ultimo incontro di Facchetti.[85] L'affermazione in coppa nazionale garantì il debutto nella Coppa delle Coppe, dove i meneghini raggiunsero i quarti di finale nel 1978-79 arrendendosi al belga Beveren.

 
Una formazione della stagione 1979-1980. Da sinistra, in piedi: Bordon, Mozzini, Pasinato, Bini, Canuti, e Altobelli; accosciati, Marini, Baresi, Muraro, Oriali e Beccalossi.

Nel campionato 1979-80 la Beneamata — i cui punti di forza risiedevano in Bordon, Baresi, nel capitano Bini, Oriali, Altobelli, Beccalossi e Muraro[86] scattò in testa dal primo turno, imponendosi poi nella stracittadina — con doppietta di Beccalossi —[87] e contro la Juventus (4-0).[86] L'unica flessione si registrò sul finire del girone d'andata, con la squadra che mantenne comunque un margine rassicurante sulle insegutrici.[86] La vittoria nel derby del 2 marzo 1980, con gol di Oriali, spianò la strada verso il dodicesimo tricolore con la matematica certezza acquisita a due giornate dalla conclusione per effetto di un pareggio con la Roma: il definitivo 2-2 fu realizzato da Roberto Mozzini.[88]

1980-1982: il ritorno in Europa e la terza Coppa ItaliaModifica

Riaffacciatasi in Coppa Campioni dopo nove anni, l'Inter tesserò l'austriaco Prohaska dopo la mancata chiusura del contratto col brasiliano Falcao.[89] Alla prima squadra venne aggregato il sedicenne Giuseppe Bergomi, che aveva compiuto il proprio esordio nel gennaio 1980.[90] I nerazzurri approdarono alle semifinali della manifestazione europea, cedendo al Real Madrid.

 
Alessandro Altobelli nel corso della semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid nel 1981.

A calare il sipario sul lustro di Bersellini fu la vittoria in Coppa Italia nel 1982, conseguita contro il Torino.[86]

 
Alessandro Altobelli segna il gol del pareggio contro il Torino nella vittoriosa finale di Coppa Italia della stagione 1981-1982.

Gli anni 1980Modifica

Biennio 1982-1984Modifica

Il successore di Bersellini fu Rino Marchesi, terzo classificato nel campionato 1982-83 dietro Roma e Juventus[91]: a segnare la stagione fu un sospetto di combine relativo alla sfida con il Genoa (vinta per 3-2), malgrado tali accuse non abbiano mai trovato riscontro.[92] In Coppa delle Coppe — torneo al quale i meneghini parteciparono per la seconda volta —[93] fu il Real Madrid a sbarrare la strada, nei quarti di finale.

Nella stagione 1983-84 i nerazzurri furono guidati da Luigi Radice[94], terminando il campionato al quarto posto.[95] Con l'annata agonistica in corso, Fraizzoli cedette la società a Ernesto Pellegrini che ne divenne proprietario nel marzo 1984.[96]

Il periodo 1984-1986: l'arrivo di PellegriniModifica

 
Rummenigge e Brady nella stagione 1984-1985: il tedesco e l'irlandese furono i primi acquisti stranieri del nuovo presidente Pellegrini.

Rinforzata dall'irlandese Brady e dal tedesco Rummenigge[97], la squadra di Ilario Castagner contese nel torneo 1984-85 la vittoria finale all'Hellas Verona chiudendo tuttavia sul gradino più basso del podio; in Coppa UEFA raggiunse la semifinale, arrendendosi al Real Madrid.[98][99] I madrileni furono gli artefici dell'eliminazione anche l'anno seguente, nel medesimo turno[100] allenati da Corso (che prese il posto di Castagner nell'autunno 1985). I nerazzurri finirono il campionato 1985-86 in sesta posizione.[101]

Il ciclo Trapattoni (1986-1991)Modifica

Biennio 1986-1988Modifica

 
Giovanni Trapattoni, sulla panchina nerazzurra dal 1986 al 1991, riportò i milanesi allo scudetto dopo nove anni (1989) e a un trionfo europeo dopo ventisei (1991).

L'estate 1986 portò a Milano l'ex bianconero Giovanni Trapattoni, vincitore di 6 Scudetti nel capoluogo piemontese.[102] Nella sua prima stagione, la squadra patì l'infortunio di Rummenigge[103] ma ottenne un positivo terzo posto.[104] L'annata successiva fu più deludente, con un piazzamento in quinta posizione e l'addio del capitano Altobelli.[105]

Stagione 1988-1989: il tredicesimo scudettoModifica

Dalla Germania arrivarono il centrocampista Lothar Matthäus e il terzino sinistro Andreas Brehme.[106] In difesa avevano ormai trovato spazio il portiere Walter Zenga e i difensori Riccardo Ferri e Giuseppe Bergomi davanti ad Andrea Mandorlini (trasformato in libero). Gianfranco Matteoli da regista avanzato venne arretrato davanti alla difesa a creare gioco mentre al suo posto andò Matthäus.[106] Accanto a loro fu acquistato l'interno Nicola Berti, dalla Fiorentina, e il tornante di destra del Cesena, Alessandro Bianchi.[106] Il centravanti Aldo Serena fece coppia con l'argentino Ramón Díaz, arrivato a Milano all'ultimo minuto in prestito dalla Fiorentina dopo la bocciatura di Rabah Madjer. Momentaneamente acquistato da Pellegrini, con tanto di foto ufficiali e presentazione in sede alla stampa, l'algerino, dopo che le visite mediche rilevarono un infortunio muscolare alla coscia che poteva comprometterne l'integrità fisica, non firmò mai il contratto.[106][107]

 
Una formazione dell'Inter dei record, stagione 1988-1989. Da sinistra, in piedi: Zenga, Ferri, Berti, Bergomi, Serena e Matthäus; accosciati: Díaz, Brehme, Bianchi, Matteoli e Mandorlini.

I nerazzurri andarono già in testa solitari alla quinta giornata, distanziando il Milan di un punto e la Sampdoria e il Napoli di due. Nelle giornate successive il Milan accusò un rallentamento: l'11 dicembre, la sconfitta nel derby impedì ai rossoneri di bissare il titolo. Soltanto il Napoli riuscì a seguire l'Inter, a tre punti di distacco. La situazione non cambiò dopo lo scontro diretto del San Paolo, il 15 gennaio (0-0); il 5 febbraio l'Inter diventò campione d'inverno e la domenica successiva la rocambolesca sconfitta di Firenze per 4-3 permise al Napoli di ridurre il distacco a un punto.

L'Inter vinse tutte le prime otto gare del girone di ritorno e allungò ancora sui partenopei; il 9 aprile i punti di vantaggio tra prima e seconda classificata furono sette. Vincendo lo scontro diretto del 28 maggio grazie a una punizione di Lothar Matthäus, i milanesi conquistarono matematicamente il loro 13º scudetto. Fu lo scudetto dei record: mai nessuna squadra sarebbe riuscita a toccare quota 58 con i due punti a vittoria. Aldo Serena vinse la classifica dei marcatori con 22 gol. Questa la formazione titolare: Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Díaz, Matthäus, Serena.

Stagione 1989-1990: la prima Supercoppa italianaModifica

 
I giocatori dell'Inter festeggiano la vittoria della prima Supercoppa italiana della storia del club nel 1989.

Nella stagione successiva fu ceduto Ramón Díaz e al suo posto venne preso il tedesco Jürgen Klinsmann dallo Stoccarda. La squadra venne subito eliminata in Coppa dei Campioni, dal Malmö allenato dall'inglese Roy Hodgson mentre in campionato arrivò terza. In questa stagione venne conquistata la prima Supercoppa italiana ai danni della Sampdoria sconfitta 2-0 a San Siro con le reti di Enrico Cucchi e Aldo Serena. La squadra con Brehme, Klinsmann e Matthäus venne rinominata dei "tre tedeschi", che poi andarono a conquistare con la propria nazionale il mondiale.[108][109][110]

Stagione 1990-1991: la prima Coppa UEFAModifica

 
Giuseppe Bergomi e Riccardo Ferri con la Coppa UEFA conquistata al termine della doppia finale del 1990-1991 con la Roma.

Il mondiale del 1990 vide vittoriosa la Germania di Lothar Matthäus, il quale a dicembre vinse il Pallone d'oro e anche il FIFA World Player of the Year, primo giocatore della storia dell'Inter ad avvalersi di entrambi i prestigiosi riconoscimenti.

Nella stagione 1990-1991 la squadra lottò per lo scudetto insieme alla Sampdoria; alla dodicesima giornata, approfittando del rinvio delle gare di Sampdoria e Milan, impegnate a fronteggiarsi nella Supercoppa europea, i nerazzurri andarono soli in testa. L'Inter rimase in vetta per diverse giornate, talvolta anche in compagnia di Sampdoria e Juventus, e andò a vincere il titolo d'inverno il 20 gennaio, con un punto di vantaggio sul Milan e due sul terzetto formato da Sampdoria, Juventus e Parma. Nel girone di ritorno rimasero presto in lotta i blucerchiati e le milanesi. Furono gli scontri diretti a sancire lo scudetto dei genovesi che batterono anche l'Inter vincendo 2-0 al Meazza, in un incontro nel quale Pagliuca parò un rigore a Matthäus sull'1-0 per i doriani.[111]

In Coppa UEFA la squadra raggiunse la sua prima finale dove incontrò la Roma. All'andata a Milano i nerazzurri vinsero 2-0 con reti di Matthäus su rigore e di Nicola Berti. Nel ritorno, all'Olimpico, l'Inter perse per 1-0 con gol di Ruggiero Rizzitelli vincendo comunque il trofeo: erano ventisei anni che l'Inter non vinceva un trofeo internazionale. L'avventura di Trapattoni sulla panchina nerazzurra si chiuse il 22 maggio 1991 dopo esattamente cinque anni.

Gli anni 1990Modifica

Il biennio 1991-1993Modifica

 
Lothar Matthäus nella stagione stagione 1991-1992: il tedesco è stato il primo calciatore interista a vincere il Pallone d'oro (nel 1990) e il FIFA World Player of the Year (nel 1991).

A conclusione del ciclo di Trapattoni, la società si affidò all'emergente Corrado Orrico.[112] Quest'ultimo, distintosi alla guida di formazioni "provinciali", non si rivelò tuttavia all'altezza di una «big»[113]: fallita la difesa del titolo europeo[114], la Beneamata fu protagonista di un campionato incolore che spinse il tecnico a dimettersi nel gennaio 1992.[115] Il sostituto fu individuato nell'ex calciatore Luis Suárez, incapace tuttavia di imprimere una svolta[116]: i nerazzurri terminarono all'ottavo posto, con conseguente esclusione dalle coppe europee.[117]

Pellegrini ingaggiò quindi Osvaldo Bagnoli, proveniente dal Genoa.[118] Benché privatasi sul mercato del trio tedesco[119], la formazione nerazzurra disputò un buon torneo.[120] Emersa alla distanza dopo un avvio incerto[121], la compagine interista rappresentò la principale concorrente del Milan di Fabio Capello[122]: il pari nel derby di ritorno e la sconfitta di Parma alla penultima giornata impedirono l'aggancio[123], con la seconda posizione finale a quattro lunghezze dai rossoneri.[124]

La seconda Coppa UEFA (1993-1994)Modifica

 
Dennis Bergkamp posa con il trofeo della Coppa UEFA 1993-1994, conquistata nella doppia finale contro gli austriaci del Salisburgo; l'olandese risultò inoltre capocannoniere dell'edizione con 8 reti.

Decisa a tornare al successo, nell'estate 1993 la squadra scommise sugli olandesi Wim Jonk e Dennis Bergkamp.[125] In campionato i nerazzurri non seppero tenere il passo del Milan capolista, denunciando un vistoso calo nelle prime battute della fase di ritorno.[126] Nel febbraio 1994 Bagnoli fu esonerato lasciando posto a Giampiero Marini, responsabile della Primavera.[127] Sul fronte nazionale, la caduta in classifica fece temere la retrocessione che venne però scongiurata all'ultima domenica.[128]

Di ben altra caratura fu l'esperienza in Coppa UEFA, dove Bergkamp si laureò capocannoniere trascinando i meneghini alla finale: un doppio successo contro gli austriaci del Casino Salisburgo valse il trofeo, conquistato per la seconda volta dopo il successo di Trapattoni nel 1991.[129]

Il triennio 1994-1997: l'arrivo di Massimo MorattiModifica

 
Javier Zanetti all'inizio della stagione 1996-1997: l'argentino diventerà capitano e simbolo dell'Inter negli anni 2000 e 2010.

L'affermazione in campo europeo rappresentò l'ultima gioia per Pellegrini, il quale agli inizi del 1995 cedette la società a Massimo Moratti.[130] Il figlio di Angelo succedette quindi al padre dopo quarant'anni[131]: in campionato l'Inter raggiunse la sesta piazza, riscattando con la partecipazione alla Coppa UEFA un torneo sostanzialmente incolore.[132] Avara di soddisfazioni risultò anche la stagione 1995-96 con i nerazzurri che, guidati dapprima da Ottavio Bianchi e successivamente da Roy Hodgson[133], giunsero soltanto settimi in classifica.[134]

Presentatasi al via del torneo 1996-97 con diversi volti nuovi[135], la Beneamata tentò di insidiare Juventus e Parma senza tuttavia riuscirvi appieno.[136] A frenare la rincorsa contribuirono poi gli scontri diretti, risoltisi in un pareggio contro i bianconeri — malgrado una rete di Ganz originariamente convalidata[137], ma in seguito annullata per le proteste dei torinesi —[138] e una sconfitta sul campo dei ducali.[123] L'Inter ebbe comunque modo di rifarsi in ambito europeo, pervenendo a disputare la finale di Coppa UEFA contro i tedeschi dello Schalke 04.[139] Sconfitta di misura all'andata[139], nel ritorno a San Siro la formazione di Hodgson pareggiò i conti con Zamorano cogliendo poi una traversa con Ganz nei supplementari[139]: il confronto si risolse quindi ai rigori, dove i teutonici s'imposero per 4-2.[139]

A poche ore dalla gara, l'allenatore inglese — protagonista di un acceso diverbio con Javier Zanetti al momento della sostituzione di quest'ultimo —[140] annunciò le dimissioni[141]: per sostituirlo fu chiamato Luciano Castellini, con cui la squadra si classificò terza in campionato.[142]

Biennio 1997-1999: dalla terza Coppa UEFA alla stagione dei quattro allenatoriModifica

 
Il brasiliano Ronaldo, acquistato dal Barcellona nell'estate 1997, venne nominato Pallone d'oro nel dicembre dello stesso anno.

Nell'estate 1997 la panchina fu affidata a Luigi Simoni, mentre il mercato vide l'arrivo del brasiliano Ronaldo.[143] L'innesto del giovane attaccante, ritenuto una promessa a livello mondiale[144], giovò alla Beneamata che in campionato parve poter insidiare i bianconeri.[145][146] L'undici meneghino trionfò peraltro nel derby d'Italia[147], mancando però la conquista del titolo invernale a favore dei piemontesi.[148] L'incostanza di risultati registrata tra febbraio e marzo obbligò i nerazzurri all'inseguimento[48], sebbene una ripresa primaverile consentì ai milanesi di rientrare in corsa per lo scudetto.[149] L'esito del campionato venne quindi deciso dal confronto diretto, che gli uomini di Lippi fecero loro per un gol di scarto[150]: veementi furono le proteste per un contatto in area tra Iuliano e Ronaldo[151], che l'arbitro Piero Ceccarini non ritenne di dover sanzionare con il rigore.[152] Seconda in campionato, la compagine lombarda sollevò un'altra Coppa UEFA[153]: battendo per 3-0 la Lazio a Parigi, fu incamerato il primo trofeo della nuova gestione.[154]

Il buon comportamento della squadra fece ricadere su di essa pronostici favorevoli anche in vista dell'annata seguente, con l'organico peraltro rinforzato dall'acquisto di Roberto Baggio[155]: alla rosa si unirono poi i giovani Andrea Pirlo e Nicola Ventola.[156][157] Riapparsa in Champions League dopo nove anni — grazie anche alla riforma che interessò le manifestazioni continentali — l'Inter eliminò i lettoni dello Skonto Riga, approdando alla fase a gironi.[158] La partenza negativa in coppa, con una sconfitta per mano dei campioni uscenti del Real Madrid[159], accese le contestazioni verso il tecnico[160]: sul suo conto pesò inoltre una crisi di risultati in campionato[161], che tagliò fuori i nerazzurri dalla lotta di vertice già in autunno.[162] Pur risollevando le sorti della squadra[163], Simoni venne esonerato.[164] In panchina sedette quindi il romeno Mircea Lucescu[165], con la qualificazione europea già ottenuta.[166] La Beneamata si arrese nei quarti di finale al Manchester United[167], che avrebbe poi trionfato.[168] Lucescu venne quindi rimpiazzato da Castellini prima e Hodgson poi[169], senza che la squadra riuscisse a migliorare il proprio rendimento[170]: alle dimissioni di Moratti fece seguito l'ottavo posto in campionato, con l'ultimo appello per l'Europa fallito nello spareggio contro il Bologna.[171]

Gli anni 2000Modifica

Da Lippi a Tardelli (1999-2001)Modifica

 
Christian Vieri, arrivato dalla Lazio nel 1999 per una cifra allora record nella storia del calciomercato mondiale[172], fu l'attaccante di riferimento dell'Inter per tutta la prima metà degli anni 2000.

Nell'estate 1999 la società puntò quindi sull'ex juventino Marcello Lippi[173], con Moratti che riprese l'incarico presidenziale dopo averlo abbandonato in primavera.[174] Un ingente mercato — che vide gli arrivi di Vieri, Panucci, Jugović e Di Biagio, oltre agli acquisti di Seedorf e Córdoba a gennaio —[175][176] riversò sui nerazzurri grandi aspettative[177], confermate in avvio di campionato.[178] A frenare la corsa interista fu però una crisi autunnale[179], cui si aggiunse l'infortunio di Ronaldo[180]; tensioni insorte nello spogliatoio tra Lippi e la squadra minarono ulteriormente il cammino[181], circoscrittosi all'obiettivo della quarta posizione.[182] Battuta in finale di Coppa Italia dalla Lazio[183], l'Inter salvò la stagione con l'ingresso ai preliminari di Champions League raggiunto dopo lo spareggio con il Parma.[184]

La conferma di Lippi in panchina fu posta in dubbio dai primi risultati dell'annata seguente, con i nerazzurri eliminati dallo svedese Helsingborgs in Europa e sconfitti nuovamente dai biancocelesti in Supercoppa italiana.[185][186] All'inizio del campionato 2000-01, dopo la sconfitta di Reggio Calabria, il tecnico si rese protagonista di un duro sfogo contro i propri calciatori che ne comportò l'esonero[187]; a prenderne il posto fu chiamato Marco Tardelli[188], con la Beneamata che non migliorò tuttavia il rendimento.[189] Al termine di un torneo deludente — segnato peraltro dalla clamorosa disfatta nella stracittadina dell'11 maggio 2001 —[190] i nerazzurri centrarono comunque il quinto posto, valido per accedere alla Coppa UEFA.[191]

Il biennio di Cúper e la parentesi di Zaccheroni (2001-2004)Modifica

 
L'argentino Cúper, sulla panchina nerazzurra dal 2001 al 2003, raggiunse due semifinali europee nonché un terzo e un secondo posto in Campionato.

Per la stagione 2001-02 Moratti ingaggiò Héctor Cúper, protagonista con il Valencia di buoni risultati in campo continentale.[192] Profondamente rinnovata sul mercato[193][194][195], l'Inter si presentò ai nastri di partenza come una delle favorite.[196] Conteso il titolo d'inverno ai campioni uscenti della Roma[197], i meneghini terminarono alle spalle di questi ultimi il girone di andata riuscendo poi a compiere l'aggancio nella seconda parte di torneo.[198] Conquistato il primato in solitaria[199], la formazione — fermata ad un passo dal traguardo europeo dagli olandesi del Feyenoord — inciampò fatalmente a Verona concedendo un appello ai giallorossi e alla rinata Juventus[200]: giunti all'ultima domenica con un punto di margine sui bianconeri e due sui capitolini[201], gli uomini di Cúper caddero sul campo della Lazio fallendo la vittoria del titolo e terminando addirittura in terza posizione.[202]

La delusione sportiva si tradusse nella partenza di Ronaldo, già protagonista di screzi con Cúper[203]; a sostituire il brasiliano fu Hernán Crespo[204], partner offensivo di un Vieri che si sarebbe laureato miglior marcatore del campionato.[205][206][207] Nel girone di andata la squadra rivaleggiò con il Milan[208], perdendo il titolo invernale a favore dei concittadini.[209] In febbraio l'undici nerazzurro operò il sorpasso, dovendo tuttavia fronteggiare la risalita della Juventus[210]: il passo falso nel derby d'Italia e un successivo rallentamento posero fine alle speranze-scudetto[211], con i nerazzurri che rivolsero i propri pensieri all'obiettivo europeo.[212] Superati i preliminari di Champions League contro lo Sporting Lisbona, l'Inter vinse il proprio girone davanti all'Ajax mentre nella seconda fase a gruppi terminò dietro il Barcellona; nei quarti di finale ebbe ragione del Valencia, ex squadra di Cúper.[213] A fermare i nerazzurri furono i concittadini, nel primo derby meneghino della storia andato in scena in ambito continentale: un duplice pareggio premiò infatti la compagine di Carlo Ancelotti, per il gol segnato «in trasferta».[214] In campionato la squadra terminò al secondo posto[215], con il tecnico argentino che conobbe un'altra conferma contrattuale.[216]

A spingere Moratti ad un ripensamento fu però la partenza negativa nel campionato seguente[217], con Cúper esonerato a favore di Alberto Zaccheroni nell'ottobre 2003.[218] Al culmine di una stagione tormentata — complici anche le dimissioni di Moratti dalla presidenza, ruolo poi assunto da Facchetti —[219] l'allenatore cesenate, dopo l'eliminazione patita sia in Champions League che in Coppa UEFA[220], condusse i nerazzurri al quarto posto.[221] Malgrado il raggiungimento dell'obiettivo minimo, Zaccheroni fu esonerato in giugno.[222]

Il ciclo Mancini (2004-2008)Modifica

Biennio 2004-2006: il quattordicesimo scudetto, la quarta e la quinta Coppa Italia e la seconda Supercoppa italianaModifica

 
I calciatori nerazzurri festeggiano la vittoria in Coppa Itlaia nella stagione 2005-06.

Nell'estate 2004 la società ingaggiò Roberto Mancini, proveniente da un biennio con la Lazio.[223] In campionato i nerazzurri non riuscirono ad insidiare il duopolio di Juventus e Milan[224], complice l'elevato numero di pareggi (18 in 38 gare).[225] Migliore fu il rendimento in Champions League dove i meneghini vinsero il proprio girone, per poi estromettere i campioni in carica del Porto negli ottavi di finale[226]: abbinata ai concittadini rossoneri per il turno seguente[227], la Beneamata fu eliminata perdendo a tavolino il retour match per le intemperanze dei propri sostenitori.[228] Protagonista comunque di una buona stagione[229], la compagine interista terminò il campionato alle spalle delle storiche rivali con il gradino più basso del podio[230]: l'Inter vinse poi la Coppa Italia contro la Roma[231], incamerando il primo trofeo da sette anni a questa parte.[232]

Decisa ad aprire un ciclo[233], la squadra si rinforzò con gli arrivi di Walter Samuel e Luís Figo per la stagione 2005-06[234]: ad inaugurare l'annata fu la vittoria in Supercoppa italiana, ottenuta nei supplementari in casa della Juventus.[235] L'Inter si candidò a principale concorrente dei bianconeri anche sul fronte nazionale[236], non riuscendo però a reggere il ritmo dei torinesi: la sconfitta riportata nel confronto diretto vanificò le già flebili speranze di rimonta.[237] La delusione europea, con i nerazzurri eliminati dal Villarreal nei quarti di finale, spinse la società a dichiarare una possibile vendita del club[238][239]; per la seconda stagione consecutiva i lombardi vinsero la Coppa Italia, sempre sconfiggendo la Roma.[240] Il campionato si concluse nuovamente con il terzo posto, ma a ribaltare lo scenario concorse l'esplosione di Calciopoli[241]: il declassamento dei bianconeri e la penalità inflitta al Milan promossero i nerazzurri al primo posto, con la conseguente vittoria sub iudice dello Scudetto.[242]

Biennio 2006-2008: il quindicesimo e il sedicesimo scudetto e la terza Supercoppa italianaModifica

 
Il tecnico Roberto Mancini, vincitore tra il 2006 e 2008 di tre campionati consecutivi.

La retrocessione a tavolino dei bianconeri rese quindi l'Inter l'unica società ad aver disputato ogni campionato a girone unico, mentre nell'agosto 2006 i lombardi rimpinguarono ulteriormente la loro bacheca con il bis in Supercoppa italiana: ad arrendersi, nei supplementari, fu la Roma che aveva chiuso il primo tempo in vantaggio per 1-3.[243] Il 4 settembre 2006 la società perse il suo presidente, quando una lunga malattia spense la vita di Giacinto Facchetti[244]: l'incarico dirigenziale fu quindi riassunto da Moratti.[245] Rafforzata da un mercato estivo che vide, tra gli altri, l'ingaggio di Vieira e Ibrahimović — entrambi provenienti dal collasso bianconero — l'Inter fu designata quale principale favorita per il campionato 2006-07[246]: inizialmente contrastata da Roma e Palermo[247][248], la Beneamata creò il vuoto sulle inseguitrici con la serie-record di 17 vittorie consecutive.[249] Malgrado un nuovo fallimento in campo continentale, con la squadra estromessa dal Valencia in Champions League[250], gli uomini di Mancini conquistarono il tricolore con cinque giornate di anticipo[251]: il campionato andò in archivio con la quota di 97 punti[252], suggellando la vittoria del quindicesimo Scudetto.[253][254]

Con l'obiettivo dichiarato di puntare a traguardi anche in ambito europeo[255], la formazione venne potenziata dagli acquisti del difensore Chivu e della punta Suazo.[256] La stagione 2007-08 fu aperta dalla sconfitta in Supercoppa italiana, per mano di una Roma che già aveva sottratto ai campioni d'Italia la coppa nazionale durante l'anno passato[257]; gli stessi capitolini si confermarono come l'avversario più agguerrito dell'undici interista in campionato.[258] La formazione di Mancini fece suo il primato solitario già in autunno[259], pur dovendo rinunciare a numerosi elementi-chiave per una sfilza di infortuni.[260][261] Aggiudicatasi il titolo d'inverno con la vittoria nel derby[262], l'Inter terminò il girone di andata con sette lunghezze di margine sui romani[263]: a metà febbraio si segnalò poi un distacco di undici punti, circostanza che fece presagire un torneo ormai scontato.[264]

A riaprire i giochi fu però il contraccolpo psicologico che l'ambiente subì dall'eliminazione in Champions League, maturata contro il Liverpool negli ottavi di finale.[265] Contrariato dall'ennesimo flop europeo, Mancini annunciò un possibile divorzio a fine stagione spingendo Moratti a dichiararsi in merito[266]; distratta da polemiche interne, la Beneamata palesò un rallentamento che riaccese il tentativo di rimonta giallorosso.[267] I nerazzurri riuscirono comunque a confermarsi sul tetto d'Italia, trionfando a Parma nella giornata conclusiva e mantenendo un vantaggio di tre punti sui capitolini[268]: la rivalsa di questi ultimi si ebbe in coppa nazionale, con i meneghini battuti di misura (2-1) nell'atto conclusivo.[269] Al termine della stagione Mancini fu esonerato[270], con la dirigenza che ricondusse ufficialmente il fatto alle dichiarazioni espresse dal tecnico dopo l'uscita dalla Champions League.[271]

Il biennio di Mourinho (2008-2010)Modifica

Stagione 2008-2009: il diciassettesimo scudetto e la quarta Supercoppa italianaModifica

 
Il portoghese Mourinho, allenatore nerazzurro dal 2008 al 2010: sotto la sua conduzione, la squadra tornò al successo in Champions League dopo 45 anni dall'ultima vittoria.[272]

A raccogliere l'eredità di Mancini fu chiamato il portoghese José Mourinho[273], vincitore al suo debutto della Supercoppa italiana con i nerazzurri che sconfissero la Roma ai rigori.[274] In campionato l'Inter lamentò un avvio stentato[275], circostanza cui lo stesso tecnico pose rimedio adattando uno schieramento simile a quello impiegato vittoriosamente da Mancini.[276] Riguadagnato il dominio sul torneo[277], i nerazzurri ipotecarono l'affermazione finale già in inverno.[278] Benché naufragata ancora una volta in Europa — con l'eliminazione contro i campioni in carica del Manchester United —[279] la compagine nerazzurra poté rifarsi in campionato[280], acquisendo matematicamente il tricolore con due giornate di anticipo.[281]

Il 17º Scudetto in assoluto permise di eguagliare i rivali rossoneri nell'albo d'oro del campionato italiano.[282]

Stagione 2009-2010: il diciottesimo scudetto, la sesta Coppa Italia e la terza Champions LeagueModifica

 
Una formazione dell'Inter nella stagione 2009-2010. Da sinistra, prima fila: Vieira, Maicon, Toldo, Materazzi, Lúcio e Eto'o; seconda fila, Stanković, Quaresma, Zanetti, Muntari e Milito.

Nella stagione 2009-2010, l'Inter decise di rivoluzionare il proprio organico: il centravanti Ibrahimović venne ceduto al Barcellona,[283] in cambio di Eto'o e un robusto conguaglio economico.[284] Vennero acquistati il centrale difensivo Lúcio dal Bayern Monaco e il trequartista Sneijder dal Real Madrid;[285] dal Genoa, arrivarono invece il regista Thiago Motta e il centravanti Milito.[286] La stagione, apertasi con la sconfitta in Supercoppa italiana, si rivelò trionfale. Al termine di un serrato duello in campionato con la Roma, i nerazzurri festeggiarono il diciottesimo scudetto nonché quinto consecutivo.[287] I giallorossi furono anche gli avversari per la conquista della Coppa nazionale, che vide imporsi i milanesi per la sesta volta nella loro storia.

Tuttavia la stagione passò alla storia per il ritorno all'affermazione in campo continentale a 45 anni di distanza dall'ultima volta. L'avventura in Champions League iniziò in salita, con i nerazzurri che superarono il girone da secondi classificati.[288] Nella fase a eliminazione diretta l'Inter eliminò il Chelsea, il CSKA Mosca e i campioni continentali del Barcellona, già affrontati nel gruppo. La finale, la prima in campo internazionale dopo 12 anni, vide i milanesi trionfare sul Bayern Monaco grazie alla doppietta di Diego Milito, protagonista indiscusso della stagione nerazzurra.[289] Subito dopo aver centrato un treble inedito nella storia del calcio italiano, Mourinho passò al Real Madrid.[290]

Gli anni 2010Modifica

Il periodo 2010-2013Modifica

Stagione 2010-2011: la quinta Supercoppa italiana, il primo Mondiale per club, la settima Coppa ItaliaModifica

 
Samuel Eto'o, arrivato all'Inter nel 2009, trascorse in nerazzurro due stagioni; nella stagione 2010-2011 realizzò addirittura 37 gol, il miglior risultato per un giocatore interista da mezzo secolo a quella parte.

Il 10 giugno 2010 venne ufficializzato l'ingaggio del nuovo allenatore, lo spagnolo Rafael Benítez. Lo storico treble dell'annata precedente permise all'Inter di partecipare, oltre alla Supercoppa italiana, per la prima volta anche alla Supercoppa europea e al Mondiale per club. Il 21 agosto i nerazzurri affrontarono la Roma, finalista di Coppa Italia, nel trofeo italiano per la quarta volta nella ultime cinque edizioni, battendola per 3-1 grazie al gol di Pandev e alla doppietta di Eto'o che rimontarono l'iniziale vantaggio di Riise.[291] In Supercoppa europea, il 27 agosto, l'Inter perse il trofeo contro l'Atlético Madrid per 2-0 e insieme ad esso anche la possibilità di vincere sei trofei nell'arco di un anno solare come aveva fatto il Barcellona nella stagione precedente.[292] La partita di semifinale della Coppa del Mondo per club si giocò il 15 dicembre contro i sudcoreani del Seongnam battuti dalla formazione nerazzurra per 3-0 con reti di Stanković, Zanetti e Milito; l'Inter si aggiudicò quindi il diritto di giocare la finale della competizione che si disputò il 18 dicembre contro i campioni africani del Mazembe, prima squadra non europea e non sudamericana ad accedere alla finale della competizione.[293] La partita finì 3-0 per i nerazzurri con i gol di Pandev, Eto'o e Biabiany, che si consacrarono Campioni del Mondo per la terza volta nella loro storia.[294]

Il 23 dicembre Benítez e la dirigenza decisero di rescindere consensualmente il contratto anche a causa delle dichiarazioni rilasciate dal tecnico spagnolo subito dopo la vittoria di Abu Dhabi.[295] Il nuovo allenatore divenne il brasiliano Leonardo, ex giocatore e allenatore del Milan. In campionato i nerazzurri giunsero secondi dietro il Milan, qualificandosi comunque alla Champions League per la decima volta consecutiva (record italiano).[296] In Champions League la squadra arrivò seconda nella prima fase dietro il Tottenham e, dopo aver eliminato il Bayern Monaco negli ottavi di finale ribaltando lo 0-1 di San Siro con un 3-2 all'Allianz Arena,[297] venne eliminata dallo Schalke 04 nei quarti di finale, perdendo sia in casa (5-2) che in trasferta (2-1). In Coppa Italia, dopo aver eliminato il Genoa (3-2), il Napoli al San Paolo ai calci di rigore (dopo che i supplementari si erano conclusi sullo 0-0) e la Roma (1-0 all'Olimpico e 1-1 al Meazza), il 29 maggio 2011 vinse la finale contro il Palermo per 3-1 grazie alla doppietta di Eto'o e al sigillo nel finale di Milito. Si trattò della settima vittoria nella competizione nazionale. Ai nerazzurri venne assegnata contestualmente anche la Coppa del 150º anniversario dell'Unità d'Italia.[298]

Biennio 2011-2013: l'addio di MorattiModifica

 
Un undici interista nella stagione 2011-2012. Da sinistra, prima fila: Júlio César, Álvarez, Pazzini, Chivu, Lúcio e Samuel; seconda fila, Zanetti, Cambiasso, Obi, Nagatomo e Milito.

In vista della stagione 2011-2012, fu scelto Gian Piero Gasperini come nuovo allenatore.[299] La sua esperienza iniziò perdendo la Supercoppa italiana contro il Milan[300]; in seguito la squadra perse altre 3 volte in 4 partite, tra campionato e Champions League.[301][302] Gasperini venne così esonerato[303], con Claudio Ranieri chiamato a sostituirlo.[304] Tra la fine del 2011 e l'inizio del 2012 i nerazzurri parvero risollevare le proprie sorti, avvicinandosi alle posizioni di vertice e rientrando in corsa per l'Europa.[305] Tuttavia, dopo l'eliminazione dalla Coppa Italia[306], cominciò un periodo negativo che vide la formazione franare sia in campionato (con 2 punti conquistati in 7 giornate[307][308]) che in coppa, dove fu eliminata dal Marsiglia.[309] A fine marzo si optò per un altro cambio alla guida, con il giovane Stramaccioni a rimpiazzare l'esonerato Ranieri.[310] Migliorandosi nel finale di stagione, la squadra raggiunse il sesto posto guadagnando il diritto a partecipare all'Europa League (torneo che nel 2009 sostituì la Coppa UEFA).[311] Stramaccioni prolungò il suo contratto per tre anni.[312]

La sua seconda stagione iniziò con il piede giusto, tanto che la squadra ottenne ben 10 vittorie consecutive tra campionato e coppa arrivando, tra l'altro, a sconfiggere la Juventus nel suo nuovo impianto, dove i bianconeri avevano, fino a quel momento, mantenuto l'imbattibilità (49 partite).[313] Malgrado un avvio promettente, i nerazzurri crollarono alla distanza anche a causa dei numerosi infortuni[314]; conquistando soltanto 19 punti nel girone di ritorno, precipitarono al nono posto mancando (per la prima volta dal 1999) la qualificazione alle coppe europee.[315]

Per l'anno seguente, Moratti scelse Walter Mazzarri in sostituzione di Stramaccioni.[316] L'ingaggio del livornese fu, di fatto, l'ultima mossa del patron che a novembre 2013 cedette la maggioranza del pacchetto azionario a Erick Thohir, imprenditore indonesiano e proprietario (indiretto) della International Sports Capital.[317]

Il periodo 2013-2016: la gestione ThohirModifica

 
Mauro Icardi, all'Inter dal 2013 al 2019, fu capitano e bomber dei nerazzurri nella seconda metà degli anni 2010.

La stagione 2013-2014 vide l'Inter piazzarsi al quinto posto in campionato, centrando il ritorno in Europa.[318] Mazzarri fu l'ultimo allenatore interista a poter contare sui reduci del "treble", che lasciarono Milano al termine dell'annata: il capitano Zanetti, Samuel, Cambiasso, Milito e Chivu.[319][320] Concluso il sodalizio con i protagonisti del recente passato, in casa nerazzurra si visse la situazione di un «anno zero».[321] La stagione 2014-2015 iniziò con grandi aspettative[322], ben presto tradite dal campo.[323][324] Il rendimento mediocre della squadra, unito all'immagine del tecnico che era andata sempre più deteriorandosi[325], convinse Thohir, durante la sosta di novembre, a licenziare l'allenatore.[326] Fu così richiamato Mancini, già alla guida del club dal 2004 al 2008.[327] Complice la posizione di classifica in cui l'Inter si ritrovò al momento del cambio in panchina, nonché l'agguerita concorrenza delle rivali, il campionato risultò fallimentare.[328] L'ottavo posto significò, nuovamente, l'esclusione dalle manifestazioni continentali.[329]

Nel 2015-2016, confermato Mancini, la squadra visse un girone d'andata in cima alla classifica grazie anche alle molte vittorie di misura[330]; nella seconda parte accusò tuttavia un calo e, subendo il ritorno della Juventus, non andò oltre il quarto posto.[331]

Dal 2016: l'arrivo del gruppo SuningModifica

2016-2017: una stagione per quattro allenatoriModifica

A giugno si verificò una svolta a livello dirigenziale, con il presidente Thohir che cedette la maggioranza delle quote (il 68,55 %) al Suning Holdings Group (presieduto dal cinese Zhang Jindong).[332] Il magnate indonesiano mantenne il 31,05 % mentre la quota restante venne suddivisa tra la Pirelli e azionisti minori.[333]

Nonostante la nuova disponibilità economica e i proclami di riscatto, Mancini entrò in rotta con le nuove figure dirigenziali e si dimise a pochi giorni dal campionato 2016-2017.[334] L'Inter chiamò l'olandese Frank de Boer a prenderne il posto, ma la mossa, compiuta in tempi rapidi quanto stretti, non diede i frutti sperati[335]; attardati dalle prime posizioni già a settembre[336], i nerazzurri disputarono in Europa League il loro peggior girone nella storia delle coppe internazionali.[337] Nel mese di novembre, De Boer fu sollevato dall'incarico che passò nelle mani di Stefano Pioli.[338] L'ex tecnico della Lazio costruì una rimonta nei mesi invernali[339], portando i milanesi a competere per il terzo posto.[340] Come già accaduto in altre occasioni però, la squadra palesò un calo primaverile tale da vanificare il buon lavoro svolto fino a quel punto.[341][342] Arrivata a totalizzare un filotto di 8 partite senza vittorie[343], la squadra esonerò anche Pioli affidandosi, per le ultime 3 giornate, a Stefano Vecchi, responsabile della Primavera.[344] Il campionato finì con un settimo posto, mancando l'ingresso in Europa (per un punto) a favore del Milan.[345]

Dal 2017: il biennio di Spalletti e l'arrivo di ConteModifica

Per tentare l'ennesima rivoluzione degli anni 2010, durante l'estate 2017 fu ingaggiato Luciano Spalletti per la panchina.[346] La formazione nerazzurra ben figurò nella prima parte di campionato[347][348], rivestendo i panni di capolista per diverse giornate e insidiando la corsa tra Napoli e Juventus.[349][350][351][352][353] Un crollo registrato nei mesi invernali comportò il definitivo abbandono ai vertici[354], malgrado in primavera i nerazzurri riuscirono a ricompattarsi per ultimare l'assalto alla Champions League.[355][356] L'obiettivo fu raggiunto nella domenica conclusiva, espugnando il terreno della Lazio e superando gli stessi capitolini al quarto posto per l'esito favorevole dei confronti diretti.[357]

Spalletti venne confermato alla guida, segnalandosi per una partenza promettente anche nel torneo 2018-19[358][359][360][361]; in seguito all'eliminazione nel primo turno di Champions League[362], i meneghini caddero tuttavia in una spirale negativa.[363] Con l'ambiente scosso peraltro dalle polemiche nate tra Icardi e la dirigenza[364], l'obiettivo stagionale divenne nuovamente l'ingresso alla massima manifestazione europea.[365][366] Il tecnico toscano raggiunse ancora il quarto posto, sempre all'ultima giornata.[367] Nella stessa stagione, il 26 ottobre 2018 Thohir lasciò la carica di presidente a Steven Zhang, figlio del patron Zhang Jindong,[368] mentre il 25 gennaio 2019 uscì definitivamente dal club.[369]

Nell'estate del 2019, Spalletti viene esonerato e sostituito da un nome a sorpresa, quello di Antonio Conte,[370] storico rivale degli anni passati. Pur a fronte della precoce eliminazione nella fase a gironi di Champions League,[371][372][373] nel prosieguo di stagione l'ex allenatore juventino rilanciò la squadra, portandola a chiudere al secondo posto in campionato,[374] il migliore piazzamento in casa interista da nove anni a quella parte. La prematura eliminazione in Champions League consentì comunque il ripescaggio in Europa League, manifestazione in cui i nerazzurri raggiunsero la finale,[375] la prima in Europa per i milanesi da dieci anni a quella parte: nell'atto conclusivo, gli uomini di Conte cedettero però di misura al Siviglia (3-2).[376]

NoteModifica

  1. ^ (EN) Europe's Club of the Century, International Federation of Football History & Statistics, 10 settembre 2009. URL consultato il 14 settembre 2009 (archiviato dall'url originale il 24 maggio 2012).
  2. ^ Le stelle, su vivoazzurro.it. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  3. ^ a b interfc.it Archiviato il 6 giugno 2017 in Internet Archive.
  4. ^ L'Internazionale di Milano, memomi.it.
  5. ^ Gianni Mura, Da Angelillo a Ibra i cento anni dell'Inter, in la Repubblica, 8 marzo 2008, pp. 1-13.
  6. ^ F.C. Internazionale Milano > Altre informazioni, guidamonaci.it. URL consultato il 10 maggio 2012 (archiviato dall'url originale il 22 febbraio 2014).
  7. ^ cfr. Luigi La Rocca, Le cartoline raccontano: Il ristorante Orologio di Milano, Phila-Sport, pag. 30, n.68, ottobre-dicembre 2008.
  8. ^ a b c Dalla fondazione alla prima guerra mondiale - Nasce la Beneamata, enciclopediadelcalcio.it.
  9. ^ Fusco, p. 32.
  10. ^ 1908, nasce l'Inter da una costola del Milan, corrieredellosport.it, 9 marzo 2011 (archiviato dall'url originale il 29 aprile 2016).
  11. ^ Il figlio di Muggiani, Giorgio Muggiani jr, racconta della scelta dei colori da parte del padre. Il rosso, il nero, il blu. Giorgio Muggiani e i colori dell'Inter (JPG), in Inter, Milano siamo noi.
  12. ^ a b c Federico Pistone, Inter - 1908-2008: Un secolo di passione nerazzurra, Diemme.
  13. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r Dalla fondazione alla prima guerra mondiale - Il primo scudetto, enciclopediadelcalcio.it.
  14. ^ Secondo alcuni 9-3, secondo altri 11-3.
  15. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x Dal secondo scudetto alla crisi degli anni '20, enciclopediadelcalcio.it.
  16. ^ Stefano Olivari, Lo stile di Rosetta, in blog.guerinsportivo.it, 15 febbraio 2011. URL consultato il 14 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 19 gennaio 2013).
  17. ^ Storia del Campionato di Calcio: 1921-1922, in calciomagazine.net, 21 marzo 2010. URL consultato il 15 maggio 2013 (archiviato dall'url originale il 3 luglio 2013).
  18. ^ Il verdetto arbitrale per la fusione della Federazione e della Confederazione (GIF), in Gazzettino dello Sport, 26 giugno 1922.
  19. ^ Stefano Olivari, L'Inter non retrocede, in blog.guerinsportivo.it, 6 marzo 2011. URL consultato il 14 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale l'11 aprile 2014).
  20. ^ Alessandro Bassi, 1913 e 1922, Juventus e Inter in Serie B? Ecco come andò veramente, su calciomercato.com, 28 aprile 2018. URL consultato il 1º marzo 2019.
  21. ^ Angelo Rovelli, Buon compleanno, San Siro, in La Gazzetta dello Sport, 19 settembre 2001.
  22. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q I brillanti anni '30 - Il terzo scudetto, enciclopediadelcalcio.it.
  23. ^ Tutte le Guide Commerciali di Milano "Savallo e Fontana" a partire dal 1910 avevano sempre pubblicato i direttivi del F.C. Internazionale. A partire dal volume del 1929 nella sezione Società Sportive alla voce Ambrosiana aggiunsero che era nata il 1º settembre 1928. Consultabili presso la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano
  24. ^ a b Marani
  25. ^ L'Ambrosiana campione d'Italia, in Lo Sport Fascista, luglio 1930, p. 7. URL consultato il 27 novembre 2013.
  26. ^ Il cambio del nome in Ambrosiana-Inter. Dal Littoriale di Roma del 25 gennaio 1932 pag. 3 Archiviato il 26 febbraio 2014 in Internet Archive.
  27. ^ a b c d e f g I brillanti anni '30 - Sempre ad alto livello, enciclopediadelcalcio.it.
  28. ^ a b c d e f g h i I brillanti anni '30 - I trionfi della seconda parte degli anni '30, enciclopediadelcalcio.it.
  29. ^ Chiesa, p. 51.
  30. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s L'era Masseroni - Da Pozzani a Masseroni, enciclopediadelcalcio.it.
  31. ^ Giovanni Lorenzini, L'ultimo addio al gatto magico Olivieri fra i suoi «ragazzi» e gli amici del bar, in La Gazzetta dello Sport, 7 aprile 2001.
  32. ^ a b c d e f g Gianni Brera, Ma dopo aver vinto e costruito Foni diventò ct del conformismo, in la Repubblica, 30 gennaio 1985, p. 25.
  33. ^ Luigi Bolognini, Addio Veleno, bandiera degli anni '50, in la Repubblica, 4 marzo 2007, p. 50.
  34. ^ a b c Addio al grande Nyers, re dei gol e della notte, in la Repubblica, 11 marzo 2005, p. 62.
  35. ^ Corrado Sannucci, Da Skoglund a Tony Adams, in la Repubblica, 21 novembre 2007, p. 62.
  36. ^ a b Addio Wilkes, olandese volante di Inter e Toro, in La Gazzetta dello Sport, 17 agosto 2006.
  37. ^ Matteo Brega, Tutto iniziò con Gino, poi le ali presero il volo con Corso, Jair e Figo, in La Gazzetta dello Sport, 8 settembre 2015.
  38. ^ Sebastiano Vernazza, Addio ad Armano, il gran tornante, in La Gazzetta dello Sport, 30 ottobre 2003.
  39. ^ a b Gianni Brera, Ciao Ghezzi, Kamikaze, in la Repubblica, 13 dicembre 1990, p. 39.
  40. ^ Leo Cattini, Lorenzi sbatte in piena corsa contro un palo, in Stampa Sera, 4 maggio 1953, p. 5.
  41. ^ Vittorio Pozzo, Per Inter-Novara fischi d'addio: 0-1, in Stampa Sera, 1º giugno 1953, p. 6.
  42. ^ a b Massimo Arcidiacono, Quei Moratti, tutti casa e San Siro, in La Gazzetta dello Sport, 4 ottobre 2003.
  43. ^ a b c d e Claudio Gregori, Angelillo si schiera e porta l'Inter in gol, in La Gazzetta dello Sport, 12 febbraio 2005.
  44. ^ Giuseppe Bagnati, Angelillo, il "signor record", su gazzetta.it, 26 febbraio 2008.
  45. ^ a b Germano Bovolenta, Derby dieci e lode, in La Gazzetta dello Sport, 15 gennaio 2012.
  46. ^ a b c d e Nicola Cecere, Herrera Helenio, un mago nato 100 anni fa, in La Gazzetta dello Sport, 9 aprile 2010.
  47. ^ Gianni Mura, Manager davvero geniale, in la Repubblica, 4 giugno 1999, p. 43.
  48. ^ a b c d e f g h i j k l m n Alessandro De Calò, Maghi, papere, astronauti e Juve-Inter, in La Gazzetta dello Sport, 20 febbraio 1998.
  49. ^ Clamoroso al Cibali, in La Gazzetta dello Sport, 19 marzo 2012.
  50. ^ Mario Salvini, Quel giorno che segnò 6 gol, su gazzetta.it, 17 febbraio 2005.
  51. ^ Luca Fazzo, Suarez: "La mia Inter con Herrera e Prisco", in la Repubblica, 12 dicembre 2002, p. 13.
  52. ^ a b c Claudio Gregori, Quell'Inter incompiuta, da Sarti al 5 maggio, su gazzetta.it, 19 aprile 2007.
  53. ^ a b c d e Germano Bovolenta, Quando Milan-Inter era Rocco-Herrera, in La Gazzetta dello Sport, 28 settembre 2008.
  54. ^ a b Ferruccio Mazzola: "Helenio Herrera dava pillole ai giocatori", su gazzetta.it, 6 ottobre 2005.
  55. ^ a b c d e f g h i j k Luca Curino, Germano Bovolenta, Giorgio Lo Giudice e Dan Peterson, Ricordi di Grande Inter, in La Gazzetta dello Sport, 11 novembre 1997.
  56. ^ Sebastiano Vernazza, Diventa un libro la storia di Picchi il ribelle, in La Gazzetta dello Sport, 1º dicembre 1999.
  57. ^ Leo Cattini, L'Inter segna al primo minuto e batte la Sampdoria per 4 a 0, in Stampa Sera, 19 novembre 1962, p. 9.
  58. ^ Vittorio Pozzo, Il brasiliano Jair si scatena: crolla la squadra bolognese, in Stampa Sera, 17 dicembre 1962, p. 7.
  59. ^ Leo Cattini, La difesa del Palermo non resiste ai vivaci attacchi dell'Inter: 0-4, in Stampa Sera, 11 febbraio 1963, p. 7.
  60. ^ Ugo Irace, Troppo debole il Napoli, l'Inter si scatena: 5-1, in Stampa Sera, 18 febbraio 1963, p. 7.
  61. ^ Angelo Rovelli, I derbissimi in videocassetta, in La Gazzetta dello Sport, 8 novembre 1998.
  62. ^ Gigi Boccacini, A San Siro l'Inter di Moratti travolge il Genoa per 6 a 0, in Stampa Sera, 11 marzo 1963, p. 7.
  63. ^ Giulio Accatino, A S.Siro aspra lotta tra Inter e Bologna: 4-1, in Stampa Sera, 22 aprile 1963, p. 6.
  64. ^ Scatenata la Roma con gli interisti: 3-0, in Stampa Sera, 6 maggio 1963, p. 7.
  65. ^ Marco Pastonesi, L'arte di appiccicarsi, in La Gazzetta dello Sport, 5 marzo 2000.
  66. ^ a b c Non fu l'Inter a tramare nello scudetto del '64, in la Repubblica, 22 novembre 1998, p. 42.
  67. ^ a b c d e Claudio Gregori, "Taca la bala", in La Gazzetta dello Sport, 14 novembre 1997.
  68. ^ Lo spareggio scudetto raccontato da Gianni Brera, su repubblica.it, 13 febbraio 2009.
  69. ^ Gabriella Mancini, Malatrasi duplex: ha vinto con tutti e due i club, in La Gazzetta dello Sport, 6 maggio 2003.
  70. ^ Germano Bovolenta, Domenghini, sempre all'ala, in La Gazzetta dello Sport, 17 aprile 2005.
  71. ^ Marco Iaria, Una stella ogni 10 scudetti: la norma c'è, risale al '58, in La Gazzetta dello Sport, 8 maggio 2012.
  72. ^ Gianluca Mercuri, Tutta la vecchia Inter all'addio a Fraizzoli, in La Gazzetta dello Sport, 11 settembre 1999.
  73. ^ Angelo Rovelli, Luca Curino e Andrea Elefante, Fraizzoli, gran signore dopo la Grande Inter, in La Gazzetta dello Sport, 9 settembre 1999.
  74. ^ Heriberto e la Juve del movimiento, in la Repubblica, 28 luglio 1996, p. 42.
  75. ^ a b c d Claudio Gregori, È morto Invernizzi, in La Gazzetta dello Sport, 1º marzo 2005.
  76. ^ Giovanni Marino, Le confessioni di Capitan Mazzola, su napoli.repubblica.it, 31 marzo 2011.
  77. ^ Nicola Cecere, Quando Bordon strappò il posto a Lido Vieri, in La Gazzetta dello Sport, 26 ottobre 2004.
  78. ^ Andrea Elefante, Oriali, altro che mediano, in La Gazzetta dello Sport, 8 ottobre 1999.
  79. ^ a b c d Marco Mensurati, Boninsegna e il giallo della lattina, Inter salvata dal maestro Prisco, su repubblica.it, 30 aprile 2009.
  80. ^ Elio Trifari, Mazzola e il 7-1 dell'Inter: «Io consegnai un'altra lattina», in La Gazzetta dello Sport, 12 aprile 2007.
  81. ^ Luca Curino, Berlino 1971, quando Bordon parò il «caso lattina», in La Gazzetta dello Sport, 21 novembre 2000.
  82. ^ AJAX CAMPIONE D'EUROPA, in La Stampa, 1º giugno 1972, p. 14.
  83. ^ Giuseppe Bagnati, Gol, emozioni e record del derby lungo un secolo, su gazzetta.it, 12 febbraio 2009.
  84. ^ Andrea Sorrentino, L'addio a Bersellini, in la Repubblica, 18 settembre 2017, p. 38.
  85. ^ Gianluca Oddenino, Il calcio piange Facchetti, addio bandiera nerazzurra, su gazzetta.it, 4 settembre 2006.
  86. ^ a b c d Sebastiano Vernazza, Bersellini a piedi per 111 km, in La Gazzetta dello Sport, 20 maggio 2003.
  87. ^ Germano Bovolenta, «Sono Evaristo, scusa se insisto», in La Gazzetta dello Sport, 6 gennaio 2008.
  88. ^ Mozzini: "Il gol scudetto, una gioia immensa", su inter.it, 15 marzo 2017.
  89. ^ Luigi Garlando, "Pianse e rinunciò a Falcao", in La Gazzetta dello Sport, 9 settembre 1999.
  90. ^ BEPPE BERGOMI, in La Gazzetta dello Sport, 30 luglio 1999.
  91. ^ Luigi Zappella, Il doppio ex Juary ha scelto per chi tifare, in La Gazzetta dello Sport, 1º novembre 2005.
  92. ^ Andrea Parodi, Genoa-Inter con finale a sorpresa, in SportWeek, La Gazzetta dello Sport, 19 febbraio 2005.
  93. ^ Nicola Cecere, Quella volta che Beccalossi fallì due rigori, in La Gazzetta dello Sport, 23 novembre 2005.
  94. ^ Germano Bovolenta, L'uomo dell'altro grande Torino, in La Gazzetta dello Sport, 4 febbraio 1999.
  95. ^ Gianni Mura, Ma con l'Inter tanta fatica, in la Repubblica, 22 aprile 1984, p. 33.
  96. ^ Oliviero Beha, I conti di Pellegrini, in la Repubblica, 20 giugno 1984, p. 38.
  97. ^ Gianni Brera, Brady-Rummenigge rilanciano l'Inter, in la Repubblica, 4 ottobre 1984, p. 24.
  98. ^ Gianni Mura, Ora l'Inter s' arrabbia "Non è una sceneggiata", in la Repubblica, 27 aprile 1985, p. 24.
  99. ^ Gianni Mura, Inter, cinque accuse per restare in Europa, in la Repubblica, 1º maggio 1985, p. 30.
  100. ^ Gianni Mura, Inter fuori, viva l'Inter, in la Repubblica, 17 aprile 1986, p. 18.
  101. ^ Licia Granello, E finalmente per tutti la prima notte di follie, in la Repubblica, 29 aprile 1986, p. 23.
  102. ^ Gianni Brera, Pochi acquisti ma il migliore è Trapattoni, in la Repubblica, 26 luglio 1986, p. 17.
  103. ^ Rummenigge s' arrende, in la Repubblica, 22 aprile 1987, p. 23.
  104. ^ Gianni Mura, Venite a vedere il calcio latino, in la Repubblica, 21 giugno 1987, p. 23.
  105. ^ Ma Trapattoni piace ancora?, in la Repubblica, 19 maggio 1988, p. 24.
  106. ^ a b c d 'Adesso credete all'Inter', in la Repubblica, 3 agosto 1988. URL consultato il 27 giugno 2014.
  107. ^ L'Inter rinuncia a Madjer, in la Repubblica, 22 giugno 1988. URL consultato il 2 luglio 2014.
  108. ^ (DE) Klinsmann, Matthäus, Brehme: Das waren die Deutschen bei Inter, in BILD.de. URL consultato il 27 agosto 2017.
  109. ^ Gaffe Thohir: «Interista dai tempi dei 3 olandesi». URL consultato il 27 agosto 2017.
  110. ^ Podolski-Transfer: Die deutschen Fußballer bei Inter Mailand - WELT, su DIE WELT. URL consultato il 27 agosto 2017.
  111. ^ Samp, due stilettate al cuore dell'Inter, in La Stampa, 6 maggio 1991. URL consultato il 5 aprile 2012.
  112. ^ Licia Granello, "Inter, un'idea di zona", in la Repubblica, 25 giugno 1991, p. 33.
  113. ^ Antonio Dipolina, Una mano a Orrico, in la Repubblica, 27 settembre 1991, p. 43.
  114. ^ Nicola Binda, Orrico ha ritrovato Orrico, in La Gazzetta dello Sport, 22 settembre 2000.
  115. ^ Suarez, l'Inter torna al passato, in la Repubblica, 21 gennaio 1992, p. 25.
  116. ^ Fulvio Bianchi, L'Inter caos "Non esistono intoccabili", in la Repubblica, 12 maggio 1992, p. 31.
  117. ^ Claudia Riconda, Orrico riparte "Tante balle sull'Inter", in la Repubblica, 16 luglio 1992, p. 38.
  118. ^ Gianni Piva, "Ero dell'Inter già a fine campionato", in la Repubblica, 17 luglio 1992, p. 36.
  119. ^ Gianni Piva, Matthaeus, operazione Bayern, in la Repubblica, 6 agosto 1992, p. 21.
  120. ^ Gianni Piva, Buongiorno, prudenza, in la Repubblica, 25 ottobre 1992, p. 24.
  121. ^ Gianni Piva, Un piccolo nome per un'Inter vera, in la Repubblica, 12 gennaio 1993, p. 24.
  122. ^ Una battuta su Berlusconi, Bagnoli punito, in la Repubblica, 13 marzo 1993, p. 25.
  123. ^ a b Luca Curino e Andrea Schianchi, A Parma giocano tutti contro l'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 14 marzo 1997, p. 5.
  124. ^ G.A., L'altro Baresi..., in la Repubblica, 13 giugno 1993, p. 28.
  125. ^ Gianni Piva, L'Inter soffre di benessere, in la Repubblica, 26 agosto 1993, p. 23.
  126. ^ Enrico Currò, Il crepuscolo del numero 1, in la Repubblica, 8 febbraio 1994, p. 25.
  127. ^ Gianni Piva, "Dovevamo vincere tutto", in la Repubblica, 9 febbraio 1994, p. 23.
  128. ^ Gianni Piva, Le due Inter di Marini, in la Repubblica, 9 maggio 1994, p. 39.
  129. ^ Gianni Piva, Da Bergkamp a Bagnoli, l'anno più folle, in la Repubblica, 13 maggio 1994, p. 26.
  130. ^ Gianni Piva, "Caro Moratti, le vendo l'Inter", in la Repubblica, 2 febbraio 1995, p. 35.
  131. ^ Enrico Currò e Gianni Piva, L'Inter a Moratti, storia di famiglia, in la Repubblica, 19 febbraio 1995, p. 37.
  132. ^ Più abbonati, più alberi, in la Repubblica, 10 giugno 1995, p. 42.
  133. ^ Disoccupato con Hodgson, in la Repubblica, 12 novembre 1995, p. 42.
  134. ^ Licia Granello, Hodgson, corsi di riparazione, in la Repubblica, 22 aprile 1996, p. 50.
  135. ^ Gianni Piva, Moratti rilancia Hodgson, in la Repubblica, 2 ottobre 1996, p. 52.
  136. ^ Luca Curino, Gaetano Imparato e Andrea Elefante, "Anche l'arbitro voleva la maglia", in La Gazzetta dello Sport, 6 gennaio 1997.
  137. ^ Gianni Piva, "Ha cambiato idea per le loro proteste", in la Repubblica, 10 marzo 1997, p. 36.
  138. ^ Luca Calamai, Sebastiano Vernazza, Nicola Cecere e Salvatore Lo Presti, Lippi: Inter, che squallore la panchina, in La Gazzetta dello Sport, 11 marzo 1997.
  139. ^ a b c d Alberto Cerruti e Antonello Capone, Inter, che peccato, in La Gazzetta dello Sport, 22 maggio 1997.
  140. ^ Gianni Piva, Hodgson e Zanetti quasi alle mani, in la Repubblica, 22 maggio 1997, p. 46.
  141. ^ Enrico Currò, Mr. Hodgson, addio Inter, in la Repubblica, 24 maggio 1997, p. 45.
  142. ^ Lodovico Maradei, Nicola Cecere e Silvano Stella, Le illusioni di Bologna-Inter, in La Gazzetta dello Sport, 2 giugno 1997.
  143. ^ Bruno Bartolozzi e Andrea Elefante, Godetevi Ronaldo, in La Gazzetta dello Sport, 26 luglio 1997.
  144. ^ Germano Bovolenta e Alessio Da Ronch, Io irascibile? Ho carattere, in La Gazzetta dello Sport, 11 agosto 1997.
  145. ^ Lodovico Maradei, Recoba salva Simoni, in La Gazzetta dello Sport, 1º settembre 1997.
  146. ^ Luca Curino, Si è chiusa col record la vendita delle tessere nerazzurre, in La Gazzetta dello Sport, 26 ottobre 1997.
  147. ^ Lodovico Maradei e Nicola Cecere, È un'Inter spietata, in La Gazzetta dello Sport, 5 gennaio 1998.
  148. ^ Tutti i numeri della Serie A, in La Gazzetta dello Sport, 19 gennaio 1998.
  149. ^ L'Inter morde la Juve, in La Gazzetta dello Sport, 12 aprile 1998.
  150. ^ Lodovico Maradei e Germano Bovolenta, Juve, fuga tra i veleni, in La Gazzetta dello Sport, 27 aprile 1998.
  151. ^ Luca Curino, Luigi Garlando e Germano Bovolenta, Ronaldo urla: "Una vergogna", in La Gazzetta dello Sport, 27 aprile 1998.
  152. ^ Alberto Cerruti, Luca Curino e Antonello Capone, "Dovevamo andarcene dal campo", in La Gazzetta dello Sport, 28 aprile 1998.
  153. ^ Alberto Cerruti, Luigi Garlando e Antonello Capone, Champagne per l'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 7 maggio 1998.
  154. ^ Nicola Cecere, Maurizio Nicita, Francesco Velluzzi, Giampietro Agus e Luca Curino, Moratti: "Dedicata a papà", in La Gazzetta dello Sport, 7 maggio 1998.
  155. ^ Gianni Piva, Nazionale e Inter, che sogno, in la Repubblica, 5 giugno 1998, p. 52.
  156. ^ Andrea Elefante, Inter, accordo definitivo per Ventola, in La Gazzetta dello Sport, 18 giugno 1998.
  157. ^ Corrado Zunino, Pirlo, ecco la star dell'estate, in la Repubblica, 6 agosto 1998, p. 39.
  158. ^ Sorteggio Champions League, è subito sfida Real-Inter, su repubblica.it, 27 agosto 1998.
  159. ^ Andrea Elefante, Lodovico Maradei e Luca Curino, "Credo ancora a un'Inter a tre punte, ma contro il Real non eravamo pronti", in La Gazzetta dello Sport, 18 settembre 1998.
  160. ^ Nicola Cecere, Lodovico Maradei e Germano Bovolenta, Simoni gioca con rabbia, in La Gazzetta dello Sport, 21 ottobre 1998.
  161. ^ Claudio Gregori e Andrea Elefante, L'Inter è come il Titanic, in La Gazzetta dello Sport, 2 novembre 1998.
  162. ^ Francesco Velluzzi, Le "Iene" portano bene anche all'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 16 novembre 1998.
  163. ^ Nicola Cecere e Luca Curino, L'Inter non fischia mai la fine, in La Gazzetta dello Sport, 30 novembre 1998.
  164. ^ Luca Calamai e Luca Curino, "Mi hanno maciullato", in La Gazzetta dello Sport, 1º dicembre 1998.
  165. ^ Nicola Cecere, Marco Bencivenga, Luca Calamai e Ezio Fanticini, "Sono qui per infiammare San Siro", in La Gazzetta dello Sport, 2 dicembre 1998.
  166. ^ Alberto Cerruti, L'Inter si scalda a Graz, in La Gazzetta dello Sport, 10 dicembre 1998.
  167. ^ Licia Granello, Manchester spezza il sogno dell'Inter, su repubblica.it, 4 marzo 1999.
  168. ^ Notte di terrore a Milano, gli hooligans sono tornati, su repubblica.it, 17 marzo 1999.
  169. ^ Inter, ancora un cambio: ora tocca a Hodgson, su repubblica.it, 27 aprile 1999.
  170. ^ Luca Curino e Nicola Cecere, Scossa di Moratti per amore dell'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 7 maggio 1999.
  171. ^ Enrico Valente, Lippi: "Moratti è intelligente e fa tesoro degli errori", in La Gazzetta dello Sport, 6 giugno 1999.
  172. ^ Giulio Cardone e Gianluca Moresco, Vieri all'Inter per 100 miliardi, in la Repubblica, 8 giugno 1999, p. 49.
  173. ^ Luca Curino, La rimpatriata di Lippi all'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 14 giugno 1999.
  174. ^ Nicola Cecere, Inter, sicuro il Moratti-bis, in La Gazzetta dello Sport, 15 luglio 1999.
  175. ^ Alessandro De Calò e Luca Curino, Seedorf strizza l'occhio all'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 25 agosto 1999.
  176. ^ Luca Curino, Di Biagio: "Ora a Roma mi temono", in La Gazzetta dello Sport, 7 settembre 1999.
  177. ^ Lodovico Maradei, L'Inter spaventa il campionato, in La Gazzetta dello Sport, 20 settembre 1999.
  178. ^ Alberto Cerruti e Luigi Garlando, Tanto per cambiare l'Inter ringrazia Vieri, in La Gazzetta dello Sport, 27 settembre 1999.
  179. ^ Alberto Cerruti e Silvano Stella, È un'Inter da scherzi a parte, in La Gazzetta dello Sport, 8 novembre 1999.
  180. ^ Ronaldo infortunato, almeno due mesi di stop, su repubblica.it, 21 novembre 1999.
  181. ^ Nicola Cecere, Luca Curino e Andrea Elefante, Lippi, nuova promessa a Baggio, in La Gazzetta dello Sport, 25 gennaio 2000.
  182. ^ Paolo Condò, La Reggina fa impallidire l'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 3 aprile 2000.
  183. ^ Coppa Italia, l'Inter all'assalto della Lazio, su repubblica.it, 18 maggio 2000.
  184. ^ Alberto Cerruti, Germano Bovolenta e Antonello Capone, Notte da Euro-Baggio, in La Gazzetta dello Sport, 24 maggio 2000.
  185. ^ Delusione Inter, addio Champions, su repubblica.it, 23 agosto 2000.
  186. ^ Spettacolo all'Olimpico, Supercoppa alla Lazio, su repubblica.it, 8 settembre 2000.
  187. ^ Gianni Piva, Mi vergogno dell'Inter, in la Repubblica, 2 ottobre 2000, p. 44.
  188. ^ Tardelli saluta l'Under, su repubblica.it, 10 ottobre 2000.
  189. ^ Alberto Cerruti, Tardelli, questa è l'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 22 ottobre 2000.
  190. ^ Luca Curino, Nicola Cecere e Andrea Elefante, La notte più lunga di Tardelli, in La Gazzetta dello Sport, 12 maggio 2001.
  191. ^ L'Inter chiude in bellezza una stagione da dimenticare, su repubblica.it, 17 giugno 2001.
  192. ^ Luigi Bolognini, L'anno orribile del calcio, in la Repubblica, 17 giugno 2001, p. 15.
  193. ^ Giovanni Battista Olivero, Inter e Milan, due strade diverse per sfoltire la rosa, in La Gazzetta dello Sport, 24 giugno 2001.
  194. ^ Alessandra Bocci, Andrea Elefante e Mirko Graziano, Una maglia rossonera per Pirlo, in La Gazzetta dello Sport, 1º luglio 2001.
  195. ^ Carlo Laudisa e Andrea Elefante, Guly e Brocchi si scambiano le maglie, in La Gazzetta dello Sport, 18 luglio 2001.
  196. ^ Alberto Cerruti, È un'Inter che promette bene, in La Gazzetta dello Sport, 27 agosto 2001.
  197. ^ Paolo Condò, È tutta un'altra Inter, in La Gazzetta dello Sport, 17 settembre 2001.
  198. ^ Franco Arturi, Cuper, Lippi e i due assi ritrovati, in La Gazzetta dello Sport, 18 marzo 2002.
  199. ^ Lodovico Maradei e Luca Calamai, Vieri, un lampo che fa sognare, in La Gazzetta dello Sport, 31 marzo 2002.
  200. ^ Lodovico Maradei, L'Inter si mangia le mani, in La Gazzetta dello Sport, 22 aprile 2002.
  201. ^ Lodovico Maradei, Recoba-Ronaldo: e via la paura, in La Gazzetta dello Sport, 29 aprile 2002.
  202. ^ Lodovico Maradei, L'Inter paga la grande illusione, in La Gazzetta dello Sport, 6 maggio 2002.
  203. ^ Luca Curino e Andrea Elefante, Ronaldo-Real: è fatta, in La Gazzetta dello Sport, 1º settembre 2002.
  204. ^ Carlo Laudisa e Stefano Boldrini, Il sogno di Crespo, in La Gazzetta dello Sport, 1º settembre 2002.
  205. ^ Alberto Cerruti, L'Inter posa la prima pietra, in La Gazzetta dello Sport, 15 settembre 2002.
  206. ^ Alberto Cerruti, L'ultimo respiro è dell'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 23 settembre 2002.
  207. ^ Paolo Condò e Andrea Elefante, Vieri porta in fuga l'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 30 settembre 2002.
  208. ^ Lodovico Maradei, Il derby ai diavoli brasiliani, in La Gazzetta dello Sport, 24 novembre 2002.
  209. ^ Alberto Cerruti, Male l'Inter, peggio l'arbitro, in La Gazzetta dello Sport, 20 gennaio 2003.
  210. ^ Alberto Cerruti e Giancarlo Tavan, Racalbuto male, l'Inter pure, in La Gazzetta dello Sport, 16 febbraio 2003.
  211. ^ Lodovico Maradei, Inzaghi chiude il capitolo Inter, in La Gazzetta dello Sport, 13 aprile 2003.
  212. ^ Luigi Garlando, Soffre, suda, rischia, Crespo, in La Gazzetta dello Sport, 20 aprile 2003.
  213. ^ Fabio Bianchi, A Valencia c'è Plaza de Toldo, in La Gazzetta dello Sport, 23 aprile 2003.
  214. ^ Al Milan basta un pareggio per conquistare la finale, su repubblica.it, 13 maggio 2003.
  215. ^ Lodovico Maradei, Medaglia d'argento all'Inter, in La Gazzetta dello Sport, 25 maggio 2003.
  216. ^ Gianni Piva, Moratti conferma Cuper: "Ma voglio altre soddisfazioni", su repubblica.it, 6 giugno 2003.
  217. ^ Luca Taidelli, Moratti: "Cuper resta, però...", su gazzetta.it, 6 ottobre 2003.
  218. ^ Esonerato Hector Cuper, all'Inter arriva Zaccheroni, su repubblica.it, 19 ottobre 2003.
  219. ^ Inter, ora Facchetti è ufficiale, su gazzetta.it, 30 gennaio 2004.
  220. ^ Luca Taidelli, Esce l'Inter, esce l'Italia, su gazzetta.it, 14 aprile 2004.
  221. ^ Alberto Cerruti, L'Inter respira, in La Gazzetta dello Sport, 17 maggio 2004.
  222. ^ Zaccheroni verso la Fiorentina, tutto pronto per Mancini all'Inter, su repubblica.it, 14 giugno 2004.
  223. ^ Gianni Piva, Mancini: "Cara Inter, adesso ci divertiamo", su repubblica.it, 9 luglio 2004.
  224. ^ Luigi Garlando, All'Inter vengono i 5 minuti, in La Gazzetta dello Sport, 10 gennaio 2005.
  225. ^ Nicola Cecere e Fabio Bianchi, Mihajlovic, due fori imperiali, in La Gazzetta dello Sport, 13 febbraio 2005.
  226. ^ Mirko Graziano, Mai perdere la fede nel sinistro del «10», in La Gazzetta dello Sport, 16 marzo 2005.
  227. ^ Claudio Gregori, Come in un romanzo d'avventura, in La Gazzetta dello Sport, 19 marzo 2005.
  228. ^ Gaetano De Stefano, Euroderby, finale vergognoso, su gazzetta.it, 12 aprile 2005.
  229. ^ Luigi Garlando, Incubo nerazzurro: e se poi il Milan ci invita alla festa scudetto?, in La Gazzetta dello Sport, 20 aprile 2005.
  230. ^ Iffhs, l'Inter torna grande: è il miglior club del mondo, su repubblica.it, 31 maggio 2005.
  231. ^ Riccardo Pratesi, L'Inter vince la Coppa Italia, su gazzetta.it, 15 giugno 2005.
  232. ^ Candido Cannavò, L'amante Massimo di Lady Inter, in La Gazzetta dello Sport, 19 giugno 2005.
  233. ^ Mirko Graziano, «Inter, ci manca solo un leader», in La Gazzetta dello Sport, 22 giugno 2005.
  234. ^ Gianni Piva, Preso Figo, l'Inter sogna ancora, in la Repubblica, 4 agosto 2005, p. 44.
  235. ^ Gianni Mura, La voglia matta dell'Inter fa paura a Milan e Juve, su repubblica.it, 22 agosto 2005.
  236. ^ L'Inter travolge il Livorno, in La Gazzetta dello Sport, 17 ottobre 2005.
  237. ^ Riccardo Pratesi, Juve, le mani sullo scudetto, su gazzetta.it, 12 febbraio 2006.
  238. ^ Sebastiano Vernazza, Se Berlusconi avesse preso l'Inter..., in La Gazzetta dello Sport, 6 aprile 2006.
  239. ^ Giorgio Lonardi, I due fratelli petrolieri, in la Repubblica, 24 aprile 2006, p. 9.
  240. ^ Riccardo Pratesi, Inter, la Coppa è ancora tua, su gazzetta.it, 11 maggio 2006.
  241. ^ Candido Cannavò, No, caro Moratti, in La Gazzetta dello Sport, 26 giugno 2006.
  242. ^ Andrea Sorrentino, La Federcalcio dice sì all'Inter, in la Repubblica, 27 luglio 2006, p. 16.
  243. ^ Alberto Cerruti, Che notte quella notte, in La Gazzetta dello Sport, 27 agosto 2006.
  244. ^ I funerali del presidente Facchetti, su inter.it, 5 settembre 2006.
  245. ^ "Caro Cipe, con un filo di voce mi parlavi ancora dell'Inter", su repubblica.it, 4 settembre 2006.
  246. ^ Gianni Mura, Intervista al campionato, non c'è solo SuperInter, su repubblica.it, 8 settembre 2006.
  247. ^ Luigi Garlando, Inter prima, in La Gazzetta dello Sport, 25 settembre 2006.
  248. ^ Luigi Garlando, Stankovic maschera tutti i guai, in La Gazzetta dello Sport, 16 ottobre 2006.
  249. ^ Per la Snai lo scudetto è già nerazzurro, su repubblica.it, 30 gennaio 2007.
  250. ^ Riccardo Pratesi, L'Inter si sveglia tardi: poi il Far West, su gazzetta.it, 6 marzo 2007.
  251. ^ Massimo Pisa, Champagne e un solo coro, in la Repubblica, 23 aprile 2007, p. 42.
  252. ^ Guido Guida, L'Inter chiude da cannibale, su gazzetta.it, 27 maggio 2007.
  253. ^ Luca Taidelli, Materazzi alla festa in smoking bianco: «Siamo puliti», in La Gazzetta dello Sport, 28 maggio 2007.
  254. ^ Andrea Sorrentino, Materazzi in smoking bianco, in la Repubblica, 28 maggio 2007, p. 48.
  255. ^ Andrea Elefante e Mirko Graziano, "La Champions è un dovere, il campionato un obbligo", su gazzetta.it, 15 luglio 2007.
  256. ^ Andrea Elefante, Moratti è sazio, ma tallona Pato, su gazzetta.it, 31 luglio 2007.
  257. ^ Antonino Morici, La Supercoppa è della Roma, su gazzetta.it, 19 agosto 2007.
  258. ^ L'Inter travolge la Roma all'Olimpico, per i nerazzurri vittoria e primato, su repubblica.it, 29 settembre 2007.
  259. ^ Luca Calamai, Nonno Fontana ferma Ibra, in La Gazzetta dello Sport, 29 ottobre 2007.
  260. ^ Andrea Elefante, Sollievo Stankovic, in La Gazzetta dello Sport, 29 ottobre 2007.
  261. ^ Gianni Piva, Inter, addio fair play, in la Repubblica, 6 novembre 2007, p. 61.
  262. ^ L'Inter vince anche il derby, nerazzurri campioni d'inverno, su repubblica.it, 23 dicembre 2007.
  263. ^ Fabio Licari, È nebbia fitta sull'arbitro, in La Gazzetta dello Sport, 21 gennaio 2008.
  264. ^ Nicola Cecere, Re Suaz, in La Gazzetta dello Sport, 17 febbraio 2008.
  265. ^ A San Siro non riesce il miracolo, una piccola Inter esce dalla coppa, su repubblica.it, 11 marzo 2008.
  266. ^ Moratti-Mancini, tregua fino a giugno, su repubblica.it, 12 marzo 2008.
  267. ^ Scudetto, sabato ad alta tensione, su repubblica.it, 29 marzo 2008.
  268. ^ Fabrizio Cometti e Luca Taidelli, Inter 16, in La Gazzetta dello Sport, 19 maggio 2008.
  269. ^ Pierluigi Todisco, Coppa Italia alla Roma, su gazzetta.it, 24 maggio 2008.
  270. ^ Mancini, un esonero a sorpresa, su repubblica.it, 28 maggio 2008.
  271. ^ L'Inter: "Mancini esonerato per le parole dopo il Liverpool", su repubblica.it, 29 maggio 2008.
  272. ^ Andrea Schianchi, Mourinho story, in La Gazzetta dello Sport, 2 giugno 2008.
  273. ^ L'Inter accoglie Mourinho "Un grande professionista", su gazzetta.it, 2 giugno 2008.
  274. ^ Mirko Graziano, Mourinho show, in La Gazzetta dello Sport, 25 agosto 2008.
  275. ^ Mourinho, un altro pareggio, su repubblica.it, 29 ottobre 2008.
  276. ^ Antonino Morici, Adriano, Matrix e il rombo: le scommesse vinte da Mou, su gazzetta.it, 23 novembre 2008.
  277. ^ Nicola Cecere, Pazza Inter, in La Gazzetta dello Sport, 15 dicembre 2008.
  278. ^ Antonino Morici, Super derby, l'Inter vince e prenota lo scudetto, su gazzetta.it, 15 febbraio 2009.
  279. ^ Andrea Sorrentino, Neppure Mou cambia l'Inter, la Champions resta un miraggio, su repubblica.it, 12 marzo 2009.
  280. ^ Luigi Garlando, Kung fu Ibra, in La Gazzetta dello Sport, 16 marzo 2009.
  281. ^ Luigi Panella, Per l'Inter festa e goleada, su repubblica.it, 17 maggio 2009.
  282. ^ Luca Taidelli, I figli e Figo, in La Gazzetta dello Sport, 1º giugno 2009.
  283. ^ L'addio di Ibra "Ci vediamo in finale", su repubblica.it, 24 luglio 2009.
  284. ^ Valerio Clari, Eto'o: "Vincere con la squadra sarà il mio Pallone d'oro", su gazzetta.it, 28 luglio 2009.
  285. ^ Inter, Lucio già a Milano "Felice di essere qui", su gazzetta.it, 16 luglio 2009.
  286. ^ Milito: "All'Inter è tutto facile" Maicon: "Ibra, me ne frego", su gazzetta.it, 27 luglio 2009.
  287. ^ Corrado Zunino, Milito firma lo scudetto, su repubblica.it, 16 maggio 2010.
  288. ^ Valerio Clari, Eto'o e Balotelli scatenati Inter agli ottavi di Champions, su gazzetta.it, 9 dicembre 2009.
  289. ^ Gianni Mura, CAPOLAVORO MILITO, in Prima pagina - la Repubblica, 23 maggio 2010, p. 1.
  290. ^ Mourinho, lacrime e addio, su corriere.it, 22 maggio 2010.
  291. ^ Supercoppa, la Roma spreca Eto'o la punisce: 3-1 Inter, in La Gazzetta dello Sport, 21 agosto 2010. URL consultato il 28 agosto 2010.
  292. ^ L'Inter fallisce il pokerissimo Supercoppa all'Atletico Madrid, in La Gazzetta dello Sport, 27 agosto 2010. URL consultato il 28 agosto 2010.
  293. ^ La vera Inter da Mondiale 3-0 al Seongnam: è finale, in La Gazzetta dello Sport, 15 dicembre 2010. URL consultato il 24 maggio 2013.
  294. ^ Inter campione del mondo!, in La Gazzetta dello Sport, 18 dicembre 2010. URL consultato il 24 maggio 2013.
  295. ^ Inter e Benitez: risoluzione consensuale, inter.it, 23 dicembre 2010. URL consultato il 23 dicembre 2010.
  296. ^ Statistiche: Champions League, in Italia nessuno come l'Inter, fcinter1908.it, 20 maggio 2011. URL consultato il 22 maggio 2012.
  297. ^ Inter, impresa da campioni! Decide il gran gol di Pandev, in La Gazzetta dello Sport, 15 marzo 2011. URL consultato il 24 maggio 2013.
  298. ^ Leo, ecco il primo "titulo" La Coppa Italia è dell'Inter, su gazzetta.it, 29 maggio 2011. URL consultato il 24 maggio 2013.
  299. ^ Andrea Schianchi, Gasperini, dal Genoa all'Inter fasce, corsa, 3-4-3 e... Milito, su gazzetta.it, 25 giugno 2011.
  300. ^ Luigi Garlando, Ibra+Boa=Super Milan Inter, colpo di Sneijder I rossoneri rimontano e trionfano a Pechino, in La Gazzetta dello Sport, 7 agosto 2011.
  301. ^ Nicola Cecere, MICCOLI MANGIA INTER Difesa disastrosa Gasp inchiodato dal super Palermo, in La Gazzetta dello Sport, 12 settembre 2011.
  302. ^ Luigi Garlando, Gasp, si trema K.o. pure a San Siro Inter, avvio choc Da 90 anni non ne perdeva 3 di fila, in La Gazzetta dello Sport, 15 settembre 2011.
  303. ^ Alberto Cerruti, Gasperini, siamo all'addio È caos Inter: senza gioco, senza squadra, senza punti Novara ne fa 3, in La Gazzetta dello Sport, 21 settembre 2011.
  304. ^ Tiziana Cairati, Il realismo di Ranieri "L'Inter del triplete non c'è più", su repubblica.it, 9 dicembre 2011.
  305. ^ Luigi Panella, Inter vince il derby la rimonta continua, su repubblica.it, 15 gennaio 2012.
  306. ^ Nicola Cecere, Cavani incanta Napoli Inter k.o.: interrotta la serie d'oro, in La Gazzetta dello Sport, 26 gennaio 2012.
  307. ^ Fabio Bianchi, VALANGHE A SAN SIRO Quattro gol di Milito Ma Miccoli ne fa tre e l'Inter non vince più, in La Gazzetta dello Sport, 2 febbraio 2012.
  308. ^ Luigi Garlando, È un'Inter alla deriva Che Bologna a San Siro Arriva il terzo k.o. di fila Ora Ranieri è a rischio, in La Gazzetta dello Sport, 18 febbraio 2012.
  309. ^ Luigi Panella, Inter beffata, vince ma è fuori, su repubblica.it, 13 marzo 2012.
  310. ^ Luca Taidelli, «Forlan mi ha deluso Stramaccioni non è un traghettatore», in La Gazzetta dello Sport, 28 marzo 2012.
  311. ^ Andrea Schianchi, Paziente e opportunista Così Milito batte Ibra, in La Gazzetta dello Sport, 7 maggio 2012.
  312. ^ Tiziana Cairati, Moratti blinda Stramaccioni "Ha firmato per tre anni", su repubblica.it, 29 maggio 2012.
  313. ^ Maurizio Crosetti, Gran colpo dell'Inter sconfitta la Juve a Torino, in la Repubblica, 4 novembre 2012, p. 1.
  314. ^ Inter, Stramaccioni: "Non cerco alibi ma gli infortuni hanno cambiato la stagione", su gazzetta.it, 20 aprile 2013.
  315. ^ Inter, nono posto e niente Europa: una stagione da record negativo, su gazzetta.it, 13 maggio 2013.
  316. ^ Tiziana Cairati, Inter: Mazzarri il nuovo tecnico, esonerato Stramaccioni, su repubblica.it, 24 maggio 2013.
  317. ^ Matteo Della Vite e Luca Taidelli, Inter, l'Assemblea della svolta. Thohir al posto di Moratti, 18 anni dopo, su gazzetta.it, 15 novembre 2013.
  318. ^ Andrea Sorrentino, Inter perfetta per Zanetti, in la Repubblica, 11 maggio 2014, p. 58.
  319. ^ Inter, Zanetti scrive una lettera ai tifosi: "Grazie, spero di servire da dirigente come in campo", su repubblica.it, 19 maggio 2014.
  320. ^ Andrea Sorrentino, L'Inter chiude col passato si riparte con Mazzarri, in la Repubblica, 19 maggio 2014, p. 33.
  321. ^ Il carisma di Vidic per la nuova Inter, su repubblica.it, 2 agosto 2014.
  322. ^ Andrea Sorrentino, Inter, rivoluzione Thohir dai dirigenti ai medici così ha chiuso l'era Moratti, in la Repubblica, 7 agosto 2014, p. 45.
  323. ^ Andrea Sorrentino, Inter sotto shock travolta a San Siro dai ragazzi di Zeman, in la Repubblica, 29 settembre 2014, p. 36.
  324. ^ Andrea Sorrentino, Inter da incubi, il Parma rinasce Mazzarri vede sempre più nero, in la Repubblica, 2 novembre 2014, p. 58.
  325. ^ Andrea Sorrentino, Ma San Siro fischia ancora Icardi non basta per vincere, in la Repubblica, 10 novembre 2014, p. 32.
  326. ^ Maurizio Crosetti, Thohir e il primo esonero: finalmente è dei nostri, su repubblica.it, 14 novembre 2014.
  327. ^ Mancini torna all'Inter: le reazioni nerazzurre su Twitter, su panorama.it, 14 novembre 2014.
  328. ^ Marco Gaetani, Genoa-Inter 3-2, la testa di Kucka fa fuori i nerazzurri dall'Europa, su repubblica.it, 23 maggio 2015.
  329. ^ Andrea Sorrentino, Inter, vittoria con sofferenza ma Icardi raggiunge Toni, in la Repubblica, 1º giugno 2015, p. 39.
  330. ^ Andrea Sorrentino, Un'Inter da mal di testa Lazio e il folle Melo la gelano a San Siro un ko che brucia, in la Repubblica, 21 dicembre 2015, p. 36.
  331. ^ Andrea Sorrentino, Festa Sassuolo, l'Inter chiude nel modo peggiore, in la Repubblica, 15 maggio 2016, p. 58.
  332. ^ Inter, cinesi vicini a prendersi tutto: ma Thohir resta come presidente, su repubblica.it, 31 maggio 2016.
  333. ^ Matteo Brega, Inter cinese con 242 milioni in più: "Vogliamo scudetto ed Europa League", su gazzetta.it, 28 giugno 2016.
  334. ^ Stefano Scacchi, Mancini e l'Inter si dicono addio, in la Repubblica, 8 agosto 2016, p. 42.
  335. ^ Stefano Scacchi, L'Inter si presenta a pezzi disastro con il Chievo per la prima di De Boer, in la Repubblica, 22 agosto 2016, p. 46.
  336. ^ Luca Taidelli, Inter-Bologna 1-1, Perisic risponde a Destro: De Boer frena dopo tre vittorie, su gazzetta.it, 25 settembre 2016.
  337. ^ Andrea Sorrentino, Un inferno senza fine per l'Inter da 330 milioni la nuova rivoluzione non ha scacciato la crisi, in la Repubblica, 30 settembre 2016, p. 48.
  338. ^ Inter, Pioli è il nuovo allenatore. Ha firmato fino al 2018, su gazzetta.it, 8 novembre 2016.
  339. ^ Andrea Sorrentino, Il restauratore Pioli e la nuova furia Inter "Ho portato fiducia", in la Repubblica, 9 gennaio 2017, p. 34.
  340. ^ Marco Gentile, Pioli ha rivitalizzato l'Inter: con lui la Champions non è più un miraggio, su ilgiornale.it, 30 gennaio 2017.
  341. ^ Andrea Sorrentino, La bocciatura finale dell'Inter caduta sul teorema di Pitagora, in la Repubblica, 10 aprile 2017, p. 42.
  342. ^ Andrea Sorrentino, All'Inter non basta Icardi così perde l'Europa lo spettacolo è solo viola, in la Repubblica, 23 aprile 2017, p. 26.
  343. ^ Andrea Sorrentino, Mai così male da 35 anni le figuracce di un'Inter autodistruttiva e sospetta, in la Repubblica, 15 maggio 2017, p. 36.
  344. ^ Tiziana Cairati, Inter, Ausilio attacca: "Strategie sbagliate e gruppo spaccato", su repubblica.it, 19 maggio 2017.
  345. ^ L'Inter ne uscirà mai?, su ilpost.it, 26 maggio 2017.
  346. ^ Luciano Spalletti è il nuovo allenatore dell'Inter, su inter.it, 9 giugno 2017.
  347. ^ Andrea Sorrentino, La nuova frizzante Inter dello stratega Spalletti, in la Repubblica, 21 agosto 2017, p. 36.
  348. ^ Fabrizio Bocca, La vendetta di Spalletti, in la Repubblica, 27 agosto 2017, p. 32.
  349. ^ Andrea Sorrentino, Vietato incantare, l'Inter va al risparmio, in la Repubblica, 2 ottobre 2017, p. 36.
  350. ^ Enrico Currò, Una classifica da Inter, in la Repubblica, 16 ottobre 2017, p. 38.
  351. ^ Andrea Sorrentino, Inter implacabile e affannata, in la Repubblica, 25 ottobre 2017, p. 38.
  352. ^ Andrea Sorrentino, Inter, la precisione al secondo, in la Repubblica, 20 novembre 2017, p. 46.
  353. ^ Andrea Sorrentino, Lo scatto dell'Inter con Perisic che preferì Spalletti a Mou, in la Repubblica, 4 dicembre 2017, p. 40.
  354. ^ Tiziana Cairati, Inter, la "crisi d'inverno" colpisce anche Spalletti, su repubblica.it, 4 febbraio 2018.
  355. ^ Stefano Zaino, Rullo Inter, Samp si sbriciola, in la Repubblica, 19 marzo 2018, p. 10.
  356. ^ Andrea Sorrentino, Perisic e il risveglio dal letargo, in la Repubblica, 1º aprile 2018, p. 30.
  357. ^ Luca Taidelli, Lazio-Inter 2-3, nerazzurri in Champions! Decide la testa di Vecino, su gazzetta.it, 20 maggio 2018.
  358. ^ Andrea Sorrentino, L'inesorabile Icardi spinge l'Inter oltre le fatiche di Coppa, in la Repubblica, 8 ottobre 2018, p. 34.
  359. ^ Andrea Sorrentino, Tutto fuorché pazza, in la Repubblica, 30 ottobre 2018, p. 38.
  360. ^ Andrea Sorrentino, Inter, la cooperativa del gol, in la Repubblica, 4 novembre 2018, p. 26.
  361. ^ Andrea Sorrentino, Inter, senza Icardi si può, in la Repubblica, 25 novembre 2018, p. 30.
  362. ^ Davide Stoppini, Inter, Spalletti e il mese nero: tutte le accuse al tecnico, su gazzetta.it, 12 dicembre 2018.
  363. ^ Carlo Angioni, Inter, un inverno in crisi. Per Spalletti non è una novità, su gazzetta.it, 4 febbraio 2019.
  364. ^ Giovanni Capuano, Caso Inter-Icardi: il diario giorno per giorno, su panorama.it, 2 aprile 2019.
  365. ^ Franco Vanni, Tutto in una notte, in la Repubblica, 4 aprile 2019, p. 42.
  366. ^ Marco Azzi, Crollo Inter, in la Repubblica, 20 maggio 2019, p. 26.
  367. ^ Inter, Spalletti ai saluti: "Se mi confermano è da scherzi a parte", su repubblica.it, 26 maggio 2019.
  368. ^ Inter, ufficiale: Steven Zhang nuovo presidente. "Io sono pronto. E voi?", su gazzetta.it, 26 ottobre 2018.
  369. ^ LionRock Capital acquisisce il 31,05% di FC Internazionale Milano S.p.A., su FC Internazionale - Inter Milan. URL consultato il 26 gennaio 2019.
  370. ^ Inter, Conte è carico: "Si può fare, non abbiamo limiti", su repubblica.it, 11 giugno 2019.
  371. ^ Enrico Currò, Inter, che male, in la Repubblica, 3 ottobre 2019, p. 42.
  372. ^ Gianni Mura, Un nuovo crollo nella ripresa, in la Repubblica, 6 novembre 2019, p. 38.
  373. ^ Franco Vanni, Batticuore Inter, in la Repubblica, 28 novembre 2019, p. 42.
  374. ^ Francesco Velluzzi, Lukaku batte se stesso, doppietta e secondo posto, in la Repubblica, 26 luglio 2020, p. 32.
  375. ^ Emanuele Gamba, L'Inter di Lautaro, in la Repubblica, 18 agosto 2020, p. 34.
  376. ^ Emanuele Gamba, Inter, la notte più amara della beffa, in la Repubblica, 22 agosto 2020, p. 34.

BibliografiaModifica

  • Leo Turrini, Pazza Inter. Cento anni di una squadra da amare, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007, ISBN 978-88-04-56701-1.
  • Carlo F. Chiesa. Il grande romanzo dello scudetto. Terza puntata: Il Bologna chiude il suo ciclo, da Calcio 2000, aprile 2002, pp. 40-59.
  • Carlo F. Chiesa. Il grande romanzo dello scudetto. Sedicesima puntata: comanda Milano, panca d'Italia, da Calcio 2000, giugno 2003, pp. 39-55.
  • Carlo F. Chiesa. Il grande romanzo dello scudetto. Diciannovesima puntata: arrivano i nuovi cannonieri, da Calcio 2000, settembre 2003, pp. 126-143.
  • Matteo Marani, Dallo scudetto ad Auschwitz: vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo, Roma, Aliberti, 2007, ISBN 978-88-7424-200-9.

Voci correlateModifica